Il caso Braibanti, l’unica condanna per plagio dell’Italia repubblicana.

aldo-braibanti«Chiunque sottopone una persona al proprio potere, in modo da ridurla in totale stato di soggezione, è punito con la reclusione da cinque a quindici anni». Così recitava l’articolo 603 del codice penale. Fascista. Era stato il legislatore fascista a introdurre per la prima volta il reato di plagio, e ancora nel 1961 la Corte di Cassazione si era espressa in merito, definendolo: «l’instaurazione di un rapporto psichico di assoluta soggezione del soggetto passivo al soggetto attivo». Era un terreno scivoloso, questo del rapporto psichico. Tanto scivoloso che in realtà non era mai stato usato, quell’articolo del codice penale. Lo usarono per Aldo Braibanti, il professore.
Che poi, professore non era, non aveva mai insegnato. Era nato nel 1922 a Fiorenzuola d’Arda, nel piacentino, figlio di un medico condotto, in una famiglia illuminata, laica. Comincia a scrivere precocissimo, frequenta il liceo a Parma, eccellendo, e poi l’Università a Firenze. Nel 1940 aderisce clandestinamente al movimento “Giustizia e Libertà” e poi nel 1943 al Partito comunista. È arrestato due volte, la prima nel 1943 e la seconda nel 1944. È torturato, brutalmente, dalla famigerata banda Carità. Dopo la Liberazione, lavora alacremente – è responsabile della Gioventù comunista toscana – con il Partito comunista. Nel 1947 però si dimette da ogni incarico e declina ogni invito. Una sua poesia, pubblicata sulla rivista «Il Ponte» recita così: «non è un addio ma un congedo». Abbandona la politica attiva, vira tutti i suoi interessi sul piano culturale e su quello naturale: la sua curiosità verso il mondo delle formiche diventa molto di più che un hobby. Nel torrione Farnese di Castell’Arquato, sempre nel piacentino, mette in piedi un laboratorio – vi partecipano anche Renzo e Sylvano Bussotti – che è insieme produzione artistica, ceramiche, collages, testi poetici e teatrali, e comunità di vita. Ci passa anche Carmelo Bene, che lo ricorda così, in un suo libro di memorie: «Un genio straordinario. C’intendemmo subito. Una settimana insieme a un altro pazzo, il suo editore, progettando spettacoli su palloni aerostatici a Portofino, sopra le teste dei miliardari in vacanza.. Mi sentì un giorno che leggevo Campana. “Il più grande poeta italiano”, disse. M’insegnò con quella sua vocetta a leggere in versi, come marcare tutto, battere ogni cosa. Gli devo questo, tra l’altro. Non è poco. Progettavamo insieme come demolire la convenzione teatrale e letteraria italiana». Quando l’amministrazione comunale non rinnova il contratto d’affitto del torrione, la comunità si disperde. Braibanti va a Roma. È il 1962.
A Roma, Braibanti ci va con Giovanni Sanfratello. Appena ragazzo, 19 anni, Giovanni ha frequentato il laboratorio di Braibanti. Ora, di anni ne ha 24, è uomo fatto. Braibanti e Giovanni vivono insieme. Giovanni, in rotta da una famiglia molto tradizionalista (suo fratello fonderà un movimento lefebvriano), ha trovato in quell’animatore culturale pieno di idee e progetti artistici, uomo schivo eppure colmo di passioni civili, un compagno di vita. Braibanti e Sanfratello sono una coppia omosessuale. A Roma possono esserlo un po’ più apertamente, ma non certo ostentatamente: essere omosessuali è ancora uno scandalo. Entrano in contatto con la società intellettuale del tempo, Braibanti scrive sceneggiature per film di cui solo alcuni vedranno la luce, lavora per la radio, non perde i contatti con il mondo di provenienza: con un giovanissimo Bellocchio lavorano al progetto d’una rivista, sarà «Quaderni piacentini», culla dei pensieri del ’68.
Nel 1964, i primi di novembre, Giovanni Sanfratello viene letteralmente rapito dal padre, “trasferito” prima a Modena in una clinica privata per malattie nervose, poi al manicomio di Verona. Ci resterà per quindici mesi, uscendo nella primavera del 1966, sottoposto a cure durissime di elettroshock (secondo alcuni quaranta, secondo la documentazione ospedaliera diciannove), e quando sarà dimesso non potrà allontanarsi dalla casa paterna. Avrà altri obblighi, tra i quali quello non poco bizzarro di non leggere libri che abbiano meno di cento anni. Questa è la psichiatria del tempo. Sanfratello padre aveva intanto presentato denuncia contro Braibanti: plagio. Un pubblico ministero, il procuratore Loiacono, gli aveva dato ascolto. Il 5 dicembre 1967 Braibanti entra a Regina Coeli. Il processo dura quattro anni, e nel 1968 – nel 1968! – Braibanti è condannato a nove anni, pena che gli viene diminuita di due per la sua attività nella Resistenza, e un anno dopo, in appello sarà ridotta a due, quelli che sconterà in carcere. Al processo, basato sulla testimonianza di un altro giovane che accusa Braibanti di «essersi introdotto nella mia mente, con idee di comunismo, di libertà e di ateismo», Giovanni Sanfratello, pur provatissimo, non accusa il suo compagno.
La condanna provoca la mobilitazione di un vasto mondo intellettuale. Moravia, Pasolini, Eco, Bellocchio, Gatti, i radicali di Pannella lanciano una campagna contro quell’assurda sentenza. Nel 1969 esce per Bompiani, a difesa di Braibanti, un volume collettivo, Sotto il nome di plagio, cui contribuiscono Alberto Moravia, Umberto Eco, Adolfo Gatti, Mario Gozzano, Cesare Musatti e Ginevra Bompiani. Scriverà Pasolini: «Se c’è un uomo “mite” nel senso più puro del termine, questo è Braibanti: egli non si è appoggiato infatti mai a niente e a nessuno; non ha chiesto o preteso mai nulla. Ora, degli italiani piccolo-borghesi si sentono tranquilli davanti a ogni forma di scandalo, se questo scandalo ha dietro una qualsiasi forma di opinione pubblica o di potere; perché essi riconoscono subito, in tale scandalo, una possibilità di istituzionalizzazione, e, con questa possibilità, essi fraternizzano. Di fronte invece allo scandalo di un uomo debole e solo, essi provano, dello scandalo, tutto il terrore. Si scatenano in essi liberamente vecchie, ancestrali aggressività, ignote certamente a loro stessi, e quindi condannano: a cuor leggero, perché lo scandalo è scandalo. Così come erano scandalo vivente, per le SS, ebrei, polacchi, comunisti, pederasti e zingari. In Italia esistono tuttora, insomma, quelle che Himmler ha definito una volta per tutte, vite indegne di essere vissute».
Gabriele Ferluga, ne Il Processo Braibanti, scrisse: «il caso Braibanti fu uno dei terreni di scontro fra le forze allora in campo, la contestazione ai valori dominanti e la reazione a chi si sentì messo in discussione. Era la reazione istintiva e violenta di un’Italia benpensante contro ogni anticonformismo e in particolare contro il fantasma dell’omosessualità». I giornali furono tiepidi nel difenderlo, persino «l’Unità». Anni dopo, Braibanti, ricostruendo quel momento, scriverà: «Il partito comunista si è mosso tardi e con lentezza: la sua netta presa di posizione ufficiale a mio favore è apparsa quando tutti i giochi erano già fatti».
Il reato di plagio verrà abolito nel 1981 dalla Corte Costituzionale, cui si rivolse il magistrato del processo contro Emilio Grasso, sacerdote appartenente al Movimento carismatico, accusato da alcuni genitori di aver plagiato i figli minorenni. Il sacerdote fu scagionato.
Braibanti, dopo il processo, era vissuto a Roma, continuando a scrivere poesie, per il teatro, per il cinema, a produrre oggetti artistici; solo nel 2012 era tornato a Castell’Arquato. Lì morì a 91 anni, nel 2014. Quell’anno il circolo Mario Mieli lo ricordò – era anche il ventennale del Gay Pride – in nome di «tutti i precursori della visibilità omosessuale e di tutte le vittime del pregiudizio e della violenza omofoba». Nel 2006 Braibanti aveva ricevuto, su decisione del Consiglio dei ministri, governo Prodi, il vitalizio Bacchelli. Una sorta di tardiva riparazione. Questo è il paese delle tardive riparazioni.

Nicotera, 12 aprile 2016
Pubblicato su il dubbio – quotidiano, 14 aprile 2016
foto da libertà.it

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