sovranismo e globalismo: di cosa parliamo. e soprattutto, di cosa non parliamo.

Mettiamola semplice, nella accezione dei due termini, per ciascuno secondo le sue ragioni: il sovranismo si intende come paladino di interessi nazionali (anche popolari e sociali, oltre che delle imprese) contro lo strapotere dei mercati; il globalismo si intende come paladino della libera circolazione, dello scambio e della concorrenza di merci, capitali e denari contro le barriere di dazi, dogane, monete e leggi, convinto di produrre – pur tra inevitabili sacrifici – la crescita del benessere collettivo.
E mettiamola semplice anche nella contrapposizione dei due termini: il sovranismo accusa il globalismo di avere smantellato i governi nazionali per meglio profittare delle risorse di ogni paese (materiali, di forza-lavoro, di conoscenza, di risparmi, di ricchezza) causando impoverimento generale e l’arricchimento di pochi (quindi, proprio il contrario del benessere generale) e di aver fatto questo attraverso l’asservimento ideologico o per corruzione di classi politiche; il globalismo accusa i sovranisti di una sorta di “antistoricità economica”, perché in un mondo che dall’interconnessione planetaria non ha fatto che ridurre – in termini complessivi – la miseria e la fame e aumentare la diffusione di livelli graduati di benessere non si può tornare indietro a forme di autarchia, e per quanto riguarda la produzione e lo scambio di merci e per quanto riguarda il reperimento di crediti necessari – e dicono che forme di “separazione” dai mercati finiscono con l’impoverire ulteriormente i paesi e ridistribuire ancora peggio la ricchezza prodotta.
Grosso modo, qui stiamo. E tenendo la questione in questi termini è evidente che – per chi non crede nella bontà salvifica dell’economia liberista come nella affettuosità generosa dello stato padre-padrone – ci sono buone ragioni nell’una posizione quanto nell’altra, ma soprattutto cattive ragioni tra gli uni e gli altri. poi, il nazionalismo degli uni (i sovranisti) e il cosmopolitismo degli altri (i globalisti) sono gli aspetti ideologici e culturali di questa contrapposizione – con le derive di accuse reciproche che vertono sui concetti di democrazia, libertà, diritti e totalitarismi, sulla base della storia e del presente.
Questo è quello di cui spesso parliamo. Quello di cui non parliamo è lo Stato: il convitato di pietra di questa contrapposizione. L’idea dello Stato.
A mio parere, invece, è questo il punto. La ciccia.
Da questo punto di vista, definisco perciò il sovranismo come: neo-statalismo. In questa “visione” di neo-Stato, di nuovo Stato, di ri-statualizzazione del paese Italia, per dire, si possono trovare posizioni e filoni tra i più vari: da chi crede che per riprendersi come paese occorre la buona educazione nelle scuole, a chi crede che vadano colpiti “i privilegi” di chi ci ha finora governati; da chi vuole “prima gli itagliani” a chi spera, pericolosamente contiguo, che un nuovo Stato possa significare (anche attraverso il controllo della moneta) condizioni migliori di lavoro e vita per lavoratori e strati sociali poveri, possa insomma ri-assumere o assumere finalmente i caratteri dello Stato sociale e nazionale, a chi pensa che contro le privatizzazioni occorra che lo Stato riprenda il suo ruolo. Insomma, un arco che va dai neo-risorgimentalisti ai neo-socialisti passando per neo-demoliberali, svolgendo ciascuno a proprio modo il concetto di nazione. Persino un po’ di democrazia (formale, consunta, abusata e corrotta ormai, va da sé) può essere sacrificata se si riuscisse a migliorare i salari (o le pensioni o i redditi) – se ne guadagnerebbe in autorevolezza e autorità.
Tutto questo corpaccione si è in buona parte saldato, quanto meno in termini concettuali, nell’attacco al renzismo e – fattivamente – nell’opposizione alla riforma costituzionale ipotizzata da Renzi. Il peccato orribile di Renzi era quello di “sequestrare” la volontà del popolo e accentrarsi il potere. Per la verità, a me sembra che l’obiettivo di Renzi fosse proprio quello di ri-statualizzare il paese, attraverso la confisca del potere decisionale: un tentativo di ri-governamentare “dall’alto”. Ho in mano (per lo più) un partito, provo a prendermi lo Stato, collocandolo strettamente in Europa: questo era. Occhei, beccato e punito. Ma quello che ne è venuto fuori è lo stesso “processo” (abbiamo in mano il governo, proviamo a prenderci lo Stato, vediamo se collocarlo dentro o fuori l’Europa) ma a partire “dal basso”, dalla “volontà popolare”. Che qui non si vuole disprezzare, ma descrivere.
Ora, la “fine dello Stato” non è stata solo decretata dal globalismo dei mercati finanziari ma dalla rottura e dalla fuga tra vita individuale e collettiva contro autorità pubblica – quindi con un elemento potente di libertà, autogoverno e democrazia (detto tra parentesi è proprio questa la definizione che ho provato a spiegare nel mio librino sull’indipendentismo). Proprio come la fine del lavoro era indicativa non solo dell’introduzione dell’automazione robotica ma della rottura tra vita individuale e collettiva contro salario; anzi, nell’introduzione dell’automazione può leggersi un modo di riprendere il controllo della forza-lavoro oltre che una risposta a riconquistare tutti i margini del profitto. E come la fine del lavoro ha assunto i caratteri della reintroduzione di forme di schiavismo oltre che di precarizzazione della vita individuale e collettiva, epperciò il nuovo “impero del capitale”, la fine dello Stato si va svolgendo verso forme di autoritarismo il cui esito è un nuovo e maggiore asservimento alla “pubblica autorità”. il cui esito è un nuovo e maggiore asservimento alla “pubblica autorità”. Come se questo svolgersi del “né di destra né di sinistra” abbia finalmente trovato il proprio significato: per lo Stato – che è “la regola universale”, epperciò né di destra né di sinistra. È questo perciò il cuore nero del sovranismo e dei processi di ristatualizzazione: uno Stato padrone, che sia esso declinato nelle forme del nazionalismo o del socialismo, o pericolosamente contigue.
Indicato il pericolo, la salvezza certo non può stare nello “sgoverno della politica” che il potere dei mercati pratica e propone – né in forme di sovra-governo che sempre meno hanno assunto il ruolo di “società senza nazioni”.
Non so se c’è ancora il tempo per sottrarsi agli imperativi della tattica e delle logiche binarie, ma anche ammesso: non potremmo tirarci fuori da una “falsa” contrapposizione – tra sovranismi e globalismi – e provare, quanto meno a livello del dibattito teorico, a rilanciare una propria idea di trasformazione e resistenza e liberazione?

Messina, 16 agosto 2018.

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Estate 1958.

Prima di Bernard Madoff, «il più grande truffatore del secolo», arrestato nel 2008, che si faceva affidare i risparmi della ricca comunità ebraica americana – da Steven Spelberg a Kevin Bacon a Eli Wiesel – e attirava gli investimenti di grandi istituti finanziari e a cui riuscì a fregare qualcosa come 65 miliardi di dollari, ci fu Giovanni Battista Giuffrè. Ex impiegato in una banca di Imola, negli anni del dopoguerra si era messo a curare i patrimoni di parrocchie e istituti religiosi, promettendo interessi stratosferici, dal 70 al 100 percento. E si sa, il denaro è lo sterco del diavolo, epperò. Epperò, se i soldi all’inizio arrivano come per miracolo, succede che la voce gira e gli affari si moltiplicano, anche fuori della Romagna. Così che frati cappuccini e suore clarisse non vedevano l’ora di affidare al «banchiere di Dio» le loro raccolte di denaro. Sempre per la grandezza del Signore, va da sé. Lo schema – continuare a farsi dare soldi nuovi con cui pagare gli interessi vecchi: l’aveva inventato, peraltro, un altro romagnolo emigrato in America, Carlo Pietro Giovanni Guglielmo Tebaldo Ponzi – funzionò per un po’ d’anni e poi si esaurì.
Si esaurì e esplose lo scandalo proprio quest’estate quando il ministro delle Finanze, il socialdemocratico Luigi Preti, accusò il ministro del Tesoro, il democristiano Giulio Andreotti, di non aver vigilato su queste operazioni di Giuffrè come avrebbe dovuto, forse per ragioni di parte o di fede. Apriti cielo. Perché questo governo qui – con Preti e Andreotti – nato a luglio è il Fanfani II, il primo, con i socialdemocratici dentro e la benevola astensione dei repubblicani, che è stato battezzato con la dicitura: centro-sinistra. Che ce ne vuole di fantasia eh.
A maggio si erano svolte le elezioni politiche per rinnovare il Parlamento. Un’affluenza straordinaria: la più alta in percentuale dell’intera storia repubblicana. Per la Camera si presentano ai seggi 30.437.770 aventi diritto, cioè il 93,8 percento. Addirittura il 93,9 percento (27.391.239 elettori) per il Senato. Non c’è nessun vinto, benché ci sia un netto vincitore. La DC passa dal 40,1 al 42,4%; aumento del PSI; il PCI perde 3 seggi, le destre 20. Ma dopo le vicende d’Ungheria la conservazione del consenso è il massimo che lo schieramento comunista si potesse aspettare. A qualche settimana dalle elezioni, Amintore Fanfani forma il suo secondo governo (il primo, varato nel gennaio ’54, era durata meno di due settimane): la sarabanda di governi e incarichi tra i cavalli di razza democristiani inizia.
Quasi subito dopo essersi insediato, il presidente del consiglio Amintore Fanfani vola a Washington dove tiene un discorso al Congresso americano nel quale propone l’Italia come possibile mediatrice nelle relazioni tra gli Stati Uniti e i paesi arabi. Nel testo del comunicato emanato dalla Casa Bianca, sull’incontro tra Eisenhower e Fanfani si legge: «Il Presidente, il Segretario di Stato ed il Primo Ministro si sono scambiati punti di vista sul recenti sviluppi nel Medio Oriente e si sono trovati in soddisfacente accordo. Essi hanno anche convenuto sull’importanza della posizione dell’Italia rispetto ai suoi interessi nel Mediterraneo e nel Medio Oriente, e sulla conseguente importanza di assicurare i mezzi con i quali le opinioni dell’Italia possano essere tenute in conto su una base continuata». Il Medio Oriente è in fiamme. Nasser ha unito l’Egitto alla Siria, in una Repubblica araba unita, sotto lo sguardo compiacente dei russi e, di risposta, Giordania e Iraq si sono unificati, in una nuova Federazione araba, sotto la protezione degli americani. Ma Nasser ha adesso alimentato un colpo di stato in Iraq. La linea di politica estera dell’Italia nel Mediterraneo è ora tracciata e sarà seguita a lungo.
Il campionato di calcio l’ha vinto la Juventus, dove ci sono due nuovi arrivi, l’argentino rissoso e talentuoso Omar Sivori e il gigantesco gallese John Charles – quest’anno capocannoniere con 28 reti – che vi resteranno a lungo e che con Boniperti formeranno un Trio magico tra i più prolifici. Ma questo è l’anno del campionato del mondo di calcio, in Svezia, e il primo che viene trasmesso in mondovisione. E d’altronde, noi italiani possiamo solo guardare. E masticare amaro per quell’esclusione della nazionale azzurra per mano dell’Irlanda del Nord. E sì che in squadra c’erano due campioni mondiali, Schiaffino e Ghiggia, uruguagi di quella formazione che aveva espugnato il Maracanà brasiliano nel 1950, provocando una tragedia nazionale. E non erano i soli oriundi. C’erano anche Montuori, un argentino che veniva dal Cile e giocava nella Fiorentina, e Da Costa, un brasiliano che giocava nella Roma. Ma in una partita in cui sarebbe bastato un pareggio, il commissario tecnico Foni decise di impiegarli tutti e di aggiungerci Pivatelli che era il bomber del Bologna. Cinque attaccanti puri. Un disastro. L’Italia non partecipava per la prima volta alla fase finale del campionato del mondo di calcio.
Però, ci lustriamo gli occhi: Gilmar, Djalma Santos, Nilton Santos, Zito, Bellini, Orlando, Garrincha, Didì, Vavà, Pelè, Zagalo. Chiunque avesse i calzoni corti in quell’anno saprà ripetervi a memoria questa formazione, la Seleçao più amata della storia, il calcio come non si è mai più visto, quella che vinse i mondiali in giugno. Pelè, o Rei; Garrincha l’allegria del popolo; Didì, per l’eleganza, il Principe; Nilton Santos, per l’immensa conoscenza calcistica, è l’Enciclopedia; e Djalma, da sempre e per sempre, è «o lateral eterno», il terzino eterno. Il commissario tecnico Feola, un panzone che mangiava durante gli allenamenti, decide alla seconda partita, di sostituire Altafini (Altafini!) con Pelè, che ha appena 17 anni. Un fenomeno. Uno che in finale riceve un assist nell’area svedese, stoppa di petto la palla, pallonetto per saltare l’accorrente difensore Gustavsson e riprende la sfera al volo battendo il portiere Svensson. Da allora, lo chiamano “sombrero”. È così che noi che avevamo i calzoni corti all’epoca abbiamo visto tutto.
Sulle spiagge si canta Modugno, che ha trionfato al Festival di Sanremo. In gara c’erano Claudio Villa, Natalino Otto, il duo Fasano, Gino Latilla, insomma la crema della voce italiana. E c’era Nilla Pizzi, con L’edera. Faceva così: «Son qui tra le tue braccia ancor / avvinta come l’edera / son qui respiro il tuo respiro / son l’edera legata al tuo cuor». Nilla Pizzi era la Regina della canzone italiana. L’edera, Nilla Pizzi la cantava con Tonina Torrielli, la caramellaia di Novi, per via che veniva da una fabbrica di dolciumi, dov’era operaia – c’erano gli operai in Italia. Una coppia di voci e di presenza impeccabili: la “tradizione”. Non c’era partita.
Poi arrivò lui, di Polignano a Mare: Domenico Modugno. A Sanremo aveva portato un brano estroso. Modugno non sapeva scrivere la musica, suonava a orecchio. Quando Gorni Kramer, direttore dell’orchestra di Sanremo, un mito amatissimo e seguitissimo, la sentì la prima volta, sbottò: «Ma che pazzia è questa canzone? Non ha stile, non esiste!» L’assistente di studio per le riprese televisive si accorge durante le prove che le braccia di Modugno, spalancate nel ritornello, davano problemi con le inquadrature. A differenza degli altri interpreti, che se ne stavano sempre composti, lui era tutto uno slancio. Nel ritornello, poi, muoveva di continuo le braccia verso l’alto. Il regista non era mai pronto a seguire con l’inquadratura il movimento delle braccia. Così, l’assistente si avvicina a Modugno: «Guardi che il regista vorrebbe che lei stesse un po’ più fermo». Modugno lo guarda senza capire. Dalla platea si levarono delle risate. Nella prima serata, al termine dell’esecuzione, si levarono applausi a non finire.
Faceva così: «Penso che un sogno così / non ritorni mai più / mi dipingevo le mani e la faccia di blu / poi d’improvviso venivo dal vento rapito / e incominciavo a volare nel cielo infinito / Volare oh oh / Cantare oh oh oh oh».
Dipingersi le mani e la faccia di blu. Essere rapiti dal vento, volare liberi nel cielo, a braccia aperte. Un gesto straordinariamente folle e poetico, un’idea dadaista, surrealista, cubista, senza necessariamente essere tutta sta roba qua. Con un signore elegante in smoking bianco che gorgheggiava e allargava le braccia come volesse abbracciare il mondo tutto. Una rivoluzione da fermi. Ma quale edere avvinghiate: possiamo volare volare volare.
E la cosa più straordinaria non fu questa, che vinse. Fu che l’Italia tutta se ne innamorò. Si innamorò di se stessa, di quel sogno assurdo e meraviglioso, di quel mondo bellissimo che aveva dentro e che aspettava di essere raccontato, per esplodere. Voleva lo spazio infinito l’Italia, voleva il cielo. Quello che sentiva crescere nei suoi desideri. Quell’Italia desiderava volare. Voleva il blu. E blu, di mare e cielo, in quell’estate ce n’era tanto.
In bici fa sfracelli Ercole Baldini, il Treno di Forlì, il Direttissimo della Romagna. È forte sia in pista – ha anche detenuto il record dell’ora – che su strada, dove si mostra un buon passista, un buon scalatore e ottimo nella crono: l’anno scorso ha vinto anche il Trofeo Baracchi con Coppi, che sarà l’ultimo prestigioso trofeo del Campionissimo. Vince il Giro d’Italia a giugno e salta il Tour, che va al lussemburghese Charly Gaul, arrivato terzo da noi, per concentrarsi sul Campionato del mondo, dove dominano i belgi. Ed è proprio del conflitto tra Rik Van Steenbergen e Rik Van Looy in fuga che il Direttissimo della Romagna approfitta: li va a riprendere e li stacca, giungendo solo al traguardo. Un anno d’oro per Baldini, campione un po’ in ombra, che non si ripeterà più a questi livelli.
Al cinema spopola Steve Reeves, nelle Fatiche di Ercole, il film che darà inizio al ciclo peplum che sbancherà ai botteghini prima che arrivino gli spaghetti-western e i poliziotteschi. L’idea era dello sceneggiatore Ennio de Concini che però faticava a trovare un produttore. In realtà, c’era un illustre precedente, quello che era considerato il primo capolavoro del cinema, il Cabiria di Pastrone del 1914, dove recitava un uomo i cui muscoli erano più importanti del talento di attore e il cui nome, Maciste, era stato inventato da Gabriele D’Annunzio: per la parte di Maciste era stato scelto uno scaricatore del porto di Genova. Il regista Francisci l’anno prima, selezionando facce per il casting, aveva incrociato le foto di Reeves, un giovanottone del Montana che nel 1947 aveva vinto il titolo di Mr. America e l’anno dopo quello di Mr. World e poi di Mr. Universo. Così, Reeves arrivò in Italia e le Fatiche di Ercole furono un successo straordinario a cui seguirono negli anni Ercole e la regina di Lidia, Romolo e Remo, La leggenda di Enea, Gli ultimi giorni di Pompei, La guerra di Troia, facendo di Reeves l’attore più pagato d’Europa.
Ma sugli schermi arriva anche I soliti ignoti di Monicelli – un cast strepitoso, con Gassman, Mastroianni, Totò, Renato Salvatori, una giovanissima Claudia Cardinale, supportato da caratteristi straordinari come Memmo Carotenuto, Tiberio Murgia e Carlo Pisacane, in arte Capannelle – da un soggetto di Age e Scarpelli che avevano tratto ispirazione da un racconto di Italo Calvino: Furto in una pasticceria e girato in una Roma che non esiste più da tempo. La storia di un tentativo di furto al Monte di pietà, passando per un appartamento ritenuto vuoto, che mette assieme una banda di sciamannati e che si risolverà nel passaggio da un salotto a una cucina dove ci si ritroverà tutti seduti a mangiare un piatto di pasta e ceci.
È la commedia all’italiana. L’Italia ride e fa sorridere, dei propri caratteri, delle proprie fantasie, della propria umanità – che poi è la cosa che ci riesce meglio.

Messina, 11 agosto 2018.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 15 agosto 2018.

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