Francia reclusa: sistema crudele e malato.

Una cosa è sicura: le carceri francesi hanno un grosso problema con gli elicotteri. Pascal Payet c’è riuscito due volte, a evadere. Anzi, per la verità, sono tre le fughe in elicottero che portano la sua firma. Era stato arrestato a Parigi nel 1999 dopo una rapina a un furgone blindato in Provenza in cui c’era scappato il morto. Nel 2001, poco prima del processo, riuscì a evadere dalla prigione di Luynes a bordo di un elicottero che era stato sequestrato da alcuni suoi complici. Nel 2003 è lui a organizzare la fuga di alcuni detenuti “pesanti” sempre dal carcere di Luynes e sempre per mezzo di un elicottero. Lo arrestano nel 2005, lo condannano a trent’anni. Cominciano a spostarlo da una prigione all’altra, trenta in nove mesi, per non dargli il tempo di pensare una fuga e per non dare modo ai suoi complici all’esterno di organizzarla. Eppure, il 14 luglio 2007, approfittando della festa nazionale francese, quattro uomini mascherati e armati di tutto punto arrivano alla prigione di Grasse con un elicottero sequestrato all’aeroporto di Cannes-Mandelieu, tirano fuori Payet dall’area di isolamento dove si trovava, e se lo portano via. Fu nuovamente arrestato il 21 settembre 2007 a Mataró, nella periferia nord di Barcellona e da allora, per motivi di sicurezza, nessuno sa dove sia.
La fuga più recente in elicottero è una fotocopia. Il primo luglio 2018, tre uomini incappucciati e armati di fucili d’assalto arrivano in elicottero al centro penitenziario dell’Ile-de-France meridionale a Réau, si fanno strada fino al parlatorio dove un detenuto sta incontrando suo fratello, lo prendono e se lo portano via. Stavolta, insieme all’elicottero hanno sequestrato anche il pilota. Elicottero e auto della fuga saranno poi abbandonati bruciati nell’Oise. Il detenuto in fuga – peraltro già evaso da un’altra prigione nel 2013 dopo aver fatto saltare una serie di porte blindate e preso quattro ostaggi – si chiama Rédoine Faïd e verrà catturato definitivamente nell’ottobre.
Ma la pioniera di queste fughe in elicottero è una sposa devota, Nadine, moglie di Michel Vaujour, un rapinatore. È la mattina del 26 maggio 1986. Una donna arriva all’aeroporto di Saint-Cyr-l’Ecole. Sta affittando un elicottero, il che non è insolito: nei mesi precedenti, la giovane donna ha preso lezioni di volo e ora è un pilota regolare e esperto. Decolla alle 10:27. Direzione: prigione La Santé, nel cuore di Parigi, è lì che è incarcerato suo marito Michel. L’elicottero sorvola la circonvallazione, arriva alla prigione, si posiziona sopra un cortile e resta in volo stazionario. Nadine lancia un gancio al marito, per mezzo di una canna da pesca telescopica; Michel afferra il gancio, si fa tirare fin sul tetto, si allunga ai pattini dell’elicottero – è fatta. L’elicottero decolla di nuovo e si dirige a sud della capitale. Atterreranno nel parco della Cité Universitaire e scompariranno. Quattro mesi più tardi Michel verrà colpito alla testa durante una rapina e rimarrà paraplegico. Nadine sarà condannata a 18 mesi di prigione e in carcere partorirà la sua bambina.
Ma il vero grosso problema le carceri francesi hanno dovuto affrontarlo con l’emergenza-covid19. Scrive la Section française dell’O.I.P., Observatoire International des Prisons: «Nelle carceri, lo scoppio della crisi sanitaria ha sorpreso le autorità. Una cosa è certa: a marzo, lo stato delle carceri francesi non consentiva loro di affrontarlo. Il paese ha un nuovo record di detenzione, con 72.650 persone detenute. Come rispetti le regole del distanziamento fisico quando, nei centri di custodia, che hanno un tasso di occupazione medio del 140%, tre o addirittura quattro detenuti sono rinchiusi in una cella di nove metri quadrati? Come proteggere, pulire, disinfettare, ventilare quando gran parte dell’infrastruttura è fatiscente e antigienica? Come prendersi cura dei malati quando le unità sanitarie soffrono di una mancanza cronica di risorse e personale? In realtà, ogni prigione costituisce un potenziale focus epidemiologico. Per anni, la situazione carceraria è stata lasciata peggiorare e la crisi ha gettato una cruda luce su un sistema già malato. I primi annunci del governo non sono all’altezza della situazione e si concentrano sulla riduzione dei movimenti di detenzione e degli scambi con il mondo esterno. Il ministero della Giustizia decide, il 17 marzo, di sospendere le visite, nonché tutte le attività (lavoro, formazione, attività socioculturali e istruzione). Cresce la richiesta di prendere in considerazione un’altra opzione, l’unica che sarebbe appropriata: ridurre la pressione carceraria. Più di un migliaio di avvocati, magistrati, operatori sanitari chiedono una riduzione urgente e significativa del numero di persone incarcerate e di evacuare le persone più vulnerabili alla salute: “Non domani. Non la prossima settimana. Oggi”. Anche i detenuti, spinti dalla preoccupazione, si stanno mobilitando. In un testo che circola in vari istituti penitenziari, scrivono: “Noi, prigionieri, accusiamo il sistema giudiziario e carcerario di metterci in pericolo di morte e chiediamo immediatamente lo sblocco di tutte le prigioni”. Il governo infine annuncia il 23 marzo che avrebbe autorizzare il rilascio di 5.000 detenuti a cui manca poco per il fine-pena. Una buona cosa, ma in ritardo e soprattutto ritenuto insufficiente sia dagli osservatori che da alcuni magistrati. Mentre, nei tribunali, i giudici responsabili dell’applicazione delle sentenze, i pubblici ministeri, i funzionari della prigione e gli operatori sanitari lavorano fianco a fianco per far uscire il maggior numero possibile di persone dalla prigione, l’amministrazione cerca di limitare la diffusione del virus in detenzione. Le logiche di sicurezza – a volte assurde – si oppongono agli imperativi della prevenzione sanitaria: il gel idroalcolico, per dire, è vietato durante la detenzione, poiché l’alcol è vietato; la promiscuità è la regola, ​​che si tratti di passeggiate o di avere accesso a cabine telefoniche, le interazioni sono numerose e i gesti di barriera al virus a volte impossibili; le docce sono condivise e non c’è disinfezione; non c’è alcun involucro di plastica sui cibi, e sono ancora serviti in ciotole di acciaio aperte e la ciotola passa di mano in mano. Tuttavia, dobbiamo riconoscerlo: il peggio è stato evitato: il virus non si è diffuso come un incendio, come si sarebbe potuto temere – anche se due persone sono morte dopo aver contratto la malattia, un detenuto e una guardia. Ma la trasformazione principale è che sotto l’effetto combinato della politica di rilascio anticipato delle persone alla fine della loro pena, il declino dell’attività giudiziaria e la diminuzione della delinquenza durante il contagio, le carceri francesi ospitavano, il 24 maggio, 13.649 detenuti meno che all’inizio della crisi. Mentre la Francia ha registrato un’inflazione carceraria continua negli ultimi vent’anni, questa situazione senza precedenti dimostra che è possibile un’altra strada. L’esperienza degli ultimi mesi mette in discussione le pratiche: “La pena detentiva deve rimanere al centro delle nostre richieste?”, si chiede un pubblico ministero».
Uno sguardo sullo stato delle prigioni francesi è desolante. All’inizio del 2020, 35 penitenziari sono stati considerati dalla giustizia francese come luoghi in cui le persone sono esposte a condizioni non dignitose. La dilagante inflazione di carcerizzazione ha ulteriormente peggiorato il deterioramento delle condizioni e portato all’invecchiamento precoce delle infrastrutture: addirittura, un terzo del “parco prigioni” è oggi considerato fatiscente. Sovraffollamento cronico, fatiscenza, insalubrità, scarsa igiene, mancanza di privacy che genera violenza e tensione, mancanza di attività – questi sono i punti salienti messi in evidenza da inchieste e indagini. Anche da parte di organismi internazionali, come le Nazioni Unite che, nel loro ultimo rapporto, deplorano «le condizioni materiali di detenzione inadeguate che prevalgono in questi stabilimenti, in particolare le condizioni fatiscenti e la mancanza di igiene e pulizia». La Francia è stata condannata 18 volte dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, per le condizioni di detenzione che violano l’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU) che vieta la tortura e un trattamento disumano o degradante, e è stata “sollecitata” a adottare misure strutturali per porre fine al sovraffollamento delle carceri.
Due anni fa, «Les Echos», il più autorevole quotidiano economico-finanziario francese, aveva sintetizzato la situazione delle carceri francesi in cinque cifre: 1) il 52% delle pene riguarda la prigione, più di una sentenza su due. Solo nell’11% dei casi, il giudice ha richiesto una pena alternativa come il braccialetto elettronico. 2) 80.000 detenuti in Francia, e solo 11.000 scontano la pena fuori dalle mura della prigione. Tra gli altri 69.000 distribuiti in circa 188 istituti penali, ci sono 20.000 imputati, vale a dire persone imprigionate in attesa di processo. La stragrande maggioranza dei detenuti (97%) sono uomini. Solo 2.500 donne sono in prigione. 3) Prigioni piene al 116%. Con 69.000 prigionieri per 59.765 posti di detenzione, la Francia è tra i peggiori in Europa in termini di sovraffollamento carcerario. Solo il Belgio (127%) e l’Ungheria (129,4%) fanno peggio, mentre la media dell’Unione europea si attesta al 94%. 4) Budget di 2,8 miliardi di euro. Dei quasi 7 miliardi di budget assegnati alla Giustizia nel 2018, quasi il 40% è dedicato all’amministrazione carceraria. Come sono distribuiti? La costruzione di nuovi stabilimenti e la rimessa a norma di carceri malsane da sole arrivano a quasi un miliardo di euro, mentre le spese relative alla sicurezza degli stabilimenti (videosorveglianza, recinzioni, eccetera) continuano a crescere. Al contrario, per il reinserimento dei detenuti, un fattore decisivo nella prevenzione, sono destinati solo 25 milioni di euro, pari allo 0,8% del budget dell’amministrazione penitenziaria. 5) 28.000 agenti. Con un sorvegliante per 2,5 detenuti, la Francia ha uno dei peggiori tassi di rapporto in Europa. Alcuni paesi, come Svezia, Danimarca o Paesi Bassi, hanno persino più agenti dei prigionieri. Il reclutamento di nuovi agenti è stato una delle prime richieste dei sindacati. Ma secondo i dati ufficiali, 2.500 posti di sorvegliante sono attualmente vacanti per mancanza di candidati.
Come si è visto, alcuni di questi dati sono persino peggiorati in questi anni.
Che sia una questione annosa, lo dimostra il Rapport de M. Alvaro Gil-Robles, Commissaire aux droits de l’homme, sur le respect effectif
des droits de l’homme en France suite a sa visite
du 5 au 21 Septembre 2005. Al termine di una missione in 32 stati europei, tra cui sedici giorni trascorsi in Francia, Gil-Robles classificò le carceri francesi tra le peggiori d’Europa. In un’intervista a «Libération», descrisse in particolare la prigione di Baumettes a Marsiglia come un “luogo ripugnante”. Il livello delle prigioni francesi è dietro quello della Moldavia – sostenne Gil-Robles. «Il tasso di suicidi in detenzione (115 decessi nel 2004) è 6,4 volte superiore alla media francese, l’assistenza medica è insufficiente o addirittura inesistente, mentre dal 70 all’80% dei detenuti soffre di disturbi psichiatrici e un terzo è tossicodipendente quando entra in prigione – sottolinea il rapporto. Il numero di lavori penitenziari è diminuito del 30% dal 2000. Solo un terzo dei detenuti è retribuito. Il tasso di formazione è al minimo da dieci anni».
Nel 2013, Marie Crétenot e Barbara Liaras dell’European Prison Observatory, hanno rilasciato un paper, pubblicato dall’associazione Antigone, sulle Prison conditions in France. Tra le altre cose, si cercava di capire quale impatto potesse avere avuto la crisi economica del 2008 sullo stato delle prigioni e sulla condizione dei detenuti. Vi si legge: «La crisi economica non ha avuto alcun impatto sul bilancio annuale dell’amministrazione carceraria. È in costante aumento dal 2008 (1,9 miliardi di euro nel 2008, 2,51 nel 2013). Tuttavia, la maggior parte dei fondi aggiuntivi è stata assegnata per aumentare il “parco carcerario” (costruzione di nuove prigioni nell’ambito di partenariati pubblico-privato) piuttosto che per iniziative di riabilitazione come lo sviluppo di attività di detenzione. Tuttavia, la crisi ha inasprito il declino dell’offerta di lavoro fornita dai partner privati. Gran parte del lavoro disponibile per i prigionieri è lavoro industriale, un settore in declino in Francia, colpito dalla crisi. Il numero di detenuti impiegati nel settore industriale è diminuito del 9% dal 2008. Inoltre, alcune organizzazioni di formazione o associazioni coinvolte in attività socioculturali e istruzione per la salute o attività di pre-rilascio hanno subito un taglio dei sussidi».
Forse, gli elicotteri non sono il più grosso problema delle carceri francesi.

Nicotera, 31 luglio 2020.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 10 settembre 2020.

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I tatuati di Colleferro.

Prima o poi sarebbe successo.
I tatuati di Colleferro hanno questo modo – mica ci sono solo quei quattro, la comitiva è di una decina, e mandano avanti il piccoletto, quello si infila in un gruppo, prende la rissa, lo mettono giù. A questo punto, arrivano loro, i grossi, e menano tutti. E spaccano tutto. Fanno sempre così. Ogni sabato.
I tatuati di Colleferro – il sabato seminano il terrore. Gli piace la leggenda che gira intorno – a Artena, a Paliano, a Cori, a Colleferro, li conoscono tutti. Sono “la banda di Artena”. Li evitano tutti, se possono. Non sempre si può. E c’è sempre qualcuno che ancora non sa. E ci casca. Un’altra rissa, un altro pestaggio. Un’altra tacca. Un altro post da mettere sui social.
È il bullismo sistematico – l’ideologia del bullismo. Come fosse un riscatto, un ascensore sociale, una rivendicazione: «La vita in ginocchio, fatela fa’ a altri», scrive Gabriele Bianchi sul suo profilo facebook. Loro no. Loro, la vita la prendono a mozzichi. Loro, la vita degli altri, se la prendono.
I tatuati di Colleferro – non sono nati ricchi. Non sono come Gianluca Vacchi, tatuato e palestrato come loro che su Instagram posta le foto dei suoi balletti, dei suoi viaggi sullo yacht, del suo far nulla, con patrimonio assicurato, che ha migliaia e migliaia di follower. Vorrebbero. Loro vorrebbero – fiche strepitose accanto, dai fianchi sottili e dalle tette enormi, fiche-fumetto, patacche di orologi e collanazze d’oro, un brillante al lobo dell’orecchio, una ricchezza ostentata e schiaffata in faccia, che affascina migliaia di falliti, frustrati. Essere poveri non è una virtù – ce lo ricorda Briatore continuamente. Lavorare ed essere poveri – è una sfiga doppia. Ma Vacchi non ha bisogno di mozzicare nella vita – si diverte, se la gode, è ricco di famiglia. I tatuati di Colleferro no – se va bene, vanno in gita a Ponza un fine-settimana e si sparano i selfie, mica fanno la crociera nel Mediterraneo con chef e maggiordomo sullo yacht. Loro vorrebbero. Loro devono prenderla a morsi la vita. Quella degli altri.
«Il modo in cui odio e amo è pesante» – scrive uno dei tatuati di Colleferro. È una frase di Gué Pequeno, il rapper che è andato anche all’Isola dei famosi e ha scritto un libro, Guerriero, in cui racconta se stesso, tra periferie e suite a cinque stelle, tra poesia e slang di strada, tra droghe e ossigeno, e i suoi sogni: «Mi ero ripromesso due cose: che avrei spaccato col mio stile e avrei fatto i soldi».
i soldi – è l’ossessione dei tatuati di Colleferro. Quelli che non hanno, quelli che vorrebbero avere. Ma c’è anche un’economia del bullismo – recupero crediti di droga, la palestra delle arti marziali: essere bulli di periferia può tornare utile, fare branco può tornare utile.
Prima o poi sarebbe successo – non può succedere a Vacchi e non può succedere a Pequeno, che ai soldi ci sono arrivati o se li sono trovati. A loro sì, a loro poteva succedere. Ma nessuno li ha fermati prima. Eppure, tutti sapevano.
Melissa Morganti è la sorella di Emanuele, ucciso nel 2017 a vent’anni a pugni e calci da un branco di balordi fuori del Mirò Music Club, in piazza Regina Margherita, ad Alatri. Era andato a ballare con la sua Ketty e non è più tornato a casa: «La mia idea di Giustizia mi spinge a voler fare in modo che quello che è accaduto a Emanuele non succeda ad altri. Perché questo non resti retorica, dico che la legalità e il rispetto per la vita umana devono venire prima del rispetto per la natura, l’ambiente, il clima. Se un Paese e i suoi cittadini non rispettano la vita dei loro simili, come e cosa possono amare e rispettare? Nella morte di Emanuele non c’è complotto o intrigo. È la fine di un bravo ragazzo di 20 anni che non desta molto interesse. Questo è il punto, la gente dovrebbe essere più colpita da un’uccisione immotivata». Invece, è successo a altri, è successo a un altro bravo ragazzo, a Willy, e nello stesso identico modo come è successo a Emanuele, una rissa, mettersi in mezzo per placare, una tempesta di violenza che si abbatte su di loro.
Emanuele e Willy facevano la cosa giusta – provare a sedare una rissa. Le risse nei locali nascono sempre per cose balorde, uno sguardo alla ragazza del gruppo, un urtarsi in qualche passaggio e non chiedere scusa, una mancanza di “rispetto”. Branchi che si contendono un territorio minuscolo dove qualcuno dovrà cacciare via qualcun altro, per sempre. Qualche volta saltano fuori le lame, a volte non serve. Emanuele e Willy non avevano branco – e questo è stato fatale.
È l’idea della violenza come regola di vita – fare la cosa giusta è una debolezza. La violenza è ovunque, non puoi resisterle, non puoi rovesciarla – puoi farla solo tua. Esibirla. Gonfiare i muscoli, metterti in posa – io sono un’arma pericolosa, fate attenzione.
C’è il minuto di silenzio nella piazza del comune di Colleferro. La società civile è sgomenta. Non sa come reagire, sente di avere subito un torto, di vivere un lutto. Ma è troppo tardi, per Emanuele e Willy. Anzi, è “Tardissimo” – come canta Gué Pequeno. Nessuno farà più la cosa giusta a Colleferro. E noi, ne avremo di retorica, ancora.

Nicotera, 7 settembre 2020.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano dell’8 settembre 2020.

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