Gramsci e Dante, due umanisti radicali per costruire l’Italia.

Cadono quest’anno due centenari importanti, la nascita a Livorno il 21 gennaio del 1921 del Partito Comunista d’Italia – Sezione dell’Internazionale comunista (che tale fu la denominazione propria fino allo scioglimento dell’Internazionale nel 1943, da cui rinacque come Partito comunista italiano) e la morte a Ravenna nella notte tra il 13 e il 14 settembre del 1321 di Durante di Alighiero Alagherii o de Alagheriis, che tale era la sua denominazione propria, noto infine come Dante Alighieri o anche semplicemente: Dante. È del primo che dovrei dire – e di quale significativo ruolo abbia avuto nella storia di questo Paese. Eppure, in qualche modo mi pare esistano delle correlazioni tra i due avvenimenti.
Non parlo qui del fervore con cui Gramsci studiò Dante: nei Quaderni del carcere scritti tra il 1929 e il 1935 durante la prigionia impostagli dalla dittatura fascista l’unico approfondimento di intenzione assolutamente letteraria e non di “critica militante” fu una riflessione di esegesi dantesca: si tratta degli appunti sul Canto X dell’Inferno; a Gramsci era rimasto inappagato durante i corsi universitari torinesi un desiderio di conoscenza. La richiesta di poter avere in carcere «una Divina Commedia di pochi soldi» è immediata ma passerà del tempo prima che la cognata Tatiana possa cominciare a consegnargli libri e riviste; tra questi, entreranno nella sua cella «il Dante minuscolo hoepliano» e La poesia di Dante di Benedetto Croce. La “nota dantesca” è stesa tra il 1930 e il 1932. Il tema era annunciato nella prima pagina dei Quaderni, datata 8 febbraio 1929, quando il detenuto a Turi n. 7047 ha finalmente ottenuto carta e penna lungamente richieste, e un tavolino fatto fare a proprie spese: Cavalcante Cavalcanti: la sua posizione nella struttura e nell’arte della Divina Commedia. Arriverà pure, più tardi, un altro libro, Dante, Farinata, Cavalcanti del giornalista Vincenzo Morello, detto Rastignac, che diventerà obiettivo della sua critica – capovolgendo la gerarchia tradizionale fra i due personaggi del canto, Gramsci fa di Cavalcante il vero cuore dell’episodio – non meno della distinzione tra “poesia” e “struttura” che era propria della lettura crociana. A Croce Gramsci opporrà una lettura “stretta” tra capolavori dell’arte e rapporti sociali e la Commedia mostrerebbe proprio il carattere di passaggio tra un sistema culturale del passato, medievale, e l’emergere dei Comuni, che sarà anche l’emergere di un nuovo umanesimo e del ruolo dell’intellettuale: Cavalcanti, appunto, ne è un’anticipazione.
Ma i riferimenti a Dante punteggiano tutta l’opera dei Quaderni in particolare nell’accostamento del Sommo Poeta a Machiavelli – devo dirlo che gli autori italiani più tradotti al mondo sono loro tre? – e per l’individuazione della Chiesa «come problema nazionale negativo» e per la distanza tra il «neo-ghibellinismo di Dante», che adombra una visione politica elitaria, e il Principe, in cui la crisi “delle strutture” sembra aprirsi verso la modernità. Sempre però Gramsci riconosce a Dante di essere stato il tornitore di quella lingua che diventerà il primo fondamento dell’identità nazionale.
E forse qui potrei cominciare a dire propriamente di ciò di cui dovrei dire: il Partito comunista italiano ha sempre fatto dell’identità nazionale un elemento distintivo. La sua “anomalia” – essere il Partito comunista più forte d’Occidente, in un’Europa tagliata a metà dalla cortina di ferro – ha le sue radici propriamente in questo carattere nazionale, in questa forte appartenenza nazionale. Non che a Livorno fosse propriamente così. La nascita fu disagiata – la sede in cui si recarono i delegati comunisti che uscirono al canto dell’Internazionale dal Teatro Goldoni dove si era consumata la crisi del Partito socialista nel suo XVII Congresso era un vecchio teatro, il San Marco, diventato deposito militare, e non aveva sedute e si dovette stare tutti in piedi e con gli ombrelli, perché dalle finestre rotte e dal tetto entrava acqua a dirotto, raccontò poi tanti anni dopo su «Rinascita» Umberto Terracini, in Il 21 gennaio 1921 incomincia la lunga giornata senza crepuscolo.
Soprattutto – era pieno di delegati stranieri comunisti e si svolse sotto il vigile sguardo di delegati russi dell’Internazionale. D’altronde, Lenin e Trotsky non avevano lasciato margini di dubbio: bisognava uscire dal rapporto con i “riformisti” e costruire un partito proprio. I compagni sovietici avrebbero dato il loro supporto. Questa “golden share” russa durò a lungo, almeno fino allo strappo di Berlinguer. Eppure, tra i tormenti storici di un’esperienza comunque straordinaria questo carattere “nazionale” – una lettura acuta dei fenomeni sociali, economici, culturali delle classi e delle élite italiane, dei loro mutamenti e delle loro permanenze – non si spense mai. Merito del lavorio di Gramsci, certamente, gigantesca figura che nel “dolce stil novo” delle sue scritture in carcere – lui, in esilio come Dante, lui che come Dante crede nel ruolo civile della letteratura, lui che come Dante crede nella possibilità della salvezza umana – traccia i fondamenti di una cultura politica a venire. Ma non solo: come non leggere un filo rosso di continuità tra il concetto di egemonia e la lettura della questione meridionale con la svolta di Salerno e il compromesso storico?
Il crepuscolo, nonostante la ferma intenzione di Terracini, comunque arrivò. La “lingua comunista” si disperse in mille dialetti – che neanche più la guerra intestina fra guelfi bianchi e guelfi neri al tempo di Dante potrebbe dar conto. E io non so se questo abbia fatto poi davvero bene a questo Paese.

Nicotera, 15 gennaio 2021.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 16 gennaio 2021.

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Sanpa: dove tutto è collassato.

Se conoscete qualcuno che sia sopravvissuto agli anni Settanta, e se glielo domandate, a gentile richiesta vi potrà raccontare due storie, di due suoi amici – lo stesso collettivo studenti, le stesse prime occupazioni e i primi scioperi, le stesse botte coi fasci, forse amavano la stessa ragazza: uno è finito nella lotta armata e uno è finito nell’eroina. Morto o in galera l’uno; morto o in galera l’altro. Perché è questa la storia intorno la storia di Sanpa – com’era detta San Patrignano, la comunità messa in piedi da Vincenzo Muccioli, sanguigno, esagerato e controverso come la sua Romagna, terra di Nenni e Mussolini, e come si titola il docufilm su Netflix che la storia di Sanpa racconta e che un notevole successo ha raccolto e un fitto dibattito soprattutto sui social ha aperto. Che io solo di questo vi vorrei dire.
Coglie questo punto, che a me sembra centrale, un commento su facebook di Giorgio Cappozzo: «quell’esperienza è il ritratto più dettagliato della sconfitta della politica insorgente degli anni Settanta». Perché è questo quello di cui parliamo pensando a questa storia di «castigo e retorica, vocazione messianica e possesso» (sempre Cappozzo) – non c’è resurrezione se non c’è stata morte. E la morte di cui parliamo è quella dei grandi movimenti giovanili e sociali degli anni Settanta, finiti nel tunnel della lotta armata o dell’eroina. Che l’una non si scambi con l’altra, certo: però, qualcosa dice se già in carcere ma con più costanza e continuità una volta fuori, non pochi che avevano scelto la lotta armata finirono a occuparsi, come “operatori” a vari livelli, dei tossici.
D’altronde, questo era chiaro a Muccioli e lo ricorda Giancarlo Castelli, in un altro post su fb: «in un pezzo su “Repubblica” Muccioli scrisse: la colpa di tutto questo degrado è del ’68. Paro paro, papale papale. Una specie di restaurazione culturale». E Davide Steccanella, sempre su fb: «Muccioli offre un mondo completamente diverso dove si mangia, si dorme e si lavora tutti insieme tra terra e animali: il mondo contadino di una volta in cui erano tutti più poveri e più felici». Non era il solo: per don Gelmini, fondatore delle Comunità Incontro era tutta colpa della “cultura dello sballo”, e la cultura dello sballo aveva le sue radici nell’eccesso di permissività e libertà degli anni Settanta.
Ma è proprio questo il punto più controverso: che Sanpa fosse proprio la sospensione dei diritti e delle libertà e che le uniche leggi che vigessero in quella che Christian Raimo, sempre su fb, ha definito «una micronazione» fossero quelle di Muccioli, presidente di quella micronazione, premier, e massimo magistrato. Eppure, queste nude vite, senza più diritti e senza più libertà, gli venivano “offerte” dai tossici che varcavano i cancelli di Sanpa – «un riparo campagnolo dalle tentacolari città italiane di fine anni Settanta», sempre Steccanella, su fb – e che ci restavano: che ce ne facciamo noi di diritti e libertà se non per continuare a fare del male a noi stessi e agli altri? È qui, nel cuore di quei ragazzi la sconfitta degli anni Settanta.
Dice Fabio Aribaldi che dalla dipendenza da eroina si sbarazzò fino a diventare portavoce di Sanpa – lo ricorda Mattia Feltri su «Huffington» in un editoriale in cui circumnaviga con Sofocle e Kant la legge morale e la legge dello Stato – «che ci sono luoghi e momenti, come San Patrignano e la tossicodipendenza, in cui il confine fra la vita e la morte è una piccola terra di nessuno dove l’esercizio della libertà, della responsabilità e della volontà diventa indisponibile. Lui, dice, non era più in grado di esercitare libertà, responsabilità e volontà. Qualcuno, arbitrariamente, lo fece per lui e lo salvò».
È un invito, questo di Feltri, a sospendere il giudizio – sulle botte, sulle catene, sui suicidi, sull’intervento tardivo e ipocrita dello Stato che condannò Muccioli quando non ne poté più fare a meno perché si moltiplicavano le storie e i racconti “da dentro”, distorti forse come tutte le testimonianze, perché proprio in quell’assenza si era sviluppato Sanpa – in nome anche dei “risultati”, migliaia e migliaia di “salvati”.
E cambia, eccome, il registro degli interventi se a parlare sono loro, i tossici. Perché una cosa è posare lo sguardo sull’istituzione molare, se così si può dire, della comunità, e un’altra sui soggetti molecolari di quelle comunità. La carne e il sangue – quel poco che almeno ne rimaneva. Qui non c’è sospensione di giudizio. Ancora Giancarlo Castelli, su fb: «l’ho sempre detestato, quel fascista, lui e tutte le comunità piccole, sparse qua e là per l’Italia che si ispirarono a quel modello infame. La scoperta (per me) anni dopo dell’esistenza di altre comunità per tossicodipendenti che risultavano comunque efficaci allo scopo, pur applicando metodi diametralmente opposti, tipo la comunità di San Benedetto al Porto di don Gallo (dove ho vissuto per tre mesi), smontò definitivamente la teoria per cui soltanto con quella barbara coercizione muccioliana si potessero ottenere buoni risultati di contrasto alla dipendenza e aprì veramente una luce nuova».
Scrive Nina Roselux, su fb: « Fascismo, stato assente, famiglie assenti. Sembra che nessuno abbia davvero presente cosa significasse essere un tossico da eroina. Sembra che nessuno sappia cosa significasse avere a che fare con un tossico da eroina, quanto una famiglia, impotente, non vedesse l’ora di levarsi dalle palle il figlio drogato (e come darci torto?) Che molti di questi tossici scegliessero di farseli togliere, questi diritti, perché già li avevano persi, non importa. Che la maggior parte di loro rimanesse comunque dentro non importa a nessuno. Ancora una volta, i tossici non vengono presi in considerazione. Sono solo un particolare, il protagonista di Sanpa, ora come allora, è Vincenzo Muccioli. C’era chi sceglieva di tornare in carcere, pochissimi a dire il vero, perché ti tratteneva lì la forza del gruppo. E funzionava nella misura in cui era “chiuso”. Perché, per lo meno per me, c’era un senso comunitario di aiuto. Poi sono arrivati i professionisti e li perculavamo anche un po’, ma hanno vinto loro».
Nina sembra tracciare una linea tra ciò che erano “prima” le cose e quelle che sono diventate “dopo” – quando tutto si è ingigantito e sono arrivati “i professionisti”. Il post di Nina ha solleticato alcuni di questi operatori che sono intervenuti. Scrive P. «la prossima settimana compio 34 anni di lavoro al Ceis, non mi sono mai “fatta” e quindi all’inizio ero uno di quegli operatori perculati… siccome ci sentivamo veramente un po’ incapaci, gli operatori si facevano un periodo di anche sei mesi come residenti. La tossicodipendenza e soprattutto le sostanze sono molto cambiate e le persone non reggerebbero un terzo di quello che si faceva all’epoca… Ecco perché sono entrate terapie sostitutive e psicofarmaci».
E scrive N., rivolgendosi a Nina: «pur non avendo fumato neanche uno spinello in vita mia, mi sono dedicato al problema per sei anni e per me non è stato semplice accettare un’altra istituzione. Quello che mi dava la forza e la convinzione di andare avanti era la vita dei “tossici”, elemento basilare per chi non fa uso, e la persona al centro di tutto».

Nicotera, 4 gennaio 2020.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 5 gennaio 2021.

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