Tutta l’America è in rivolta.

Ci mancavano solo i cinesi, a mettersi di mezzo. E così sui più importanti giornali cinesi, la “questione americana” è su tutte le prime pagine. Paragonata a quella di Hong Kong. Il «Global Times»: «È una regola generale che quando si espande il caos, non ha nulla a che vedere con la scintilla iniziale». Il «Quotidiano del popolo»: «Le proteste sono come uno specchio che riflette la disfunzione politica profondamente radicata e i valori caotici negli Stati Uniti». E per metterci una pietra sopra, per la prima volta in trent’anni, la polizia di Hong Kong ha sospeso le manifestazioni in memoria di piazza Tienanmen: così si fa. Vogliono togliersi i sassolini dalla scarpe, i cinesi, accusati a più riprese da Trump per la gestione delle proteste. Pochi giorni fa – in conferenza stampa – Trump è andato giù pesante: «La Cina ha violato la sua promessa di assicurare l’autonomia di Hong Kong», ha detto, minacciando di sospendere l’ingresso a certi cittadini cinesi identificati dagli Stati Uniti come possibile rischio per la sicurezza nazionale. E così, adesso, i riot americani sono diventati una questione internazionale.
Ma negli Stati uniti, non ci si raccapezza proprio. «The Seattle Times»: Proteste, poi il finimondo; «The Philadelphia Inquirer»: Rabbia e furia; «Arizona Republic»: Collera e angoscia; «Tampa Bay Times»: Marea di indignazione; «The Atlanta Journal-Constitution»: Rabbia, strazio; «Chicago Sun Times»: Rabbia rovente; «The Sunday Oregonian»: Città distrutte.
Sono alcune prime pagine di quotidiani americani che dal nord al sud, dall’est all’ovest, dalla rust belt alla frontiera, dal midwest alle calde spiagge della Florida titolano, stupiti, sorpresi, angosciati – chi poteva immaginare appena una settimana fa quello che sta succedendo? Nessuno.
Per quanto lunga sia la lista di giovani neri uccisi – meticolosamente, verrebbe da dire – negli ultimi anni, non era mai esplosa una rabbia del genere. Per quanto radicata sia nella storia americana la questione del razzismo – e la sua lunga storia di riot, dalla Red hot summer di Chicago del 1919 a Detroit nel 1943, da Watts nel 1965 fino a ieri l’altro a Ferguson – non c’è mai stata una rivolta così estesa, profonda, radicata. Mai si era arrivati a ridosso della Casa Bianca, mai il Secret Service si era dovuto schierare a difendere il presidente, mai si era minacciato che si sarebbero sguinzagliati “i cani più feroci” o si sarebbe fatto ricorso alle “armi più terribili”.
Perché sta succedendo questo?
Trump ha la sua risposta: Antifa sarà considerata un’organizzazione terrorista – sono loro i responsabili di tutto, la rete antifascist and antiracist americana. Come al-Nusrah in Siria, come al-Shabbab in Somalia, come Boko Haram in Nigeria. È ragionevole pensare che sia una “sparata” lievemente anti-costituzionale: nessuno in America può essere perseguito per le sue idee, che tu sia un estremista radicale di sinistra o un militante dell’Alt-right di destra. Certo, puoi essere perseguito per i crimini che commetti, ma il Primo emendamento impedisce che sia incriminato solo perché appartieni a una organizzazione. Diverso, appunto, è per l’estero. Ma non conta se le cose andranno avanti – conta quello che twitti.
Che siano quelli “arrivati da fuori” i responsabili degli attacchi, degli assalti, degli incendi, delle devastazioni a Minneapolis – dove tutto è cominciato – è stato anche un pensiero ripetuto dagli amministratori locali, democratici. Qualcuno ha anche insistito che ci fossero i “suprematisti bianchi” a fomentare la rivolta, a accendere la miccia. Era un modo per “sollevare” i neri dalla responsabilità di quanto andava succedendo. Che modo è?
Ma è la voce di Kareem Abdul Jabbar, una delle più fantastiche stelle del basket di tutti i tempi (lo sport sta dando da anni una grande risposta civile al razzismo), che è risuonata potente: «Forse la principale preoccupazione della gente di colore in questo momento non è se i manifestanti stanno a tre o sei piedi di distanza, o se alcune anime disperate rubano delle magliette o incendiano un commissariato, ma che i loro, figli, mariti, mogli, fratelli e padri rischiano di essere assassinati dalla polizia solo per essere andati a fare una passeggiata o per essersi messi alla guida. E si chiedono se essere nero significhi rifugiarsi in casa per il resto della vita perché il virus del razzismo che infetta questo paese è più mortale del Covid-19».
È questo il punto centrale – non ci si può spiegare la rivolta se non si guarda agli effetti devastanti dell’epidemia negli Stati uniti, e non solo alla mortalità – che è molto più alta tra gli afro-americani, per le patologie pregresse, per la mancanza di copertura sanitaria, per i lavori più esposti ai contatti, per la maggiore densità abitativa. Ma per gli effetti economici – una disoccupazione che ha raggiunto 40 milioni di domande e una frenata dell’economia che ha paralizzato tutte quelle attività, della ristorazione o dei servizi o del turismo, dove sono i neri e i latinos a fornire soprattutto la manodopera dei lavori più umili e quindi quelli che saltano per primi.
Tutte le contraddizioni di un “sistema” basato sul privilegio dei più ricchi e su una fortissima competitività per i più poveri stanno esplodendo. Nella sanità, nell’istruzione, nel lavoro, nell’indebitamento personale (come per gli studi universitari, una cosa che poi per tutta la vita finisci per lavorare a pagare i debiti accumulati; e qualcuno ricorda ancora come scoppiò la crisi del 2008, quella dei subprime, dei mutui buttati giù dall’elicottero, pur di far lievitare il “valore finanziario” delle azioni?) – tutto si è squadernato nell’epidemia e tutto si va raggrumando nella rivolta.
Certo, tutte le “reti” di associazioni di questi anni, come Black Lives Matter, o quelle che si sono battute per portare il salario orario a 15 dollari, sono dentro la protesta. E anche Antifa ci sta – come tutta la rete degli ultras che negli stadi si batte contro il razzismo. Questa, appunto, è una marea – porta tutto con sé ma nasce dal profondo delle cose. Degli abissi della società.
Trump minaccia di sparare, Trump vuole la Guardia Nazionale, Trump telefona alla famiglia Floyd, Trump accusa Antifa di terrorismo, Trump se la piglia con i cinesi – proverà a giocare la carta del “duro”. È quella che gli riesce meglio, se qualcuno non gli mette la mordacchia. Le elezioni incombono. E benché si sia imparato che non significa nulla fino all’ultimo giorno, tutti i sondaggi danno Biden diversi punti avanti.
E magari Trump comincia a accarezzare l’idea di sospenderle, ste elezioni.

Nicotera, 1 giugno 2020.
pubblicato su “il dubbio” del 2 giugno 2020.

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Nella virtuosa Germania si protesta contro Merkel, in Italia tutto tace.

In Germania, a maggio, ci sono state diverse manifestazioni contro il governo e le misure imposte per l’epidemia – a Berlino, Monaco, Stoccarda, Francoforte, alcune con poche persone, altre da riempire piazze e spazi. Eppure, la Germania ha reagito bene fin dall’inizio all’epidemia: vuoi per un sistema sanitario che aveva “accumulato” terapie intensive – i pensionati-elettori tedeschi sono disposti a accettare tagli su tutto, ma non sulla sanità – e vuoi per un buon coordinamento tra governo centrale e Lander. Nonostante, ha protestato una galassia “stramba”, fatta di No-vax, quelli che il 5G porta il virus, quelli che è Bill Gates per i suoi vaccini, quelli complottisti, quelli neonazisti – ce n’è uno, un cuoco vegano, che dice che la Merkel mette il bromuro negli acquedotti, così i tedeschi se ne stanno buoni.
Da noi non c’è mai stato bisogno di bromuro negli acquedotti, che invece l’acquiescenza verso lo stato e il governo è sempre stata totale. A parte runner, biker, spritzer e movida (tutti nominativamente non in italiano) e Agamben – che pure lui, poco italiano ci fa. La nostra “stramberia” ha questi soggetti qua.
Gli italiani – su cui nessuno al mondo avrebbe scommesso un centesimo che si sarebbero acconciati alle rigorose misure del confinamento – da Gressoney a Pachino sono stati i più disciplinati che c’è, certo, con qualche sbavatura (e ora, scalpitando). Non solo, ma hanno introiettato, hanno fatta propria con animosità questa disciplina – tra inni cantati, bandiere esposte, applausi ai balconi, l’osservanza dell’officio delle comunicazioni quotidiane di governo e Protezione civile alle 18, che snocciolava numeri come litanie a una messa, e via dicendo. Amen.
D’altronde, siamo – come annotava Gramsci (non sembri sproporzionata la citazione) e prima di lui Vincenzo Cuoco – il popolo della “rivoluzione passiva”, e possiamo benissimo essere il popolo della “restaurazione passiva”. Eppure, mi si dice, se tutto va bene madama la marchesa, perché protestare? C0s’è, una questione di principio, di pregiudizio?
Ecco, forse è su questo “tutto va bene” – che bisogna provare a capirsi.
Fin dall’inizio delle misure governative, un soggetto economico-politico non ha mai smesso di protestare, e cioè la Confindustria, prima nelle forme più mediate di Boccia, e poi nelle forme più aggressive di Bonomi. Certo, non è scesa in piazza, ma la Confindustria non ha bisogno di scendere in piazza. Non sempre quello che voleva Confindustria si è concretizzato in specifiche misure, in decreti, anche se ha rosicchiato ora di qua e ora di là – ma Confindustria non si è mai zittita. Perché Confindustria non si è mai zittita – pur se fra tutti i soggetti sociali è quello che è riuscito a portare a casa più vantaggi? Perché Confindustria ha capito che la partita non era solo “non morire” nell’epidemia, ma anche “tenersi pronta” per il dopo-epidemia, quando tutto sarebbe tornato “normale”. Ha espresso fino in fondo, cioè, la sua soggettività politica: non esiste “ripresa” (e i flussi finanziari che la sorreggeranno) che non passi da noi.
In realtà, altri due soggetti sociali-economici hanno protestato, uno “essenziale” e l’altro “voluttuario”. Mi riferisco alla protesta dei braccianti a Foggia insieme Aboubakar Soumahoro, che chiedono più regolarizzazioni e migliori condizioni di lavoro; e alla protesta a Palermo di commercianti e parrucchieri che a decine hanno invaso viale della Libertà. L’una e l’altra si sono provate a guardare anche al “dopo-epidemia”, e alle condizioni in cui probabilmente si troveranno – oltre che additare la relativa inconsistenza delle misure governative. Al momento, l’eco di queste proteste è abbastanza prossimo allo zero decibel.
Per il resto, niente. No-vax, cuochi vegani e complottisti del 5G ci sono anche da noi, ma sono rimaste figure da social – e non sono mai riusciti a “politicizzare” la loro stramberia.
D’altra parte, la destra – Salvini e Meloni – ha spesso ondeggiato, dando impressione di confusione tra richieste di misure più restrittive di quelle del governo e misure più allentate di quelle del governo, scavalcati però spesso da governatori e sindaci, che sono stati i veri interlocutori politico-istituzionali dei cittadini, in una “sospensione” della politica di fazione che trovava la sua primordiale ragione nel “diritto alla vita”.
Una sospensione – questa – che ha visto insieme buona parte della “patria intera” e sorretta da alcuni elementi vitali (bio-politici?): 1) la casa di proprietà (almeno il 75 percento percento degli italiani – tre italiani su quattro – e con una superficie media di 100 metri quadri); 2) un discreto risparmio accumulato (tra i 16 e i 20mila euro pro-capite); 3) lo stipendio assicurato – ci sono circa tre milioni e mezzo di dipendenti della pubblica amministrazione, con uno stipendio lordo medio di 36.324 euro.
Questo è lo “zoccolo duro” di chi non ha subito alcun contraccolpo economico – a parte i naturali fastidi del confinamento, ma il 24 percento delle vendite su Amazon è cresciuto (in Usa del 45 percento) e Deliveroo Italy dichiarava per la consegna cibo a domicilio a aprile una crescita del 40 percento – e che con più pathos si è identificato nelle iniziative del governo. Con altrettanto pathos si è concentrato contro gli “untori” – i runner, i biker, gli spritzer e per ultimi quelli della movida.
A questo quadro “benestante” va aggiunto:
4) i pensionati, che sono 16 milioni, ovvero il 26,5 percento della popolazione, con un importo medio di 1.410 euro; 5) i percettori del reddito di cittadinanza, che sono oltre un milione per un importo medio di 532 euro.
Ovviamente, stiamo parlando di “medie” – ma le medie servono a quello, a dare un quadro generale. A questo quadro generale va ancora aggiunto che il 40-45 percento della forza-lavoro delle aziende non si è mai fermato (i lavori “essenziali”) e che tra casse integrazioni, bonus-famiglie, sospensione Iva e 400 euro di qua e 600 euro di là (spesso annunciati, ma lentamente in arrivo), bonus baby-sitter, si è provveduto a diverse “toppe”.
Ora, i pensionati iscritti allo SPI-Cgil sono quasi tre milioni; quelli iscritti alla FNP-Cisl sono un milione e settecentomila, e quelli iscritti alla UILP sono più di seicentomila – parliamo perciò di oltre cinque milioni di iscritti “attivi” su un totale di sedici milioni di pensionati. Non è difficile immaginare che questa platea di pensionati, al di là della pensione percepita, abbiano visto nel governo e nelle sue misure una “protezione”. In cambio del loro sostegno: non si registra alcuna iniziativa sindacale contro il governo. Mai.
E anche: i percettori di Reddito di Cittadinanza sono al Sud 644mila sul totale di poco più di un milione – forse vale la pena ricordare che, a esempio, in Calabria alle elezioni del marzo 2018 i Cinquestelle presero il voto di un elettore su due. Anche qui – non è difficile immaginare che da quest’altra platea sia venuto un sostegno anche silente all’azione di governo, un bisogno di “protezione” e una speranza che il proprio reddito venisse semmai incrementato – ma, intanto, grazieaddio e ai Cinquestelle, che c’era.
Insomma, tra governo e “nazione” – è difficile non vedere un processo di immedesimazione nelle misure da adottare e nelle tempistiche. Questo governo è la fotografia della “struttura” di questo paese. Ma si può dire anche: questo governo ha gestito l’epidemia basandosi sul “patrimonio personale” dei cittadini.
Rimangono fuori: precari, poveri, lavoretti, servizi, lavoro a nero, badanti, schiavi della gleba – e rimangono fuori negozianti e quelle che una volta si chiamavano “libere professioni”. Uno “strambo” popolo che il lockdown ha momentaneamente distrutto, ma che evidentemente non ha voce.
Il coronavirus, in un certo senso, ha messo a nudo l’anatomia di questa nazione.

Nicotera, 25 maggio 2020.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 28 maggio 2020.

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