Arriva il coprifuoco – come ai tempi della guerra.

In francese è “couvre-feu” e in inglese è “curfew”, che suonano proprio come il nostro “coprifuoco”, perché indicano proprio la stessa cosa, cioè l’ordinanza di spegnere tutti i fuochi di notte per evitare che le case di legno del tempo – siamo nell’alto Medioevo – divampassero con una scintilla come paglia e interi borghi finissero letteralmente in cenere. Una specie di pesante coperchio in ghisa (il copri-fuoco) veniva messo sui focolari per diminuire la potenza del fuoco e il rischio di incendio. Era una misura “domestica”, di cura e di servizio – non era ancora diventata, per metafora, una misura “militare”. Solo i tedeschi, che hanno una lingua precisa, indicano esattamente quel che significa: “Ausgangssperre“, ovvero “divieto di uscita“. Perché è questo, nell’era moderna, il coprifuoco: il divieto di circolare liberamente per le strade da una data ora a un’altra.
«Il ministro Badoglio succeduto a Mussolini ha indetto per l’Italia lo stato d’assedio con la legge del coprifuoco. In tutte le città viene creato il Commissariato Militare»: è il 26 luglio 1943, il fascismo è caduto, Mussolini è stato arrestato e, a memoria d’uomo, è la prima volta che in Italia si applica il coprifuoco. Tutti, dalle 20 alle 6 del mattino, dovevano restare chiusi in casa.
E l’ultima volta che è stato applicato in Italia è poco prima della Liberazione, quando il 18 marzo 1945 il Questore di Modena con un avviso pubblico diede comunicazione che il Comando Germanico aveva disposto il coprifuoco dalle ore 18.30 alle ore 6.30, e stabilì che «chiunque venisse trovato a circolare senza il permesso rilasciato dal Comando di Piazza fosse tratto in arresto e giudicato secondo le leggi di Guerra».
Perché, volente o meno, capisci che c’è una militarizzazione del linguaggio in questo dannato contagio e nelle misure che progressivamente si mettono in opera. Per farla breve, in un pugno di mesi, siamo passati dall’hashtag #iorestoacasa (con i suoi annessi di inni ai balconi e battimani ai nostri eroi in prima linea nella sanità e bandiere sventolate – e pure ce lo copiarono, nel mondo: #stayathome, #resteralamaison) – a #coprifuoco. È proprio un rovesciamento delle cose: da una consapevolezza collettiva di sacrifici e rinunce alla propria mobilità per poter ridurre la circolazione del virus, a un comando dall’alto che obbliga e fa divieto, proprio per lo stesso obiettivo: ridurre la circolazione del virus. Certo, non c’è un Commissariato Militare, non c’è il Comando Tedesco e non ci sono le Leggi di Guerra. Ma qualcosa non sta andando per il verso giusto.
Non c’è la Legge Marziale, non dobbiamo oscurare i vetri con i fogli di giornale, spegnere la luce elettrica e accendere candele, e non dobbiamo applicare alla finestra lunghe strisce di scotch per impedire che si frantumino, per l’onda d’urto delle bombe che cadono sulle città. E non ci viene distribuita la tessera per i prodotti alimentari, mentre il burro e la carne sono razionati. E non c’è il mercato nero, dove prendere a peso d’oro qualche uovo fresco per i bambini o un pugno di farina o una pezza di stoffa, di quella “straniera”. E tutto questo, peraltro, è in buona parte “immaginario” perché solo una fetta piccola piccola della nostra popolazione può ricordare – da adolescente o da adulti già – quel tempo. Ma è un immaginario che ci sta con il fiato sul collo.
Nel 1918 – durante la Prima guerra mondiale – in Inghilterra venne applicato il coprifuoco. Non era una misura messa in vigore per il timore di blitz aerei, la guerra non aveva ancora assunto quel carattere e si moriva, a milioni, in trincea, terra terra. Era una misura di “risparmio”: si spegnevano le luci, si chiudevano i pub, i ristoranti, bisognava essere frugali, che lo sforzo bellico impegnava tutte le risorse. Ma qui, ora, non si tratta di risparmiare risorse – si tratta di fermare la circolazione delle persone.
Rumore di stivali sul selciato, ordini secchi, tute mimetiche o total-body sanitarie, cingolati militari, reticolati e filo spinato, maschere antigas, armi. Armi, armi, armi. È questo immaginario che evoca il coprifuoco. Che sia storico o distopico – moderno o post-moderno. Che venga dal cinema, dalla letteratura o dalle immagini che già abbiamo visto durante questa pandemia. C’è un nemico invisibile che ci attacca e con cui siamo in guerra. Progressivamente, il nemico diventa il contagio – perciò i contagiati. Confinati, isolati, in quarantena. Il lockdown non basta più – ci vuole il coprifuoco, die Ausgangssperre.
«On doit continuer de pouvoir aller au travail dans tous les secteurs. Pour celles et ceux qui rentrent du travail ou qui y vont, il y aura une autorisation» – comunica in conferenza-stampa il presidente francese Macron. E si vede che proprio non è una cosa che gli piace – insomma, la Francia, patria dei diritti. Si circolerà – per andare e tornare dal lavoro – solo con “une autorisation”. Insomma, un lasciapassare. Perché è questo che dovrai esibire se ti ferma la polizia, l’esercito – chi?
Le parole evocano scenari – c’è chi prova a limitarsi agli aspetti “tecnici”: chiuderemo alle 23 o alle 24? Come se il contagio avesse, al contrario di noi, libera uscita da una cert’ora in poi, padrone delle strade di notte, e bastasse regolare i nostri orologi con il suo – e è fatta. C’è chi invece quasi se ne compiace: «Vi anticipo, che nel fine settimana di ottobre, che è Halloween, dalle 22 noi chiuderemo tutto. E sarà coprifuoco» – annuncia il governatore campano De Luca. In continuità, se così si può dire, con il suo metaforico “lanciafiamme”.
I tecnicismi – consentito l’asporto, divieto di assembramento; consentite più di sei persone dentro i locali, divieto di più di sei persone fuori dei locali; tutti i congiunti nella fila di sinistra e i non congiunti nella fila di destra – che provano a trovare un equilibrio tra la virulenza e la socialità, tra il contagio e la mobilità, vengono spazzati via.
Non abbiamo alcuna esperienza di coprifuoco, non sappiamo come sarà, chi lo gestirà, cosa comporterà realmente. Riempiamo perciò questa terra scognita dell’opposizione “militare” al virus verso la quale ci incamminiamo, riempiendola del nostro immaginario. E non ci dà sollievo. Anzi. Siamo alle invasioni aliene, alle catastrofi cosmiche, alla guerra dei mondi.
Come ha scritto Susan Sontag – «L’immaginario, soprattutto quello difensivo che ci tiene lontano dagli altri, l’immaginario colpevolizzante è più difficile da sconfiggere che la malattia».

Nicotera, 19 ottobre 2020.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 20 ottobre 2020.

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Quel giorno in Messico, in cui Peter il bianco scoprì i fratelli neri.

Lui, il bianco venuto dall’Australia far away, sembrava un nanetto, con il suo metro e settantotto e i suoi settanta chili circa vicino a quei due colossi d’ebano – ognuno oltre il metro e novanta e sopra gli ottanta chili. E poi, quando mai si era visto un velocista australiano? Nel tennis erano forti, fortissimi. In vasca erano forti, fortissimi. Ma in pista – chi avrebbe scommesso un soldo bucato sul bianco venuto dall’Australia? Che vincesse da sempre i campionati australiani, non è che significasse poi granché: i suoi tempi sui 200 metri erano 20 e 5, 21 e 3, 20 e 9 – insomma, non proprio un fulmine. Rispettabile, ma non proprio un fulmine. Per dire, Tommie Smith, “Jet”, come lo chiamavano, si era già preso il record del mondo con un 20 netti, l’anno prima.
Smith e Carlos – i due colossi d’ebano – vincono facilmente le prime batterie. Smith fa segnare il nuovo record olimpico in 20’’37. Nella sesta serie c’è l’australiano, Peter Norman, che ferma il cronometro a 20’’23, battendo il primato appena stabilito da Smith. Ohibò, chi è mo’ sto nanetto tutto bianco?
Ci mettono giusto un giorno, Tommie Jet Smith e John Carlos a risistemare le cose: nei quarti, Smith eguaglia il record olimpico stabilito poche ore prima da Norman e in semifinale è Carlos a abbassare ancora il record, stoppando il cronometro in 20’’12. Mettiamo le cose al posto loro.
È così che si arriva alla finale. E a quel podio – entrato nella storia. Ma c’è una corsa lunga dietro quel podio. E la corsa lunga è quella dell’Olympic Project for Human Rights, il movimento contro la segregazione razziale nato nell’ottobre 1967. Un movimento che per mesi radunò intorno a sé oltre 200 atleti neri americani, portandoli a un passo dal boicottaggio olimpico. A animarlo è Harry Edwards, diventato professore dopo essere stato il primo nero laureato in un corso della San José State University, California, e lui stesso un ex-atleta, un discreto discobolo. Edwards conosce bene la segregazione razziale, per averla vissuta sulla propria pelle: i neri vanno bene come atleti, ma devono restare ai margini della vita sociale dell’università. Nel 1967 Edwards ha 25 anni, e tra i suoi allievi c’è Tommie Jet Smith, che di anni ne ha 23, e è forse il più grande talento naturale degli Stati uniti dopo Jesse Owens. Nell’autunno di quell’anno, arriva John Carlos, che di anni ne ha 22.
Smith e Carlos hanno storie diverse: Smith è nato in Texas – settimo di undici figli, suo padre raccoglieva il cotone, e è cresciuto in una casa senza luce, bagno e pavimenti. Quando aveva sette anni tutta la famiglia si è trasferita in California – California drraming. Si è fatto strada grazie alla sua straordinaria velocità. Carlos è figlio di un calzolaio, nato e cresciuto a Harlem. A lui veramente sarebbe piaciuto il nuoto – ma di neri in piscina se ne sono visti sempre pochini. Poi, aveva virato verso la boxe, e infine, s’è deciso alla corsa. Conosce Malcom X – e ci ha pure chiacchierato spesso per le strade di New York. Era finito in una università in Texas, che lo aveva chiamato per le sue capacità agonistiche, ma se n’è scappato, disgustato dal razzismo. Ecco com’è finito a San José. Carlos e Smith aderiscono subito all’Olympic Project for Human Rights, portano un distintivo ben visibile – vogliono manifestare. A fine estate 1967 Smith è a Tokyo per le Universiadi. Gli chiedono se è vero che gli afroamericani potrebbero boicottare i Giochi di Città del Messico. «Sì, è vero, risponde Smith. Alcuni atleti neri ne stanno discutendo, per protestare contro l’ingiustizia razziale in America».
Forse è bene ricordare che siamo nel 1968. Forse è bene ricordare che a maggio le università francesi erano tutte occupate, che il 4 aprile sparano a Martin Luther King, che il 5 giugno sparano a Robert Kennedy, che il 20 agosto i carri armati entrano a Praga, stroncando la “primavera”. Forse è bene ricordare che pochi giorni prima dell’apertura delle Olimpiadi, l’esercito messicano sparerà a altezza d’uomo contro una manifestazione pacifica di studenti, la strage di Tlatelolco, a piazza delle Tre culture a Città del Messico – una strage di cui non è ancora certo neppure il numero di morti, centinaia. Questa è la corsa lunga che sta dietro quel podio del 16 ottobre 1968.
Allo sparo, Carlos parte a razzo, si rialza che è in prima posizione e in pochi passi ha già lasciato indietro gli altri. Esce dalla curva in testa. Solo Smith gli sta dietro, e all’inizio del rettilineo comincia a recuperarlo inesorabilmente. Negli ultimi sessanta metri lo sorpassa: Tommie Jet Smith taglia il traguardo alzando le braccia. Il cronometro si ferma a 19’’83, è il primo uomo a scendere sotto i venti secondi. Ci vorrà Pietro Mennea, per strappargli quel record. Dietro di lui Carlos forse ha i crampi, è partito troppo veloce, rallenta la corsa. E il nanetto bianco, Peter Norman, che entra sul rettilineo in settima posizione, fa una rimonta inesorabile: 20 e 06 – ancora record australiano. Carlos è terzo.
Il resto è storia. Alla premiazione, Carlos e Smith alzeranno il pugno al cielo – ognuno di loro ha un guanto nero. Gli è che ne avevano solo un paio, che l’altro lo avevano dimenticato in albergo. Fu Norman a suggerire di indossarne uno a testa. «Credi nei diritti umani?», gli chiesero i due colossi d’ebano. E Norman: «Sì». «E credi in Dio?», gli chiesero ancora. E fu ancora «Sì» – il ragazzo australiano era cresciuto tra aborigeni e Esercito della Salvezza, il padre macellaio e una famiglia credente, sapeva come girava il mondo. Gli diedero un distintivo dell’Olympic Project for Human Rights – e lui lo indossò fieramente. Quando partì l’inno americano – non si fece in tempo a sentire due note che quei pugni neri svettarono contro il cielo e lo stadio ammutolì: Tommie Jet e John chinarono il capo, erano senza scarpe e John portava una collanina di sassi – che ogni sasso significava un nero che era stato linciato. L’australiano è lì, a testa alta – il nanetto bianco tra i colossi d’ebano, che sa fare la sua parte nella storia.
Pagarono caro tutti e tre quel gesto – come appestati, esclusi dalle competizioni sportive, dalla possibilità di allenare, di insegnare. A Peter ci vollero più di quarant’anni perché il governo australiano nel 2012 si pentisse e gli riconoscesse la dignità della sua partecipazione alla protesta di Smith e Carlos. Ma Peter era morto nel 2006.
I tre erano rimasti in contatto sempre – e quando Peter era stato stroncato da un infarto, furono Tommie Jet e John a portare a spalla la sua bara. Uscendo dalla chiesa, l’organo suonò Chariots of fire, la musica del film Momenti di gloria. In fondo – questa è anche una grande storia di amicizia.

Nicotera, 16 ottobre 2020.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 17 ottobre 2020.

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