Elezioni europee, maggio 2019: Ungheria.

Ottó Nagy di «Magyar Hírlap», un quotidiano ungherese a diffusione nazionale con sede a Budapest, molto filo-governativo, commentava giorni fa l’eccezionale espansione del settore edilizio. Secondo i dati pubblicati dall’ufficio centrale di statistica, il settore delle costruzioni è cresciuto del 48 percento lo scorso anno e, secondo gli analisti, è previsto un ulteriore aumento del 20-30 percento nel 2019. Nagy attribuisce questa crescita impetuosa alle iniziative del governo per il rilancio dell’economia, compresa la riduzione delle tasse e i benefici per l’alloggio offerti alle famiglie e regole di lavoro più flessibili. Non si sa se tra le “buone” regole di lavoro più flessibili Nagy consideri anche quella che è stata ribattezzata “legge sulla schiavitù”, ovvero la possibilità di contemplare fino a 400 ore di straordinario pagabili però a tre anni – una gran comodità per le aziende automobilistiche tedesche che hanno i loro impianti in Ungheria – e che ha visto grosse manifestazioni popolari indette dai sindacati, anche se questo non ha impedito al presidente di firmarla. Nagy ritiene che il settore delle costruzioni abbia abbastanza stimoli per crescere ulteriormente, anche se in futuro l’Ungheria otterrà meno finanziamenti dall’Unione europea.
È questo, perciò, che comincia a essere messo in conto, in Ungheria: che la frattura con la Ue diventi insanabile – e che il fiume di denaro che ha reso possibile il “miracolo economico” non scorra più copioso come prima – a meno che. A meno che Viktor Orbán e la “rete dei sovranisti” – il patto di Visegrad (Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria e Slovacchia), le convergenze ideologiche con Matteo Salvini e Marine Le Pen e la tedesca Afd, Alternative für Deutschland – non diventino incredibilmente forti tanto da rovesciare la storica alleanza tra popolari e socialdemocratici a cui si aggiungono i liberali alla Macron; oppure che lui stesso diventi talmente importante, con il suo pacchetto di voti, dentro il Partito popolare europeo, di cui è previsto da tutti i sondaggi un forte calo in voti e seggi, che gli si facciano ponti d’oro. È “la danza del pavone” – come lui stesso ha talvolta, coloritamente, definito il suo modus operandi: muoversi su due tavoli, su uno con una proposta estrema, radicale, eccessiva, scandalosa, che sarà molto probabilmente battuta; e sull’altro con una con gli stessi contenuti ma più flessibile, più “ragionevole”, che invece passerà, gettando alle ortiche la prima. Il risultato, sarà proprio quello che lui voleva. Per cui, parlare delle prossime elezioni europee in Ungheria è anzitutto parlare di Viktor Orbán.
A cinquantacinque anni, Orbán si è fatto massiccio, ma si muove come uno sportivo che si è ritirato da poco. Come si racconta in un lungo reportage dedicato alla sua figura sul «New Yorker» di gennaio, Orbán ha trascorso la sua prima infanzia ad Alcsútdoboz. Suo padre, un ingegnere meccanico, era membro del Partito operaio socialista ungherese e sua madre un’insegnante di sostegno. La famiglia era molto povera: nei primi anni ’70, non avevano ancora l’acqua corrente. Orbán ha raccontato di aver usato un bagno al coperto solo quando aveva già quindici anni. A quell’età, era segretario dell’organizzazione giovanile comunista del suo ginnasio. Era uno studente eccezionale, e quando fu accettato in una prestigiosa scuola superiore a Székesfehérvár, capitale medievale dell’Ungheria, la famiglia si trasferì lì. Aveva già un carattere irascibile.
Dopo il liceo e un anno nell’esercito, Orbán ha frequentato il Bibó István College, una scuola a Budapest inaugurata nel 1983. Al governo c’era ancora János Kádár, l’uomo che, dopo la rivolta del ’56, era stato messo dai sovietici a “controllare le cose”. Prima ci fu il pugno d’acciaio, poi aperture: al libero mercato, alla proprietà privata, alle aziende private – fate quel che volete, ma non interessatevi di politica –e un pizzico di democrazia, e anche un’amnistia: era il “comunismo del goulash”, e l’Ungheria, tra i paesi dell’Est, era quello con condizioni di vita migliori.
Bibó era un luogo in cui era possibile parlare più apertamente, in qualche modo un luogo “protetto”. A proteggere Bibó ci pensava George Soros, il finanziere ungherese-americano, che nel 1984 aveva costituito una fondazione per promuovere l’attività democratica in Ungheria. Soros aveva fatto fortuna con il suo hedge fund, Quantum, prevedendo instabilità sistemiche della moneta. Pensava che anche il regime dell’Ungheria fosse instabile. La sua “open society” doveva prepararsi alla caduta di quel regime ma anche contrastare il nazionalismo che si temeva sarebbe riapparso dopo la caduta del comunismo.
Nel 1985 Soros visitò la “sua” Bibó. Era fiero di quello che aveva contribuito a costruire, una generazione di giovani capaci, pieni di energia, di voglia di cambiare. Orbán e alcuni dei loro amici fondarono l’Alleanza dei Giovani Democratici, o Fiatal Demokraták Szövetsége, l’organizzazione giovanile riformista che divenne Fidesz (il nome evoca il latino “fides”) Nel giro di quattro settimane, il gruppo aveva un migliaio di membri. L’organizzazione di Soros inviò loro una macchina Xerox, che usavano per stampare un giornale, «Századvég».
Il 16 giugno 1989, centinaia di migliaia di ungheresi si riunirono in piazza degli Eroi, a Budapest, per una cerimonia a memoria dei martiri del 1956. La pentola stava esplodendo. A ottobre, il parlamento ungherese approvò una legge che consentiva le prime elezioni con più partiti.
Orbán aveva intanto iniziato a lavorare presso il Central European Research Group, che era finanziato dalla Fondazione Soros, nel 1988. Ricevette una borsa di studio per andare a Oxford, ma ci rimase solo tre mesi, tornando in Ungheria per candidarsi alle elezioni. Fidesz, che si presentava come partito liberale e libertario di giovani dissidenti – i membri dovevano avere meno di trentacinque anni – e sostenendo gli investimenti stranieri e la privatizzazione, ottenne ventidue seggi in parlamento. Orbán divenne deputato. È negli anni Novanta che Orbán sposta progressivamente il partito verso posizioni di destra, subendo scissioni, rimanendo all’opposizione, diventando un partito piccolo, fino alla maggioranza del 1998, e al primo governo. A trentacinque anni, divenne primo ministro. Ma quel primo governo non fece granché.
Così i socialisti presero il potere nel 2002, formando una coalizione di partiti di centro-sinistra. La coalizione si trovò davanti otto anni di disastri economici, nel settore pubblico e nel debito pubblico. L’Ungheria soffrì molto nella crisi finanziaria del 2008: era sull’orlo del default fino a quando il Fondo Monetario Internazionale, che chiedeva severe misure di austerità, fornì un pacchetto di salvataggio. Nel 2009, il 72 percento degli ungheresi dichiarava che si stava meglio sotto il comunismo.
Nel 2010, Orbán riportò Fidesz al potere. In un pugno d’anni, Orbán produsse decine di leggi, nazionalizzando il sistema pensionistico ibrido privato-pubblico e incamerando circa dodici miliardi di dollari di attività e patrimonio; tagliando il numero di deputati quasi a metà, una mossa sostenuta dalla maggior parte degli ungheresi; ma soprattutto utilizzando il “denaro europeo” per consolidare, attraverso la sua distribuzione a imprese e centri gestiti direttamente da parenti, vecchi amici e fidatissimi alleati, un “sistema di potere oligarchico” – cosa non proprio singolare nei paesi dell’est europeo usciti dal comunismo e approdati al liberismo. E dopo che una serie di decisioni della corte costituzionale invalidavano le nuove leggi di Fidesz, un emendamento costituzionale ha annullato le decisioni della corte. Nel 2011, quando Orbán ha introdotto una costituzione completamente nuova, è passata in nove giorni. Come dice Michael Ignatieff, rettore della Central European University – un’accademia di prestigio fondata da Soros nel 1991 per accompagnare la transizione dell’Ungheria verso la democrazia: «It looks like a law, sounds like a law, walks and talks like a law, but it’s just a piece of arbitrary discretion / Sembra una legge, suona come una legge, cammina e parla come una legge, ma in realtà è solo arbitrio». Ignatieff si riferisce alla decisione di “restringere” le libertà e i diritti delle università private – una manovra tesa a colpire proprio la CEU di Soros, da quando Soros è diventato il “nemico pubblico numero uno” di Orbán, tanto da costringerla a decidere di spostare le proprie attività a Vienna, ma se ne può estendere il senso a tutto il regime, dichiaratamente e arrogantemente nominato “democrazia illiberale”.
Orbán ha talvolta rifinito questo concetto, criticando il liberalismo occidentale. Una volta ha detto: «L’Ungheria non è solo una nazione, è una comunità. Il nuovo stato che stiamo costruendo in Ungheria è uno stato illiberale, uno stato non liberale». E un’altra volta: «C’è un’alternativa alla democrazia liberale: si chiama cristiana democrazia. La democrazia liberale è a favore del multiculturalismo, mentre la democrazia cristiana dà priorità alla cultura cristiana; la democrazia liberale è pro-immigrazione, mentre la democrazia cristiana è anti-immigrazione». Così, nel 2018, in nome della lotta al liberalismo e al multiculturalismo, il parlamento ungherese ha approvato una serie di misure contro l’immigrazione, compresa la legge “Stop Soros”, che rende reato fornire assistenza alle persone che chiedono permessi di asilo o di residenza.
Il fatto è che l’Ungheria comincia a stare stretta a Orbán. Lui vuole una leadership europea, lui si sente l’anti-Merkel. Il fatto è che anche il Parlamento europeo comincia a sentirlo ingombrante e che anche il Partito popolare europeo comincia a esserne imbarazzato. A settembre 2018, il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione che mostrava preoccupazione sull’equità dei tribunali in Ungheria, sull’indipendenza dei mezzi di informazione e sulla libertà delle istituzioni accademiche. Era l’avvio della procedura per l’attivazione contro l’Ungheria dell’articolo 7 paragrafo 1 del Trattato sull’Unione europea, per contrastare una minaccia ai valori fondanti dell’Ue, tra cui il rispetto della democrazia, dello stato di diritto e dei diritti umani, adottata per la prima volta. Decine di deputati del Partito popolare europeo aderirono al voto, ma il gruppo si rifiutò di espellerlo. Alla conferenza annuale del Ppe a Helsinki, sempre a settembre, il potente presidente del gruppo, Joseph Daul, fece riferimento a Orbán come l’enfant terrible della famiglia, ma anche un membro della famiglia.
In risposta al voto di settembre, Orbán lanciò una campagna mediatica interna, accusando i critici del suo governo di essere parte di un nefasto complotto mirato alla distruzione della cultura ungherese e all’invio orde di migranti nel paese. I muri delle città ungheresi sono stati tappezzati da manifesti con la faccia di Juncker, presidente della Commissione europea, appaiata a quella di Soros, con scritte del tipo: sono loro che vogliono far entrare in Ungheria orde di migranti. Magari, è stato un po’ troppo.
A marzo, il Partito popolare ha sospeso Orbán – e stavolta il suo “gran protettore”, Joseph Daul, era contro di lui senza mediazioni. Manfred Weber, che è il capogruppo del Ppe e è il successore in pectore di Juncker, è volato a Budapest per avere le scuse di Orbán, che si è detto solo dispiaciuto se qualcuno si è sentito offeso. La sospensione ha tra le sue condizioni il fatto che una commissione – che sarà guidata dall’ex presidente del Consiglio europeo, il belga Herman Van Rompuy – verificherà se ci saranno provvedimenti migliorativi. In realtà, Orbán ha gestito la sua “censura” come una vittoria. «Noi vorremmo che il Pp rimanesse il partito più forte d’Europa» – ha detto dopo tre ore di dibattito. La posta in gioco è alta: se il Pp perderà, a maggio, molti dei suoi seggi, i 13 o 14 deputati ungheresi di Fidesz potrebbero proprio far comodo. Senza considerare che, al contrario, altri potrebbero seguire Orbán se lui decidesse di sbattere la porta.
Perché i sondaggi (l’ultimo è del 16 aprile), per ora, dicono questo: che Fidesz dovrebbe prendere oltre il 53 percento, che equivale a 14 seggi: proprio un bel pacchetto di voti. A Jobbik andrebbe il 13 percento e 3 seggi; ai socialisti l’11 percento e 2 seggi. Orbán ha una forte presa nelle campagne, dove c’è più timore di esporsi, e in questi anni ha “ridisegnato” i distretti elettorali a proprio vantaggio (è il “gerrymandering”, proprio come i repubblicani americani). L’opposizione – che pure contro “la legge di schiavitù” è scesa in piazza con manifestazioni imponenti – è frammentata. A ottobre, ci saranno le elezioni municipali, e a Budapest si voterà: ma i socialisti, i verdi e Jobbik (che è passata dall’essere una formazione di ultra-destra a una destra più moderata) non fanno “fronte comune” contro il candidato di Fidesz.
Dopo il voto di maggio si vedrà quale sarà la mossa del “pavone”.

Nicotera, 22 aprile 2019.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 24 aprile.

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Elezioni europee, maggio 2019: Spagna.

La Spagna si trova nel bel mezzo di una “tempesta elettorale”. Da quando Pedro Sánchez ha indetto i comizi elettorali – preso atto che la sua Finanziaria non aveva i numeri per passare, ovvero non aveva una maggioranza ché non bastavano più l’appoggio benevolo di Iglesias di Podemos, con cui si erano accordati per i Presupuestos (una serie di misure sociali), e l’astensione di catalani e baschi che invece gli votarono contro (anzi, erano loro i millanta emendamenti alla Finanziaria votati a maggioranza, che hanno schiantato Sánchez). D’altronde, Sánchez stesso era diventato primo ministro “per caso”, il 2 giugno dell’anno scorso, e anche rocambolescamente dato che il Psoe veniva dal peggior risultato elettorale da quando la Spagna è democratica, giusto perché Rajoy venne rimosso a mezzo di una mociòn de censura, dopo che il Pp era stato travolto dal “caso Gurtel”, una sorta di tangentopoli spagnola. Perciò, si vota il 28 aprile per le elezioni politiche, e è la terza volta in quattro anni, e il 28 maggio per le europee, ma anche per le comunali (e parliamo, per dire, di Madrid e Barcellona – entrambe “anomale” per sindacatura) e per le autonómicas, ovvero per le giunte regionali (meno: Galizia, Andalusia, e appunto Catalogna e Paesi Baschi). Un filotto da far tremare i polsi a chiunque.
Come dice Nadia Calviño, che a giugno 2018, lasciò il suo posto di Direttore generale per il budget nella Commissione europea per raggiungere il governo di Pedro Sánchez occupando il ministero dell’Economia: «Le elezioni politiche nazionali fungeranno da specchio per le Europee. Sarà un voto per capire se la Spagna vuole guardare avanti e progredire sulla base di chiari valori di equità, solidarietà, rispetto per le minoranze, innovazione e progresso; o se vuole tornare indietro, ai suoi tempi più bui, a una Spagna in bianco e nero».
C’è da pensarci su a lungo, prima di votare, perché con ogni evidenza un voto tira l’altro, un voto rimbalza sull’altro, e dev’essere davvero difficile “disgiungerlo”: infatti, il 42 percento degli elettori – secondo gli ultimi sondaggi del CIS (Centro de Investigaciones Sociológicas) – è indeciso. Tanto indeciso che – sempre stando ai sondaggi – il risultato più clamoroso delle più recenti elezioni politiche, cioè il passaggio dell’Andalusia, storica roccaforte socialista, alla destra, cioè a un governo regionale, la Junta de Andalucía, formato da Partito popolare e Ciudadanos ma che si regge con l’appoggio esterno di Vox, l’ultradestra “tradizionalista e nazionalista”, sembra di nuovo ribaltarsi: l’Andalusia tornerebbe ai socialisti – e parliamo di un “ripensamento” su appena tre mesi fa.
Ecco, proprio questa “presenza ingombrante” di Vox è uno dei temi portanti e importanti di queste elezioni politiche spagnole, una formazione che è passata in un pugno d’anni da un insignificante 2 percento a un possibile risultato a due cifre, che la proietterebbe non solo sullo scenario nazionale ma anche europeo, a infittire la schiera degli euroscettici, o meglio: di quelli che la vogliono sbranare, quest’Europa.
La Spagna credeva di avere fatto definitivamente i conti con il franchismo, e pure di essere immune da movimenti nazionalisti di destra che spuntano come funghi in Europa, e ecco arrivare una destra politica che parla di “tradizione” – vuole reintrodurre il combattimento fra cani, la plaza de toros, riformulare le leggi contro la violenza domestica (fino a chiedere l’elenco degli operatori sociali che hanno “trattato” i diversi casi), è contro i matrimoni gay e l’aborto, e ha fatto impressione una sua campagna pubblicitaria sui bus di Valencia, Sevilla, Pamplona contro il “nazifemminismo”, con la faccia di Hitler dalle labbra dipinte di rosso, il fard alle guance e il rimmel agli occhi, conclusasi proprio l’8 marzo. Perché Vox critica l’ultra-destra legata al passato. E parla di “reconquista”, la cacciata dei moros dalla Spagna, coi migranti nella parte dei moros. E parla di nazionalismo: Vox è “parte civile” nel processo a Madrid contro gli indipendentisti catalani. «Hacer España Grande Otra Vez» – fare la Spagna di nuovo grande, che suona proprio come il trumpiano «Make America Great Again», un slogan alla Steve Bannon, che difatti anche qui si dà un gran da fare. A febbraio, a Madrid, quando la Spagna conservatrice è scesa in piazza contro Sánchez, accusandolo di un’eccessiva apertura verso i catalanisti, e chiedendo nuove elezioni, Vox era insieme al Pp e a Ciudadanos, e i tre segretari – Albert Rivera per Cs, Pablo Casado per il Pp e Santiago Abascal per Vox si facevano fotografare insieme. Fino a un anno fa Albert Rivera era considerato persino un partner possibile per il socialismo moderato di Pedro Sánchez. Io non collaboro con gli estremisti, diceva Rivera: pochi giorni dopo, ecco la foto di gruppo a plaza de Colón, Madrid. Alle comunali di Madrid, dovrebbe vincere il sindaco uscente, Manuela Carmena, con la sua piattaforma Más Madrid, però la sinistra non avrebbe i numeri per governare, che invece avrebbe proprio “la foto di plaza de Colón”. Poi, Manuel Valls, ex primo ministro francese ma nato e cresciuto in Catalogna e che corre come sindaco per Barcellona nelle file di Ciudadanos, dice che no, che loro sono un partito sinceramente liberale e mai si alleeranno con l’ultradestra. Soprattutto pensando all’Europa. Però. Valls sfida Ada Colau (sindaco uscente) e il suo En Comú Podem, che è dato in calo, e non è chiaro al momento cosa accadrà, e forse da ERC potrebbe venire il prossimo alcalde.
La sfida al “centro” che fino a poco tempo era posta da Podemos ora sembra stare piuttosto in un “combinato disposto” fra Vox e gli indipendentisti catalani. Ma è davvero così? Luis Garicano, capolista di Ciuadanos per le europee, professore di Economia, che dal 2016 è vicepresidente dell’ALDE, Gruppo dell’Alleanza dei Democratici e dei Liberali e per l’Europa, nel parlamento europeo, ne è convinto: «Il Partito socialista è direttamente responsabile della crescita di Vox, perché alleandosi con partiti che vogliono soltanto mandare in frantumi la Spagna, ha provocato questa reazione». Però, se gli chiedi perché abbiano fatto un governo regionale sostenuto da Vox, risponde: «Nunca accederemos a gobernar con Vox… Puedo asegurare que cualquier coalición en la que entre Ciudadanos se basará en unos principios sólidos e intachables que suscribiría cualquier miembro de la familia liberal» – quindi sarebbe solo un “effetto ottico” quello che accade in Andalusia. Sul voto europeo di maggio, Garicano è molto netto: «Ci sono partiti che vogliono minare l’Europa dall’interno. E questo è un momento sul filo di vita-morte. Dobbiamo decidere se vogliamo preservare il più lungo periodo di pace della storia d’Europa dai tempi di Marco Aurelio».
Eppure, il referendum sull’indipendenza catalana dell’1 ottobre si tenne fra inimmaginabili scene di violenza della Guardia civìl contro inermi cittadini – su questo, fu quanto meno generale lo sdegno europeo – e l’applicazione dell’articolo 155 che “sospendeva” ogni istituzione catalana fu applicata da Rajoy. La “procrastinata” dichiarazione di indipendenza della Generalitat catalana poteva essere una occasione di instaurare un qualche dialogo, ma la risposta furono le accuse di sedizione, ribellione e storno di fondi da parte della Fiscalía General (un Tribunale di ultima istanza) e gli ordini di arresto, che costrinsero alla fuga e all’esilio Carles Puigdemont, cioè il presidente del parlamento catalano, e altri politici e portarono agli arresti di diversi deputati e figure culturali di spicco, ora a processo a Madrid. Sull’indipendentismo catalano, c’è stata semmai la corsa a chi era più duro: Inés Arrimadas di Ciutadans, la versione catalana di Cs, si è sempre mostrata inflessibile, e ha prima accusato Rajoy di debolezza, e in questo modo ha rosicchiato consensi al Partito popolare, e poi Sánchez di inammissibile “aperturismo”. È difficile sostenere che “l’anti-separatismo catalano” sia una prerogativa di Vox, anzi. E Sánchez è caduto “per mano catalana”, criticato perché non faceva nulla per fermare la spirale repressiva e autoritaria contro l’indipendentismo.
Vox sinora ha sottratto consensi e voti al Partito popolare, pescando in una classe sociale media e alta, legata alle posizioni più conservatrici, ma ora sta provando a allargare una propria base elettorale nelle città dove la media dei salari è bassa – anche se la disoccupazione si è dimezzata, dopo aver raggiungo il picco del 28 percento, e la Spagna è considerata una nazione in buona salute, da tutte le agenzie di rilevazione economica – o dove la presenza dell’immigrazione è più massiccia. L’unico effetto visibile dell’avanzata di Vox – in questo strano “travaso” di consensi elettorali – è nella rincorsa a destra del centro-destra, così che il Pp ha indurito i propri toni su immigrazione, aborto, indipendentismo catalano e violenza di genere, e Ciudadanos, temendo di veder sgocciolare via i propri voti, ammanta la propria campagna di nazionalismo, anche sul piano delle proposte economiche, che è proprio curioso per un partito che ha in Emmanuel Macron il suo alleato-chiave per l’Europa.
Però il problema – e un altro dei temi della campagna elettorale – è proprio la fragmentación delle forze politiche, e quindi l’obbligo ai patti, per governare. Ciudadanos dice che non farà mai patti con i socialisti. Poi dice anche che non farà mai patti con Vox. Però, prima o poi qualche patto dovrà farlo – e in Andalusia lo ha già fatto. Certo, la fragmentación non è un problema solo spagnolo, ma qui c’è un elemento in più, dovuto alla composizione dei distretti elettorali: ben 99 seggi dei 350 sono ripartiti nelle zone rurali, che sono anche le meno popolose o meglio quelle che vanno spopolandosi; sono distretti dove si eleggono tre deputati, e che sinora erano appannaggio di Pp e socialisti, in genere due al primo e uno al secondo. Le otto province che ripartiscono tre seggi (Ávila, Cuenca, Guadalajara, Huesca, Palencia, Segovia, Teruel e Zamora) contano 1 milione e 451mila residenti (3,1 percento della popolazione spagnola) però eleggono 24 seggi (6,9 percento), un’anomalia. E l’irruzione dei nuovi partiti sta scombussolando la “storica” distribuzione tra Pp e Psoe: Ciudadanos o Vox o Podemos potrebbero agguantarne uno dei tre, e per evitarlo bisogna prendere in voti qualcosa come triplicare la distanza dal terzo arrivato e quindi stavolta questi distretti sono decisivi. Lo stesso vale per quei distretti che eleggono quattro e cinque deputati. Quelli che danno 4 seggi ciascuno sono dieci, per 40 seggi. Qui, la battaglia sarà campale. Dice uno storico dirigente del Pp: «Esta campaña va mucho de micropolítica. Son 52 elecciones. Por suerte, las organizaciones locales están muy movilizadas porque vienen las municipales. Y solo el PP y el PSOE tenemos implantación territorial para hacer esa micropolítica».
La mobilitazione dei militanti sembra proprio la chiave di volta che sta dando al Psoe tutti i sondaggi favorevoli in continua crescita – vince ovunque, meno Catalogna e Paesi Baschi. Le previsioni per il parlamento spagnolo parlano di una forbice tra 123 e 138 seggi, passando dagli 85 attuali: un salto incredibile per Sánchez – che viene evidentemente letto dagli elettori, in questo momento, come una garanzia di stabilità. Podemos, all’opposto, viene dato in calo da tutti i sondaggi, qualcosa come dimezzare i propri voti e i propri parlamentari, passando dai 71 attuali a una forbice tra i 33 e i 41 – però se la forbice si attesta sulla parte più alta, potrebbero addirittura governare insieme, Psoe e Podemos, ma in una riedizione tutta a vantaggio di Sánchez e stavolta con numeri molto più solidi. Il Psoe, peraltro, se quelli previsti saranno poi i risultati, potrebbe diventare la seconda punta di diamante nella “famiglia socialista europea”, dopo i tedeschi, e aspirare a un ruolo significativo e determinante. Non è per caso che abbia schierato come capolista Josep Borrell, 71 anni; oggi ministro degli Esteri del governo Sánchez e già ministro delle Opere pubbliche con Felipe González, dal 2004 al 2007 è stato presidente del parlamento europeo. Borrell è catalano, ma non è molto amato dagli indipendentisti – peraltro la Catalogna esprime il numero più sostanzioso di seggi – che anzi hanno “salutato” la sua candidatura europea come una soluzione per non avere tra i piedi un personaggio ingombrante. Comunque, secondo gli ultimi sondaggi per le europee, il Psoe è il primo partito con il 26,8 percento dei voti (e 18 seggi), seguito dal Partido Popular con il 20 percento (e 13 seggi), poi Ciudadanos (17,3 percento, 11 seggi), Podemos (13,9 e 9 seggi), Vox (11,1 percento, 7 seggi), e infine ERC (2,8 percento, 1 seggio).
Proprio in Catalogna ERC, l’Esquerra Republicana de Catalunya, il cui principale leader Oriol Junqueras è a processo a Madrid, è data dai sondaggi con un possibile raddoppio di percentuali e deputati, da mandare al parlamento spagnolo, mentre in calo è dato il partito di Puigdemont, Junts per Catalunya (JuntsxCat), benché ancora con discreti numeri. E probabilmente anche il Front Republicà, in cui convergono alcuni settori della CUP, Candidatura d’Unitat Popular, che si presentano insieme a alcuni dissidenti di Podemos potrebbe – secondo alcuni sondaggi – prendere il suo primo seggio al parlamento spagnolo. Il processo a Madrid non ha stroncato l’indipendentismo catalano, anzi. Puigdemont, in esilio in Belgio, se eletto al parlamento europeo potrebbe essere arrestato, perché, secondo le procedure, si deve giurare nel paese d’origine dove su di lui pende un mandato di cattura – ma non sembra che questa “clausola” gli stia impedendo la campagna elettorale, fatta poi sostanzialmente dal bisogno di “europeizzare” la questione catalana.
Insomma, per capire davvero cosa succederà a maggio alle europee in Spagna bisogna aspettare intanto che passi aprile.

Nicotera, 15 aprile 2019
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 16 aprile 2019.

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