Céline: la lingua dell’odio è una petite musique.

Céline odiava Proust, odiava la sua scrittura frocia, aristocratica e democratica, ebrea: «Proust spiega troppo per il mio gusto: trecento pagine per farti sapere che Tizio incula Tizio, è troppo». Lo odiava in nome della propria scoppiettante costruzione linguistica, la «petite musique», una lingua viva e vivace, dove l’argot popolare è mescolato con lo stile colto, vera e non ipocrita, capace di dire le cose come sono (era stato Pirandello a distinguere tra “lingua delle cose” e “lingua delle parole”), di strapparti la carne di dosso e incapace di ipocrisie. Senza sfinimenti e arzigogoli dell’estetismo grammaticale. In nome della sua lingua francese, in nome della sua lingua ariana. In nome del grande poeta Villon, che poi è la fondazione della lingua francese. Un tempo c’era il francese, il francese «regale», poi sono arrivati gli ebrei e hanno imbastardito la lingua. Hanno giudaizzato il francese. «Dopo l’affaire Dreyfus, la Francia appartiene agli ebrei, beni, corpo e anima». E hanno imbastardito tutto: «Radio, Cinema, Stampa, Logge, brogli elettorali, marxisti, socialisti, larocquisti, euristi della venticinquesima ora, tutto ciò che può piacervi ma in sostanza: congiura giudaica, satrapia giudaica, tirannide corrompente giudaica. Differenze, paraventi, trucchi puzzolenti, picchetti, staffette d’invasione delle truppe giudee, penetrazioni, trionfi, esultanze dei Giudei sulla nostra pelle, sulle nostre ossa, lacerazioni, ruzzoloni su guerrieri carnefici, rivoluzionari. Combattimento di specie, implacabile. Formiche contro bruchi. Impresa di morte… Tutte le armi vanno bene. Giudei negroidi contro bianchi. Niente di più, niente di meno».
Dice Alessandro Piperno: «Gli esegeti di Céline si dividono in due famiglie: quelli che lo considerano un “grande scrittore ma atroce antisemita” e quelli che lo liquidano come “un atroce antisemita ma grande scrittore”. I primi lo giustificano, lo normalizzano (è il caso di Gide); i secondi lo deplorano, ghettizzandolo in un angusto mondo xenofobo e paranoico».
Forse, queste considerazioni andrebbero bene anche per Ezra Pound. Pound (che amava Villon, dopo di lui, nessuno aveva avuto un «segno tanto pulito») odiava l’usura, e identificava il sistema demo-liberale (e le politiche economiche di Roosevelt) con l’usura e in essa “il male” della civiltà occidentale, e il suo antisemitismo era fondato sull’identificazione dell’ebreo con l’usuraio. Ah, non tutti, certo: «poveri ebrei… che pagano per la vendetta di alcuni grossi ebrei contro i goyim». L’odio verso l’usura innerva la costruzione della sua poetica e la formulazione del suo paradiso. I suoi discorsi fascisti alla radio sono terribili: «I 60 giudei che cominciarono questa guerra potrebbero essere spediti a Sant’Elena come misura di profilassi mondiale, e con loro qualche supergiudeo, voglio dire giudei che non sono ebrei». La comunità intellettuale americana e internazionale si spaccò quando Faulkner e altri si proposero di liberarlo dal manicomio in cui era stato rinchiuso e in cui passò tredici anni. Scrisse Saul Bellow nel 1956: «Nelle sue poesie e nei suoi discorsi via radio, perorava l’ostilità verso gli ebrei e predicava odio e sangue. Liberarlo perché è un poeta? Magari poeti migliori di lui sono stati sterminati. Quello che mi sconcerta è che lei e il signor Steinbeck, che da tantissimi anni avete a che fare con le parole, non vi rendiate conto della rilevanza delle frasi esplicite e brutali di Pound sui “giudei” che conducono i “gentili” al macello. Questa è poesia? È un invito a uccidere. Il mondo intero congiura per ignorare quello che è successo, le guerre colossali, gli odi smisurati, le stragi inimmaginabili, la distruzione dell’immagine stessa dell’uomo. E noi – “un gruppo rappresentativo di scrittori americani” – ci mettiamo a fare lo stesso? Un bel pasticcio!» Essere poeti, e nel caso di Pound grandissimi poeti, non giustifica l’orrore. Bellow, anzi, sembra rovesciare la questione: proprio chi conosce la potenza delle parole ne ha più responsabilità, e che un grande poeta sia stato un istigatore d’odio è un supplemento di colpa, di certo non un’attenuante. Chissà cosa avremmo detto noi. Pasolini, sedendogli vicino, poetò, parafrasando una poesia di Pound: «Stringo un patto con Te, Ezra Pound Ti detesto ormai da troppo tempo / Vengo a Te come un fanciullo cresciuto che ha avuto un padre dalla testa dura / Sono abbastanza grande ora per fare amicizia». E Pound, pontificando: «Allora, amici. Pax Tibi, Pax Mundi». In nome di Withman la poesia si ricomponeva.
Ma in Céline è diverso: lo splendore della sua lingua e il suo odio contro “i giudei” sono una cosa sola, la stessa carne, lo stesso sangue – la sua lingua è ariana. Ariana esteticamente, vertiginosamente, canonicamente – come Il trionfo della volontà di Leni Riefenstahl sul raduno di Norimberga del 1935 del Partito nazionalsocialista tedesco dei lavoratori, un film straordinario, innovativo, un canone. «Io sono solo un operaio», dice spesso di sé, nelle interviste, Céline. Un operaio ariano della lingua.
Dice dell’odio Wislawa Szymborska: «Diciamoci la verità: / sa creare bellezza / Splendidi i suoi bagliori nella notte nera / Magnifiche le nubi degli scoppi nell’alba rosata. / Innegabile è il pathos delle rovine».
Il pathos delle rovine. La lingua di Céline è nichilista. Scaracchia, scorreggia. È primordiale. Viene dalle viscere della terra, del mondo, dalla conflagrazione dell’universo. Non ha padri, fratelli, figli. È come sentire il fragore delle granate della guerra (la prima, la Grande guerra che sconvolse l’Europa) intorno a te stando ancora in trincea, dove Céline era stato portandosene appresso un grande terrore, e sapendo che tra poco andrai all’attacco o ti assaliranno e forse morirai. Tutti moriremo, l’Europa morirà, è già morta. Bagattelle per un massacro (uno dei suoi tre libelli violentemente antisemiti, gli altri: Ècole des cadavres e Les beaux draps che, per volontà dell’autore a cui ha tenuto fede la moglie, non sono stati mai più ristampati, anche se circolano) è un libro contro la guerra, e contro i maledetti ebrei che la guerra la vogliono, la preparano e manderanno al macello gli ariani. Per salvarci, non rimane che l’alleanza franco-tedesca. Per la pace, non ci rimane che Hitler. Stupidi quegli ariani che non lo capiscono, giudei pure loro.
Il potere delle parole. Disse di Céline, Roberto Bolaño: «È l’unico autore di cui penso che sia stato al tempo stesso un grande scrittore e un figlio di puttana. Proprio un essere umano abietto. Si stenta a credere che i suoi momenti più gelidamente ripugnanti sembrino coperti da un’aura di nobiltà, il che si può attribuire solo alla potenza delle parole». L’abiezione. Dice Julia Kristeva: «Tutta la posizione narrativa di Céline sembra ordinata dalla necessità di attraversare l’abiezione della quale il dolore è l’aspetto intimo, e l’orrore il volto pubblico». Se c’è qualcuno che impastando d’odio le parole ha saputo costruire un’estetica, creare bellezza, splendidi bagliori nella notte nera, questo è Louis-Ferdinand Céline. «C’è ancora qualche motivo di odio che mi manca. Sono sicuro che esiste», aveva scritto in Mea culpa.
Dopo Céline – Viaggio al termine della notte è davvero un capolavoro – la letteratura non è stata più la stessa, questo è sicuro. Pure l’odio contro gli ebrei non è stato più lo stesso, questo è altrettanto sicuro.

Nicotera, 13 agosto 2017
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 18 agosto 2017

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C’era una volta l’odio di classe.

Lo so che è irriverente accostare uno dei più lucidi filosofi italiani del pensiero marxista a una casalinga di Voghera – e diomifulmini se non me ne rendo conto. Però, seguitemi a me. In un’intervista del 1993, a Antonio Gnoli di «Repubblica» che vaneggiava di ritorno della classe operaia e gli chiedeva conto delle sue teorie tardo anni Sessanta e del suo «odio di classe» come a un maestro zen si chiede conto dell’imperituro e pure ogni volta sorprendente fiorire dei ciliegi, Mario Tronti – è lui uno dei più lucidi filosofi italiani del pensiero marxista – rispondeva: «Nella vita privata sono una persona mite, non riuscirei mai a odiare nessuno personalmente».
Che è un po’ la sconcertante scoperta fatta da Paolo Di Paolo, giovane e intelligente scrittore, che in una lettera aperta agli “odiatori del web”, dopo aver intrattenuto con alcuni di loro una sorta di breve epistolario, riporta il proprio sgomento tra la gentilezza privata manifesta e quell’assatanamento da tastiera che fa dire sui social network a alcuni di loro a proposito degli immigrati frasi come «Bisogna riportarli nel deserto e lasciarli senza acqua né cibo»; oppure: «Ma perché non li prendiamo a sprangate?»; o ancora: «I nigeriani come razza negra sono i più bastardi e violentano le donne dalla pelle bianca». E queste parole che certificano odio pubblico, in mezzo a foto di prima comunione dei nipotini, o immagini di cani e gatti ben nutriti e amati, di pupi in aule scolastiche dove si insegna o dove si vanno a prendere i propri bambini. Un post con una foto con un sorriso gentile e disarmante e un post subito dietro in cui si chiede che venga evirato un profugo. «La situazione è molto violenta per tutti, mi sono adeguata, o meglio ho usato il linguaggio per smuovere idee e convinzioni, in realtà io sono diversa», dice una, la casalinga di Voghera. Nella vita privata è una persona mite. Forse lo siamo tutti, persone miti nella vita privata. Per quel che conta.
È in Operai e capitale, il libro più importante di Tronti, pubblicato nel 1966, per molti versi aurorale di ciò che furono gli anni Sessanta e Settanta in Italia, che si trova il nocciolo della filosofia politica dell’odio di classe: «Sulla base del capitale, il tutto può essere compreso solo dalla parte. La conoscenza è legata alla lotta. Conosce veramente chi veramente odia. Ecco perché la classe operaia può sapere e possedere tutto del capitale: perché è nemica perfino di se stessa in quanto capitale». Siamo nel cuore della teoria marxista: la borghesia odia il proletariato ma non può odiare se stessa, ha impiegato secoli per arrivare al potere, si coccola e si gongola; il proletariato è l’unica classe che può instaurare una società senza classi perché sa d’essere carne del capitale e deve rinnegarsi. Il capitale ha tutto, è il tutto: società, cultura, ideologia, intellettuali, scienza e sapienza; solo la faziosità, solo la scelta unilaterale, del collocarsi in una parte può permettere di capire come stanno le cose. La scelta della faziosità è la scelta di stare dalla parte operaia, e di odiare la società. Classe operaia e società capitalistica, questo è lo schema della lotta di classe. Va detto subito – anche se nel 1970 il libro fu ripubblicato con Poscritti e Avvertenze che ricalibravano e quasi prendevano le distanze da se stesso – che il lavoro di Tronti fu soprattutto una sfida teorica, un’avventura dell’intelletto: «La classe operaia oggi è talmente matura che sul terreno dello scontro materiale non accetta, per principio e di fatto, l’avventura politica. Sul terreno invece della lotta teorica, tutte le condizioni sembrano felicemente imporle uno spirito nuovo di scoperta avventurosa». Tronti è sempre rimasto dentro il Partito comunista – rifuggendo da ogni tentazione radicale e extraparlamentare – e ne ha seguito tutte le evoluzioni e denominazioni, assumendo anche cariche significative (senatore, presidente del Centro Riforma dello Stato) e elaborando tesi e concetti di un continuo “laboratorio politico”.
Ricorda Tronti: «Consegnai quel libro per l’abilitazione alla cattedra di Filosofia Morale. In commissione c’era Nicola Abbagnano, il quale a un certo punto se ne venne fuori dicendo: ma insomma come fa a sostenere che conosce solo chi veramente odia? È inammissibile, la verità è che conosce solo chi veramente ama. Mi rimase impressa questa cosa perché era indicativa di due posizioni inconciliabili. La mia la manterrei. Odio ogni forma di umanitarismo, e poi lì si parlava di odii collettivi, di classe».
Non è l’amor «che move il sole e l’altre stelle», come recita l’ultimo verso del Paradiso di Dante, perciò, ma l’odio. Forse c’è una eco delle parole di Walter Benjamin in Angelus Novus: «Il soggetto della conoscenza storica è la classe stessa oppressa che combatte. Questa coscienza è sempre stata ostica alla socialdemocrazia. Essa si compiaceva di assegnare alla classe operaia la parte di redentrice delle generazioni future. E così le spezzava il nerbo migliore della sua forza. La classe disapprese, a questa scuola, sia l’odio che la volontà di sacrificio. Poiché entrambi si alimentano all’immagine degli avi asserviti, e non all’ideale dei liberi nipoti».
Benjamin scriveva che la classe operaia è raechende Klasse, la “classe vendicatrice”. E chi potrebbe immaginare un uomo più mite di Benjamin?
Quindi, l’odio come una funzione storica, non solo analitica, di conoscenza e coscienza, l’odio come sentimento del conflitto, che è poi motore delle cose. E il conflitto è lì fuori, nelle cose, non è un’interpretazione del mondo. Odiare è il solo modo per interpretare il conflitto. È la classe operaia che deve vendicare e riscattare la storia secolare del suo sfruttamento, «senza lacrime per le rose». Dimenticare questo, affabularlo in una composizione di interessi contrastanti, significherebbe solo condannarsi all’impotenza, alla sconfitta, alla perpetuazione del dolore. Non c’è felicità possibile, certo, ma solo un lavoro storico da compiere.
Ecco. Ma ora, ora che la classe operaia non c’è più come soggetto storico – ci sono, certo, gli operai, c’è il lavoro, c’è la produzione, c’è lo sfruttamento – cosa ne rimane di quell’odio? Ora che il lavoro si è polverizzato in mille rivoli, e stenta a riconoscersi come classe, ora che ciascun lavoratore è gettato nel mondo, in cui non sa orientarsi, privo com’è di una conoscenza “di parte”, l’odio si è come disancorato dalla sua “materia”. Galleggia, all’altezza della bocca, ma non arriva all’intelletto. Dalle “astrazioni” legate alla produzione e alla società (la borghesia, le classi, il capitale, il lavoro), di segno collettivo, si è passati alle “differenze” umane (la razza, il colore della pelle) e alla polverizzazione in termini personali. Puttana, frocio, a ogni piè sospinto; beh, una volta si sarebbe detto, sei un piccolo-borghese, o un clerico-fascista, e funzionava meglio.
Siamo miti privatamente, odiamo pubblicamente, così, a prescindere. Ecco, magari si potrebbero rovesciare le cose: “odiare” privatamente, guardare con occhio lucido e intelletto fino il mondo come propriamente è – non esattamente il migliore dei mondi possibili – e essere miti pubblicamente.

Nicotera, 7 agosto 2017
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 10 agosto 2017

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