Il patto tra Svezia, Finlandia e Gran Bretagna e l’Europa che non c’è.

Svezia e Finlandia stringono un “patto di difesa militare” con la Gran Bretagna – senza neppure aspettare la decisione parlamentare e popolare sull’adesione alla Nato. È del tutto evidente che “l’urgenza” di una protezione nucleare – mentre qui si strilla all’aumento delle spese militari che ci saranno alle calende greche – mostra quanto sia cambiata la “percezione” dell’atteggiamento russo in quei paesi dopo l’invasione dell’Ucraina. Non sto dicendo che si sia convinti che Putin aggredirà a breve la Finlandia – sto dicendo che nella relazione storica tra quei paesi, soprattutto la Finlandia, e la Russia qualcosa si è definitivamente rotto. Come si è rotto in Svezia – paese che aveva fatto della neutralità un “modello” internazionale.
C’è un’altra questione singolare in questo patto – ovvero, che sia la Gran Bretagna, uscita dall’Unione europea con la Brexit, a fornire protezione a due paesi europei. L’Europa non basta a se stessa. Questo è. La guerra di logoramento in Ucraina sta logorando, lentamente, l’Europa.
Benché tutti i leader del mondo si sbraccino per dire che “l’occidente è unito” a me sembra esattamente il contrario: c’è un asse anglo-americano, questo sì, ma è un dato storico e non è una novità; e poi c’è un’Europa in ordine sparso: la Germania balbetta e traccheggia; la Francia si dà un gran daffare tenendo sempre un “faticoso” filo di contatto con Putin, ma sinora niente miracoli; la Spagna è defilata; l’Italia prova a tenere il piede in due scarpe, ovvero Europa e Usa; l’est europeo si stringe sempre più agli americani, a cominciare proprio dall’Ucraina – e sul piano militare e sul piano dei prossimi “piani di ricostruzione”; l’Ungheria di Orbàn fa il suo lavoro sporco, ma Visegrad è già un lontano ricordo; e il nord Europa (dai Baltici a Svezia e Finlandia) urge di una “difesa militare” che in Europa non c’è e chissà se ci sarà mai.
Dal punto di vista politico – questa è la vittoria di Putin. Quello che Putin avrebbe probabilmente ottenuto con uno sfondamento rapido sul campo, ovvero ripetere il “modello Crimea” che è diventata sua nel 2014 senza che nulla accadesse, conquistando l’Ucraina rapidamente, qui, in occidente, si sarebbero spalancati i distinguo – altro che “inviare armi”. C’è da giurarci che avremmo accettato il dato di fatto. Più la guerra di logoramento dura, più la vittoria politica di Putin cresce.
Si potrebbe a questo punto persino sperare che con intelligenza politica Putin capitalizzi questa situazione – smettendo la guerra e costruendo rapporti economici bilaterali ancora più stringenti e significativi con questo o quel paese europeo. Ma il fatto è che il risultato politico viene tutto dalla guerra di logoramento. Il moderato Putin lo ha detto il giorno della parata – la crisi alimentare, l’inflazione e l’aumento dei prezzi creeranno problemi nell’occidente. E lui questo sta aspettando, che questi “problemi” si ingigantiscano.
Chiedersi perciò qual è l’obiettivo militare e “territoriale” di Putin è una cosa senza senso – ieri sembrava volesse anche l’ovest, oggi sembra che voglia prendere Kiev, domani sembra che voglia solo il Donbas, dopodomani che voglia arrivare in Transnistria. E senza senso sono perciò i “ragionamenti” su cosa potremmo concedere a Putin perché si cheti: gli diamo solo l’est o anche il sud? Gliela diamo Odessa, oppure no? L’obiettivo militare di Putin, oggi, è subordinato al suo obiettivo politico. E il suo obiettivo politico è scompaginare “l’occidente”. Ci sta riuscendo. Con la guerra di logoramento ci sta riuscendo.
È da questo punto di vista, politico, che dovremmo perciò interrogarci, considerando che il nobile intento del pacifismo è assolutamente impolitico e che la guerra durerà a lungo e si predicherà a lungo ai passeri. Putin è il nostro “cavallo di troia” per rendere più debole l’occidente – e quindi saper profittare della sua crisi (ammesso si sia in grado di profittare)? Fosse così: za Putina! Alzi la mano, il cretino che pensa questo. La neo-americanizzazione dell’Europa o di una sua parte (non solo militare, ma con i piani Marshall di nuovo conio) è un evento auspicabile? Ma manco per idea.
Senza un punto di vista politico – non ha neppure senso “per noi” la resistenza ucraina, possiamo dirlo senza suonare cinici. Che Putin sfondi o che Zelensky resista, cosa mai può cambiare a noi, se questo significherà un ulteriore isolamento della Russia – perdendo la vera occasione di una “grande Europa” – o se significherà la sua americanizzazione? Benedetta invece la resistenza ucraina, se questo logoramento – che significa vite umane, profughi, città rase al suolo – è il presupposto per lanciare un’idea di Europa. Non saranno Macron, Scholz e Draghi a fare un’Europa pacifica, giusta, equa, solidale. Dovremmo essere noi a volerlo – a costruire la soggettività politica necessaria per questo sacro impegno.
Oggi, come già a Ventotene nel ‘41, sembra solo un sogno.

12 maggio 2022.

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Quando Mosca avrà finito il suo sporco lavoro, allora sì che voleranno gli stracci.

Ogni guerra ha un suo luogo dove pare concentrarsi tutta la sua storia, il suo senso, se mai una guerra ha un senso – così è per Falluja in Iraq, per le montagne afghane di Tora Bora, e andando all’indietro così è per Dien Bien Phu, per Stalingrado, per Verdun e Caporetto, per Waterloo, per Canne, per le Termopili. Non importa che sia una vittoria o una sconfitta, quale degli eserciti abbia alzato i vessilli e squillato le trombe e quale abbia versato più sangue: quella battaglia segna una svolta. Cambia la guerra, e la percezione di quella guerra che ne hanno non solo gli eserciti in campo ma il mondo intero, in quel momento e per sempre.
Mariupol – se cadrà presto come tutto lascia credere – assediata, bombardata, senza acqua, luce, medicinali, cibo, potrebbe essere il nome che ricorderemo di questa guerra e scriveremo nei libri di storia.
Sergei Orlov è il vicesindaco di Mariupol e è molto preoccupato della sorte dei civili ancora intrappolati nella città e che non riescono a andare via attraverso i corridoi umanitari. Poi, c’è Viktoria Kalachova, che è anche lei vicesindaca di Mariupol, ma nominata dai russi, d’altronde abbiamo due papi perché non possiamo avere due vicesindaci a Mariupol; intervistata dalla «Tass», la signora Kalachova, si dice sicura che il 9 maggio – il giorno in cui si celebra la Grande Guerra Patriottica – nella “sua” città si terrà una grande parata militare. Una “continuità”, che è come dire che la “denazificazione” che si era promesso di compiere Putin, nel suo discorso del 21 febbraio in cui riconosceva le due repubbliche autonome del Donbas e dava avvio alla guerra, si sarà compiuta: Mariupol sarà stata liberata dai nazi, grazie ai fratelli russi.
Le guerre si decidono sul campo, ma oggi si parla molto della guerra “ibrida”, intendendo che buona parte della guerra lascia il suo segno anche fuori dal campo di battaglia. Io osservo solo che dalla guerra di Spagna e dalla Seconda guerra mondiale è caduta la distinzione tra combattenti e civili – le bombe tedesche e italiane su Guernica, le bombe tedesche su Coventry, le bombe inglesi su Dresda, le bombe americane su Hiroshima e Nagasaki, il napalm americano in Vietnam non avevano alcun senso militare, né strategico né tattico e avevano proprio l’obiettivo di terrorizzare la popolazione, distruggere le città, far pagare a quel popolo il tributo di sangue proprio per essere di quel popolo – come se vi fosse un’altra scelta. Aggiungeremo il nome di Mariupol a questo triste elenco.
Ai tempi dell’attacco alle Torri gemelle e poi della lunga scia di attentati compiuti da bin Laden e da al Qaeda, si parlò molto, invece, della “guerra asimmetrica” che avrebbe caratterizzato i conflitti a venire, ovvero la differenza sul campo tra eserciti “regolari” e il “terrorismo” (in quel caso, il fondamentalismo islamico). Eppure, anche la guerra in Ucraina è “asimmetrica”, vista la sproporzione degli eserciti in campo e il fatto – chiarissimo a tutti fin dall’inizio, anche perché detto a chiare lettere – che non ci sarebbe mai stato coinvolgimento degli americani e della Nato sul campo, perché questo avrebbe innescato una spirale di deflagrazione ancora maggiore del conflitto fino a una terribile Terza guerra mondiale e nucleare. L’esempio più lampante è la questione della “no fly zone”, che gli ucraini hanno chiesto ripetutamente e insistentemente ma senza risultato. Accade così che dei due combattenti in campo, non solo uno è tanto più grosso e può subire colpi senza danni irreparabili anche perché combatte su un suolo non proprio, ma quello più piccolo combatte pure con una mano legata.
La caduta di Mariupol sarà probabilmente la “svolta” di questa guerra. Le trattative fra russi e ucraini, che pure erano iniziate, a volte in presenza a volte virtuali, grazie all’intermediazione del turco Erdogan, e che si erano interrotte perché gli uni (i russi) parlavano come se avessero già in tasca il Donbas, gli altri (gli ucraini) non l’avevano ancora perduto, potrebbero ricominciare. Di certo, Putin, che finora ha evitato le richieste di sedersi a un tavolo, potrebbe finalmente essere disposto a farlo: il Donbas è quasi tutto suo, il corridoio verso la Crimea (che era già sua, senza che qualcuno avesse alzato il sopracciglio) pure. L’est dell’Ucraina e un pezzo del sud sono in mani russe – e a quel punto si tratta o di riconoscere un dato di fatto o di immaginare che si è in grado di riconquistare i territori perduti e respingere i russi dentro i loro confini. Saremmo davvero di fronte all’alternativa cedere o proseguire a oltranza.
Io credo che a quel punto – e parliamo di giorni ormai (va tenuto anche presente che le presidenziali francesi stanno un po’ “sospendendo” le cose, in attesa dell’esito) – tutte le contraddizioni sul “fronte occidentale”, e intendo sia quelle tra l’Europa e gli Usa, sia quelle dentro le diverse sfumature dei governi europei (e penso soprattutto alla Germania, ma se la Germania va in trance tutta l’Europa va in trance), sia quelle all’interno di ogni paese dentro le opinioni pubbliche, esploderanno. Tutti i sondaggi danno una maggioranza schiacciante di cittadini che vuole chiudere presto la guerra – anche laddove il giudizio su Putin è di ferma condanna: non è difficile immaginare che quella parte di “ceto politico” che, a esempio in Italia, si è acconciato alle decisioni di governo nel dare sostegno a Zelensky e dal punto di vista delle sanzioni e dal punto di vista militare, difficilmente si terrà a freno. Gli argomenti saranno quelli sinora “agitati” ma mai divenuti linea politica divergente, ovvero: la guerra è interesse americano e non europeo, siamo noi europei a pagarne il prezzo più alto (e il gas, e l’olio di semi, e gli affari), mutilare l’Ucraina non sarà poi sta grande tragedia. Di certo – l’idea che ci sia un serbatoio consistente di voti sulla “pace” potrebbe far alzare i toni, fino a immaginare una crisi di governo.
Di sicuro, il “dibattito pubblico” – che è poi il vero luogo “ibrido” di questa guerra – ovvero quello che si svolge sui quotidiani, sui talk, nei social, andrà in fibrillazione: non è difficile immaginare un suo incanaglimento, qualsiasi sia la bontà delle tesi che verranno esposte, e che sono poi le stesse ascoltate sinora. Prepariamoci al peggio, da questo punto di vista, che non è poi così secondario: stiamo parlando dell’anima politica di questo paese in una temperie mai vista, ma neppure immaginata. Ci saranno, ci sono già, cicatrici profonde. Quello che sfugge, spesso, è che sotto i nostri occhi “l’ordine mondiale” che ha retto da Yalta fino alla dissoluzione dell’Urss del ’91, sta completamente saltando; quello che sfugge è che siamo già nella Terza guerra mondiale, se non dispiegata militarmente (e per fortuna), quanto meno per la presenza di tutti i principali “attori” della geopolitica mondiale: non solo russi e americani e europei, ma cinesi, turchi, indiani e via via tutte le nazioni dell’Onu, chiamate a dire la propria. La guerra d’Ucraina – qualunque sarà il suo esito – non è come la Cecenia, la Siria, l’Afghanistan, il Rwanda, lo Yemen.
Io non credo che la “postura americana” sia per principio quella della guerra a oltranza – questa è la lettura antiamericanista che continua a addebitare la responsabilità del conflitto direttamente in capo agli americani, che usano gli ucraini come carne da macello per regolare i conti con la Russia, e sostiene che Biden abbia deliberatamente alzato sempre i toni contro Putin, per bloccare ogni tentativo di trattativa (quale?), perché vuole buttarlo giù, vuole un regime change. Credo piuttosto che la decisione recente di intensificare finanziamenti e armi agli ucraini sia dettata soprattutto dalla necessità di impedire che la Russia si prenda tutta l’Ucraina – eventualità a tutt’oggi tutt’altro che remota. E credo anche che sia vero che gli Usa siano propensi a continuare la loro ostilità contro la Russia, ma la sposteranno tutta e solo sul piano economico. La caduta di Mariupol, intendo, porrà domande anche all’amministrazione americana.
Ma la prosecuzione della guerra con altri mezzi – che è il vero carattere “ibrido” – ovvero con la guerra economica, non “passerà” come acqua fresca in Europa. E l’incanaglimento nel “dibattito pubblico” non sarà più se l’invio di armi sia un gesto di resistenza a un aggressore o provoca più morti e quindi è meglio la resa: avverrà intorno la questione delle sanzioni. E queste, sì, molto più dell’invio di armi o dell’appartenenza a questa o quella nazione di una remota regione d’Europa, “toccano” la vita quotidiana.
Prepariamoci al peggio.

Nicotera, 21 aprile 2022.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 22 aprile 2022.

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