C’era una volta.

1.
I gloriosi trent’anni europei – quel periodo che va dalla fine della Seconda guerra mondiale fino alla fine degli anni Settanta – sono stati una parentesi felice nel duro ciclo secolare del capitalismo. Una parentesi lunga nel secolo breve. La ricostruzione – dopo la distruzione profonda della guerra – degli apparati produttivi, di quartieri e città, delle scuole, di porti e linee ferroviarie, gli investimenti massicci nell’industria, la modernizzazione dell’agricoltura, gli stanziamenti per le aree depresse, le invenzioni nella meccanica e nella chimica, una maggiore facilità di accesso al credito, il carattere massivo e di massa che assumevano la produzione e il consumo, la formazione diffusa, la sanità pubblica, la mobilità sociale verso l’alto, una maggiore distribuzione di ricchezza, una fiscalità progressiva, e mille altri fenomeni minuti e profondi, nei costumi, nelle abitudini, nell’idea stessa di vita quotidiana e di futuro possibile, nei linguaggi espressivi della cultura – tutto questo è stato il frutto di una irripetibile combinazione tra profitto del capitale e interesse sociale. Irripetibile combinazione non fortuita, certo, ma risultato per un verso dell’enorme quantità di valore che veniva prodotta e del lavoro necessario; per un altro del bisogno di appagare le richieste sociali per evitare che scivolassero pericolosamente verso “il comunismo” (in un mondo bipolare), e della forza progressiva che si andava accumulando e dispiegando dentro i meccanismi di riproduzione sociale: in una parola, un “uso” reciproco – con obiettivi diversi e oppositi – della produzione, ma dentro la stessa forma di rappresentazione politica degli interessi: la democrazia, lo stato. Ne facevano fede i “mitici” paesi del nord-Europa, con il loro benessere e le loro libertà, le cogestioni tra socialdemocratici e cattolici popolari, i laburismi variamente declinati, la capacità, anche dall’opposizione, di indicare indirizzi di governo. Quest’uso reciproco della produzione si è spezzato quando i margini di erosione del profitto che l’autonomia del lavoro e della società acquisivano si sono sovrapposti alla incapacità del sistema di generarne ancora significativamente. La reciprocità era finita: o usava l’uno o usava l’altro.
Quel mondo, quel capitale, quella composizione di classe, quel profitto, quella società – non esistono più. Ne viene che anche quella forma della rappresentanza politica, quella democrazia e quello stato non esistono più. E non si può vivere oscillando tra la romanticheria nostalgica di un tempo che non c’è più (un racconto intorno al fuoco, come quando si raccoglievano denti di drago) e l’affacciarsi al futuro in nome di un passato che si vorrebbe non fosse mai passato.

2.
Il capitalismo, variamente articolato, che domina ormai il mondo e che trova – ahinoi – un’unica opposizione totale, assoluta in una forma oscura di comunitarismo religioso, è finalmente libero da lacci e lacciuoli – ovvero è tornato a essere quello che è sempre stato: potremmo perciò dire che l’unica crisi del capitalismo che abbiamo conosciuto è stata quella dei gloriosi trent’anni. È il capitalismo di sempre, benché lo si sia appellato con vari aggettivi (di stato, tardo, post-moderno, post-industriale, post-fordista, finanziario, tecno, turbo eccetera) come se questi cambiassero la sua “natura”: ovvero, il sistema produttivo e riproduttivo finalizzato a trarre maggior profitto possibile dall’investimento di denaro (poco importa se in armi nucleari, bottoni di madreperla, futures e swap, coltivazione di oppiacei e suoi derivati) a mezzo lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Sfruttamento materialissimo, anche se la merce in cui si condensa e rapprende il lavoro – e quindi il suo valore estratto e tradotto in quell’equivalente generale che è il denaro – è immateriale. Sfruttamento che si realizza nell’intera società e nel suo scambio ineguale denaro-lavoro sotto varie forme e tempi, in una compresenza di attività da smart a schiaviste, durante tutta la giornata lavorativa sociale.
Potremmo dire perciò che i successivi decenni, che vanno dagli anni Ottanta a oggi – scanditi dalla reaganomics, dalla deregulation, dal thatcherismo, dal blairismo, dalla “terza via”, dal neo-liberismo e accelerati dalla reale e simbolica caduta del muro di Berlino – sono stati caratterizzati dall’ininterrotta “reconquista” operata dal capitalismo – sul piano ideologico, normativo, istituzionale – sia di margini di profitto sia di riduzione della ridistribuzione di ricchezza sia di dominio sul lavoro, e dalla resistenza in trincee sempre più ridotte dei risultati sociali ottenuti dalle forze del lavoro. I margini di profitto riconquistati dal capitalismo sono spaventosi. La quantità di dominio riconquistata dal capitalismo è spaventosa.

3.
Da questo punto di vista – della continuità del dominio del capitale – il rapporto con l’ambiente, la natura, il territorio, il paesaggio è sempre stato sfrenato. Da qualunque cosa il capitale possa trarre profitto – la terra, il sottosuolo, le acque, il sole, il vento, le risorse e le energie – lì il capitale investirà: al capitale interessa poco che il livello dei mari possa salire di un metro e mezzo nei prossimi vent’anni o che la temperatura terrestre possa crescere di due gradi. Un terreno, per il capitale, ha valore se è un luogo di opportunità di investimento – che sia per edilizia abitativa o un resort di lusso, che sia per una discarica a cielo aperto o per una distesa di pannelli solari, quello che conta è quanto si guadagna adesso e non fra vent’anni, non la storia del territorio, la sua vocazione, la sua cultura. Il capitale è immanenza, non metafisica. Se si fa metafisica, lo è del denaro.
La catastrofe che abitiamo è perciò nello stesso tempo il prodotto e l’occasione del capitalismo. Si potrebbe dire che il capitalismo ha fatto proprie le considerazioni di Fredric Jameson quando a proposito della condizione postmoderna diceva che è più facile immaginare la fine del pianeta che quella del capitalismo. Il capitalismo è il sistema che va distruggendo le nostre vite, nello stesso momento in cui si adopra per salvarle: senza le nostre vite, non c’è produzione e non c’è consumo – non c’è profitto. Nella pandemia, questa “doppia elica” del codice genetico del capitalismo è apparsa con ogni evidenza. La pandemia è il risultato della continua distruzione dell’habitat, dello smantellamento dei sistemi sanitari nazionali, di una diffusa e ininterrotta mobilità e socialità finalizzata solo alla produzione intensiva; e tutti i metodi imperfetti per farvi fronte, per “salvarci”, dalle scelte di gestione dei governi ai farmaci messi in campo, sono occasioni ghiotte per profitti impensati (i guadagni delle Big Pharma e delle Big Data sono impressionanti, come il balzo delle loro quotazioni) e per accrescere ulteriormente l’accumulazione e il controllo dei nostri dati per orientare ancora meglio le nostre scelte di consumo e per “gestirci”.
La “new frontier” del capitalismo – gli accordi di Parigi, la Cop 26 – è perciò il “green”, la salvezza del pianeta, estenuato a un punto tale da mettere in discussione l’esistenza stessa. Non è un passaggio lineare e indolore, questa transizione – dal fossile alle rinnovabili non è propriamente uno schiocco di dita – come d’altronde non lo fu l’introduzione del telaio meccanico o l’abbandono dello zolfo e del carbone. Il pianeta non si salverà tutto.

4.
È lecito immaginare, sperare che questo rinnovato spirito animale del capitalismo porti con sé occupazione di massa, investimenti massicci, stanziamenti in aree depresse, nuova scolarizzazione e formazione di livello, sanità pubblica, fiscalità progressiva sui grandi capitali e le movimentazioni finanziarie, crescita dei consumi, mobilità sociale verso l’alto – e più democrazia sociale? In breve: un nuovo “uso” reciproco, tra profitto e interesse sociale, della produzione e del consumo?
Io credo di no. Io credo che benché ci sia una apparenza di incontro di interesse tra una nuova ricerca di margini di profitto in merci e servizi green da parte del capitale e una vita meno inquinata, meno contagiosa, meno malata, da parte sociale – il sistema in cui questo va prendendo abbrivio è caratterizzato dalla “riduzione del danno” piuttosto che da un nuova “forma di vita”.
Il capitale – il “comunismo del capitale” – non riesce più a produrre tanta ricchezza e a distribuirla, anzi. Coltiva sogni individuali di riscatto che non si fanno mai processi collettivi e attizza incubi di vita quotidiana attraverso la precarizzazione, la riduzione dei corpi, del corpo sociale a un esercito sociale di riserva del lavoro. Un corpo sociale a “villaggi”, in parte inserito nella produzione, in parte tenuto ai margini, sulla soglia di povertà e carità, proprio come per i territori – alcuni virtuosamente produttivi, altri ormai in dismissione.
Gli investimenti dei fondi europei seguiranno perciò la mappa del capitale così com’è, i soldi andranno dove ci sono già i soldi: la filiera del valore è rigida – si dovrebbe invece investire dove sarebbe possibile creare un ciclo virtuoso e duraturo, dove più ampi sono i margini di crescita. Ma il capitalismo è di dura cervice.

5.
Ci si può sottrarre a questa deriva malinconica del capitalismo? Forse. Se abbandoniamo le formule universali, la dimensione molare dello sguardo critico, del conflitto: non c’è una produzione “comune” e quindi non ci sono classi universali: il lavoro vivo rimane concreto, frammentato, senza riuscire a farsi astratto; non c’è “una sola” forma istituzionale di complemento, e abbiamo “scoperto” che la democrazia liberale segue come le vettovaglie e può essere declinata in varie formule fino a essere svuotata di vita e di senso, limitata a stanchi rituali.
Ci sono territori produttivi che funzionano come circuiti integrati del capitalismo, dove tutti i soggetti sociali – i produttori, le istituzioni, il credito, la distribuzione – concorrono a accumulare valore; e ci sono territori dimenticati da dio dove neppure un rinnovato miracolo del pane e dei pesci potrebbe riaccendere la speranza – tra gli uni e gli altri, non c’è continuità: l’unica biologica certezza è la spartenza, la migrazione. Le migrazioni sono l’altra faccia di questo capitalismo, la “condizione umana” – proprio come gli insediamenti industriali e la proletarizzazione diffusa erano la faccia di “quello”; oggi, un solo grido universale sarebbe possibile: «Emigrati di tutto il mondo, unitevi!»

La questione politica fondamentale oggi è il rapporto tra centro e periferia, tra centralizzazione, verticalizzazione, “sequestro” dei poteri da un lato e decentramento della decisione dall’altro. La forma politica e istituzionale del rapporto tra centro e periferia è lo Stato. Quindi, la questione politica oggi è la fine della forma-stato come si è data nel Novecento. Qualunque teoria, qualunque pratica di lotta, qualunque costruzione di una alternativa nella vita produttiva e sociale – non può che passare attraverso la porta stretta del potere politico sui territori.

lanfranco caminiti
Nicotera, 7 agosto 2021.

Pubblicato in politiche | 1 commento

Esce dal carcere Sirhan SIrhan, l’uomo che sparò a Bob Kennedy e cambiò la Storia.

Ora, potrebbe capitare che a Mark David Chapman, l’uomo che l’8 dicembre 1980 sparò a John Lennon con una calibro 38, sotto il Dakota Building, New York, oggi detenuto in un carcere a Wende, Buffalo, alla prossima presentazione davanti al Parole Board – che è la commissione di libertà condizionale che decide se un detenuto possa essere rilasciato dal carcere in libertà vigilata dopo aver scontato almeno una parte della pena, siamo già all’undicesima volta – vada bene. Ha pure scritto, nel novembre 2020, una lettera a Yoko Ono, in cui dichiara “spregevole” quel suo gesto.
Di certo, è andata bene, dopo cinquantatré anni e alla sedicesima presentazione davanti al Parole Board a Sirhan Bishara Sirhan, oggi settantasettenne, l’uomo che la notte tra il 5 e il 6 giugno 1968, nelle cucine dell’Hotel Ambassador di Los Angeles, sparò tutti gli otto colpi della sua calibro 22 contro Robert F. Kennedy. Cambiando la storia americana.
È il giugno 1968. Il 4 aprile hanno sparato al dottor Martin Luther King al Lorraine Motel a Mulberry Street di Memphis. King doveva cenare a casa del reverendo Kyles, che alle 17 e 30 giunse al motel chiedendo al pastore di seguirlo. Salomon Jones, l’autista di King, gli consigliò, visto il freddo, di coprirsi con un cappotto. Alle 18 e un minuto King uscì sul balcone del secondo piano del motel, dove venne colpito da un colpo di fucile di precisione alla testa; un singolo proiettile calibro 30-06 sparato da un Remington 760 da James Earl Ray. Il proiettile entrò attraverso la guancia destra di King, spaccando la mascella e diverse vertebre mentre scendeva lungo il suo midollo spinale, tagliando la vena giugulare e le arterie maggiori prima di fermarsi sulla spalla. King cadde violentemente all’indietro sul balcone, incosciente. Trasportato al St. Joseph’s Hospital, i medici constatarono un irreparabile danno cerebrale, e la sua morte venne annunciata alle 19 e 05. Il presidente Johnson chiese al popolo di non cedere alla violenza, ma in più di cento città si erano scatenati tumulti. Ci furono quarantasei morti, più di duemila feriti e più di ventimila arresti.
Ora è giugno. Robert si è candidato alle primarie a marzo e si sarebbe votato a novembre. Sfidava il presidente in carica, Lyndon Johnson, il vice che aveva giurato il giorno che a Dallas avevano sparato all’altro Kennedy, al presidente, e che poi era stato riconfermato nel 1964. A gennaio la rielezione di Johnson – una delle presidenze più controverse: suo era il piano di riforme della Great Society, come il Medicare e il Medicaid, suo il Civil Right che aumentava i diritti degli afro-americani, sua la “guerra alla povertà” come suo l’impegno colossale nell’escalation della guerra in Vietnam – era data per certa, tanto che Robert aveva detto pubblicamente che non intendeva candidarsi. Alla fine di gennaio però i vietcong lanciarono la più grande offensiva dall’inizio della guerra in Vietnam, “l’offensiva del Tet”, il giorno del capodanno vietnamita: l’attacco mostrava con ogni evidenza che la guerra era molto lontana dall’essere vinta e che gli sforzi bellici della presidenza Johnson erano stati inutili.
L’offensiva del Tet rafforzò nel Partito democratico la posizione di Eugene McCarthy che si era sempre opposto alla guerra e indebolì Johnson che a marzo si ritirò. È a questo punto che Robert, da sempre contrario alla guerra, aveva deciso di presentarsi. Così, il “fronte pacifista” aveva due candidati, McCarthy e Kennedy, mentre il ritiro di Johnson aprì la strada al suo vice, Hubert Humphrey, appoggiato dall’establishment dem. Quando a aprile sparano al dottor King, Kennedy è in Indiana. Viene informato della morte di King appena atterrato a Indianapolis. Di lì a poco avrebbe dovuto partecipare a una manifestazione proprio nel cuore del ghetto nero di Indianapolis e il capo della polizia, afroamericano, temendo per la sua sicurezza e per paura di disordini in città, gli sconsiglia di partecipare. Ma Bob non volle sentir ragioni, andò lì, mise un cappotto, salì sul piano del camion e disse: «Anche io ho un membro della mia famiglia ucciso da un uomo bianco». Era la prima volta che parlava in pubblico della morte di John.
La campagna di Kennedy andò abbastanza bene ma McCarthy non mollava e, alla fine, sarebbe stata la California a decidere chi dei due si sarebbe giocata la partita con Humphrey alla convention. La California premiò Kennedy e si decise di festeggiare la vittoria all’Hotel Ambassador, alla mezzanotte.
Dopo il discorso, Kennedy avrebbe dovuto raggiungere un’altra stanza dove lo aspettavano alcuni attivisti della sua campagna. Però i giornalisti chiesero una conferenza stampa e convinsero il direttore della campagna elettorale a cambiare il programma. Kennedy avrebbe raggiunto la sala stampa passando attraverso le cucine dell’albergo. Lo avvisarono all’ultimo momento, circondato dalla folla e un maitre dell’albergo lo prese per il polso, guidandolo verso le cucine. Le cucine erano affollate e Kennedy si fermava di continuo per stringere mani e salutare. Procedeva lentamente, e arrivò a una strettoia tra una macchina del ghiaccio e un portavivande. Kennedy si fermò a salutare un ragazzo. In quell’istante Sirhan si avvicinò rapidamente, muovendosi da dietro un portavassoi che si trovava poco lontano dalla macchina del ghiaccio. Impugnava un piccolo revolver calibro 22. Sparò il primo colpo a pochi centimetri dalla testa di Kennedy. Il proiettile entrò da dietro l’orecchio sinistro, disperdendo frammenti d’osso in tutto il cervello. Altri due colpi gli entrarono sotto l’ascella. Un quarto colpo passò attraverso i vestiti e ferì un’altra persona. Ci fu una colluttazione, Shiran venne bloccato non prima di avere finito tutti i suoi colpi, ferendo altre cinque persone.
Kennedy era a terra, ancora cosciente. Arrivò la moglie Ethel. Lo portarono all’ospedale del Buon samaritano dove morì ventisei ore dopo. L’8 giugno il suo corpo venne trasportato da New York a Washington a bordo di un treno. Centinaia di migliaia di persone si allinearono lungo i binari per salutarlo. Quel corteo funebre rimase nella storia degli Stati Uniti come il “Funeral train”. Alle presidenziali Hubert Humphrey sfidò Richard Nixon e perse malamente.
Sirhan Bishara Sirhan era nato nel 1944 in Palestina in una famiglia di origine cristiana, che, quando lui aveva dodici anni, si traferì negli Stati uniti, prima a New York e poi in California. Nel 1968 aveva perciò ventiquattro anni, e aveva sviluppato una ossessione contro Kennedy, colpevole, a suo avviso, di avere appoggiato Israele. Almeno, questo è quello che scriveva nel suo diario e quello che dichiarò successivamente, anche se della sequenza precisa dell’attentato ha sempre detto di non ricordare nulla. Negli anni ha sempre più preso consistenza l’ipotesi che a uccidere Kennedy Sirhan non fosse da solo, cioè che la sua non sia stata l’unica pistola che abbia sparato nelle cucine dell’Hotel Ambassador, e la famiglia ha chiesto ripetutamente che vengano riaperte le indagini, ma inutilmente.
Sulla sua liberazione, i numerosi figli di Bob – erano undici, ma due sono intanto morti – si sono divisi. Due, al tempo piccolissimi, si sono dichiarati d’accordo e una terza ha ripetuto la volontà di riaprire il caso, convinta dell’innocenza di Sirhan.
L’ultima parola spetterà al governatore della California, Gavin Newson, che difficilmente cambierà la decisione: per la prima volta la procura non si è presentata in aula per opporsi, seguendo la nuova linea del procuratore distrettuale della Contea di Los Angeles, George Gascon, convinto che il lavoro dell’accusa si fermi al momento della condanna.
«È passato più di mezzo secolo e quel giovane ragazzo impulsivo che ero non esiste più», ha detto Sirhan durante l’ultima udienza.
È passato più di mezzo secolo. E la storia continua a inseguirci.

Nicotera, 30 agosto 2021.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 31 agosto 2021.

Pubblicato in società | Lascia un commento