Cento anni di Ferlinghetti.

Una volta – doveva essere il 1959, il primo o il secondo anniversario della rivoluzione – incontrò Neruda a Cuba, che era lì perché doveva indirizzare un saluto ai fidelistas. Lui – veniva dall’isoletta caraibica di St. Thomas dove cercava le origini portoghesi della famiglia materna, come poi verrà in Italia a cercare le origini paterne, dalle parti di Brescia – era stato invitato dai giovani poeti che dirigevano «el Lunes», il supplemento letterario del quotidiano «la Revolución», e alloggiava in un alberghetto economico sulla spiaggia. Così, i poeti-editori gli dissero che c’era Neruda e se lo voleva incontrare e andarono all’Havana Libre che prima si chiamava Havana Hilton e aveva ancora le poltrone di velluto rosso, ma ora nella hall ci stavano seduti i guerriglieri con indosso le loro divise militari e fumavano sigari e allungavano i piedi sui mobili. E l’aria tutta intorno tremava, come increspata, per questo straordinario eccitamento delle cose: era la Revolución. E Neruda stava lì, con un blocco notes enorme dove scriveva appunti suoi con un grosso pennarello, e accanto c’era sua moglie Matilde, e glielo presentarono e Neruda disse: «Amo la vostra poesia aperta». E lui non capì se Neruda intendesse la poesia di qualcuno o tutta quella beat, ma sapeva che Ginsberg, Gregory Corso, Kerouac, LeRoi Jones, e lui stesso erano stati tradotti e pubblicati su «el Lunes». E poi Neruda lo invitò a accompagnarlo all’Assemblea Nazionale, e salirono sulla limousine che gli avevano messo a disposizione, e lì lesse delle poesie e la gente – doveva essere qualcosa come diecimila persone – si alzò in piedi e lo osannò. Lui non lo incontrò mai più. Ma il giorno dopo i giovani poeti-editori lo accompagnarono in una caffetteria dove si diceva che passasse Fidel, e in effetti c’era proprio Fidel, e allora lui chiese di presentarglielo, ma i giovani poeti-editori dissero che non lo conoscevano, e allora lui si alzò e gli andò incontro e siccome non sapeva se l’altro lo conosceva però sapeva che Fidel aveva incontrato Allen Ginsberg al Lenox Hotel di New York, con il suo stentato spagnolo gli disse «Soy amigo de Allen Ginsberg», e Fidel gli strinse la mano, gli sorrise e poi salì sulla sua jeep e andò via.
E lui è Lawrence Ferlinghetti, cento anni il 24 marzo, ancora pimpante, alto e dritto come un fuso, con i suoi occhi azzurri trasparenti anche se colpiti da un glaucoma – e ieri è uscito per la Doubleday di New York il suo ultimo lavoro, Little Boy – di cui si preparano festeggiamenti per tutta San Francisco e anche nel suo City Lights Booksellers, che ora è edificio di interesse nazionale. Lui adesso si muove poco e ai festeggiamenti non parteciperà – quel giorno, ha detto, riprendendo Samuel Beckett, I’ll dig my grave, scaverò la mia tomba. E di storie come quelle di Neruda e Fidel a Cuba te ne racconta mille e una – di quando a metà degli anni Ottanta, andò in Nicaragua, invitato dal poeta e prete Ernesto Cardenal, che era ministro della Cultura, e lui si sentiva Sandinista, e finirono in una casetta nella giungla dove Cardenal insegnava a dei bambini cos’era l’arte e come si componeva («Sono ancora un Sandinista, di quella rivoluzione», dice); o di quando furono invitati tutti loro, i beat anche se lui beat non era, a Londra, nel 1965 per la International Poetry Incarnation alla Albert Hall e c’erano qualcosa come settemila persone che ascoltavano i poeti e battevano le mani e fumavano canne una dopo l’altra come dannati – meno lui, Ferlinghetti, lui no, lui doveva “badare al negozio” – e anche il russo Andrei Voznesensky doveva leggere le sue cose, ma l’ambasciata russa non voleva e così lui non le lesse e restò in platea e nessuno seppe che fosse lì; o anche di quando sempre Voznesensky, l’anno dopo, venne a San Francisco, e già c’era stato Evtushenko, e gli avevano organizzato una serata di letture, ma ci sarebbero stati anche i Jefferson Airplane e lui chiese chi fossero e glielo spiegarono e lui disse a Ferlinghetti, no, solo io e te, niente Airplane, ma poi si convinse, però rimase tutto il tempo sulla terrazza a ascoltarli – che i russi non volevano mischiarsi –, e gli piacquero pure; o di quando lui stava a Parigi a seguire un dottorato alla Sorbona – doveva essere il 1951 – e stava tutto il giorno a chiacchierare con George Whitman che aveva una libreria che era un centro culturale dove passavano tutti, e che poi si chiamò Shakespeare and Company, ma allora non si chiamava ancora così, ma Mistral; o di quando Gregory Corso di notte spaccò una finestra della libreria e entrò per rubare la cassa e alcuni clienti del bar di fronte, il bar Vesuvio, lo videro e chiamarono la polizia, perché c’era una “legge” al City Lights, di non chiamare mai la polizia, ma erano stati quelli del bar e così i poliziotti arrivarono e presero le impronte e allora loro corsero al buco dove dormiva Gregory – che aveva dei precedenti, lui era davvero cresciuto nelle strade di New York – e gli dissero, vai via, e lui venne in Italia e non tornò per anni, ma loro si trattennero i soldi del furto dai diritti dei suoi libri. Perché la sua stessa vita è una storia, la storia di quell’America straordinaria che dopo la Seconda guerra mondiale pensò che era il momento di cercare di nuovo la frontiera, quella della democrazia e della libertà – e che si poteva farlo a partire dalla poesia e dalla letteratura.
Lui stesso, nato in un quartiere di New York decise di spostarsi a ovest. Tutto il mondo stava scivolando a ovest. Tutto il mondo era on the road. Dopo la guerra, c’era una fluidità incredibile, i soldati tornavano, stavano un po’ e poi ripartivano, e se eri un giornalista, come lui, nei giornali c’erano adesso due persone per uno stesso posto, quella che aveva occupato il ruolo diventato vacante quando il giornalista addetto era partito per la guerra, e il giornalista che era tornato dalla guerra. Così, Ferlinghetti, 1951, decise di andare a ovest, a San Francisco, che allora era come una repubblica per conto suo, e tutto lì sembrava muoversi e finire sottosopra. Così, una mattina del 1953 – lui, intanto, ha preso in affitto un appartamento a 65 dollari al mese, e uno “studio” per potervi dipingere a 29 dollari –, mentre guida su una strada che in genere non fa vede un tizio che sta attaccando un cartello nel “suo” quartiere operaio italiano di North Beach – che ha ancora le sue case di assicelle color crema e se alzi lo sguardo puoi vedere l’isola di Alcatraz, là in mezzo alle acque – e incuriosito si ferma e gli chiede cos’è, e il tizio gli dice che vuole affittare quel posto per farci una libreria ma ha solo 500 dollari. E allora Ferlinghetti dice che lui ne ha altri 500, e li mettono assieme. Una stretta di mano e via. Nasce così la City Lights Booksellers (che poi divenne anche Publishers), con una stretta di mano e mille dollari. E quel tizio è Peter D. Martin, e è il figlio di Carlo Tresca, l’anarchico italiano che fu assassinato nelle strade di New York probabilmente dai fascisti, e il nipote di Elizabeth Gurley Flynn, la leggendaria leader degli Industrial Workers of the World, una che agli inizi del Novecento, a diciott’anni dirigeva gli scioperi dei minatori del Minnesota o delle operaie tessili del Massachusetts. E Peter ha quest’idea, di avere un bookstore tutto in formato economico, perché in quel momento i libri tascabili non erano nemmeno considerati libri veri dal commercio librario, ma gli editori di New York stavano iniziando a pubblicare libri buoni in edizione economica, e non c’era nessun posto dove comprarli, perché i vecchi tascabili erano gialli o crime che venivano accorpati insieme ai quotidiani. E quest’idea convince Lawrence, e così cominciano a vendere tutto quello che di radical c’è e portavano i giornali anarchici dall’Italia e quando arrivavano c’erano gli operai della nettezza urbana di North Beach, origine italiana, che scendevano dai camion e correvano dentro a leggerli. E quando due anni dopo Peter, che allora insegnava Sociologia in California, decide di tornare a New York – dove aprirà un altro bookstore – Lawrence gli restituisce la sua quota, i cinquecento dollari. E una stretta di mano. E diventa il proprietario della City Lights – il nome lo avevano preso proprio dal film di Chaplin, e scrissero un telegramma se potevano usarlo e quelli risposero di sì – che poi era una stanzetta al piano terra che era “il negozio” e una stanzetta sopra, dove praticamente stava la “casa editrice”.
E così, il negozio diventa “la casa” di quell’incredibile comunità di poeti e scrittori della beat generation – anche se Ferlinghetti non si sentirà mai parte di loro, non gli piace neppure il termine beat. E meno che mai beatnik: nessun poeta lo usò mai, era stato inventato da Herb Caen, un columnist di gossip – era il tempo dello Sputnik, così sembrò un modo semplice per la gente “perbene” di usare un termine dispregiativo per quegli sporchi bohemiens. Lui aveva fatto la guerra, era stato su una nave militare, era sbarcato in Normandia, poi lo avevano mandato in Giappone e era sceso a Nagasaki, una settimana dopo che avevano sganciato la bomba, e questa cosa lo sconvolse, e loro, i Beat, erano venuti “dopo”, e d’altronde lui stesso era venuto “dopo” la generazione bohemien degli anni Venti e Trenta, quella degli americani a Parigi, dei Gertrude Stein e Hemingway. Insomma, per dirla con Ferlinghetti, prima c’era il jazz e tutte quelle cantine piene di fumo, dove tutti portavano gli occhiali scuri e gli uomini seduti ai tavolini agli angoli facevano schioccare le dita seguendo il ritmo – I’m cool, baby – e erano tutti alkies, pieni di alcol fino alle orecchie e ancora più su, e poi venne il rock e cambiò tutto, e tutti divennero dopies, e tutti si facevano di qualunque cosa a portata di mano. E nel 1956 pubblica Howl di Ginsberg (che in realtà si titolava Howl for Carl Solomon, ma Ferlinghetti convinse Ginsberg a spostare la dedica alla pagina interna). Era andata così, che Ferlinghetti aveva sentito Ginsberg leggere in una serata e qualche giorno dopo gli mandò un telegramma a Berkeley e c’era scritta la frase che Emerson aveva scritto a Whitman quando aveva letto The Leaves of Grass e cioè: «Ti auguro una brillante carriera». E poi lui aveva aggiunto: «Quando mi dai il manoscritto?» E così divenne editore. E Howl lo stamparono in Gran Bretagna, perché allora stampare lì costava meno e il prodotto era di maggiore qualità rispetto le cose americane, e quando arrivò a San Francisco la Dogana bloccò i libri perché c’era un’accusa di oscenità, e così andarono a processo. E Ferlinghetti aveva mandato il manoscritto all’ACLU (American Civil Liberties Union, un’organizzazione non governativa che difende i diritti civili e le libertà individuali) e loro accettarono di difenderlo se finiva in galera e intanto avevano arrestato il dipendente della libreria che era l’unico che avevano trovato, perché Ferlinghetti se n’era andato nel suo capanno a Big Sur (che anni dopo prestò a Jack Kerouac che provava a disintossicarsi dall’alcol) e Ginsberg era in Marocco. E poi la Corte municipale decise che ci fosse stata pure una lieve impronta di “redenzione sociale” non si poteva parlare di oscenità, e il precedente era l’Ulisse di Joyce, e così vinsero la causa, e questo aprì le cateratte del cielo perché proprio questa sentenza fece giurisprudenza e subito dopo uscirono L’amante di Lady Chatterley e Tropici di Miller. E tutto il resto. Ma Howl cambiò proprio il mondo – e Ginsberg era proprio il Walt Whitman del Novecento americano: «I saw the best minds of my generation destroyed by madness / Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla pazzia». Sembrò, in quel momento, che la poesia potesse cambiare il mondo. E c’erano i readings, letture di poesie, e reading a Londra e reading a New York e reading a Cuba e reading a San Francisco, e barbudos e hippies – a migliaia – battevano le mani ascoltando versi di libertà.
E così, ieri è uscito Little boy, che non è Ferlinghetti dice Ferlinghetti ma ci somiglia proprio tanto, perché è un ragazzo dei sobborghi di New York, un “all american boy”, gentile, cortese, obbediente, riverente, e poi va in guerra e ne scopre e capisce gli orrori, e poi va a Parigi e poi tutto il resto. Magari non c’è che “little boy” ha venduto un milione di copie del suo piccolo libro di poesie, A Coney Island of the Mind, 1958, una cifra pazzesca che ne fa l’autore di poesie più venduto, ma anche il poeta laureato oggi nell’Academy of the Arts e che ha ricevuto la Medal Robert Frost e mille altri premi nel mondo.
Certo, San Francisco non è più quella cosa là, quella specie di Camelot delle meraviglie – ormai la speculazione immobiliare ha invaso ogni angolo e l’edificio più alto è il grattacielo della Salesforce, un’azienda di cloud computing e dappertutto vedi i manager della Silicon Valley con le loro Mercedes-Benz e perennemente attaccati al cellulare. Però, se vai nel quartiere di North Beach e suoni al campanello centrale del City Lights Booksellers and Publishers e hai un po’ di pazienza, arriva lui. Non fa più reading, da un pezzo. Però, magari hai la fortuna che ti fa entrare e ti mostra la casa, perché abita lì, e tutto l’edificio ormai è stato comprato – una vera casa italiana degli emigrati di un tempo, perché la cucina è grande quanto tutta l’area – e ti mostra i suoi dipinti, che sono una delle cose cui tiene di più.
E se sei proprio fortunato – ti racconterà una delle sue storie su quell’America che non c’è più, ma che finché c’è lui ci sarà sempre a ricordarcela. Viva.
Buon compleanno, Lawrence. E aspetta ancora un po’ a scavare la tua fossa.

Nicotera, 19 marzo 2019.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 21 marzo 2019.

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Usa, primarie dem. Candidato “giusto” per battere Trump cercasi.

Nat Silver, che è uno dei più autorevoli e seguiti sondaggisti politici americani – è il fondatore di FiveThirtyEight – anche perché spesso ci azzecca, come per le recenti mid-term in cui aveva previsto che il Senato sarebbe rimasto appannaggio dei Repubblicani ma si sarebbe registrata una forte avanzata dei Democratici alla Camera, scenario puntualmente accaduto, ha disegnato un profilo del “candidato ottimale” dem per le prossime presidenziali.
In realtà, il diagramma è un po’ una riproposizione “a specchio” di quello utilizzato per capire cosa stesse accadendo dentro il partito repubblicano per le primarie in previsione delle presidenziali del 2016. E Silver individuò in quel caso 5 anelli di aree elettorali: l’establishment, i moderati, i cristiani conservatori, il tea party, i libertariani. Per ognuno dei cinque anelli c’erano dei “campioni”: Rand Paul per i libertariani, per dire, o Santorum per i cristiani conservatori, ma alcuni erano “a cavallo” di due aree, come Jeb Bush che stava tra l’establishment e i moderati. A sorpresa, vinse poi Trump – molto ostacolato dall’establishment – che in realtà forse non apparteneva a nessuna “area”, o magari a quella dei tea party, ma era stato in grado di intercettare e far convergere su di sé altre aree e bacini elettorali.
Per le primarie democratiche, Silver, che ritiene la forza di un candidato stia nella capacità di costruire una “coalizione vincente”, sostanzialmente la “marea” che portò Obama alla presidenza, individua cinque aree elettorali: 1) i “fedeli”, cioè i dem di lungo corso, che sono per lo più anziani e tengono in gran conto l’esperienza e le chance di vincere; 2) la sinistra; 3) i millennials e i “compagni di strada”, che sono giovani, cosmopoliti e fanno un gran uso dei social media; 4) il voto afro-americano; 5) il voto ispanico, a cui, per diverse istanze e situazioni, può essere associato il voto asiatico.
L’obiettivo per un buon candidato dovrebbe essere quello di costruire una coalizione che comprenda almeno tre delle cinque aree. È a partire da questo schema – con tutte le cautele che qualunque “griglia interpretativa” di un partito in questo momento in estrema fluidità e tenendo in considerazione che parliamo di una competizione che accadrà fra quasi un anno e mezzo (sono in calendario per luglio 2020) – che per Silver i due competitors che adesso vanno per la maggiore, e cioè Joe Biden, che è stato vicepresidente di Obama, e Bernie Sanders, che ha lottato fino all’ultimo voto contro Hillary Clinton per la nomination contro Trump, non hanno molte chance. Per Silver, il fatto che questi due nomi siano i più ricorrenti dipende solo dal fatto che sono i più noti, i più visibili, ma la loro fragilità risiede nel rappresentare solo “una” delle aree elettorali, e cioè quella dei dem “fedeli” per Biden, e quella della sinistra per Sanders.
Il sondaggio – condotto dalla Selzer & co. per il «Des Moines Register» in Iowa, e è il primo in uno Stato – dice che il 49 percento degli elettori dem preferirebbero una persona di “provata esperienza” piuttosto che un “nuovo arrivato” e solo il 36 percento invece il contrario. Tra “le facce” di provata esperienza al primo posto Biden, con il 32 percento di voti e al secondo Sanders con il 19 percento – un considerevole distacco. Al terzo posto, evidentemente spinto da chi cerca “facce nuove”, Beto O’Rourke, pur reduce da una sconfitta di stretta misura in Texas contro Ted Cruz, ma che ha acceso molti entusiasmi, e in grado di raccogliere una enorme quantità di denaro – è un “indice” in grande considerazione negli Stati uniti – e capace di accendere i riflettori della curiosità nazionale anche ultimamente con una contro-manifestazione contro il muro di Trump, con l’undici percento di preferenze. E al quarto, Elizabeth Warren, con l’otto percento. Nessun altro ha raggiunto la soglia del cinque percento.
Per Nat Silver questo sondaggio ha poco valore. Per Sanders, peraltro ben distaccato da Biden in questa “prima prova”, va detto che l’enorme popolarità di cui godette al tempo delle primarie contro Clinton fu dovuta anche al fatto che su di lui finirono con il convergere “tutti quelli che non volevano Hillary”. Ma oggi le cose non stanno così, a parte il fatto che la Clinton ha appena annunciato che non si candiderà anche se non andrà «anywhere» ma rimane per battersi e dare il proprio contributo: ci sono diversi possibili candidati in campo e non una scelta a due, e per il 2020 è proprio difficile che si possa capitalizzare una popolarità “contro”. Va anche tenuto conto che “la sinistra” del partito, cioè Sanders, in realtà non sta nel partito dem: zio Bernie è un indipendente, anche se quasi sempre il suo voto al Senato si è espresso con i Democratici, si definisce socialista democratico, appartiene a un Caucus progressive che è “affiliato” al Partito dem.
Perché le candidature dem sono partite con così largo anticipo? Pensiamo che quando Hillary decise di ufficializzare la sua candidatura per le primarie 2016 era aprile 2015, e Elizabeth Warren ha annunciato la sua intenzione di iniziare a raccogliere fondi per la campagna a dicembre 2018. Probabilmente, il gran fermento tra i Democratici – che hanno ripreso quota dopo le elezioni di mid-term e stanno facendo una dura opposizione contro Trump – è dovuto alla sensazione che Trump sia un presidente debole e corre il rischio di non essere rieletto (è capitato solo a pochi presidenti, si ricordano Bush padre e Jimmy Carter, una delle presidenze più controverse e sfortunate della storia americana): il suo “gradimento” nei sondaggi continua a calare e il Russiagate si sta dimostrando un pasticcio molto più realistico di una supposta fantafiction politica (anche se nessuno scommetterebbe sull’ipotesi di impeachment e la dimostrabilità di un “disegno”, dai tasselli che sinora si conoscono, è ancora aleatoria). Ma va ricordato che Trump vinse contro Hillary Clinton per soli centomila voti in più raccolti in tre Stati-chiave (Michigan, Wisconsin e Pennsylvania) ma prese ben tre milioni di voti in meno della candidata Dem.
Perciò, andranno bene quei candidati che riusciranno a mettere assieme tre dei bacini elettorali descritti da Silver – ma non si può trascurare il fatto che questa “coalizione” dovrà essere in grado di parlare al “maschio bianco disagiato” del mid-west. Tra i tanti nomi che già circolano, oltre quelli già citati, vanno presi in considerazione: Cory Booker, senatore afro-americano del New Jersey, anche se ancora non ha ufficializzato la sua candidatura; Juliàn Castro, un astro nascente di origini ispaniche, che ha anche lavorato nell’amministrazione Obama; Tulsi Gabbard, hawaiana, ex militare, con il grado di maggiore raggiunto in zone di guerra, come il Kuwait, e già sostenitrice di Sanders; Kirsten Gillibrand, senatrice dello Stato di New York, avvocato. E altri, come Sherrod Brown, senatore dell’Ohio, e Amy Klobuchar, che al Senato rappresenta il Minnesota. Ne parleremo, di ciascuno di loro. È interessante però soffermarsi su questo elemento: candidate donne, provenienza etnica e “giovinezza”. L’uno o l’altro “requisito” sembrano rispondere a un discorso di forte identità, cioè a un segno di politiche identitarie che è stata una delle “chiavi” del successo di molti candidati dem alle elezioni di mid-term, anche perché identità ha spesso fatto rima con radicalità (la storia più esemplare è quella di Alexandria Ocasio-Cortez, ma tutta “l’onda femminile” di entrata al Congresso, con numeri mai visti, porta questa impronta). L’elemento “identitario” può essere una spinta forte nelle primarie, ma resta il problema, ben descritto da Silver al di là della pregnanza di una “griglia”, che occorre intercettare più aree se si vogliono vincere le primarie e essere un candidato forte contro Trump. Che è bastata una volta sottovalutare.
Tra tutti i nomi di candidati alle primarie dem, Silver considera abbastanza vincente Kamala Harris, senatrice californiana, 54 anni, ex magistrato – prima procuratore di San Francisco e poi procuratore generale della California –, figlia di genitori accademici – madre di origine indiane, padre giamaicano – e con una capacità impressionante di raccogliere fondi: nei primi giorni del suo annuncio di candidarsi ha raccolto più di un milione al giorno, tutte di piccole donazioni, e il precedente record era di Sanders, e sia Bernie che Kamala sono fortemente contrari ai super PAC, cioè i grandi finanziatori, le lobby, per quello che possono poi significare in termini di “condizionamento” delle politiche del candidato supportato. Donna, carattere etnico, magistrato da poco in politica, già eletta (le cariche della magistratura sono per elezione) in competizioni difficili, senatore di uno Stato che da solo rappresenta la settima potenza del mondo e dove sono concentrati i millennials della Silicon Valley e gli ispanici che premono ai confini: diciamo che ha buone carte in mano.
Insomma, non c’è ancora un candidato forte dell’establishment dem, e non c’è ancora un candidato capace di oscurare tutti gli altri. Sarà una competizione estremamente interessante – anche per le politiche che ciascun candidato vorrà presentare come proprio programma da presidente.

Nicotera, 5 marzo 2019
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 6 marzo 2019.

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