Andrea Camilleri, il Simenon che viene dalla Sicilia.

Tanto e tanto tempo fa, doveva essere il ‘95 – di lui, anni prima, avevo letto La strage dimenticata sull’orribile fine di 114 carcerati a Porto Empedocle che alla rivoluzione del ’48 vennero rinchiusi in una fossa comune, soffocati, massacrati e bruciati vivi, perché il responsabile della Torre temeva che potessero liberarsi e partecipare ai moti rivoluzionari – andammo, io e mia moglie, un pomeriggio di fine estate a una presentazione di un suo nuovo libro. Era il “suo” quartiere, Prati, e una libreria aveva organizzato il piccolo evento. Camilleri non era ancora il monumento che è diventato, letterario, commerciale, nazional-popolare, ma era già uscito La forma dell’acqua. Me l’aveva segnalato una amica siciliana, e io a mia volta l’avevo segnalato a amici siciliani – forse iniziò così il suo successo, una cosa tra siciliani sparsi per il mondo. E siamo assai. Camilleri presentò il suo nuovo libro e poi alla fine, dietro il tavolo, firmava le copie. Ci mettemmo in fila. Quando arrivò il mio turno, mi resi conto che non avevo con me una copia del libro, non avevo neppure un foglio di carta. Allora allungai il braccio, dove ho tatuato la triscele della Trinacria e ci dissi, ci può mettere la sua firma qua? Rimase stranito, mi guardò. Poi, senza fare una piega, prese il suo pennarello nero a punta fine e firmò a fianco del mio tatuaggio. Un paio di giorni dopo, sulle pagine romane de «la Repubblica», Camilleri scriveva un piccolo editoriale che cominciava così: “I miei lettori sono gente strana. Ieri l’altro, un signore, un siciliano, ha voluto che apponessi la mia firma sotto il suo tatuaggio della Trinacria”. Lo trovai molto divertente, così tenni la sua firma finché non si cancellò da sola. Camilleri ha sempre avuto rispetto dei suoi lettori. Anche di quelli strani, come me.
A novantaquattro anni, Camilleri è una miniera di aneddoti. Ma non per forza di cose. È proprio un suo modo di stare al mondo. Sentirlo raccontare la vicenda delle ceneri di Pirandello – prima al Verano, a Roma, poi in un primo tentativo d’epoca fascista di riportarle a Agrigento, fallito per un gerarca che considerava Pirandello troppo antifascista, poi un altro tentativo a guerra finita fallito per un burocrate che considerava Pirandello troppo fascista, poi infine in parte interrate dove il grande scrittore voleva, nella terra del suo Caos, e in parte da gettare nel “mare africano”, ma che una folata di vento riportò indietro sul volto dell’addetto, proprio come nella scena del Grande Lebovski – è una delizia. D’altronde, è nota la sua lontana parentela con Pirandello, che venne a trovare la nonna Carolina a Porto Empedocle e si trovò davanti il piccolo Andrea, detto Nené. Erano le tre del pomeriggio, e bussano alla porta di casa e Andrea bambino si trova davanti un «ammiraglio in grande uniforme» che gli chiede: «Cu sì tu? C’è tua nonna Carolina? Dicci una cosa, che c’è Luigino Pirandello che la vuole salutare». Beh, non è una storia che tutti possono raccontare. Ma Camilleri, che da regista mise in scena più e più volte Pirandello, non pensò mai di avervi familiarità. Una volta disse che non si sarebbe mai rivolto al grande maestro con il “tu” ma gli avrebbe dato del “voscienza”, un’espressione di rispetto. E del tetro pirandelliano pensava che avesse davvero rinnovato tutto il teatro. Disse che «il Living non sarebbe mai esistito se tra le sue prime opere non avessero inscenato un lavoro come Questa sera si recita a soggetto che ritengo alla base di tutto il rinnovamento e la ricerca del teatro mondiale contemporaneo».
Io non so se Camilleri sarà ricordato nella lunga fila dei Grandi Siciliani Scrittori – insomma, da Verga a Capuana a De Roberto, a Pirandello, a Tomasi, a Vittorini, a Sciascia, a Bufalino, a Consolo – ma so che la quantità del suo lavoro è impressionante: cento lavori (tra romanzi, saggi, racconti e scritti vari), 26 romanzi per 25 milioni di copie vendute, sono numeri da capogiro. E non so neppure se lui ci si metterebbe in quella lunga e impressionante fila. Di sé disse in un’intervista a Stefania Parmeggiani per «la Repubblica» nel 2016, quando era appena uscito L’altro capo del filo: «Io sono un impiegato della scrittura». Il segreto stava proprio nella continuità: alzarsi la mattina presto, farsi la barba, fare colazione, scendere in studio, lavorare dalle sette alle undici e nel pomeriggio rivedere quanto si è scritto. In questa stessa intervista sottolineava la differenza tra il suo Montalbano e il Maigret di Simenon: le indagini di Maigret sono senza tempo – diceva – e c’è la guerra del ’40, l’invasione dei tedeschi, ma di tutto questo in Maigret non c’è traccia; io invece, fin dall’inizio, mi sono proposto di far vivere, e invecchiare, Montalbano nel suo tempo, che poi è il nostro tempo. Eppure, tra Camilleri e Simenon una similitudine e forte c’era: Simenon era una macchina da guerra della scrittura, scriveva fino a ottanta-novanta pagine al giorno, alzandosi al mattino, facendosi la barba, caricando diverse pipe, mettendosi alla macchina da scrivere con a fianco i fogli gialli per appunti e matite ben appuntite, e poi attaccava alla maniglia della porta del suo studio un cartellino con la scritta “non disturbare”, di quelli in uso negli hotel.
In realtà, è vero che “l’apparizione” di Camilleri sia un debito verso i siciliani, e lui non l’ha mai dimenticato. Conosceva Leonardo Sciascia, ma non era della sua “prima cerchia” di amici, ma della seconda, racconta quasi con civetteria. Comunque, gli fece arrivare un po’ di carte storiche che aveva messo assieme sulla “strage dimenticata”, cui aveva sempre pensato a partire dai racconti di famiglia. Era convinto che Sciascia potesse ricavarci un suo “libretto aureo”. Sciascia lesse e gli restituì le carte, dicendogli, ma perché non lo fai tu, il libro? E così ne parlò alla Elvira Sellerio e vennero fuori quelle poche ma dense pagine – la bandella, la scrisse Sciascia. Il resto è noto. Di Sciascia, della sua intelligenza, della sua lucidità, della sua dirittura, Camilleri ha una venerazione. Eppure, e qui uno scivolone, rimproverò a Sciascia di avere “esaltato” ne Il giorno della civetta il capo mafioso, quello del discorso su uomini, ominicchi e quaquaraquà. E poi, ebbe uno scontro con lui durante il sequestro Moro, quando Sciascia seppe, di viva voce, dei timori di Berlinguer di una possibile regia tra servizi americani e russi e li rivelò ai giornali e Berlinguer ovviamente negò e Sciascia chiese la testimonianza di Guttuso che era presente e Guttuso negò e Camilleri gli disse che aveva sbagliato a tirare in ballo Guttuso – che cosa si aspettava? E Sciascia rispose, siete tutti uguali, voi comunisti. Ma lo screzio finì lì, proprio perché lui non era nella “prima cerchia”.
Ovviamente, i più feroci critici e anche i più entusiasti sostenitori di Camilleri, sono i siciliani. All’un lato dello spettro (i feroci critici) si può mettere Fulvio Abbate, palermitano: «Camilleri è il prodotto perfetto per restituire una Sicilia di genere, lompo in luogo del caviale, un’isola da sarde a beccafico. Il dialetto di Camilleri è un dialetto da pro-loco, da ente provinciale del turismo, un dialetto depotenziato, buono anche per il cabaret “Madison” di piazza Don Bosco. Perfino la mafia nei suoi libri diventa un souvenir, come il carrettino o la coppola o il grembiule con l’effigie di Brando nei panni del Padrino. Souvenir de Sicilie». E all’altro lato dello spettro (i sostenitori entusiasti) si può mettere Pietrangelo Buttafuoco, un catanese: «A dispetto dei Roberto Saviano – di cui, oltre il marketing ruffiano, non resterà nulla – Camilleri resterà. A differenza di un Carlo Cassola, di cui non è rimasto nulla (ma che pure vendeva tantissimo), Camilleri rimarrà. A differenza di un Alberto Moravia – di cui sono rimaste le sopracciglia – Camilleri ci sarà per tanto tempo ancora».
Mi pare che non ci sia altro da aggiungere.

Nicotera, 17 giugno 2019.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 18 giugno 2019.

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Fusione Fca-Renault. John Elkann sbatte la porta.

Il 27 maggio scorso, Fca, Fiat Chrysler Automobiles, presenta una proposta di fusione 50-50 al gruppo francese Renault. Se il progetto andasse in porto si creerebbe il terzo gruppo nel mondo, con un fatturato di circa 170 miliardi di euro, capace di immettere sul mercato circa 9 milioni di autoveicoli: nel 2018 Renault, con 183mila lavoratori in 37 Paesi e che ha in pancia anche i marchi Dacia, Lada, Renault Samsung Motors, Alpine e la cinese Jinbei & Huansong, ne ha venduti oltre 3.8 milioni; mentre Fca con i marchi Jeep, Dodge, Ram, Chrysler, Alfa Romeo Fiat, Maserati Lancia, Abarth ne venduti 4.8 milioni. Renault ha però un’Alleanza strategica con Nissan e Mitsubishi – da cui peraltro è venuto un terzo dell’utile netto dello sorso anno – e a oggi è il gruppo franco-nipponico a occupare la terza posizione con 10.360.992 veicoli prodotti nel 2018 dietro a Toyota e al Gruppo Volkswagen. Se il progetto di fusione coinvolgesse anche Nissan e Mitsubishi nascerebbe addirittura il primo produttore al mondo, con 15 milioni di vetture l’anno, superando di gran lunga Volkswagen e Toyota.
A parte i numeri impressionanti, però la “strategia” dell’accordo sarebbe tutta basata sulle tecnologie del futuro per quanto riguarda i modi di produzione e il tipo di auto: Fca è in una posizione di forza finanziaria rispetto ai francesi, è presente in mercati dove i francesi non ci sono, ma è più debole sul versante delle piattaforme e non ha sottomano tecnologie chiave per l’elettrificazione; al contrario il gruppo Renault, grazie anche al partner giapponese, dispone di architetture modulari all’avanguardia che permettono di costruire vetture diverse, dai suv alle berline di ogni marchio e di tutti i tipi compresi quelli elettrificati. La sfida è con la piattaforma Mqb del gruppo Volkswagen. E qui veniamo alla questione nodale: con le norme sulle emissioni previste per il 2020 o si emette poca anidride carbonica oppure si è fatti fuori; la soluzione si chiama elettrificazione. Il gruppo Renault ha in “magazzino” le tecnologie necessarie, del resto sono tra i pionieri dell’auto elettrica e Nissan è in questo momento il vero leader mondiale delle auto elettriche.
Il governo francese – che è azionista di Renault al 15,01 percento – mostra interesse ma prende tempo. I partner giapponesi di Nissan – azionista al 15 percento, due rappresentanti sono nel Cda di Renault – mostrano interesse ma prendono tempo. Tra gli entusiasmi generali, si avvertono le prime perplessità: i sindacati francesi sono preoccupati per i livelli di occupazione, il fondo Ciam, azionista di Renault, scrive una lettera al Cda criticando la proposta di Fca, definita “un’acquisizione” e non una fusione alla pari, che “sottovaluta totalmente” Renault; nel mondo politico iniziano le “grida sussurrate”: brucia ancora la vendita (del ramo energia) di Alstom, fiore produttivo all’occhiello, agli americani di General Electric, firmata da Macron, quando era giovane e rampante ministro dell’Economia del primo ministro Valls, ma anche quella di Alcatel ai finlandesi di Nokia. Si parla di “de-industrializzazione” della Francia.
Si cercano soluzioni: il board di Renault chiede a Fca un adeguamento dei rapporti di concambio – era la perplessità del fondo Ciam – puntando a valorizzare Renault intorno ai 17 miliardi rispetto ai 15 miliardi inizialmente ipotizzati nell’ambito della fusione con Fca; Fca prospetta un dividendo straordinario come operazione preparatoria alla fusione: la strada sarebbe la distribuzione anticipata della cedola agli attuali soci di Fca, per livellare i valori di mercato dei due gruppi. Il governo francese chiede allora ulteriori rassicurazioni sulla tutela dei posti di lavoro, con penali a Fca in caso di tagli all’occupazione: accettate. Parigi poi diceva sì alla sede legale in Olanda, e alle quotazione alle Borse di Parigi, New York e Milano, ma insisteva perché venisse conservata una sede operativa a Boulogne Billancourt, alle porte di Parigi, dove l’avventura di Renault cominciò nel 1899: accettata. Si capisce presto che, perciò, non è una questione di piccioli.
«Non vi sono attualmente in Francia le condizioni politiche perché una simile fusione proceda con successo» – questo dice Fca nel comunicato con cui dichiara di ritirare la proposta di accordo con Renault. «Non ci sono in Francia le condizioni politiche». E le “condizioni politiche” hanno un nome e un cognome e si chiamano Bruno Le Maire, ministro dell’Economia, che mentre il board di Renault era riunito per sigillare l’intesa con Fca chiedeva di non avere fretta a chiudere e che c’erano ancora condizioni da rispettare, nell’interesse di Renault e della Francia: «Prendetevi il tempo per fare le cose bene ». E invitava a un ulteriore rinvio di cinque giorni, forse anche per capire esattamente le scelte di Nissan, che era passata da un’iniziale apertura a una sempre maggiore ostilità, fino a paventare la riscrittura degli accordi di Alleanza con Renault.
Ora, Le Maire parla di una inaccettabile “pressione” di Fca e che il suo presidente, John Elkann, l’avrebbe messa in una forma di “prendere o lasciare”. Ma colpisce di più il comunicato del gruppo Renault. Nella nota di Renault si esprime infatti «disappunto per non poter continuare a perseguire la proposta avanzata da Fca che costituiva un’opportunità al momento giusto, con un’avvincente logica industriale e un grande merito finanziario». L’operazione, sottolinea la casa francese, avrebbe portato a «un gigante dell’auto basato in Europa». Ora, Fca punta a un possibile accordo con PSA, che riunisce i marchi Peugeot, Citroën, DS, Opel e Vauxhall Motors. Sarà vero?
Per reggere la competizione a livelli globali, le case automobilistiche puntano sulla concentrazione e sulle tecnologie: il motore a scoppio, quello di cent’anni fa, non è più proponibile. Ma anche la flessibilità delle piattaforme, per realizzare più modelli, è una carta vincente – rispetto la classica “catena di produzione” fordista. La politica sembra piuttosto sempre preoccupata dei risultati “a breve”.
La globalizzazione liberista ha davvero creato un mondo imperfetto.

Nicotera, 6 giugno 2019.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 7 giugno 2019.

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