I migranti sono scomparsi ma ora tutti li vogliono.

Non li vedo più, come fossero spariti all’improvviso. È dall’inizio dell’epidemia e delle disposizioni più stringenti del governo che non li vedo più agli incroci delle strade comunali dove sostavano al mattino con le loro biciclette aspettando che passasse il caporale a raccoglierli e li portasse in campagna, al lavoro. Anche loro #restanoacasa. Solo che la loro “casa” è la baraccopoli di San Ferdinando. Un mucchio di tende blu dove sono rinchiusi in cinquecento, otto per tenda, con una decina di moduli di servizi igienici. Il lavoro non c’è più, l’agricoltura è ferma. Anche chi ha un regolare contratto ma lavora magari in un altro comune più distante viene continuamente fermato dai posti di blocco e rimandato indietro. Senza lavoro non c’è paga, anche di fame, ma pur sempre una sopravvivenza. E poi, il terrore del contagio. Qui, se si ammala uno diventa un lazzaretto. Una situazione incontrollabile.
È successo in Portogallo. Il contagio di un lavoratore nepalese nelle serre dell’Algarve aveva convinto le autorità a confinare in una scuola ottanta suoi connazionali: molti sono fuggiti temendo di essere messi su un aereo per un rimpatrio forzato. Una situazione così, con persone contagiate fuori da ogni controllo, era ingestibile. E il governo del Portogallo ha deciso di gestirla, approvando una sanatoria per i richiedenti asilo e per tutti gli stranieri senza permesso di soggiorno che abbiano chiesto di accedere ai servizi sanitari. Con questa regolarizzazione gli stranieri potranno cercare un lavoro regolare, avere un contratto e accedere a tutti i servizi pubblici e affittare una casa senza ricorrere al mercato nero. L’agricoltura portoghese ha bisogno delle loro braccia.
È quello che dice Coldiretti: ci sono le fragole nel Veronese, la preparazione delle barbatelle in Friuli, delle mele in Trentino, della frutta in Emilia Romagna, dell’uva in Piemonte, gli allevamenti da latte in Lombardia dove a svolgere l’attività di bergamini – quelli che d’estate portano le bestie in alto sui pascoli e d’inverno le tengono nelle stalle – sono soprattutto indiani e poi ci sono i macedoni, quasi tutti pastori. Dalla frutta alla verdura, dai fiori al vino, ma anche negli allevamenti, in totale – dice Coldiretti – fra stagionali e permanenti sono 345mila i lavoratori stranieri impiegati in agricoltura, per trenta milioni di giornate di occupazione. Dal nord al sud: in Puglia, con l’arrivo imminente delle raccolte di ciliegie, pomodori e uva da tavola sono esplose le prime criticità. E solo nella Capitanata si concentra il 27,61 percento delle 973mila giornate di lavoro degli immigrati impiegati in lavori stagionali. Parliamo delle cifre ufficiali – chi ha contezza del lavoro nero e irregolare?
A dicembre, con le disposizioni ministeriali sui flussi, le aziende avevano fatto le loro domande e a fine aprile è fissato il “click day”. Si parla di lavoratori in arrivo dall’est Europa – dall’Albania alla Bosnia, dalla Macedonia all’Ucraina – e dall’Africa – dalla Tunisia al Marocco, dal Niger al Sudan – ma anche da luoghi più lontani, l’India, lo Sri Lanka. Solo che, per quanto regolari, dovrebbero scattare le disposizioni di quarantena, e non è semplice farvi fronte – e si perdono giornate preziose, e chi paga? E bisognerà rispettare condizioni di lavoro particolari, le distanze di sicurezza, i dispositivi, i controlli, gli spostamenti, i luoghi di mensa e di riposo. Un delirio. E con le notizie che girano per il mondo riguardo l’Italia – il paese più colpito dalla pandemia – verranno ancora? Forse ci vorrebbero degli incentivi – magari trasformare gli arrivi per permessi per lavoro stagionale in permessi di soggiorno per lavoro subordinato. Alcuni avevano pensato di rivolgersi allora agli italiani – pensionati, cassintegrati, studenti – con dei voucher per far arrotondare loro le entrate. Al momento non si registrano successi su questo fronte.
Il ministro delle Politiche agricole Teresa Bellanova c’è andata giù diretta: «Gli immigrati non sono nemici, siamo noi ad aver bisogno di loro». È un buon inizio. E ha proseguito: «Dobbiamo fare i conti con la realtà. Ci sono i ghetti, pieni di lavoratori arrivati dal sud del mondo che lavorano nelle nostre campagne in nero. Lì sta montando la rabbia e la disperazione, se non si fa qualcosa il rischio è che tra poco ne escano e non certo con un sorriso. C’è un forte deficit di manodopera, bisogna mettere anche loro in condizioni di lavorare in modo regolare».
Sembra che sia andata ieri a San Ferdinando, il ministro Bellanova. Ci vuole un bagno di realtà. Qua corriamo il rischio di fermare la filiera agro-alimentare – già alcune primizie sono andate a male. E non è – lo è anche – un problema di economia e di declino del paese. Se si ferma la filiera agro-alimentare, che succederà? Inizia il razionamento, viene distribuita la tessera per i pomodori di Pachino o il radicchio trevigiano? Facciamo i conti con la realtà. Buona parte dell’agricoltura è lavorata in nero, e gli immigrati irregolari sono sotto il ricatto di paghe di fame e condizioni drammatiche di vita: di loro ci si ricorda solo per alimentare campagne d’odio, per lanciare allarmi sulle invasioni, per parlare di irrobustire e militarizzare i nostri confini.
Se questa tremenda situazione servirà a trattarli per quello che sono – lavoratori indispensabili da regolarizzare – avremo fatto tutti un passo avanti. Come civiltà.

Nicotera, 6 aprile 2020.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 8 aprile 2020.

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In paese.

La donna che viene per qualche ora al giorno a stare appresso a mamma, è preoccupata per il suo compagno che ha una piccola impresa edile, insieme con il fratello. Sono bravi lavoratori – li conosco bene perché hanno costruito la casa in cui abito – e mettono in regola i loro operai e fatturano tutto. Ma l’edilizia è tutta ferma, non si può lavorare in cantiere e d’altronde anche i grossisti di materiale edile sono chiusi. Così hanno lasciato gli operai a casa. Lui aveva pensato di sfruttare questo momento per sistemarsi la casa in cui prima o poi si trasferiranno – adesso stanno nella vecchia abitazione della mamma di lui – ma gli hanno detto che non può fare neppure questo, che non può andarsene in giro con la lapa su e giù.
Davanti casa mia ci sono tre negozi – un fioraio, la parrucchiera e un ottico, tutti chiusi. Il fioraio faceva anche il carpentiere e quando trovava un lavoro lasciava la moglie in negozio, ma l’edilizia è ferma e quindi non fa nulla. L’ottico aveva preso il posto ATA al nord e ogni tanto veniva giù e la moglie tirava avanti il negozio anche se l’optometrista è lui – qualche tempo fa avevano anche provato a fare un bed&breakfast ma non ha funzionato; ora, lui è rimasto intrappolato al nord e lei sta a casa. La parrucchiera, non so. Più in su – il bar ha chiuso, il negozio della “signora mille-lire” è aperto ma non c’è nessuno, il fotografo ha chiuso, il bombolaro è aperto: qui ancora resiste l’uso delle bombole – soprattutto tra gli anziani e le case vecchie, per la stufa e spesso anche per la cucina: costa 21 euro una bombola media, da 15 lt, ma credo che il suo margine sia proprio quell’euro, e tu gli dai qualcosa in più per il caffè. Più in giù, la parafarmacia è aperta, ma il proprietario non c’è perché ha problemi fisici e basterebbe un raffreddore a stirarlo, così hanno messo una commessa, non so per quanto. Il bar è chiuso, e le sue ragazze a turnazione che aiutano i fratelli proprietari sono a casa, e il negozio di scarpe è chiuso, la cartoleria-oggetti da regalo è chiusa – e anche qui le due commesse saranno a casa.
Ancora più giù, la pescheria-surgelati ha chiuso e il giovane che da poco aveva aperto non si vede, e è chiusa anche l’altra cartoleria, ma è aperto il negozio di latticini e formaggi – che è un punto-distribuzione, dove lavorano tre ragazze su due turni. Ma Fiore che vendeva all’angolo i cestini che intrecciava lui, non c’è più – e neppure la signora che porta i funghi o i babbaluci che va a prendere lei in campagna quando piove che dio la manda. Nella piazza piccola, il bar ha chiuso e anche un piccolo alimentari e un fotografo. C’è un altro alimentari che funziona da qualche mese che invece è aperto, dove una giovane coppia tira avanti. All’angolo, il negozio di abbigliamento ha chiuso.
Sul corso, ha chiuso il negozio di abbigliamento per i giovani, quello di forniture per la pesca e il gioielliere. Il gioielliere in questi anni è stato bravo, ha investito ristrutturando dei negozi che poi ha affittato: potrebbe adesso tirare avanti con questo reddito, ma i suoi negozi sono tutti chiusi e non so se gli pagano l’affitto.
Nella piazza grande – ha chiuso il bar e il barbiere e resiste il tabacchino; di fronte c’è la farmacia, che fa i turni con un’altra. All’affaccio, ha chiuso il bar più “in”. Nello stradone, è aperto il negozio a franchising di detersivi dove ci lavorano tre ragazzi a turno, ha chiuso la rosticceria, che portava avanti una giovane coppia aprendo solo la sera – avevano fatto un tentativo per il giorno ma non ha funzionato – la pasticceria, che gestivano due ragazze e il negozio di elettrodomestici. Resiste il supermercato e, dirimpetto, il frutta e verdura della “signora sì-sì”, perché qualunque cosa le chiedi se l’abbia, ti risponde sempre così. Ma ha chiuso un altro bar, il barbiere di fronte e l’edicola – che gli hanno intimato di non fare fotocopie (ma la rata del leasing la devo pagare, mi ha detto) o vendere una matita o un quaderno e per quattro giornali preferisce restare a casa, con i due figli. ancora più avanti hanno chiuso due negozi.
Al curvone che porta fuori paese, ha chiuso il negozio di pelletteria e profumi, l’altro negozio di “tutte cose” e l’altro fioraio e lo studio del pediatra – resiste il macellaio che ha la carne proprio buona e ci lavorano anche i due figli. Più giù ha chiuso il ferramenta.
In paese non gira più nessuno, e “i lavoretti” non possono essere fatti: andare nei campi a potare e concimare, dipingere facciate e balconi, trasportare cose, riparare un tubo che è scoppiato dentro un muro o un impianto elettrico che è saltato – tutto a nero, tutto in evasione. Il mercato della domenica quando vengono gli ambulanti che gli altri giorni vanno negli altri paesi del circondario e ti portano vestiti e mutande e piatti e padelle, o i neri che ti vendono la custodia dei cellulari e le borse finte o i bangla che hanno collanine e perline, e ci sono tanti banchi della frutta e della verdura e dei formaggi e di satizzi e nduja – niente.
Qui, se e quando passerà l’epidemia, sarà rimasto il resto di niente.

Nicotera, 23 marzo 2020.

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