Cinquant’anni fa, moriva el Che.

A Omero sarebbe piaciuto raccontare di Ernesto. Avrebbe detto del suo valore in battaglia, della sua dedizione alla patria, della sua prontezza a rinunciare a ogni cosa, a ogni sicurezza, a ogni affetto, se il suo coraggio era richiesto per combattere i nemici. Avrebbe detto anche che era condannato a morire. Gli dei capricciosi che governano il mondo sono conservatori, e per un rivoluzionario non c’è posto a lungo.
Nel marzo del 1965 Che Guevara ritorna all’Avana e si dimette da tutte le cariche istituzionali. Dopo Fidel, era l’uomo più importante a Cuba. Scrive ai genitori: «Riprendo la strada, scudo al braccio».
Forse era lo scudo forgiato da Efesto per Achille: «Ivi ei fece la terra, il mare, il cielo / E il Sole infaticabile, e la tonda / Luna, e gli astri diversi onde sfavilla / Incoronata la celeste volta». O forse era meno ingombrante: per la guerriglia, bisogna portarsi dietro un bagaglio leggero, le leggi del combattimento sono cambiate dal tempo di Achei e Troiani.
Va in Africa, il Che. A combattere in Congo. Vuole spiegare le leggi della guerriglia e del marxismo ai Simba. La guerriglia va esportata in ogni dove, ovunque debbono accendersi i suoi fuochi – che sapore di farsa ha il pensiero che quarant’anni dopo saranno gli americani a proclamare che la loro democrazia va esportata in ogni dove. Ma i Simba, pur fieri e valorosi combattenti, non ci capiscono un’acca di guerriglia, figurarsi di marxismo. E poi si ritrovano contro mercenari inglesi, francesi, “consiglieri americani”. Uomini della Cia, che faranno le peggiori porcate in ogni dove.
Guevara molla i Simba – gli costa non poco. Ma di tornare a Cuba non vuole saperne. Stare seduto negli uffici a dirigere l’industria cubana non è cosa per lui. Quando aveva dovuto firmare, come direttore del Banco Nacional, le nuove banconote cubane, c’era stato come uno straniamento. Non bastano i manuali elementari di economia marxista per risollevare un paese stremato dalla guerra civile e dall’ostilità di mezzo mondo: ci sarebbero i russi, certo, pronti a dare sostegno e aiuto, ma a che prezzo. Gli eroi non stanno dietro le scrivanie. Lui non è Fidel, che è nato per essere il capo della nuova Cuba. Lui è un guerrigliero, per sempre. Rimane per un po’ ancora in Africa, indeciso se ripetere l’esperienza del Congo. Poi torna in America del Sud.
E va incontro al suo destino di morte. Il suo cadavere offeso, mutilato, nascosto, proprio come quello di Ettore.
L’Ottocento e il Novecento sono stati pieni di eroi simili. La storia europea dei Risorgimenti nazionali è inzeppata di ungheresi, polacchi, svizzeri, tedeschi che cadevano per combattere le monarchie, per la libertà dei popoli. Byron muore a Missolungi, in Grecia, dove era andato a portare aiuto ai Greci nella loro battaglia per l’indipendenza dai turchi. Era un uomo bellissimo, le cui conquiste femminili non si contavano, buon nuotatore e gran pugilatore – vengono in mente le note redatte dall’addestratore militare del Che, quando lo descriveva come il migliore del suo corso, lui che aveva scansato il servizio nell’esercito in Argentina per via dell’asma. E Byron ispirò migliaia e migliaia di giovani, con il suo veemente romanticismo. La moglie, che “inventò” la Byronmania, chiedeva ai pittori che lo dipingessero come un uomo d’azione, e non circondato da libri e penna e calamaio.
Il Che è diventato una figura iconica perché questo è stato il secolo dell’iconografia, della potenza delle immagini fotografiche e della loro facilità di riproduzione e diffusione. È diventato un’immagine pop, come d’altronde Warhol rese pop Mao e Marilyn nei suoi ritratti. Ma non era una celebrity. Era un rivoluzionario, era l’Eroe dei Due Mondi.
Già, proprio come il nostro Garibaldi. Che non si era risparmiato per le rivoluzioni dei popoli in America latina e poi in Europa. Un altro di quelli che dietro le scrivanie proprio non ci riescono a stare. Un altro di quelli che rinunciano a prebende e onori facili. Un altro di quelli che riconoscono che per guidare un paese ci vogliono caratteri d’altri uomini, che siano Cavour o Fidel, ci vogliono i politici. Un altro di quelli pronti a riprendere la strada, scudo al braccio, che fosse l’Aspromonte o la Bolivia, cosa cambia.
Con un pugno d’uomini, il 2 dicembre 1956 il Che sbarca alla spiaggia di Las Coloradas, Cuba. Decimati, gli uomini saliranno sulla Sierra Maestra e da lì conquisteranno il potere. Ah, come lo amarono i contadini cubani, per lui e per loro, i barbudos, combatterono come leoni. Con mille uomini, l’11 maggio 1860 Garibaldi sbarcò a Marsala e da lì conquistò la Sicilia e scacciò il Borbone. Ah, come lo amarono i picciotti siciliani, per lui e per loro, le camicie rosse, combatterono come leoni a Calatafimi.
Sono stati secoli romantici, l’Ottocento e il Novecento, che fosse l’indipendenza dei popoli o il comunismo, cosa cambia. Sono stati i secoli della lotta per la libertà, dalla tirannia di despoti e monarchie o da quella del capitale, cosa cambia. Sono stati secoli degli eroi.
Agli eroi è risparmiato il disonore – Garibaldi ebbe orrore di quello che i Savoia stavano combinando in Sicilia, dopo la conquista, provò a ripetere l’impresa sbarcando in Calabria per prendersi Roma ma lo fermarono “i suoi fratelli” bersaglieri regi, e poi tacque; Guevara non ebbe modo di sperimentare l’involuzione della rivoluzione cubana, circondata e minacciata certo, in un regime che soffocava ogni dissenso, pese cappello e andò a morire combattendo.
Fu proprio quella morte in una boscaglia della Bolivia a rendere il Che un guerrigliero del mondo, quella sua volontà di non fermarsi, di non trincerarsi nel “socialismo in un solo paese” – il realismo staliniano. Era bello, era romantico, la sua storia infiammò gli animi dei giovani degli anni Settanta del Novecento in tutto il mondo. Mille fuochi di guerriglia. Chi non vorrebbe essere Ettore, almeno per un giorno?
Il guevarismo e il maoismo – bombardate il quartier generale – sono state la forma propria assunta dai movimenti rivoluzionari europei e americani per sfuggire all’insopportabile conformismo del socialismo sovietico, una cosa da caserme. Gli intellettuali europei facevano la fila per visitare Cuba – bisogna dirlo: avevano fatto la fila anche per andare in Unione sovietica negli anni Trenta, in pieno stalinismo, e molti ne avevano riportato ritratti entusiasti. Forse queste rivoluzioni, “povere”, di contadini, sembravano riscattare quella, “operaia”, che aveva finito con il seppellire l’Urss sotto una cortina d’acciaio. La classe operaia s’è imborghesita, ha sposato l’american way of life, l’uomo ha ormai una sola dimensione, l’aveva detto un filosofo di Berkeley di origini tedesche, e c’era da credergli. Gli studenti di tutto il mondo si fecero avanti per essere loro la classe rivoluzionaria – d’altronde non lo erano stati anche per tutte le rivoluzioni nazionali dell’Ottocento? Se c’era un’immagine di rivoluzionario il più lontana possibile da quella del bolscevico, funzionario della rivoluzione, questa era quella del barbudo guevarista.
Guevara non appartenne più a Cuba dal momento della sua morte – certo, a Cuba continuano a adorarlo. Ma da quando le sue mani furono crudelmente mozzate a La Higuera, Bolivia, e il suo corpo esposto perché non ci fossero dubbi, la sua leggenda divenne presto patrimonio del mondo, patrimonio di ogni rivolta.
È sciocco chiedersi oggi quale ruolo ebbe nella crisi dei missili che portò il mondo sull’orlo della guerra, quali competenze avesse negli errori dell’industria cubana, quali fossero le sue capacità di organizzatore militare – il suo coraggio in battaglia rimane indiscutibile. Il Che è una leggenda, lo è diventato nella fantasia popolare.
Perché è di questo che si nutre la narrazione popolare, che poi è il racconto epico, omerico o meno: di eroi che riprendono la strada, scudo al braccio.

Nicotera, 22 settembre 2017
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 23 settembre 2017.

Annunci
Pubblicato in culture | 2 commenti

L’addio di Bossi alla Lega.

Hanno vietato a Umberto Bossi di parlare a Pontida. Che è un po’ come fare il remake del Silenzio degli innocenti con Anthony Hopkins che è diventato vegano o quello di Basic Instinct con Sharon Stone che sotto il letto nasconde un depilatore elettrico invece di un punteruolo rompighiaccio. Perché ci sono cose che devono essere così come sono sempre state, perché si sono conficcate così nel nostro immaginario – e a una parola associamo una faccia, un suono, una foto, e non è che puoi sempre fare come Stalin che mano a mano che ammazzava i dirigenti bolscevichi li faceva cancellare dai libri di storia e da tutte le fotografie in circolazione.
Però quel Salvini lì la festa al Bossi gliel’aveva fatta già al Congresso di Parma, a maggio, con un gruppo di scherani che quando parlava il Senatùr avevano tirato fuori i cartelli con Salvini premier e s’erano messi a fischiare e urlare. E insomma, mica vero che adesso l’ha tolto dalla scaletta degli interventi per risparmiargli i fischi, a meno che non voglia riferirsi ai fischi che organizza proprio lui, il Salvini premier.
Così, in un mare di blu che pareva d’essere a una qualche convention di Forza Italia e che ha sostituito il ruspante verde padano s’è consumata definitivamente la parabola di Umberto Bossi da Cassano Magnago, sbranato da un giovanotto senza arte né parte che dalla Lega ha ciucciato il biberon e adesso sente d’essere arrivato il momento di tirar fuori le zanne e ululare al vento e dichiararsi capo del branco. Uuuuuuu.
Gli anni passano, certo, e a Bossi quell’ictus, benché lo abbiano salvato per i capelli, non gli ha mai più restituito vigore e baldanza. Cammina sbilenco, le parole gli rotolano dalla bocca e fai fatica a capirle, negli occhi serpeggia una cert’aria stralunata e non più quel guizzo guascone e malandrino che aveva affascinato popoli padani e spaventato partiti nazionali.
Se c’è un uomo che abbia incarnato il “populismo” nella politica degli ultimi trent’anni, quello è Bossi. Il Bossi in canottiera che si affaccia dai balconi delle ville di Berlusconi; il Bossi che fa il gesto dell’ombrello; il Bossi che dice che una pallottola costa poco e che ci sono centinaia di migliaia di fucili padani pronti a sparare; il Bossi che dà del mafioso al Berluskaz; il Bossi che non si spaventa a attaccare i vescovoni; il Bossi che fuma spavaldamente il sigaro e beve chinotto; il Bossi che raccoglie l’acqua del Dio Po in un’ampolla e la porta fino a Venezia; il Bossi che s’inventa il giuramento di Pontida e il titolo di Miss Padania; il Bossi che urla con la sua voce roca e tonante Roma ladrona. Bossi non aveva solo inventato un populismo, s’era inventato pure un popolo, quello padano.
Aveva energia da vendere allora. Sempre l’ultimo a andar via da osterie e pizzerie, dove parlava e parlava e parlava e la gente, la sua gente, il suo popolo – quello che non si sentiva ridicolo a mettersi un elmo in testa con le corna o a spingere un carro coi buoi e l’effigie di Alberto da Giussano – lo ascoltava rapito, lo toccava, manco fosse un monaco santo, un guaritore, e si facevano le foto e le tenevano care con sé manco fosse una reliquia di qualche santo sepolcro.
Perché è questo aspetto qua che non s’è mai inteso bene, che quella del Nord è gente spirituale, magari lo sarà pure di una qualche religione pagana, celtica, o che, ma è gente di passioni, di animosità, di speranza. E non s’è mai inteso bene che quella padana non era una rivolta di interessi fiscali, di padroncini che si vedevano tartassati e di meschini calcoli di contributi; era una rivolta del cuore. Era la rivolta di chi tirava la carretta ma si vedeva poi cacare in testa. E per queste cose qua ci voleva un profeta, non un politicante in giacca e cravatta, non un signorino cresciuto tra confortevoli certezze, ma un arruffone, uno che s’era preso la licenza di elettrotecnico con i corsi postali di Radio Elettra, uno che s’era iscritto a Medicina ma non aveva mai dato un esame, uno che sbrindellava la propria vita senza riuscire a applicarsi in nulla ma che sentiva dentro di sé una Voce.
Questo era Bossi, la Voce del Nord, roca, impastata, accentata da echi valligiani, ruvida come polenta, bollente. Quelli di via Montenapo a Milano non era la sua gente, quelli della Milano da bere non era la sua gente, quelli che avevano avuto almeno un doge nel proprio albero genealogico non era la sua gente. Bossi seppe dare voce alla sua gente. Con assurde allegorie, con mascheramenti da carnevale, con scadenze stralunate e appuntamenti surreali – dove tutto diventava grottesco ma era invece preso tremendamente sul serio da persone reali, che la mattina si alzavano per andare a lavorare, che pagavano le tasse, che si sentivano turlupinati dalle banche a cui non finivano mai di restituire soldi. E che i politici prendevano per i fondelli.
Ecco. Poi sono venuti i Grillo con i suoi vaffanculo e senza destra né sinistra, poi sono venuti i Renzi con la sua rottamazione e la sinistra che sembra la destra, ma chi davvero rivoluzionò nel bene e nel male il linguaggio e le pratiche della politica italiana, statica nella sua forma dal referendum costituzionale del 1946, è stato Umberto Bossi da Cassano Magnago.
Quella spinta si è esaurita, e non l’ha certo spenta il familismo amorale – come fosse un qualunque contadino meridionale – del Bossi, col cuore e portafogli in mano per figli e fratelli e moglie; né lo scandalo dei diamanti e i traffici di Belsito. S’è esaurita perché non si riusciva a dare forma politica a quel movimento sociale – il secessionismo divenne presto un’opzione assurda e il federalismo di Miglio non trovava modo e sponda per diventare costituzione materiale e formale. Forse la Lega è apparsa troppo presto, oppure troppo tardi.
Ma il partito nazionale di Salvini non è la prosecuzione della Lega, è solo un’altra opzione partitica che va a collocarsi a fianco dei Cinquestelle, della sempiterna (almeno finché vivrà Berlusconi) Forza Italia, del Pd renziano: un partito come gli altri. Tutti stanno diventando – anche i Cinquestelle, basta guardare come si vestono, che sembrano allievi di un corso sottufficiali della polizia, ve lo immaginate un Di Maio in canottiera? – un partito come gli altri.
Per il vecchio leone sdentato e spelacchiato è ora di ritirarsi. Chissà che anche il suo popolo non l’abbia già capito.

Messina, 18 settembre 2017.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 19 settembre 2017.

Pubblicato in politiche | Lascia un commento