Accordo economico tra governo australiano e facebook.

Forse, abbiamo un accordo, tra facebook e il governo australiano. «Dopo ulteriori discussioni con il governo australiano, siamo giunti a un accordo che ci consentirà di sostenere gli editori che scegliamo, inclusi piccoli editori locali», ha detto Campbell Brown, il boss delle global news partnership di facebook. «Il governo ha chiarito che manterremo la capacità di decidere se le notizie appaiono su facebook in modo da non essere automaticamente soggetti a una negoziazione forzata». Cos’era successo?
Qualche giorno fa gli utenti australiani di facebook – 17 milioni al mese – hanno trovato “chiuse” tutte le pagine dei siti di informazione: non si poteva più accedere alle news, non si poteva più condividere alcuna notizia. Anche per chi era fuori dall’Australia non c’era alcuna possibilità di leggere o accedere a alcuna pubblicazione australiana di notizie sulla piattaforma. E l’emittente nazionale, la ABC, e giornali come «The Sydney Morning Herald» e «The Australian» hanno milioni di follower. Il fatto è che non si poteva nemmeno accedere alle informazioni dell’Ufficio metereologico governativo, alle pagine di Fire and Rescue New South Wales, e di altre agenzie governative fondamentali, tra cui polizia e servizi di emergenza, e dei dipartimenti sanitari.
Era la risposta di facebook all’iniziativa di legge governativa che dovrebbe costringerla a pagare milioni di sterline agli editori di notizie per la visualizzazione dei loro contenuti. Dopo diciotto mesi di indagine l’Australian Competition and Consumer Commission ha rilevato uno squilibrio di potere tra le piattaforme e le società di media che minaccia la redditività delle attività di informazione. I colossi digitali fanno la parte del leone sulle entrate pubblicitarie rispetto i media tradizionali: per ogni 100 dollari australiani (67 euro) di spesa pubblicitaria online, 53 vanno a Google, 28 a facebook e 19 a tutti gli altri. Le società di media sostengono che i colossi digitali guadagnano dalle notizie fornite da loro e gli utenti troverebbero i siti molto meno utili se non apparissero notizie nei loro feed o nei risultati di ricerca. Era necessaria una regolamentazione. Per l’ACCC, sia Google che facebook sarebbero tenuti a negoziare con gli editori di media e a compensarli per il contenuto che appare sui loro siti.
In Gran Bretagna, a dicembre è stato raggiunto un accordo: facebook pagherà milioni di sterline all’anno alle principali testate britanniche per concedere in licenza i loro articoli. La maggior parte dei gruppi di giornali britannici – il «Guardian», il «Daily Mirror», l’«Independent», tutti i principali editori di notizie regionali del Regno Unito e riviste come l’«Economist» – ha aderito al programma, in base al quale i loro articoli appariranno in una sezione del sito dedicata alle notizie. Attualmente, un utente di facebook accede alla maggior parte delle notizie tramite collegamenti condivisi sul feed delle testate, mentre la sezione Notizie di Facebook conterrà un mix di storie principali scelte dai curatori del servizio di aggregazione di notizie Upday, insieme ad altre storie scelte algoritmicamente per riflettere gli interessi di un utente. Nessuno sa esattamente i contenuti dell’accordo e quindi la quantità di denaro che facebook “girerà” all’industria dell’informazione, né si ha idea di quanto costerà a facebook questo nuovo servizio. «È un investimento estremamente significativo e lo abbiamo programmato in più anni», ha affermato Sarah Brown, responsabile delle partnership di notizie di facebook nel nord Europa.
In Australia, invece, c’è stato un patatrac. La cosa che ha creato più indignazione è stata quella di oscurare le pagine di informazioni utili nella pandemia. facebook si è scusata, ha spiegato che c’è stato un errore e avrebbe presto ripristinato la possibilità di accedere ai siti governativi di informazione utili. Nello stesso tempo però, ha insistito sulla sua posizione: per facebook le notizie non sono così centrali, è una rete di utenti che si riuniscono per condividere foto, opinioni politiche, meme Internet, video e, a volte, articoli di notizie. William Easton, amministratore delegato di facebook Australia e Nuova Zelanda, ha detto che: «La proposta di legge fondamentalmente fraintende la relazione tra la nostra piattaforma e gli editori che la utilizzano per condividere contenuti di notizie. D’altra parte, gli editori scelgono volentieri di pubblicare notizie su facebook, in quanto consente loro di vendere più abbonamenti, aumentare il loro pubblico e aumentare le entrate pubblicitarie. Lo scambio di valore tra facebook e gli editori corre a favore degli editori. L’anno scorso facebook ha generato circa 5,1 miliardi di referral gratuiti a editori australiani per un valore stimato di 407 milioni di dollari australiani (250 milioni di euro). Per facebook, il guadagno di affari dalle notizie è minimo. Le notizie costituiscono meno del 4% dei contenuti che le persone vedono nel loro feed di notizie. Purtroppo questa legislazione cerca di penalizzare facebook per i contenuti che non ha preso o richiesto. La legge ci ha messo di fronte a una scelta netta: tentare di rispettare una legge che ignora la realtà di questo rapporto, o smettere di consentire contenuti di notizie sui nostri servizi in Australia».
L’iniziativa di facebook arrivava poche ore dopo che Google aveva invece accettato di pagare la News Corp di Rupert Murdoch per i contenuti dei siti di notizie in tutto il suo impero mediatico. In realtà, anche Google aveva minacciato di rendere indisponibile il suo motore di ricerca agli australiani se la legislazione fosse andata avanti. Poi ha cambiato strada: nelle ultime settimane, ha concluso accordi con società di media come Reuters e The Financial Times. L’anno scorso, Google ha dichiarato che si sarebbe impegnata a pagare un miliardo di dollari in canoni di licenza in tre anni agli editori di notizie per i contenuti che vengono visualizzati nella pagina di Google News, così come Discover, il feed di notizie che appare nell’app di ricerca mobile di Google. L’accordo di Google con News Corp di Murdoch è particolarmente degno di nota, perché è una “guerra” che va avanti da anni, fin dai primi giorni del motore di ricerca. In base all’accordo tra le due società, Google ha accettato di pagare News Corp per l’utilizzo dei suoi contenuti di notizie senza rivelare mercati specifici o importi in dollari.
Paul Fletcher, ministro delle comunicazioni australiano, ha detto che il governo andrà avanti con la legislazione anche se le conversazioni con facebook continuano. Nelle interviste, ha elogiato Google per il coinvolgimento nel processo e ha lasciato intendere che facebook sarebbe stato attentamente esaminato per aver deciso di «rimuovere tutte le fonti di notizie autorevoli e credibili dalla piattaforma». In un’intervista con la radio 2GB, il signor Fletcher ha aggiunto che la decisione «solleva certamente problemi sulla credibilità delle informazioni sulla piattaforma».
Quello che sta succedendo in Australia, tra le big tech e l’informazione, non è poi così far away.

Nicotera, 23 febbraio 2021.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 27 febbraio 2021.

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La scomparsa di Caffè e la comparsa di Draghi.

Lo cercarono per mari e per monti. E non è un modo di dire. «La palazzina da dove si era allontanato il professore si trovava al confine della riserva di Monte Mario e all’epoca c’erano meno edifici di oggi e la zona era ancora più impervia. Ci siamo messi alla sua ricerca nel parco con l’aiuto dei cani e anche di elicotteri dall’alto – raccontava qualche giorno fa all’Agi Antonio Del Greco che allora dirigeva, da funzionario di polizia, la settima sezione della squadra mobile della Questura di Roma. Ricordo che ci alternammo con le altre sezioni della Mobile a turni di sette ore per rintracciarlo». Le ricerche si estesero anche al fiume Tevere con le imbarcazioni della polizia di Stato che seguirono il corso delle acque fino alla secca di via Marconi e poi giù fino a Fiumicino, al mare. Per mare e per monti. «Le ricerche andarono avanti per giorni ma senza esito – racconta ancora Del Greco – nessun indizio. Del resto, non emersero elementi per pensare che ci si trovasse davanti a un omicidio e anche sull’ipotesi del suicidio rimasero perplessità visto che non si è mai ritrovato il corpo».
Già, il corpo. Un corpo minuto – poco più di un passero – quello del professore Federico Caffè, scomparso tra l’una e le cinque del mattino del 15 aprile 1987: un metro e cinquanta. Ancora più rattrappito e rinsecchito dopo che aveva abbandonato l’insegnamento universitario e una depressione infida e violenta l’aveva colpito – mangiava quasi nulla, un bicchiere di latte e un boccone di pane, raccontarono poi i suoi allievi che continuavano a andare a trovarlo, per affetto, per stima, e che furono i primi a organizzarsi in squadre di ricerca setacciando palmo a palmo Roma e i luoghi che il professore era solito frequentare per trovarlo. Il corpo di Federico Caffè non si è mai più ritrovato – volatilizzato. Asceso in cielo – verrebbe da dire, perché tra le ipotesi che si affacciarono nel tempo ci fu anche questa: che la sua fosse una fuga programmata fin nell’ultimo dettaglio e si fosse rifugiato in un convento. «La Chiesa è disponibile a offrire protezioni di questo genere, purché ricorrano determinate condizioni». Rispose così il sottosegretario padre Jesus Torres, autorevole rappresentante della “Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica”, incalzato da Ermanno Rea che 30 anni fa cercò di risolvere il mistero della scomparsa di Caffè e scrisse il libro L’ultima lezione. I preti – non ti dicono mai le cose chiare, sembra sempre che alimentino il dubbio di proposito. D’altronde Caffè lasciò sul comodino occhiali, orologio, chiavi di casa, il portafoglio con dentro il libretto degli assegni – tutte cose da cui non si separava mai. Un addio al mondo, certo – ma anche un addio alla mondanità, direbbe problematicamente padre Torres.
Qualcuno lo aiutò a scomparire? Federico Caffè in realtà era scomparso già prima di scomparire. Quello che era scomparso prima era stato il suo pensiero – poi era andato via il suo corpo. Una volta aveva detto di sé: «Io non sono un uomo, sono una testa». Quello scricciolo d’uomo era un uomo autorevole perché aveva un pensiero autorevole. Era un uomo ascoltato e amato, e non solo da generazioni di studenti o da altrettanti autorevoli docenti e economisti di tutto il mondo. Era ascoltato dalla politica, quando la politica prestava ascolto ai pensieri autorevoli per programmare il suo agire. Federico Caffè era un keynesiano – forse la voce più autorevole dei keynesiani del tempo. Per essere sintetici (e qui copio D’Avanzo): «1) Caffè riteneva che il lavoro fosse non solo uno degli aspetti essenziali della emancipazione umana ma anche la più solida garanzia di tenuta sociale di un Paese; 2) Caffè sosteneva accanitamente la protezione sociale, anche in un periodo come gli anni Ottanta in cui il debito pubblico italiano stava esplodendo; 3) per Caffè la politica economica poteva e doveva avere un ruolo chiave per la coesione sociale».
Ma il keynesismo ormai stava diventando un reperto archeologico – il mondo abbracciava entusiasta l’avvento del liberismo di cui Reagan e Thatcher erano gli angeli e i demoni. «Poiché il mercato è una creazione umana, l’intervento pubblico ne è una componente necessaria e non un elemento di per sé distorsivo e vessatorio. Non si può non prendere atto di un recente riflusso neoliberista, ma è difficile individuarvi un apporto intellettuale innovatore» – questo era il suo autorevole pensiero, ma chi gli dava ascolto ormai?
Ben prima dell’Alzheimer che gli avrebbe “arrugginito la testa”, impedendogli non solo l’insegnamento ma anche lo studio, la scrittura – dato che collaborava a diversi giornali e riviste – a fare scomparire il suo pensiero ci aveva pensato l’avvento del liberismo, «il recente riflusso neoliberista». Non sappiamo se c’è un mistero intorno la sua scomparsa, ma di sicuro c’è un colpevole.
Aveva 73 anni, quando scomparve, il professor Caffè. E ha 73 anni il nuovo presidente del Consiglio, che fu uno dei suoi allievi più diligenti. È una singolare coincidenza, per chi crede in queste cose. Tanto più che il presidente Draghi – lo ricordava un anno fa Piero Sansonetti, descrivendo un loro incontro, l’uno stava a Bankitalia l’altro al quotidiano comunista «Liberazione» – ci tiene molto a ricordare quanto del pensiero di Caffè sia rimasto in lui. Eppure, gli hanno rinfacciato di averlo tradito, di essere diventato uno schumpeteriano – quello che Caffè definiva «darwinismo» – per una sua propensione alla «distruzione creatrice». Anche qui, una curiosità. Draghi tenne due speech nel 2014, in veste di presidente della BCE: l’uno, a Vienna, proprio alla consegna dello Schumpeter Award alla Banca nazionale austriaca, in marzo; e l’altro, a Roma, in occasione del centenario della nascita di Federico Caffè, alla Lecture room of the School of Economics and Business Studies “Federico Caffè” in novembre. Il titolo di questa lettura fu: The economic policy of Federico Caffè in our times. Parlò dell’insegnamento di Caffè come di qualcosa di unforgettable, indimenticabile.
Forse abbiamo un altro mistero – Draghi è a marzo schumpeteriano e a novembre keynesiano? O magari le cose sono un po’ più complesse – direbbe padre Jesus Torres.

Nicotera, 16 febbraio 2021.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 17 febbraio 2021.

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