Iran: Donne, vita, libertà.

È successo nel ’99, nel 2003, nel 2006, nell’onda verde del 2009, nel 2018. E adesso. Sono più di vent’anni che l’Iran è scosso, quasi con frequenza regolare, da proteste di piazza. A volte, sono i “mostazafin”, i più poveri delle classi medie, a scendere in piazza, a volte sono i giovani delle università; a volte si chiede pane, per le condizioni di vita che diventano sempre più difficili, a volte si chiede libertà; a volte è Teheran a protestare, a volte Mashad, che è la seconda città per abitanti, o città di province lontane: l’Isfahan, il Lorestan, l’Hamadan. Stavolta è pane e libertà, stavolta è l’Iran tutto in piazza – oltre cinquanta città sono attraversate dalle proteste, iniziate nel Kurdistan iraniano. Quarantuno già i morti “ufficiali”, settantacinque, secondo le stime al ribasso di organizzazioni per i diritti civili. Il fatto è che le autorità hanno rallentato Internet, bloccato l’accesso a Instagram e WhatsApp, e raccogliere notizie diventa sempre più difficile.
Tutto è cominciato a Teheran. Il 13 settembre, Mahsa Amini, 22 anni, originaria del Rojhelat, il Kurdistan iraniano, stava passeggiando insieme a suo fratello diciassettenne per le strade di Teheran dove si trovava in vacanza con la famiglia. Il nome di battesimo di Mahsa era Jina, un nome curdo; Mahsa era il nome persiano sul suo passaporto in base a leggi pensate per oscurare l’esistenza del suo popolo. All’improvviso, Mahsa viene bloccata e caricata su una camionetta della polizia morale dell’Iran, portata in commissariato dove – così fu detto ai familiari – sarebbe stata sottoposta a un “breve corso sull’hijab”, visto che non lo indossava correttamente, e rilasciata entro un’ora. Invece fu picchiata duramente. Dopo tre giorni di coma, il 16 settembre, Mahsa è morta. Le autorità hanno parlato di malattie pregresse come causa della morte, smentite però dai familiari. Il padre di Mahsa ha dichiarato di non aver potuto vedere il cadavere della figlia né leggere i risultati dell’autopsia: «Ho potuto vedere di sfuggita il viso e i piedi nel momento in cui l’abbiamo seppellita. I piedi erano segnati dalle ferite. Mahsa godeva di ottima salute». Le autorità avevano fatto pressione affinché la sepoltura avvenisse di notte. Ma non è andata così.
Tutto è cominciato a Saqqez, la città dove Mahsa era nata. Il 17 settembre i funerali della ragazza sono sfociati in scontri con la polizia, con un morto e decine di feriti. Le proteste e la repressione si sono poi estese al resto del paese. Il 19 settembre, a Teheran, gli studenti di tre università sono scesi in piazza. Da allora, la protesta non si è più fermata.
Questa storia delle morti di chi finisce nelle mani della polizia, non è certo nuova. Nelle proteste del 2018 furono almeno due: Vahid Heidari ad Arak e Sina Ghanbari a Teheran. Le autorità sostenevano che si fossero suicidati, ma non ci credeva nessuno. «Vahid faceva il venditore al bazar di Arak. È stato arrestato per aver partecipato alle proteste contro il carovita», raccontava lo zio del ragazzo. Secondo la famiglia, ricevettero una telefonata dalla prigione: «Si è suicidato, venite a prendere il corpo». Poi però non sono stati consegnati ai familiari né il cadavere né il referto del medico legale; e sono stati costretti a seppellirlo in una fossa già preparata. Ma era successo lo stesso nel 2009, quando migliaia di giovani furono imprigionati dopo le manifestazioni del Movimento verde, rinchiusi in centri di detenzione non ufficiali come Kahrizak e sottoposti a torture e violenze sessuali: tre furono uccisi. Anche questa storia delle violenze sessuali non è nuova: nei mesi successivi alla repressione del 2009 si cominciò a parlare di stupri sistematici compiuti dalle forze di sicurezza e da altri detenuti nei confronti di donne e uomini incarcerati per ragioni politiche. «Le guardie carcerarie stanno distribuendo preservativi ai criminali e li stanno incoraggiando a violentare sistematicamente i giovani attivisti che si trovano in carcere con loro», scrisse nel giugno 2011 il giornalista del «Guardian» Saeed Kamali Dehghan, citando diverse lettere e testimonianze di persone detenute nelle prigioni iraniane.
È una vera ossessione per il regime teocratico iraniano – questa del controllo del corpo delle donne, l’orrore per la libertà dei costumi, sessuale. Da quando è arrivato al potere Ebrahim Raisi, nell’agosto 2021, le autorità sono diventate più severe, imponendo nuove misure per controllare la popolazione. In particolare le donne. Il 5 luglio 2022 Il governo approva una direttiva che impone nuove restrizioni sull’abbigliamento femminile: prevede punizioni per chi usa l’hijab “in modo improprio”, per esempio lasciando uscire ciocche di capelli. È esattamente il motivo per il quale la polizia morale fermò Mahsa Amini. Inoltre stabilisce che il velo deve coprire anche il collo e le spalle e vieta alle dipendenti pubbliche di indossare calze e scarpe con il tacco. Il 12 luglio è istituita la “giornata dell’hijab e della castità”. Il 15 agosto un nuovo decreto impone ulteriori obblighi e punizioni per chi non si conforma al codice di abbigliamento. Il 30 agosto in un’intervista in tv il segretario dell’Organizzazione per la promozione della virtù e per la repressione del vizio annuncia che il governo prevede di usare il riconoscimento facciale per individuare le donne vestite in modo improprio nei luoghi pubblici. Il 5 settembre alcune organizzazioni per la difesa dei diritti umani hanno rivelato che la settimana precedente, nella città di Urmia, sono state condannate a morte due attiviste della comunità lgbt, Zahra Sedighi Hamedani, 31 anni, ed Elham Chubdar, 24, accusate di diffondere “corruzione sulla Terra”.
La corruzione sulla Terra – questo sono le donne per il regime iraniano. È dal 1979 dalla rivoluzione di Khomeini che le donne non possono cantare in pubblico – questo spiega anche la moltiplicazione dei video diffuse sui social, come forma di protesta. Come il gesto, praticato in questi giorni da decine e decine di ragazze, spesso in pubblico, di tagliarsi i capelli – un rito di lutto, praticato ancora in alcune province, proprio come accadde durante i funerali di Mahsa, e ora diventata una forma di protesta. «Jin Jiyan Azadî» (che in persiano diventa «zan zandegi azadi»), “Donna, vita, libertà” – è questo lo slogan di questi giorni.
Nel nome delle donne. Neda Agha-Soltan aveva 26 anni. Nel giugno 2009 partecipava alle proteste dell’onda verde. Neda fu uccisa da un cecchino delle forze di sicurezza iraniane mentre andava a una delle tante manifestazioni che si stavano tenendo per protestare contro i presunti brogli elettorali che avevano permesso la vittoria alle elezioni presidenziali del conservatore Mahmud Ahmadinejad contro il riformista Hossein Mousavi. Circolò subito un video che durava meno di 40 secondi: si vedeva una giovane donna gravemente ferita, in strada, circondata da alcuni uomini che tentavano di prestarle soccorso. La donna guardava verso il cellulare che stava filmando, con gli occhi spalancati, prima di cominciare a perdere molto sangue dalle orecchie e dal naso, e morire. Si chiamava Neda.
Narges Hosseini: nel 2018, salì su un muretto durante le proteste di piazza, si tolse il velo e lo appese a uno stecco, come a farne una bandiera. La foto fece immediatamente il giro del mondo. Venne arrestata. L’accusa era (articolo 638 del Codice penale islamico) di avere “commesso apertamente un atto peccaminoso e aver violato la pubblica moralità” e di avere così (articolo 639) “incoraggiato l’immoralità e la prostituzione”. Rischiava fino a dieci anni di carcere, gliene diedero otto, ne scontò cinque. Oggi è di nuovo in prima fila nelle proteste, di nuovo arrestata.
Hadis Najafi, uccisa da sei proiettili della polizia. Sembrava fosse lei la “ragazza con la coda”, che si vedeva in un video raccogliere i capelli con un elastico e poi andare a unirsi ai manifestanti. Invece, la “ragazza con la coda” è viva, è apparsa in un video della BBC per dire: «Non sono Hadis Najafi, ma combatto per tutte le Hadis e le Mahsa. Non abbiamo paura che ci uccidiate».
Molti commentatori e conoscitori dell’Iran invitano alla cautela – la repressione sarà durissima, il regime è ancora forte. Noi speriamo che abbia ragione Tara Sepehri Far, ricercatrice di Human Rights Watch: «Le donne si sono tolte il velo e hanno camminato per strada. Non si può tornare indietro».

Nicotera, 27 settembre 2022.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 28 settembre 2022.

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Quel voto al Sud, illeggibile e irritante.

C’è una sorta di irritazione verso il Sud, da parte di sondaggisti e commentatori politici – il Sud sembra non voglia comportarsi elettoralmente secondo le loro previsioni. Dapprima, fu l’astensionismo – ah, crescerà, spaventosamente, e sarà soprattutto al Sud. Smentito. Poi, fu il recupero del Pd che se diventava primo partito lo avrebbe dovuto al Sud – smentito. Poi, Salvini che avrebbe visto finalmente coronato il suo sogno di “partito nazionale”, su cui si basa la sua segreteria – smentito. Poi, il crollo dei Cinquestelle, che se arrivavano a malapena alla doppia cifra era grasso che colava – smentito. Poi, Berlusconi con le sue pensioni a mille euro, meglio delle dentiere gratis, e dove avrebbe pescato se non al Sud, che sono tutti sdentati, si sa – smentito. L’unica cosa che è rimasta stabile e incontrovertibile è l’avanzata della Meloni – ma sulle percentuali di questo successo, chissà.
Preso atto di questa “illeggibilità” del prossimo venturo comportamento elettorale dei meridionali, il passaggio successivo è stato che – i meridionali, si sa, votano per convenienza. E che, i meridionali, potrebbero mai votare per appartenenza, entusiasmo seppure momentaneo, ideologia, ideale o calcolo politico? Quando mai: i meridionali sono venali, mica come i padani che gettano il cuore oltre l’ostacolo.
E il passaggio ancora successivo è stato – ma li vedi tutti questi leader che si buttano per strade e vicoli e piazze del Sud a lisciare il pelo ai meridionali, promettendo mari e monti, invece di spiegare che il loro prossimo futuro sarà solo “lacrime, sudore e sangue”, dio che disdoro, signora mia come è scesa in basso la politica. Io vorrei davvero che qualcuno me lo citasse un crudo “Churchill all’italiana” che non abbia mai fatto altro che promesse.
Traslato quindi il “familismo amorale” dei meridionali in “elettoralismo amorale” dei meridionali medesimi e dei leader politici nazionali – il più è fatto: manca solo la proposta di invalidare il voto dal Garigliano in giù.
Questa “scoperta elettorale” del sud come luogo – ohibò – dove si possono ribaltare tutte le previsioni della vigilia e dove tutti i leader si vanno giocando le carte del successo a me sembra un po’ da memoria corta. Vorrei perciò ricordare che nelle ultime tornate elettorali i 5stelle hanno praticamente preso un voto su due in Calabria e Puglia e più di uno su tre in Sicilia, e da qui partono; che il Pd non ha mai avuto vita facile al Sud, e da qui parte; che la destra pre-fascista e post-fascista vanta una lunga tradizione di un consistente bacino di voto, e da qui parte; che Salvini ha provato e riprovato il “partito nazionale” ma, a esempio, nelle ultime comunali in Sicilia non è andato da nessuna parte oltre il 5 percento, e da qui parte. Il quadro, insomma, che più o meno viene “scoperto” adesso.
In più agli smemorati di Collegno ricorderei che negli anni Settanta dell’Ottocento la sinistra per la prima volta va al potere perché nel 1874 sfonda elettoralmente in Sicilia – nella sorpresa generale. Che al referendum monarchia-repubblica è vero che in Sicilia vince la monarchia ma la quantità di voti raccolti dall’opzione repubblicana, che arriveranno per ultimi al Viminale, sarà determinante perché vinca nazionalmente. Ancora: nel 1947 il “Blocco del popolo” di socialisti e comunisti, quello con la faccina di Garibaldi, è il primo partito e la Dc è solo seconda. Insomma, non è da oggi che la Sicilia c’è quando ci deve essere.
Certo, poi ci sarà da ricordare anche il 61 a zero di Berlusconi del 2001 – ma direi: appunto, per chi voglia davvero riflettere sulle cose e non spiegare il ventennio berlusconiano solo perché aveva le televisioni con Iva Zanicchi e Raimondo Vianello che lo sponsorizzavano elettoralmente.
Ho come il fondato sospetto che i sondaggisti, come buona parte dei commentatori politici, siano lì a pensare ai siciliani e ai meridionali come dei boccaloni o, peggio ancora, degli inguaribili assistiti che cercano solo qualcuno che gli assicuri il congenito fancazzismo.
Siamo perciò passati dallo storico “voto di scambio” che caratterizzava il Sud nel giudizio aspro dei sopracciò (le filiere clientelari, i pacchetti di voto che si spostano con lo spostarsi dei capo-bastone di tessere eccetera) o a quell’indifferenza verso la vita politica e istituzionale che si pronunciava con l’alta percentuale di assenteismo, perché, si sa, la civicness non è mai arrivata al Sud, al più prosaico e pagano “voto per la saccoccia”.
Il fatto che proprio al Sud con quell’enorme sostegno che nel 2018 fu dato ai Cinquestelle si fossero rotte le dighe delle filiere di controllo (anche mafioso) e dell’indifferenza atavica, come si giudicava – non è stato mai preso abbastanza in considerazione per quel che significava: una cosa buona. Quel voto – nella considerazione generale, anche al Sud perbacco, di crisi e di delusione che i Cinquestelle hanno portato con sé – non è “rientrato”, ma rimane fluido, come d’altronde è in generale dalla fine dei grandi partiti di massa che assieme raccoglievano oltre il 60 percento degli elettori, e in parte si attesta. Ma smettetela di dire che chi vota Cinquestelle lo fa perché intasca il reddito di cittadinanza! Vi basterebbe confrontare i numeri, tra i percettori del reddito e i voti ai Cinquestelle al Sud, no?
Rimane il fatto che il Sud aspetta. C’è stata una importante presa di posizione di politici e intellettuali meridionali contro il progetto di autonomia differenziata portato avanti da alcuni governatori del nord – Fedriga, Zaia, Fontana, leghisti, ma anche Bonaccini – definito come la “secessione dei ricchi”; sembrava si fosse arenato, ora pare di nuovo tornato nei programmi elettorali: Salvini è andato addirittura a rivendicarlo e spiegarne le bontà a Crotone. È un progetto che aumenterebbe ulteriormente la distanza economica tra il Sud e il Nord. Chi era critico dell’autonomia differenziata diceva che la soluzione sta nella “doppia locomotiva”, al sud e al nord. Non sembra ci siano orecchie che intendano. Né i progetti intorno al PNRR sembrano declinati a colmarla questa distanza: per lo più si parla di opere pubbliche (tra l’altro con il rigurgito del Ponte sullo Stretto, benché la Commissione europea abbia più volte fatto capire che non rientra proprio nei parametri di decisione); siamo cioè molto lontani, proprio come “visione” e dalla Cassa per il Mezzogiorno (che intervenne decisamente nella modernizzazione dell’agricoltura) e dall’intervento straordinario dello Svimez. Tutta discutibile oggi, storicamente, quella “industrializzazione senza sviluppo”, quelle cattedrali nel deserto, ma di certo significarono davvero una velocizzazione delle trasformazioni al Sud.
È un po’ impietoso – questo sì – il confronto tra diverse visioni che pure c’erano nella battaglia politica di allora rispetto le sorti del Sud e il “dibattito” attuale che vede una sola linea del Piave: chi è d’accordo con il reddito di cittadinanza e chi è contrario.
Un po’ di immaginazione al potere – ne abbiamo?

Nicotera, 23 settembre 2022.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 24 settembre 2022.

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