Quando Lina liberò le donne dai bordelli.

L’art. 3 della nostra Costituzione recita così: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali». E va bene, lo conosciamo tutti. Eppure, quel « senza distinzione di sesso», lo dobbiamo a Angelina Merlin, detta Lina. Era stata eletta all’Assemblea costituente del 1946 e aveva fatto parte della Commissione dei 75, incaricati di redigere la Carta costituzionale. C’erano solo altre quattro donne, oltre la Merlin: le due democristiane Maria Federici e Angela Gotelli, e le comuniste Nilde Iotti e Teresa Noce. Tutte avevano a vario modo partecipato alla Resistenza.
Vita straordinaria, quella della Merlin. Nata nel 1887 a Chioggia, aveva conseguito la maturità magistrale e si era poi trasferita in Francia, per meglio conoscere la lingua e la letteratura francesi, materia in cui conseguirà la laurea e che insegnerà. Nel 1919 aderisce al Partito socialista, e inizia a collaborare con Giacomo Matteotti, proprio sulla condizione femminile, arrivando a dirigere la rivista «La difesa delle lavoratrici». Quando, dopo l’assassinio di Matteotti, il fascismo si consoliderà, il suo destino è già segnato. Subirà cinque arresti in due anni, perderà il lavoro di insegnante perché si rifiuterà di prestare giuramento al regime, si trasferisce a Milano dove collabora con Filippo Turati, ma viene condannata a cinque anni di confino in Sardegna, si sposa e rimane vedova, riprende l’attività antifascista e alla Liberazione si trasferisce a Roma, per l’impegno politico a tempo pieno. Viene eletta al Senato nel 1948 e rieletta nel 1953, poi alla Camera dei deputati nel 1958. Il ’58 è l’anno cruciale, quello della legge Merlin.
Ma Lina Merlin il disegno di legge sulla chiusura delle “case di tolleranza” lo aveva in realtà presentato dieci anni prima, nel 1948. A parte la sua sensibilità e le indagini sulla condizione della donna, di tutte le donne, la Merlin era rimasta colpita dall’abolizione del “registro delle prostitute” in Francia nel 1946, all’indomani della Liberazione. A compiere “l’impresa” era stata una donna dalla vita rocambolesca e leggendaria, Marthe Richard, dell’età della Merlin, che a sedici anni era già prostituta e nel 1912 aveva conseguito il brevetto di pilota e guidava un aereo tutto suo, regalatole dal marito, un facoltoso commerciante. Allo scoppio della Prima guerra mondiale, la Richard era stata poi arruolata nei Servizi segreti francesi, nella stessa divisione di Mata Hari, un ruolo che le venne persino riconosciuto ufficialmente ma che intanto le fece scrivere libri vendutissimi da cui si girarono dei film. Quando Hitler invade la Francia, Martha si salva diventando amante di un boss marsigliese, che – si scoprirà dopo – faceva il doppio gioco. Finita la guerra, intraprende la carriera politica, e riesce a eliminare prima in un distretto di Parigi e poi a livello nazionale il registro della prostituzione.
In Italia, presentato il progetto nel 1948, dopo un lungo iter parlamentare c’era stata sua prima approvazione solo nel 1952. Ma per la fine del mandato parlamentare la proposta non divenne legge, e nel 1953 la Merlin, rieletta, ripresentò il disegno di legge, che finalmente terminò il suo iter parlamentare il 20 febbraio 1958, giusto sessant’anni fa.
L’espressione “case di tolleranza” si doveva al Cavour che, dopo i numerosi casi di malattie veneree contratte dai soldati sabaudi tra il 1859 e il 1860, aveva affidato al medico Casimiro Sperino il compito di compilare un efficace regolamento che, con la dizione “Regolamento del servizio di sorveglianza sulla prostituzione”, venne emesso nel febbraio 1860. Esteso prima alle province settentrionali fino alla Toscana annesse al Regno con i plebisciti di quell’anno, con l’unificazione nazionale tale regolamentazione entrò anche nelle province del Sud. Con il Regolamento si autorizzava, dietro rilascio di apposita licenza, l’apertura di postriboli di Stato suddivisi in due categorie e tre classi, si fissavano le tariffe, il guadagno della tenutaria e della prostituta oltre alle imposte da pagare allo Stato. Insomma, “si tollerava”.
Invece l’espressione “case chiuse” si doveva al Crispi, e al suo “Regolamento sulla Prostituzione” del 1888. Oltre agli aspetti igienici e amministrativi, si raccomandava che le “case” fossero distanti da luoghi pubblici e di culto, che non si tenessero feste, e che le finestre e le persiane restassero sempre visibilmente “chiuse”, per non dare scandalo.
A gennaio del 1958 perciò la proposta di legge Merlin giunge alla Camera. Le case chiuse autorizzate sono cinquecentosessanta, per un totale di duemilasettecento prostitute. Ogni prestazione costa da un minimo di duecento lire (cinque minuti in un bordello di terza categoria) fino a quattromila (un’ora in una casa di lusso). Ogni ragazza serve da trenta a cinquanta clienti al giorno. Il denaro non finisce solo in mani private, ma anche allo Stato, che incamera una percentuale sul ricavato per un totale di cento milioni di lire all’anno in cambio di alcuni servizi, fra cui il controllo sanitario delle lavoratrici. È dal 1948 che se ne parla, e ora sembra si sia arrivati in dirittura d’arrivo. Due anni prima Indro Montanelli, nel suo Addio, Wanda aveva scritto: «Tette e bandiera, Signora. Sono il riassunto della storia d’Italia, i suoi inseparabili pilastri, il suo motore, la chiave per comprenderla. Abolire l’uno significa distruggere l’altro. Un colpo di piccone alle case chiuse fa crollare l’intero edificio, basato su tre fondamentali puntelli: la Fede Cattolica, la Patria e la Famiglia. Perché era nei cosiddetti postriboli che queste tre grandi istituzioni trovavano la più sicura garanzia».
Alla Camera, il dibattito è violento, surreale. Angelo Rubino, medico sifilografo, del Partito monarchico: «Ancora più importanti sono i dati pervenutimi da Milano, dove nel 1954 si sono avuti 350 casi di sifilide, da Bologna dove se ne sono avuti 97, con notevole aumento rispetto al precedente anno 1953, quando se ne erano registrati solo 13, a Bari con 220 casi nuovi nel 1954, da Pavia con 50 casi mentre nel 1953 se ne erano registrati solo 37 e nel 1952 solamente 14. A Pavia negli ultimi mesi del 1953 e primi del 1954 due prostitute girovaghe, successivamente ospedalizzate, sono state responsabili di 29 casi di contagio nella città di Pavia e 15 a Voghera».
Gli risponde a muso duro Gisella Floreanini del Partito comunista: «Riferendoci all’Unione Sovietica notiamo che gli affetti da malattie veneree erano il 50 percento negli ultimi anni del regime zarista; dopo il 1917 furono subito e solo il 6 percento e oggi là, come accadrà da noi grazie all’approvazione di questa legge, non esiste più la prostituzione». Chissà come si sarà procurata quei dati. Comunque, la legge Merlin è approvata definitivamente dall’assemblea della Camera dei deputati con 385 voti a favore e 115 contrari.
Oggi, la sensibilità sociale sulla questione si è di nuovo modificata. Strumentalizzata, a fini di propaganda politica, spesso venata da caratteri di razzismo e di intolleranza, nuovi fenomeni sociali interrogano sulle forme e sull’utilità di quella legge e sui suoi limiti, anche per la crescita di una consapevolezza tra chi si definisce “sex worker”. Da questo punto di vista molto si deve, a esempio, all’attività di Pia Covre, fondatrice del Comitato per i diritti civili delle prostitute: «Criminalizzarle è sbagliato: relega sempre di più le lavoratrici del sesso nell’underground, mettendole in pericolo».
È, per capirci, proprio il rovesciamento di quell’ideologia che aveva trovato nelle considerazioni di Cesare Lombroso una sua sistematizzazione. Nel suo libro del 1893, La donna delinquente, la prostituta e la donna normale, puntualizzava che «la regressione naturale delle donne è la prostituzione e non la criminalità, la donna primitiva essendo una prostituta più che una criminale». Se esse divenivano prostitute ciò era dovuto non alla “lussuria” ma alla “pazzia morale”, alla mancanza di pudore e alla insensibilità, insomma “all’infamia del vizio”, venendo attirate da ciò che è vietato e dandosi, così, a tale genere di vita, trovandovi “la maniera migliore per guadagnarsi l’esistenza senza lavorare”.
Ma sarebbe ingiusto ricordare la Merlin solo per quella legge. A lei si devono, anche: l’abolizione del “nomen nescio” che veniva apposto sugli atti anagrafici dei trovatelli, i figli di N.N.; l’equiparazione dei figli naturali ai figli legittimi in materia fiscale; la legge sulle adozioni che eliminava le disparità di legge tra figli adottivi e figli propri; e la soppressione definitiva della cosiddetta “clausola di nubilato” nei contratti di lavoro, che imponeva il licenziamento alle lavoratrici che si sposavano.
Beh, buon compleanno, Merlin.

Nicotera, 23 febbraio 2018
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 24 febbraio 2018.

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Marvel scommette su Black Panther, vero supereroe nero.

Black Panther, Pantera Nera, il cui vero nome è T’Challa, è un personaggio dei fumetti creato dai testi di Stan Lee e dai disegni di Jack Kirby, pubblicato dalla Marvel Comics. Pantera Nera non era il primo personaggio importante di origini africane nell’universo della Marvel: qualche anno prima era apparso Gabe Jones, un membro di una squadra di soldati legati a Captain America. Ma Pantera Nera fu il primo vero supereroe nero. La sua prima apparizione è in «Fantastic Four» nel luglio 1966.
Praticamente quando Stokely Carmichael stava tenendo il suo famoso discorso sul “black power”, il potere nero, a Berkeley, università della California. Pochi mesi dopo, a ottobre, Huey Newton e Bobby Seale fondarono il loro movimento e lo chiamarono Black Panther Party for Self-Defense. Ma secondo diversi storici non c’è relazione alcuna tra il fumetto della Marvel e il Black Panther Party. Il Black Panther di Newton e Seale avrebbe preso il suo titolo dall’Alabama’s Lowndes County Freedom Organization, che aveva la pantera come logo.
Di sicuro, la Marvel, per evitare al proprio personaggio connotazioni politiche radicali, provò a cambiargli nome nei primi anni Settanta, a esempio Black Leopard. Ma non funzionava. Perciò, a dispetto degli storici, nessuno riesce a toglierci dalla testa che tra un personaggio che divenne uno dei più amati pezzi di cultura pop afroamericana della seconda metà del Novecento e una delle più importanti storie politiche del lungo percorso dei neri americani verso la conquista di maggiori diritti e libertà una qualche relazione stretta c’è.
Chi è Pantera Nera? È il principe di Wakanda, uno stato africano collocato dall’immaginazione degli autori in posti diversi negli anni, ma che comunque lambisce Kenya e Tanzania. Millenni fa, un meteorite si schiantò su quel suolo, rendendo quel luogo ricco di vibranio, un minerale indistruttibile. Il vibranio fa di Wakanda uno stato ricchissimo e tecnologicamente avanzato: lo governa il re T’Chaka insieme alla regina N’Yami, che muore partorendo T’Challa, il vero nome di Pantera Nera. Il vibranio ha fatto diventare il Wakanda molto più progredito di qualsiasi altra nazione, ma, temendo l’uso che il resto del mondo ne avrebbe fatto, la vera Wakanda è sempre stata nascosta agli occhi di tutti.
Anche il re T’Chaka muore, così il regno viene governato temporaneamente da uno zio reggente; T’Challa cresce studiando nelle migliori università, diventando un uomo preparatissimo e coltissimo, esperto fisico e chimico, ma anche addestrato da magnifico combattente, finché fa ritorno a Wakanda per reclamare il trono. Ora, ha anche i superpoteri, che gli vengono dall’Erba a Foglia di Cuore, una pianta magica che ha mangiato come rito quando è diventato re e gli ha dato una forza e un’agilità sovrannaturali. In più, indossa una tuta di vibranio super tecnologica.
Il film, uscito a febbraio negli Stati uniti e nel resto del mondo con un successo straordinario – ha già raccolto il doppio dei duecento milioni di dollari che è costato – racconta dell’ascesa al potere di Pantera Nera e della successiva battaglia contro una congerie di cattivi decisi a conquistare il trono di Wakanda. Il nostro supereroe li sgomina tutti, e in una scena finale, T’Challa si reca alle Nazioni Unite deciso a non nascondere più il suo regno e condividere le sue conoscenze col mondo.
Sono quasi venticinque anni che il film è in progettazione, e solo un paio d’anni fa il progetto è diventato reale, quando Ryan Coogler, che è stato il regista di Creed e è anche coautore della sceneggiatura, è stato incaricato della regia. Le riprese iniziarono nel gennaio del 2017. Coogler ha più volte raccontato di essere cresciuto leggendo fumetti e di considerare il film «un’opportunità storica di far parte di qualcosa di importante e speciale, soprattutto in un periodo in cui gli afro-americani stanno affermando la propria identità mentre affrontano la denigrazione e la disumanizzazione. L’idea di un eroe di colore di questa portata è semplicemente straordinaria».
E in un’altra occasione: «Quello che la Marvel sta facendo… stanno creando prodotti che esistono nello stesso universo, in cui i personaggi si incontrano tra loro, e penso sia la sfida creativa più grande per me. Ci sono i fumetti di Wolverine, che sono molti più dark e violenti dei fumetti degli X-Men, ma si adattano a pennello quando sfogli un fumetto degli X-Men. È un approccio nuovo per il cinema, ma non è nuovo per la narrativa». Difatti, Black Panther è stato introdotto in un film precedente (2016): Captain America: Civil War. Questo è “l’universo Marvel”.
Il film è stato acclamato dalla critica cinematografica. Su «Rotten Tomatoes» ha un indice di gradimento del 97 percento. Il commento del sito recita: «Black Panther eleva il cinema dei supereroi ad emozionanti nuovi livelli mentre racconta una delle storie più coinvolgenti del MCU (Marvel Comics Universe) e introduce alcuni dei personaggi più completi».
Nicholas Barber della BBC ha sottolineato come il regista Ryan Coogler sia riuscito a condensare in questo film tutti i generi da cui la cultura nera è stata tradizionalmente esclusa: «un omaggio a James Bond, una fantasia fantascientifica, con un’immaginazione futuristica che culmina in combattimenti in stile Star Wars, ma anche un dramma geopolitico». Brian Truitt di «USA Today» scrive che il film mette in scena temi profondi e che è allo stesso tempo uno spettacolo per gli occhi. Gli attori sono sembrati più che convincenti a tutti.
Il 2 maggio del 1967 a Sacramento, California, un gruppo del Black Panther Party marciò verso la sede del governo dello Stato dove era riunita l’assemblea parlamentare per discutere del Mulford Bill, che voleva ritirare il permesso ai cittadini di andare in giro armati. Sfilarono per le vie di Sacramento con i loro fucili a canna lunga, portati a spalle, le loro Colt alla cintura. Per le Pantere nere, quell’iniziativa era rivolta contro di loro, che avevano istituito pattuglie nei quartieri – dove organizzavano mense per i poveri, attività scolastiche e servizi sanitari – per intervenire ogni volta che veniva segnalato un’irruzione dei poliziotti, arrivando con i codici in mano per informare dei propri diritti chi veniva sottoposto a arresto. Le Pantere nere non riuscirono a entrare nell’Assemblea, ma si riunirono poi sul prato antistante e lessero la loro dichiarazione contro il Mulford Act. Fu il governatore della California di allora, Ronald Reagan, che firmò quell’atto.
Non avevano superpoteri, Carmichael, Newton, Seale e tutti gli altri. Ma a noi piace ricordarli come eroi di una grande saga.

Nicotera, 20 febbraio 2018.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 21 febbraio 2017.

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