Basaglia, quando volammo via dal nido del cuculo.

«Tu, o Signore, non hai esaudito la nostra supplica per la incolumità di Aldo Moro, di questo uomo buono, mite, saggio, innocente ed amico; ma Tu, o Signore, non hai abbandonato il suo spirito immortale, segnato dalla fede nel Cristo, che è la risurrezione e la vita. Per lui, per lui. Signore, ascoltaci!». Paolo VI recita il suo De profundis in San Giovanni in Laterano ai funerali di Stato per Aldo Moro, davanti facce impietrite in un’immagine che passerà alla storia. Ci sono tutti. Ma il corpo di Aldo Moro non c’è, perché la famiglia, in forma strettamente privata, lo sta seppellendo a Torrita Tiberina. È il 13 maggio 1978. Presidente della Repubblica è Giovanni Leone, presidente del Senato è Amintore Fanfani, presidente della Camera è Pietro Ingrao – il primo comunista a quella carica – e presidente del Consiglio è Giulio Andreotti, in un governo (è l’Andreotti IV, il trentaquattresimo della Repubblica, il secondo della VII legislatura, che il 16 marzo, giorno del rapimento di Moro, ha avuto la fiducia con 545 voti favorevoli, 30 contrari e 3 astenuti) che si regge con il sostegno dei comunisti. Ministro della Sanità è Tina Anselmi, democristiana. Martedì 2 maggio la Camera ha approvato il disegno di legge Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori che è stato poi approvato dal Senato il 10 maggio. Da oggi, 13 maggio, si chiamerà legge 180 o più comunemente “legge Basaglia”. Durerà poco più di sei mesi: le sue norme essenziali, infatti, saranno inserite negli articoli 33, 34 e 35 della legge 833/1978, dicembre, istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale.

L’apparecchio per applicazioni di elettroshock, usato negli anni ’50 e ’60, si presenta come una cassettina rettangolare di legno lucido. Dimensioni: lunghezza cm 47, larghezza cm 37, profondità cm 17. Maniglia e serratura di sicurezza. Sollevato il coperchio, appare un pannello in metallo, con le apparecchiature di manovra e di controllo. Su un lato, uno scomparto che contiene la cuffia a due elettrodi, da applicare sul capo del paziente, gli accessori, il cordone, la presa di corrente. Al centro del pannello c’è uno schermo graduato con una lancetta: è il milliamperometro magneto-elettrico con portata di 400 mA, per misurare la corrente durante le applicazioni. Sotto c’è un orologio, con l’indice dei minuti, l’indice dei secondi e una scala da zero a 60: serve a misurare il tempo di applicazione. Ai lati dell’orologio, due manopole: la prima regola l’emissione di corrente, che aumenta ruotando la manopola da sinistra verso destra e diminuisce in senso inverso; la seconda regola la velocità del glissando, un termine di origine musicale per indicare la fase in cui la corrente sale da zero al valore massimo predeterminato. Più veloce è il glissando, più violenta è la contrazione tonica del paziente; più lento è il glissando, più a lungo il paziente resta cosciente. Infine ci sono due morsetti, a cui si collegano i conduttori che partono dalla cuffia applicata sul capo del paziente. Operazioni preliminari: occorre preparare gli elettrodi della cuffia avvolgendoli in garze bagnate con una soluzione di cloruro di sodio; spalmare le tempie del paziente con una pasta per elettroshock e proteggergli la bocca con un salvadenti di gomma. Mentre l’elettricità attraversa il cervello del paziente, sul pannello resta accesa una luce rossa.

Legge 14 Febbraio 1904, n. 36.
 Disposizioni sui manicomi e sugli alienati. Custodia e cura degli alienati.
 (pubblicata nella Gazzetta ufficiale n. 43 del 22 febbraio 1904)
Testo formato da complessivi articoli: 0011 «ART. 1.
Debbono essere custodite e curate nei manicomi le persone affette per qualunque causa da alienazione mentale, quando siano pericolose a se’ o agli altri e riescano di pubblico scandalo e non siano e non possano essere convenientemente custodite e curate fuorché nei manicomi. Sono compresi sotto questa denominazione, agli effetti della presente legge, tutti quegli istituti, comunque denominati, nei quali vengono ricoverati alienati di qualunque genere». Dice Bruno Orsini – psichiatra, docente, deputato democristiano al parlamento dal 1976 (vi entra con la corrente di Fanfani «per fare la riforma sanitaria e credo di avere contribuito a farla») al 1994, relatore della legge 180, che la legge del 1904 non era una legge sanitaria, ma sostanzialmente una legge di ordine pubblico che si proponeva di difendere la società da una vera o presunta violenza dei folli. Dice anche che la 180 nasce per tre circostanze favorevoli: 1) l’avvio del generale processo di riforma della sanità italiana per cui il Parlamento, al fine di superare esclusioni, separatezze e disuguaglianze, pose mano all’elaborazione e alla definizione di un sistema globale e unitario, aperto in condizioni di eguaglianza a tutti i cittadini che superasse la logica corporativa e assicurativa del mutualismo: il Servizio Sanitario Nazionale; 2) lo sviluppo e il consolidamento di straordinari progressi nella terapia delle psicosi che, rendendo meno severe le prognosi ed attenuando l’entità e la durata delle manifestazioni morbose più gravi, diminuivano le dinamiche espulsive nella pubblica opinione nei confronti dei malati di mente; 3) i rapporti fra le forze politiche sono migliorati, c’è un governo di unità nazionale e socialisti e comunisti possono accettare riforme proposte dalla Democrazia cristiana – è il periodo Moro-Berlinguer. Dice ancora: la saldatura tra ’68 e basaglismo fu oggettiva. Divenne una bandiera e fece sì che il manicomio fosse l’obiettivo prevalente, il più centrato e anche il più giusto della contestazione. Franco Rotelli, psichiatra, uno di quelli che raggiunse Franco Basaglia e lavorò con lui e poi è stato direttore generale dell’Azienda sanitaria di Trieste per dieci anni, dice che la legge 180 è una legge molto semplice che recita così: la legislazione precedente viene abolita.

Poi nel reparto arrivava il professore, con gli aiuti, gli assistenti, gli infermieri e uno di questi portava la cassettina di legno lucido di 47 centimetri per 37 per 17 e cominciava la cerimonia, pubblica perché doveva essere esemplare e avere l’effetto di moltiplicare la sofferenza fisica e morale alimentando angoscia in quelle povere ossa accartocciate sui letti. Lo squadrone avanzava con lentezza, gli ammalati urlavano cercando di nascondersi, ma il rituale prevedeva ogni particolare: tre o quattro infermieri che immobilizzavano il candidato all’elettromassaggio, la messa in opera della cassettina, gli elettrodi sul corpo di uno, la manopola in movimento, la luce rossa che s’accendeva su un pannello mentre la scossa elettrica annullava la mente del malato e faceva sembrare cadavere il suo corpo steso. Il rituale del terribile gioco comprendeva anche il coro dei lamenti, il vociare ossessivo rotto da qualche urlo meno indistinto degli ammalati, adulti e bambini, in attesa del turno di punizione, la loro paura di fronte all’orrore dello spettacolo di cui tra poco sarebbero stati vittime. Il rituale prevedeva anche il contrappunto della voce “diversa”, gli ammonimenti, le minacce, i consigli del professore, il professor C., psichiatra di Torino, l’uomo che avrebbe dovuto alleviare le pene dei malati dell’ospedale psichiatrico di C. e usò cinquemila elettromassaggi, portatori di nuovo atroce dolore. Fuori c’è anche l’infermiere Giuseppe B., che non è stato sentito in istruttoria e vuole parlare al processo; sta in disparte, discosto dagli altri, pensieroso. Anch’egli guarda nella memoria. Si ricorda di una volta che lo avevano mandato a prendere un malato che cantava nel cortile, per sottoporlo a un elettromassaggio. Di quel malato “loro” non sapevano nulla. Nemmeno il nome. Il professor C. aveva detto: «Portami su quello che canta». Negli 86 manicomi italiani erano ricoverati alla fine degli anni Sessanta centomila persone.

«Finché il nostro sistema sociale non si rivela interessato al recupero di chi è stato escluso (così come all’abolizione di ogni meccanismo di sopraffazione, sfruttamento ed esclusione) la riabilitazione del malato mentale – come qualsiasi azione tecnica in ogni altro settore – resta limitata ad un’azione umanitaria all’interno di una istituzione apparentemente non violenta, che lascia intatto il nucleo centrale del problema. Per questo ogni soluzione tecnico-specialistica che non tenga conto di ciò che sottende l’istituzione e la sua funzione sociale, si limita ad agire come un semplice palliativo che serve tuttalpiù a rendere meno pesante la pena», Franco e Franca Basaglia, Morire di classe, Einaudi, 1969. E anche: Michel Foucault, Storia della follia nell’età classica, Rizzoli, 1963; Thomas Szasz, Il mito della malattia mentale, Il Saggiatore, 1966; Franco Basaglia, Che cos’è la psichiatria, Baldini Castoldi Dalai, 1967; Erving Goffman, Asylums, Einaudi, 1968; Franco Basaglia, L’istituzione negata, Einaudi, 1968; Ronald Laing, L’Io diviso, Einaudi, 1969; Ronald Laing e Aaron Esterson, Normalità e follia nella famiglia. Undici storie di donne, Einaudi, 1970. E ancora: si rimane colpiti da quante numerose sono state in Italia le esperienze di apertura dei manicomi e di impostazione di interventi psichiatrici nel territorio: Gorizia, Parma, Perugia, Arezzo, Trieste, Venezia, Firenze, Torino, Reggio Emilia, Ferrara, Terni, Rieti, Sassari, Napoli, Roma.

Alle nove meno un quarto arriva nel cortile un furgone degli ospedali psichiatrici. Porta i degenti del manicomio di C. che devono testimoniare. Giovanni C., Giuseppe L., Francesco C., Alfieri C. R., della sezione lavoratori, in ordine, puliti, sereni, con la camicia bianca e la giacca; uno ha anche la dentiera nuova, al posto dei denti fracassati da un elettromassaggio. Sostenuto da un infermiere c’è Giovarnbattista B., un vecchio dalla faccia scavata e sofferta: ottant’anni, l’unico con la divisa del manicomio (i larghi calzoni, il camiciotto a righe), stanco, spento, malato davvero, ma rotto nel corpo prima che nella mente. A piedi giungono due ex ricoverati, Luigi S. e Mario M., anch’essi devono testimoniare. Tutti sono tesi ma quieti, e nel grande cortile, nell’aria ferma, sotto il cielo azzurro d’estate trascorre una eccitazione sottile e sconosciuta, come impalpabile per gli estranei che passano. Le promesse sono state mantenute: si fa il processo allo psichiatra C. Non importa che cosa accadrà alla fine; o almeno non importa ora, oggi, in questo giorno atteso da anni. Per la prima volta, nella loro storia di malati istituzionaIizzati, essi conoscono il diritto di parlare. (Alberto Papuzzi, Portami su quello che canta).

Alla base del nuovo equilibrio parlamentare si collocano gli esiti elettorali del giugno 1976. Le elezioni vedono l’avanzata elettorale del Partito Comunista, che incrementa il risultato ottenuto l’anno precedente nelle consultazioni amministrative che lo avevano portato al governo di molte grandi città italiane. La Democrazia Cristiana, con il 38 percento, è sempre il partito di maggioranza relativa, tuttavia questo risultato va a discapito dei suoi tradizionali alleati di governo – liberali, repubblicani, socialdemocratici – ridotti ai loro minimi storici. La discussione sul Servizio Sanitario Nazionale riprende in un mutato quadro politico, a partire da cinque nuovi progetti di riforma proposti dai partiti di quasi tutto l’arco costituzionale, seguiti infine da un progetto del governo stesso. Di questi solo il progetto presentato dai liberali ripropone l’ospedale psichiatrico e la sua trasformazione in ospedale specializzato, mentre tutti gli altri ne prevedono un superamento. La discussione dei cinque disegni di legge sul Servizio Sanitario Nazionale inizia il 27 aprile all’interno della Commissione Igiene e Sanità della Camera. L’8 dicembre 1977 il testo della Riforma Sanitaria elaborato dalla commissione approda alla Camera dei deputati per la discussione, comprensivo delle disposizioni che regolano i trattamenti sanitari obbligatori. Gli articoli sulla psichiatria impegnano fin da subito il dibattito parlamentare. Tra il 15 e il 20 dicembre 1977 le disposizioni della Riforma Sanitaria in materia di trattamenti psichiatrici vengono presentate all’assemblea. Il relatore della legge è Bruno Orsini (Democrazia cristiana), psichiatra ed esponente della maggioranza, che si è occupato di preparare il testo in commissione insieme agli onorevoli Triva (Partito comunista) e Tiraboschi (Partito socialista). Nella sua relazione all’assemblea Orsini propone una breve ricostruzione della storia dell’assistenza psichiatrica con particolare riferimento alla situazione italiana. Sostiene: «La legge che abbiamo dinanzi è basata su principi, che non sono il frutto di una improvvisazione, bensì di un lungo travaglio, di una lunga storia, di una lunga lotta culturale ed operativa condotta da quanti a questo settore hanno dedicato la loro vita e condotta anche da quanti in questo settore hanno vissuto la loro difficile condizione umana» (Daniele Pulino, Prima della legge 180, Alphabeta Verlag).

È il 16 novembre 1961 quando il giovane Basaglia entra nel manicomio di Gorizia. Vede non solo la violenza delle porte chiuse e delle contenzioni. Vede una violenza più grande: gli uomini e le donne non ci sono più. Ci sono più di 600 internati, senza più volto senza più storia. Vede la mostruosità dell’istituzione totale: i cancelli, le chiavi, le porte chiuse, i letti di contenzione ma, quello che angoscia più di ogni altra cosa Basaglia, è l’orrore dell’assenza. Non c’è più nessuno.
Il 27 gennaio 2017 l’ultimo internato lasciava l’Opg di Barcellona Pozzo di Gotto.

Nicotera, 17 maggio 2018.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 19 maggio 2018.

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9 maggio 1978, il giorno in cui uccisero Moro e Impastato.

Ora, improvvisamente, quando si profilava qualche esile speranza, giunge incomprensibilmente l’ordine di esecuzione. Noretta dolcissima, sono nelle mani di Dio e tue. Prega per me, ricordami soavemente. Carezza i piccoli dolcissimi, tutti. Che Iddio vi aiuti tutti. Un bacio di amore a tutti.
Aldo

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Sono nove mesi, quanti ne servono per una normale gestazione, che medito sull’opportunità, o forse sulla necessità di “abbandonare” la politica e la vita. Ho buttato la mia sensibilità in pasto ai cani. Ho cercato con tutte le forze che mi restano in corpo di riprendere quota: non ci sono riuscito, anche se confortato dall’affetto e dalla fiducia di compagni, “alcuni” compagni, vecchi e nuovi. Il parto non è stato indolore, ma la decisione è presa. Proclamo pubblicamente il mio fallimento come uomo politico e come rivoluzionario. Non voglio funerali di alcun genere, dal punto di morte all’obitorio. Gradirei tanto di essere cremato e che le mie ceneri venissero gettate in una pubblica latrina della città, dove piscia più gente. Addio.
Giuseppe.

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Sui quotidiani del giorno l’attenzione è tutta rivolta alla riunione della direzione democristiana, prevista in mattinata, e, in particolare, a quello che si presume possa dire Fanfani. «I riflettori sono puntati su piazza del Gesù» scrive l’articolista del «Corriere della Sera». I legali di Alberto Buonoconto, detenuto dei Nap con gravi problemi di salute, hanno presentato richiesta di libertà provvisoria per il loro assistito. Qualcuno dal ministero di Grazia e Giustizia ha sollecitato il presidente della corte di Appello di Napoli a prendere rapidamente in esame la questione. Di questa iniziativa, riconducibile alle pressioni della famiglia Moro sui socialisti, sul ministro della Giustizia, sul presidente Leone, e finora quasi sottaciuta, vengono presto a conoscenza Zaccagnini, Cossiga e Andreotti. Per loro si tratta ora di capire quali intenzioni reali abbia Fanfani, da sempre decisamente contrario alla maggioranza attuale. Fanfani, per parte sua, recatosi ad Arezzo in un giro elettorale, nonostante la cautela e l’involuzione discorsiva, si è schierato più apertamente «nel rispetto della Costituzione e delle leggi… in difesa della vita e della libertà di Aldo Moro». Il presidente del Senato si è ormai deciso a utilizzare l’incontro di oggi a piazza del Gesù per esprimere compiutamente il suo punto di vista. Facendo leva su una critica di inefficienza al ministro degli Interni, circoscriverà la sua proposta: provvedimento di grazia firmato da Leone. Ieri, in serata, Craxi e Fanfani si sono incontrati. Un asse politico sulla trattativa sembra adesso delinearsi e prendere consistenza.

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Fonogramma del procuratore capo Gaetano Martorana a Sua Eccellenza Giovanni Pizzillo: «Attentato alla sicurezza dei trasporti mediante esplosione dinamitarda. Verso le ore 0,30-1 del 9.05.1978 persona allo stato ignota, ma presumibilmente identificata in tale Impastato Giuseppe si recava a bordo della propria autovettura all’altezza del km. 30+180 della strada ferrata Trapani-Palermo per ivi collocare un ordigno dinamitardo che, esplodendo, dilaniava lo stesso attentatore».

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Ma la situazione sembra comunque blindata. Zaccagnini è tornato dal giro elettorale più convinto che mai di avere scelto la strada giusta. Piccoli è al suo fianco. Galloni nega ogni possibilità di trattativa. Granelli e Cossiga ripetono che sarà fatto tutto il possibile per salvare Moro, ma «senza aprire la via a cedimenti». Anche «la Repubblica» titola su Fanfani e si interroga «sui riflessi che probabilmente ci saranno nella direzione democristiana». Tuttavia – continua il quotidiano di Scalfari – «non pare che la sortita fanfaniana possa modificare gli equilibri attuali».

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Un venerdì sera di qualche giorno della primavera 1978. Alla radio, 98.800 Mhz, si sente la voce di Ombretta Colli, che canta: Facciamo finta che… / tutto va ben tutto va ben / facciamo finta che tutto va ben. E poi: «Con un po’ di ritardo, comunque arriviamo, arriva Onda pazza, la trasmissione schizofrenica di Radio AUT, di fantapolitica. Questa sera andiamo in edizione speciale, straordinaria». Si sentono dei colpi di pistola, delle urla di pellerossa. La voce di Radio AUT – è Peppino – riprende: «Eh sì, siamo nei paraggi del municipio di Mafiopoli. È riunita la Commissione edilizia. All’ordine del giorno l’approvazione del progetto Z-11. Il grande capo, Tano Seduto, si aggira come uno sparviero nella piazza. La Commissione edilizia è riunita. Si aspetta il verdetto. Ci sono tutti, ci sono tutti. I due grandi capi, Tano Seduto e Geronimo Stefanini, sindaco di Mafiopoli. I membri della Commissione discutono, qualche piccola divergenza, ma si stanno mettendo d’accordo». Ancora colpi di pistola, ancora urla di pellerossa. E la voce continua: «Si è conclusa la riunione della Commissione edilizia di Mafiopoli. Il progetto Z-11 è stato approvato. Lì dove volano i grandi uccelli d’acciaio, si faranno dei bungalow in cemento. I grandi capi delle grandi famiglie ringraziano». E riparte la canzone: Facciamo finta che… / tutto va ben tutto va ben / facciamo finta che tutto va ben.

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«L’Unità» riporta tutte le dichiarazioni di esponenti democristiani che si addensano attorno la frase «la posizione della Dc rimane precisa e continua». Il quotidiano comunista dà risalto alle parole di Manca, esponente socialista, critico verso la segreteria di Craxi, e a quelle di La Malfa che ribadiscono l’esigenza di fermezza. Sempre in prima pagina è riportato un resoconto del dibattito parlamentare in Commissione Giustizia sulla legge dell’ordine pubblico, i cui lavori «vanno a rilento per l’ostruzionismo radicale e missino… che bel giorno sarebbe per gli eversori criminali quello in cui, perdurando il loro attacco allo Stato, si dovesse constatare anche la paralisi delle istituzioni».

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Giuseppe Impastato nasce a Cinisi, in provincia di Palermo, il 5 gennaio 1948, da una famiglia mafiosa: il padre Luigi era stato inviato al confino durante il periodo fascista, lo zio e altri parenti erano mafiosi e il cognato del padre era il capomafia Cesare Manzella, ucciso con una giulietta al tritolo nel 1963. Ancora ragazzo, rompe con il padre, che lo caccia via di casa, e avvia un’attività politico-culturale antimafiosa. Nel 1965 fonda il giornalino «L’Idea socialista» e aderisce al PSIUP. Dal 1968 in poi milita nei gruppi di Nuova Sinistra. Conduce le lotte dei contadini espropriati per la costruzione della terza pista dell’aeroporto di Palermo, in territorio di Cinisi, degli edili e dei disoccupati. Nel 1975 costituisce il gruppo Musica e cultura, che svolge attività culturali (cineforum, musica, teatro, dibattiti ecc.); nel 1977 fonda Radio Aut, radio libera autofinanziata, con cui denuncia i delitti e gli affari dei mafiosi di Cinisi e Terrasini, e in primo luogo del capomafia Gaetano Badalamenti (è lui “Tano Seduto”), che avevano un ruolo di primo piano nei traffici internazionali di droga, attraverso il controllo dell’aeroporto («dove volano i grandi uccelli d’acciaio»). Il programma più seguito era “Onda pazza”, trasmissione satirica con cui sbeffeggiava mafiosi e politici. (dal Centro Siciliano di Documentazione “Giuseppe Impastato” – Onlus)

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Moretti e Gallinari riconsegnano a Moro i suoi vestiti e i suoi oggetti personali. Il presidente democristiano ha indossato finora una tuta da ginnastica. Nell’appartamento di via Montalcini sono presenti anche la Braghetti e Maccari. Durante i lunghi giorni del sequestro, Moro è dimagrito. Gli viene detto di prepararsi perché bisogna andare. Scendono nel box del garage. È buio. Qualcuno di loro controlla le scale perché non arrivi nessuno all’improvviso. Moro viene fatto sdraiare nel bagagliaio posteriore della Renault4. Si rannicchia, lo spazio è angusto. Si sparano nove colpi ravvicinati al cuore. La sentenza è stata eseguita. L’automobile inizia il suo percorso verso via Caetani.

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La mattina del 9 maggio carabinieri e agenti della Digos fecero irruzione nella casa della zia di Peppino, presso la stazione Cinisi-Terrasini, dove solitamente Peppino dimorava e pernottava. Portarono via sacchi di materiale, libri, appunti e altra roba. Di tutto questo non venne redatto, per quel che ne sappiamo, un dettagliato verbale né fu possibile prenderne visione, tanta era in quel mattino la confusione e il senso di smarrimento. Tra le cose sequestrate venne trovata la famosa “lettera” che sarebbe il presunto testamento, con il quale Peppino dichiarava di volere abbandonare «la politica e la vita». Chi dirigeva le indagini credette di toccare il cielo con un dito e si buttò su quella lettera, che avrebbe dovuto essere l’elemento probante del suicidio. (da «I Siciliani») I carabinieri non fanno avvicinare nessuno e tengono a distanza gli amici di Impastato dal corpo dilaniato del loro compagno ucciso; fanno fatica perché i resti del corpo sono disseminati in un raggio di trecento metri. I compagni di Peppino vengono interrogati come complici dell’attentatore (benché qualche mese prima abbiano redatto un’informativa in cui li considerano “incapaci di compiere atti terroristici”), vengono perquisite le loro case e non quelle dei mafiosi. Suicidio ha da essere. (L’11 aprile 2002 Gaetano Badalamenti è stato riconosciuto colpevole dell’assassinio di Peppino e condannato all’ergastolo).

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Morucci è alla stazione Termini. La piazza è gremita, come sempre. È mezzogiorno. Tocca a lui telefonare per avvisare la famiglia su dove ritrovare il corpo. Moro aveva espresso il desiderio che la moglie fosse la prima a essere informata della sua morte. Morucci chiama uno dei contatti che ha già utilizzato per recapitare le lettere. È un assistente di Moro.
«Pronto? È il professor Franco Tritto?»
«Chi parla?»
«Brigate rosse».

Nicotera, 8 maggio 2018.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 9 maggio 2018.

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