Calabria, regionali: centrodestra senza freni.

Figli di un dio minore, i calabresi si sentono da sempre. Ora, poi, che la “questione meridionale” nessuno ha neppure l’ardire di menzionare – figurarsi. Le elezioni regionali qui da tempo immemorabile non hanno il pathos di una svolta drammatica, di un indizio politico di valore nazionale, di un conflitto che annunci una qualche catastrofe o l’aurora di un qualche cambiamento. È una questione di leadership, certo, mica solo dell’essere una regione che “pesa” poco: lontani un secolo, i tempi di Giacomo Mancini, segretario del partito socialista, ministro più volte, voce tonante, uno che “ridisegnò” l’autostrada del Sole per passare da casa sua, a Cosenza, e quindi a bucare montagne e montagne piuttosto che su di un percorso costiero come eserciti di ingegneri avevano pensato, uno che ha fatto Arcavacata, che non è mai stata una università del deserto, ma dove hanno insegnato fior di professori. Lontani un secolo i tempi del dc Riccardo Misasi. È una questione di leadership certo. In Calabria ormai si davano collegi sicuri per qualche leader nazionale, liberandone altri altrove; l’ultimo fu per Rosi Bindi che da commissario antimafia giurò ai calabresi: sarò sempre qui, al vostro fianco. Chi l’ha vista mai?
Essere capitati “in accoppiata” con le elezioni in Emilia-Romagna è stato il colpo di grazia. D’altronde – se è lecito pensare che una vittoria del centro-destra e della Lega di Salvini in Emilia potrebbe avere non solo un forte significato simbolico (la regione più rossa che c’è che passa alla destra, uau) ma anche una “ricaduta” sul governo, perché ne dimostrerebbe la sua minoritarietà sociale e politica, a chi mai dovrebbe venire in mente che una strabordante vittoria in Calabria del centro-destra e di Salvini potrebbe costringere il governo a dimettersi?
Eppure, la distrazione di massa dell’attenzione politica dalla Calabria è stata un peccato, perché qui si sono andati consumando vari “drammi”. Tutto comincia quando si pensa di replicare alle regionali il governo PD-5S, a partire dall’Umbria. In Calabria storcono il muso. Il PD calabrese manda addirittura una nutrita delegazione a Roma, dopo aver raccolto firme, che dice a Zingaretti: decidono i territori. Ma sono entrambi gli alleati riottosi a non volere il patto: in Calabria, PD e 5S proprio non si sopportano, fisicamente. Così, entrambi accendono i ceri a Padre Pio perché in Umbria vada male, e in Umbria va male. Si riaprono i giochi. Relativamente. Il PD ha già da tempo scaricato il governatore uscente, Mario Oliverio. È stato più volte sotto inchiesta giudiziaria promossa dalla procura di Catanzaro, cioè da Gratteri, con accuse fino all’associazione a delinquere, ma processo dopo processo le cose si ridimensionano sempre. Oliverio vuole ricandidarsi. Va tenuto conto che il PD in Calabria è commissiarato, e il commissario dice, non se ne parla proprio, a Roma abbiamo deciso così. Si voleva dare ai 5S una contropartita, togliendo di mezzo un nome indigeribile ai pentastellati. Circolano anche i primi nomi “civici” per una possibile intesa, tra i quali l’industriale del tonno Pippo Callipo, che però fiuta subito l’aria e manda a dire, no grazie non mi interessa proprio. Solo che Mario Oliverio decide di candidarsi comunque e trova pure un pezzo di centro-sinistra pronto a sostenerlo.
Intanto, anche tra i 5S si consuma un altro dramma: Dalila Nesci, parlamentare, si vuole candidare, ma Nicola Morra, suo compagno di partito e presidente Commissione antimafia, dice che in Calabria forse si deve aspettare un giro, perché la Calabria è speciale e quindi ci vuole una politica speciale, il che lascia intendere che la Nesci non abbia proprio nulla di speciale. All’inizio, sembra questa la linea che prevale lì dove i 5S decidono: saltare un giro. D’altronde, tutti i sondaggi sono per loro catastrofici, e invece che “certificarlo” con il voto, funzionerebbe meglio una sorta di suicidio politico collettivo.
Anche il centro-destra però si dilania: Berlusconi aveva già il suo candidato, Mario Occhiuto, sindaco di Cosenza. La Calabria, nella spartizione del centro-destra, appartiene a Forza Italia. Ma Salvini storce il muso: Occhiuto è stato lambito da inchieste. Berlusconi insiste, Salvini insiste. Allora, Berlusconi ha il lampo di genio: candidiamo il fratello di Occhiuto, che, per la verità, non è un emerito sconosciuto, ma un politico di lungo corso e ora vicegruppo di Forza Italia. Senonché, a sto punto, i due Occhiuto diventerebbero una potenza senza contrappesi in Calabria, l’uno governatore regionale e l’altro sindaco di Cosenza, e tutto a vantaggio di Cosenza e a scapito delle altre province. Allora, il sindaco di Catanzaro, Abramo, dice minacciosamente che non va bene così.
Poi, a un certo punto, le cose si incastrano: Pippo Callipo scende in campo per il centro-sinistra – con l’investitura di Zingaretti e Mario Oliverio, commosso dalle parole del segretario del PD, fa un passo indietro. Mimmo Lucano, che da Riace era finito sulle copertine dei magazine di tutto il mondo, dice che no, che Callipo non lo voterà, perché è sempre stato un uomo di destra, e piuttosto si astiene. E Mimmo Lucano è uomo d’onore. I Cinquestelle decidono sulla piattaforma Rousseau di fare una lista, e nominano loro testa di serie il prof di Arcavacata Francesco Aiello, che neanche è nominato e già è un’anatra zoppa, dopo che si è scoperto che ha una casona abusiva, di cui non ha mai inteso né intende abbatterne le parti “fuori misura”; e poi viene attaccato dal solito Nicola Morra per via di una parentela con un signore morto per ndrangheta. In più lo stesso Aiello non dev’essere tanto convinto: contravvenendo al bon ton, decide di mettersi anche in lista come candidato, perché per la legge regionale solo i primi due candidati a governatore entrano di diritto in Consiglio, e Aiello sa bene che non andrà sul podio ma se superano la soglia del 5 percento un posticino forse lo prende.
Anche a destra le cose si sistemano: Mario Occhiuto fa un passo indietro – non presenterà proprie liste per le regionali in Calabria, e favorisce l’unità del centro-destra. Gliel’ha chiesto personalmente in persona Silvio Berlusconi e, si sa, non si può resistere ai moti del cuore. Occhiuto ha scritto una bella lettera commovente ai suoi sostenitori. Anche Mario Oliverio nel fare un passo indietro ha scritto una bella lettera commovente ai suoi sostenitori. È tutto un fare passi indietro in Calabria. È tutto un moto del cuore. Il candidato del centro-destra è Jole Santelli, che iniziò a sinistra la sua carriera di avvocato, con Tina Lagostena Bassi e Vincenzo Siniscalchi, per poi diventare l’enfant prodige di Cesare Previti che la portò in politica e in parlamento. È la cocca di Berlusconi ma anche di Salvini, e ha mutuato la propria biografia nella composizione delle liste, che sono zeppe di ex-centrosinistra in cerca di uno strapuntino di riconferma a destra. D’altronde, ogni conversione è legittima, per carità. Jole Santelli rischia di fare i botti. Magari non arriva al 61,4 percento che prese Mario Oliverio nel novembre 2014, ma di sicuro andrà intorno o sopra il 49,79 dei 5stelle in collegio plurinominale Calabria 1 del marzo 2018. Come sia stato possibile in cinque anni bruciare quel patrimonio (e anzi, la stessa persona) di Oliverio rimane un mistero. E un mistero rimane come si sia liquefatto il movimento 5S, per il quale un elettore su due – una cifra impressionante – aveva votato nel marzo 2018.
Cosa c’è ancora? Beh, c’è la lista civica di Carlo Tansi, che viene anche lui dall’Università della Calabria e tra il 2015 e il 2018 ha diretto la Protezione Civile della regione da cui andò via tra gran polemiche. Le sue liste sono zeppe di professori, medici, insegnanti – la “società civile” stanca della casta, che prova a recuperare l’elettorato cinquestelle. E poi le sardine che, però, nonostante la mediaticità muovono davvero poco i voti e le piazze – mica siamo in Emilia. Che d’altronde sono rimaste desolatamente vuote, in una campagna elettorale che mai s’è vista. Tutti si aspettano che il tasso di astensionismo sia molto alto.
Tutti guardano all’Emilia Romagna. Anche gli elettori calabresi.

Nicotera, 24 gennaio 2020.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 25 gennaio 2020.

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Virus, Cina: torna il terrore dell’epidemia.

Il 25 gennaio inizia la più grande migrazione umana sulla Terra: è il Capodanno cinese e milioni e milioni di persone si spostano per tornare nelle loro città natali. È la Festa di Primavera, la più importante dell’anno in Cina e è paragonabile alle festività natalizie dei paesi occidentali. Questo è il momento in cui le famiglie si riuniscono per il tradizionale “cenone”, fanno offerte per le divinità e per gli antenati, si prega Buddha e si pulisce la casa dallo sporco dell’anno passato per fare posto alla felicità e alla buona sorte che arriveranno con il nuovo anno. Fabbriche, uffici e tutte le istituzioni hanno sette giorni di vacanza. Il primo e l’ultimo giorno delle vacanze, tutta la rete di trasporti è affollata da milioni di cinesi in movimento che fanno tutto il possibile per tornare a casa dalle loro famiglie: dall’acquistare biglietti dai bagarini a prezzi moltiplicati, al fare la fila per tre giorni lottando per un biglietto, fino a trascorrere più di venti ore su treni superaffollati o su autobus con venti passeggeri in più su sgabelli lungo il corridoio per tratte di decine di ore. A spostarsi in questo periodo sono soprattutto i lavoratori migranti. Portano grandi e pesanti borse piene dei loro beni e di regali, spostandosi generalmente dalla più ricca costa orientale della Cina alle loro città di origine con i treni notturni in classe economica.
Ecco, si può solo immaginare cosa stiano attraversando in questo momento i responsabili delle autorità sanitarie cinesi – dopo che sono scoppiati centinaia di casi accertati (anche se sembrano essere molti di più) di affetti da una forma di polmonite provocate da un coronavirus, e si contano i primi decessi, e soprattutto la presenza di casi non solo a Wuhan, dove un mercato di pesce e pollame, lo Huanan Seafood Market, pare sia l’epicentro della nuova epidemia, ma anche a Shenzhen, a Pechino, oltre che fuori della Cina, in Thailandia, in Giappone, in Corea del Sud, e da ieri anche un primo turista europeo, di rientro dalla Cina. Questo Capodanno cinese, peraltro, dà inizio all’anno del Topo. E furono i topi, nella peste del 1348, i veicoli dell’epidemia, perché le loro pulci, infette, passavano all’uomo.
«Della minuta gente, e forse in gran parte della mezzana, era il ragguardamento di molto maggior miseria pieno; per ciò che essi, il più o da speranza o da povertà ritenuti nelle lor case, nelle lor vicinanze standosi, a migliaia per giorno infermavano; e non essendo né serviti né atati d’alcuna cosa, quasi senza alcuna redenzione, tutti morivano. E assai n’erano che nella strada pubblica o di dì o di notte finivano, e molti, ancora che nelle case finissero, prima col puzzo de lor corpi corrotti che altramenti facevano a’ vicini sentire sé esser morti; e di questi e degli altri che per tutto morivano, tutto pieno». È l’incipit del Decamerone di Boccaccio, che descrive l’impatto della peste su Firenze e la fuga dalla città di dieci giovani – sette donne e tre uomini – che si raccontano a turno delle storie per ingannare il tempo: la parola e il racconto sono la salvezza. La medicina del tempo non aveva conoscenze in grado di fermare il contagio e le sue raccomandazioni non funzionavano granché meglio dei cortei di flagellanti, che si frustavano in continua penitenza per chiedere perdono a Dio di aver mandato il male.
Che era venuto dall’oriente, passando per la Siria e fermandosi poi in Crimea dove l’Orda d’oro assediava la città di Caffa, importante snodo commerciale della Via della Seta e porto praticato stabilmente da marinai e mercanti genovesi. I mongoli pensarono di risolvere presto l’assedio lanciando con una catapulta i cadaveri dei propri compagni morti di peste, che si andava diffondendo tra le loro fila, dentro la città. Non servì a risolvere il conflitto, ma servì a diffondere la peste. Furono i marinai genovesi a portarla a Messina, porto commerciale importante, e da lì si sviluppò rapidamente in Europa. Si calcola che un terzo della popolazione europea, che viveva i primi processi di urbanizzazione, ne fu falcidiata – qualcosa tra i venti e i venticinque milioni. Non le cifre che provocò la spagnola, l’influenza mortale che si sviluppò a ridosso della Prima grande guerra mondiale e che infettò almeno 500 milioni di persone nel mondo e ne uccise tra i cinquanta e i cento milioni.
«Le campane non suonavano più e nessuno piangeva. L’unica cosa che si faceva era aspettare la morte, chi, ormai pazzo, guardando fisso nel vuoto, chi sgranando il rosario, altri abbandonandosi ai vizi peggiori. Molti dicevano: È la fine del mondo!» Così, un cronista svedese raccontava la peste nera. Perché, da sempre, la pandemia si associa all’apocalisse, alla fine del mondo. Nel Trecento, molti furono quelli che si abbandonarono all’idea che Dio avesse mandato un flagello sulla Terra, per punirci. E molti ne incolparono gli ebrei, che avvelenavano i pozzi – benché proprio papa Clemente VI si prodigasse per tacitare queste orribili sciocchezze, con l’osservazione più semplice: anche gli ebrei morivano di peste. Ma l’evidenza non li risparmiò da persecuzioni e massacri.
Questo nuovo virus è apparso un mese fa circa. Benché tutte le autorità internazionali dicano che le possibilità di trasmissione da uomo a uomo siano bassissime, ci sono i rischi legati alle sue possibili mutazioni. Il fatto è che nel 2003, quando scoppiò la SARS – anche lì l’origine era un mercato di pollame in Cina – le autorità cinesi furono molto restie a fornire dati sicuri e a collaborare. Certo, le cose sono cambiate: gli aeroporti sono molto controllati, e anche i passeggeri in arrivo e partenza. Questo fa ricordare come durante la peste nera del Trecento l’unico paese europeo a rimanerne indenne fu la Polonia, perché re Casimiro III fu inflessibile nel chiudere gli accessi alla nazione. Ma è inimmaginabile oggi “chiudere” una nazione – e i commerci e i viaggi. Significherebbe far collassare il mondo.
La verità è che non si è neppure sicuri, in questo momento, della trasmissione del virus da animale a uomo. Della spagnola, si pensò che fosse stata portata dagli uccelli che avevano infettato i maiali che avevano infettato i soldati di un acquartieramento. Ipotesi.
La scienza medica è diventata affidabile nel contenere l’esplodere delle epidemie – e le misure di prevenzione, fondamentalmente igieniche e nella preparazione dei cibi, sono una buona barriera. L’apocalisse dovrà aspettare, per manifestarsi.

Nicotera, 20 gennaio 2020.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 21 gennaio 2020.

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