Di cosa parliamo quando parliamo di territori.

Eravamo «un popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di pensatori, di scienziati, di navigatori e trasmigratori». Poi, più concretamente, siamo stati la «migliore meccanica d’Europa seconda solo alla Germania». Adesso siamo un popolo di proseccari, occhialari e salumai. Almeno, secondo il Rapporto Economia e Finanza dei Distretti Industriali, edito da Intesa-Sanpaolo nel dicembre 2016, che contiene l’analisi dei bilanci aziendali relativi a circa 60.000 imprese manifatturiere e agricole italiane tra il 2008 e il 2015. 14.972 imprese del campione hanno sede operativa in 149 distretti, e anche nel 2015, come avviene costantemente dal 2009, le imprese distrettuali hanno fatto meglio di quelle non distrettuali e i distretti migliori, i primi dieci posti per performance di crescita e redditività sono proprio questi: 1. Prosecco di Conegliano-Valdobbiadene, 2. Occhialeria di Belluno, 3. Salumi di Parma, 4. Vini dei colli fiorentini e senesi, 5. Mozzarella di bufala campana, 6. Legno e arredamento dell’Alto Adige, 7. Conserve di Nocera, 8. Dolci e pasta veronesi, 9. Meccanica strumentale di Bergamo, 10. Gomma del Sebino Bergamasco.
Riporto qui alcune considerazioni centrali del Rapporto a proposito dei distretti “virtuosi” su esportazione e presenza sui mercati internazionali, concentrazione in alcuni territori, consolidamento delle imprese, ingresso in grandi gruppi esteri e acquisizione di imprese estere: «Nei distretti non solo è più alta la quota di imprese che esportano (38,1% vs. 27,8%), ma è anche più elevata la percentuale di imprese con attività di export e dotate, al contempo, di marchi registrati a livello internazionale (30,8% vs. 25,1%). Inoltre, nei distretti è più intensa la presenza all’estero con partecipate estere (28,9 imprese partecipate ogni 100 imprese in Italia; nelle aree non distrettuali ci si ferma a 20,1) e maggiore l’impegno sul fronte dell’innovazione (circa 53 brevetti ogni 100 imprese vs 40) […] Le imprese distrettuali mostrano una maggiore presenza sui mercati esteri in tutte le classi dimensionali, a indicazione del fatto che molto verosimilmente nei distretti sono presenti meccanismi (involontari e informali) di scambio e condivisione della conoscenza dei mercati, che innescano processi virtuosi di imitazione delle strategie commerciali adottate dai soggetti più dinamici e proattivi […] Molte aree distrettuali sono divenute sede quasi esclusiva di alcune produzioni: concia, calzature, calzetteria, oreficeria, occhialeria, strumenti musicali, piastrelle sono settori fortemente concentrati nei distretti. In altri comparti la presenza di fattori, intangibili e non misurabili, esterni all’impresa ma diffusi all’interno di territori circoscritti (riassumibili nel “saper fare”), ha portato a una concentrazione virtuosa di intere filiere nei distretti. I distretti continuano, pertanto, a offrire esternalità produttive, dando luogo a un contesto favorevole agli investimenti di imprese nazionali grandi e medio-grandi e di multinazionali estere […] La competitività dei distretti è influenzata positivamente dalla presenza di grandi imprese consolidate che nel tempo hanno investito nel territorio e che, al contempo, hanno potuto far leva sul know-how presente nel tessuto produttivo locale. Si tratta di un nucleo di soggetti con un peso e un ruolo molto rilevante all’interno dei distretti […] Diversi marchi famosi distrettuali sono entrati nell’orbita di grandi gruppi esteri (tra questi Loro Piana, Marazzi, Poltrona Frau, Champion Europe, Pal Zilieri, Riello) e dalle prime evidenze emerge come nel complesso l’ingresso nella nuova compagine abbia consentito il potenziamento dell’azienda acquisita, con ricadute positive sul network commerciale e sugli investimenti in tecnologie innovative, ma anche sull’occupazione […] Al contempo, alcune importanti imprese leader distrettuali si sono attivate, tramite acquisizioni di imprese estere, per rafforzare ed ampliare la loro piattaforma distributiva espandendosi in mercati ritenuti strategici (Ferrero, Lavazza, Nuova Castelli, De Rigo, Poltrona Frau)».
Per finire: confrontando l’evoluzione del fatturato (variazione % a prezzi correnti; valori mediani) tra il 2008 e il 2015, il risultato è il seguente: Distretti: +3,5; Aree non distrettuali: -2,5.
Siamo vicini a un risultato a somma zero tra distretti e aree non distrettuali, di cui ci sarebbe poco da inorgoglirsi, anche se, vista la mala parata, ormai di un 1 percento i governi gongolano e si gonfiano il petto. Eppure, le cose non stanno proprio così, in una sorta di perequazione tra chi va meglio e chi va peggio: la realtà è che le aree distrettuali corrono verso una migliore integrazione nel territorio e un consolidamento finanziario anche per la presenza sul mercato estero e per gli investimenti che sono capaci di attrarre; mentre le aree non distrettuali subiscono un progressivo deperimento e depauperamento. La forbice tende a allargarsi, non a stabilizzarsi verso la crescita zero virgola: tende a allargarsi “dentro” la crescita zero tra territori “virtuosi” e quelli “in dismissione”. La concorrenzialità intranazionale premia un territorio che tira e vince e condanna l’altro che perde; lo sviluppo resta concentrato e non crea diffusività riproducibile, per i caratteri propri della produzione, molto vincolata al territorio specifico, ma che rimane circoscritto.
Questo processo ha radici ben più lontane del periodo temporale preso in esame dal Rapporto e è osservabile e misurabile in tutti i paesi dell’occidente, in quel passaggio epocale che è stata la transizione dal fordismo e dal welfare al capitalismo finanziario e al neo-liberismo, con alcuni “esempi” clamorosi: il Michigan degli Stati uniti, passato dall’essere la più grande concentrazione mondiale di imprese e lavoratori dell’industria automobilistica, con una urbanizzazione galoppante da ogni parte del paese, a un territorio “arrugginito”; l’abbandono delle aree e delle città industriali e minerarie nella Gran Bretagna con la gentrificazione delle cittadine e delle campagne e la polarizzazione della finanza nella capitale londinese; la specializzazione di nazioni dentro il mercato unico europeo; la funzionalizzazione di un intero ex-paese dopo l’unificazione delle due Germanie; la spaccatura orizzontale tra Fiandre e Vallonia e la polarizzazione di una città-stato, Bruxelles, con un suo statuto extra-territoriale; la dismissione di interi territori industriali nel nord della Francia e la contemporanea valorizzazione dei terroir e la banlieuzzazione di intere città; l’approfondirsi delle differenze regionali in Spagna. Con ogni probabilità – ne avessimo numeri e dati – avrebbe evidenza enorme in quel vero e proprio “continente della produzione di merci” che è diventato la Cina, dove migrazioni di forza lavoro, espropriazioni e conversioni di territori e produzioni, impianti e super-mobilità di merci e persone, spostamenti di geografie idriche e urbane, megalopoli, hanno assunto la dimensione del “gigantesco”. D’altronde questa stessa dimensione “di scala” ebbe il capitalismo industriale della fine Ottocento in Gran Bretagna e Germania o negli Stati uniti nel primo Novecento. Il capitalismo ha sempre prodotto e trasformato lo spazio, che non si presenta mai come statico.
Lo scarto – è la riflessione centrale di questo testo – tra “quel” capitalismo industriale e “questo” capitalismo sta proprio nelle geografie economiche e sociali: laddove il processo del capitale industriale spingeva a una omologazione nazionale, statale, dei territori, costruendo unicità di mercati e consumi, il processo del capitale finanziario si muove su scala planetaria in una dinamica di differenziazione dei territori, e dei mercati e dei consumi. L’opposizione perciò non è tra globale e locale, tra urbano e rurale, tra metropoli e villaggio – perché nel locale, nel rurale e nel villaggio possono ritrovarsi “isole” di ricchezza e civilizzazione, e nel globale, nell’urbano e nella metropoli possono ritrovarsi “continenti” di devastazione e brutalità. L’opposizione è “dentro” lo spazio, la spazialità, i territori, fra geografie del capitale e nuove cartografie di liberazione. È possibile rovesciare la differenziazione a cui si è “gettati” dal neo-liberismo e dal capitale finanziario globale solo rendendosi indipendenti, cioè riconquistando il potere politico della decisione e della programmazione sui territori. Proveremo anche a spiegare qual è la differenza, cruciale, tra indipendenza e “sovranismo”.
L’attuale processo del capitale non è casuale e non è selvatico e, nonostante la potenza dell’impatto, non è sempre immediatamente osservabile ovunque con la stessa evidenza – il mondo non diventa tutto d’improvviso una Silicon Valley o una Calcutta: le “grandi mutazioni” di insediamento o di abbandono sono macroscopiche laddove concentrate ma spesso si inseriscono in tessuti produttivi e sociali con maggiore resilienza, costruendo geografie miste, paesaggi stratificati dove le rovine giacciono accanto avveniristiche edificazioni. Non solo è vero che Roma non fu costruita in un giorno, ma anche che Ur e Machu Picchu non furono abbandonate in un giorno. Le filiere di produzione distrettuale – l’addensamento e la “messa a valore” di un intero territorio, del suo sapere generale, della sua conoscenza materiale – e la presenza in nodi strategici di veri e propri “corridoi” della distribuzione e degli investimenti finanziari, così come, di converso, l’abbandono di intere aree regionali, sono il risultato di precise dinamiche del capitale (altro che meccanismi “involontari e informali”, come recita il Rapporto di Intesa-Sanpaolo!) e dei conflitti tra interessi e bisogni che scoppiano nei territori.

Forme dello Stato e forme dello spazio.

Henri Lefebvre, nei tardi anni Settanta, parlava di un’«esplosione generalizzata degli spazi» che stava provocando una profonda ridefinizione delle geografie stabilite dal capitalismo e dai poteri statali. Lefebvre si riferiva a una molteplicità di esplosioni che si stavano verificando dentro l’universo capitalista e relative agli “spazi geografici”, ovvero ai centri storici, le città, le metropoli, le conurbazioni, le regioni, le relazioni centro-periferia, gli spazi stabiliti, i confini, le frontiere, ma anche dentro gli “spazi sociali”, ovvero la famiglia, la nazione, l’economia, la storia. Le intuizioni di Lefebvre possono essere ancora intese come linee-guida osservando i più recenti sviluppi del capitalismo. Lo spazio sociale continua a essere prodotto attraverso processi di ristrutturazione. Come ha notato Soja: «La ristrutturazione rimanda alla crisi e a un conflitto competitivo fra il vecchio e il nuovo, fra l’ordine ‘ereditato’ e quello ‘progettato’. Non si tratta di un processo meccanico o automatico. I suoi risultati non sono predeterminati. La ristrutturazione implica flussi e transizioni, posizioni difensive e offensive, un complesso mix di continuità e cambiamento».
Questo «complesso mix di continuità e cambiamento» è sotto i nostri occhi nel rivolgimento e nella lacerazione del post-fordismo. La dimensione spaziale svolge qui un ruolo fondamentale. Il paesaggio del capitalismo è in continua mutazione, a seguito delle più recenti e tumultuose dinamiche di crisi, che stanno ridifferenziando le precarie geografie degli ultimi decenni.
L’attuale capitalismo produce spazi per differenziazione fra le unità geografiche del locale, regionale, nazionale, sovranazionale e globale. Queste scale non vanno considerate come unità spaziali “chiuse”, contenitori territoriali sovrapposti definiti dalla dimensione geografica (come una matrioska). Sono, piuttosto, passaggi di processi economico-sociali sovrapposti che vanno intesi relazionalmente, ossia in rapporto ai legami verso l’alto, il basso e trasversali con le altre scale geografiche. A partire dalle differenti filiere di agglomerazione e territorializzazione di relazioni capitaliste.
Le città, a esempio, operano come nodi all’interno dei circuiti globali dell’accumulazione di capitale, nodi di strutturati network che collegano luoghi disseminati nel sistema-mondo. La scala globale, da parte sua, si costituisce attraverso le reti su cui insistono città e città-regioni e strategie di accumulazione e di “normazione” spaziale che costruiscono corridoi di sistemi intercontinentali di trasporto, reti di infrastrutture, di telecomunicazione e energetiche su larga scala, zone di libero scambio, triangolazioni transnazionali a alta crescita e zone di frontiera internazionali.
Questo processo comporta che:
1. il quadro nazionale di accumulazione, regolazione statale, urbanizzazione e conflitto sociale prevalente nel “vecchio mondo” capitalista, nella fase fordista-keynesiana, è stato destabilizzato a partire dalla metà degli anni Settanta. I “compromessi istituzionali” un tempo correlati al livello nazionale sono ora dispersi a molteplici livelli spaziali;
2. la crisi del fordismo ha suscitato una pluralità di strategie politico-sociali volte a riorganizzare le configurazioni geografiche date in ambiti politico-economici;
3. non ha luogo solo un processo di globalizzazione, decentramento, regionalizzazione o localizzazione che “rimpiazza” la dimensione nazionale, ma assistiamo anche all’emergere di nuove forme dell’organizzazione politico-economica della nazione. C’è un “livello orizzontale” della differenziazione dello spazio geografico ma le reti orizzontali vanno intese basandosi su una “geografia dei flussi”, e non solo su una “geografia delle superfici”. E c’è un livello “verticale”: qui le relazioni sociali sono articolate gerarchicamente fra i piani, globale, sovranazionale, nazionale, regionale, metropolitano e locale. È la circolazione di capitale, il nodo.
Nel corso degli ultimi trent’anni, il progetto geo-economico del neo-liberismo, incentrato su mobilità dei capitali, deregolamentazione dei mercati e crescente mercificazione, è proceduto attraverso un possente attacco alle scale di regolazione socio-politica precedenti. In particolare, riguardo alla forma-Stato.
Come scrive Neil Brenner: «Nell’Europa occidentale, a partire dagli anni Settanta, l’orientamento delle istituzioni politiche urbane al welfare, prevalente durante gli anni del boom economico della seconda metà del Novecento, è stato sostituito da una nuova politica focalizzata sui problemi della competitività economica locale.
Differentemente dagli Stati nazionali del secondo Novecento, imperniati su una politica di welfare di stampo keynesiano e che quindi cercavano di distribuire equamente la popolazione, le industrie e le infrastrutture sul territorio nazionale, la caratteristica dei “nuovi” Stati nazionali-globali è il progetto mirato alla riconcentrazione delle capacità di sviluppo economico nell’ambito di luoghi strategici come le città-regione e i distretti industriali che, a loro volta, devono essere posizionati strategicamente nell’ambito dei flussi economici europei e globali. Tale strategia di riconcentrazione urbana è probabilmente un elemento chiave della competizione tra gli Stati post-keynesiani contemporanei.
Le trasformazioni attuali hanno indotto una riorganizzazione delle forme di spazialità dello Stato ereditate e basate su organizzazioni nazionali, più che un’erosione della forma-Stato come tale. L’attenzione quindi è sulle nuove dimensioni, sulle frontiere e sui confini territoriali dello Stato come ente regolatore. Lo Stato è espressione di strategie politiche selettive dal punto di vista della spazialità.
La forma spaziale dello Stato si definisce con riferimento al principio di territorialità. Anche nell’epoca attuale, mentre i confini degli stati nazionali sono diventati sempre più permeabili ai flussi sovranazionali, la territorialità rimane l’attributo più essenziale della forma spaziale dello Stato.
Gli Stati intervengono anche nelle geografie di accumulazione del capitale. In particolare, gli Stati sono determinanti nella gestione dei flussi di denaro, di merci, di capitali e di mano d’opera attraverso i confini nazionali, nella regolazione dello sviluppo ineguale e nel mantenimento di legami di legittimazione politica tra luogo, territorio e scala.
Rispetto allo Stato nazionale improntato su una politica di welfare keynesiano, con il suo progetto di distribuzione equa dell’industria, della popolazione e delle infrastrutture sui territori nazionali, i “nuovi” Stati nazionali-globali cercano di differenziare lo spazio politico-economico nazionale attraverso una riconcentrazione delle capacità economiche in centri di crescita strategici, urbani e regionali. Il keynesismo era il quadro dominante dell’impostazione spaziale dello Stato durante l’epoca fordista. Il suo obiettivo era la ridistribuzione delle risorse alle regioni poco sviluppate o periferiche, promuovendo così un’urbanizzazione bilanciata in tutta l’economia nazionale.
Come strategia spaziale dello Stato il keynesismo prevedeva l’uso di politiche regionali compensatorie per ampliare l’investimento nelle infrastrutture e lo sviluppo in località non industrializzate in tutto il territorio nazionale.
Rispetto al keynesismo spaziale che puntava all’economia nazionale come unità geografica integrata, le strategie locali-globali promuovono la riconcentrazione della crescita industriale e l’investimento nelle infrastrutture nell’ambito dei distretti e delle economie regionali strategiche.
Le strategie spaziali dello Stato hanno cercato di incrementare gli asset economici specifici su base locale e regionale e di riconcentrare lo sviluppo industriale e gli investimenti in infrastrutture all’interno di città, città-regioni e distretti industriali strategici. L’economia nazionale è quindi frammentata tra economie locali e regionali con i rispettivi asset specificamente locali e particolari traiettorie di sviluppo.
L’applicazione di queste strategie ha causato la distruzione parziale delle precedenti geografie di attività dello Stato come ente di regolazione, mentre i progetti di ridistribuzione spaziale nazionale sono sempre più abbandonati e emarginati.
In contrasto con il progetto fordista-keynesiano, che stabiliva una gerarchia nazionale standardizzata di istituzioni politiche, i progetti spaziali dello Stato del periodo post-anni Settanta del secolo scorso hanno determinato, in tutto il territorio nazionale, una crescente differenziazione geografica delle infrastrutture di regolazione dello Stato, dei sistemi per l’erogazione di servizi pubblici e delle iniziative politiche.
In contrasto con il progetto fordista-keynesiano che, attraverso l’azione dello Stato, riduceva le diseguaglianze spaziali all’interno del territorio nazionale, le “nuove” strategie spaziali hanno intensificato la polarizzazione socio-spaziale intranazionale, promuovendo la riconcencentrazione degli asset economici, delle capacità industriali e degli investimenti infrastrutturali all’interno degli agglomerati più potenti». Fin qui Brenner.

Geografie d’Italia.

Nell’immediato dopoguerra, negli anni della ricostruzione, la capacità industriale italiana si concentra tutta in un’unica area del Nord, il triangolo Milano-Torino-Genova, dove già ha radici dagli inizi del secolo, e passa a una dimensione “fordista”, di scala. Grandi migrazioni, dalle valli, dalle campagne, dall’Est del paese, e dal Sud, a risucchiare masse di braccia operaie, e costruzione di grandi quartieri operai o di vere e proprie cittadine del lavoro operaio modificano il paesaggio urbano. La produzione agricola è ancora significativa, e le campagne, il rurale, hanno un posto importante nella vita e nell’immaginario collettivo. Il ciclo di lotte legato alla terra, dalla Sicilia alla Campania, passando per la Calabria e la Puglia, è stato duro e intenso.
È con gli anni Sessanta che cambia la geografia d’Italia, spinta dalla produzione e dai consumi di massa, e dall’urbanizzazione, un processo che segue linee non solo verticali ma anche orizzontali, intraregionali. La costruzione della grande arteria viaria dell’autostrada, la proliferazione delle strade statali e provinciali e l’intensificazione della mobilità ferroviaria muovono merci e uomini. Mentre la produzione italiana si diversifica e si specializza (chimica, petrolio, acciaio, cantieristica), i suoi stabilimenti si disseminano lungo il territorio – Porto Marghera, Bagnoli, Taranto, Melilli, Gela, Porto Torres – in una sorta di perequazione e bilanciamento. I paesaggi industriali si sovrappongono a quelli rurali (le ciminiere crescono laddove era terra di pascoli) e l’urbanizzazione diventa un processo decentrato e diffuso, più legato ai comportamenti sociali, alla differenziazioni in classi e ceti e alla mobilità verso l’alto, e alla vita quotidiana guidati dai consumi di massa.
Crescono i “servizi” – abitativi, sanitari, scolastici – regolati da un sistema nazionale, e i “diritti” – di associazione, del lavoro, della famiglia – regolati da una normazione nazionale. È l’omologazione d’Italia, dentro il fordismo e il keynesismo. Scompaiono le lucciole. Siamo la settima potenza industriale del mondo.
L’unità territoriale d’Italia è ora solida, dopo le lacerazioni di Trieste con la Jugoslavia, del Tirolo verso l’Austria, e della Sicilia verso se stessa. Siamo un buon alleato americano e un fedele membro della Nato. Gli uni e l’altra vegliano su di noi, e costellano di basi militari i nostri territori. Dal Nord al Sud, va detto, in maniera omogenea.
È con gli anni Settanta che questa geografia muta radicalmente, con il trapasso dell’industrializzazione massiva in diffusione produttiva concentrata in alcune aree: nascono i distretti, alcuni a vocazione di “qualità alta” (di precisione e styling – dalla meccanica alla moda), alcune di “quantità di massa” (abbigliamento, calzature): la forbice del lavoro si amplia, da una parte artistico-artigiano dall’altro “lavoro nero”.
Mentre al Nord il lavoro nero, terzista, vive nella costellazione dell’industria localizzata, al centro, sull’Adriatico e al Sud, il lavoro nero diventa diffusivo e occasionale, stagionale, e va a sostituire quello che un tempo era il bracciantato delle campagne.
Il decentramento dello Stato “segue” questa differenziazione: servizi e istituzioni locali “funzionano” dove rimane una capacità produttiva, servizi e istituzioni si estinguono dove non “servono” una capacità produttiva.
L’unità geo-politica d’Italia si frammenta: i distretti del Nord guardano all’Europa e le loro città vengono inserite nel circuito finanziario e produttivo globale; le aree del Sud sono distanti dal “cuore produttivo” e dai grandi corridoi internazionali e solo in parte agganciano questo nuovo modello (a esempio, una nuova geografia “appare” nella Piana di Gioia Tauro, un tempo esteso agrumeto, poi destinato a V Centro siderurgico durante la rivolta di Reggio Calabria, e poi, ancora, mutato in porto per i container – un corridoio che attraversa e penetra il Sud ma senza svincoli di uscita).
La “questione settentrionale” diventa centrale e la Lega Nord il suo interprete; nonostante la sua simbologia celtica essa è perfettamente funzionale al disegno neo-liberista di differenziazione geo-politica: richiamare risorse e investimenti in alcune aree della nazione, dismettere le altre; inserire la “Padania” nel grande “corridoio” di merci europeo e transnazionale (dalla Spagna all’Est Europa); fare di Milano un “nodo” centrale collegato alle grandi capitali della finanza e del capitale. Il paese viene di fatto sostanzialmente diviso, unito “politicamente” solo dalla forma di governo: è la fine del keynesismo  e dei suoi progetti spaziali (dalle localizzazioni industriali alla Cassa per il Mezzogiorno) e l’avvio del neo-liberismo. E la fine del keynesismo, per la particolare spazializzazione avuta in Italia, ovvero la sua preminente localizzazione al Sud, significa la fine del Sud.
L’aspetto particolare di questo passaggio è l’estinzione dei “compromessi istituzionali” assunti dalla forma-Stato in Italia, per la presenza di un partito a forte vocazione cattolica, legato a un radicato sentimento religioso della popolazione, e per quella del “più forte partito comunista dell’Occidente”. Il loro legame era il fordismo-keynesismo, declinato e interpretato da ciascuno a proprio modo: a esempio, gli investimenti per le localizzazioni industriali erano per gli uni veicolo di clientele politiche, per gli altri la nascita di una classe operaia che avrebbe comportato democratizzazione dei territori. Di fatto, il “sistema dei partiti” che dal dopoguerra aveva governato l’Italia, garantendone l’unità politica dal Nord al Sud, implode. L’implosione dei partiti e degli istituti di mediazione (come il sindacato), insomma la crisi della rappresentanza politica, coincide con l’avvento di profonde trasformazioni produttive e l’affermarsi dell’ideologia neo-liberista.
Il Sud, che dall’unità d’Italia, aveva rappresentato la questione centrale dei progetti territoriali e politici dello Stato, scompare.

Esiste ancora il Sud?

Il principio di territorialità è il criterio politico che fonda l’unità geografica dello Stato. È il criterio che rivendica e annette territori, o li tratta e li compromette. Ha esiti drammatici e tragici – le guerre, anzitutto – ma anche risvolti grotteschi, come quando nel 1831 nel mar di Sicilia uno scoglio vulcanico sbucò all’improvviso e le Marine borbonica, inglese e francese accorsero con le proprie flotte per piantarvi la propria bandiera, dopo di che se ne tornò nel fondo del mare, non senza prima essere diversamente battezzato in un pugno di giorni: Isola Giulia, Nerita, Corrao, Hotham, Graham, Sciacca, Ferdinandea.
Ma quello che è interessante rilevare è la relazione tra principio di territorialità e forme politiche e istituzionali che assume lo Stato. Era immaginabile una forma diversa da quella del federalismo fra Stati nella costituzione degli Stati uniti d’America? Era immaginabile una forma diversa da quella della Unione delle  Repubbliche socialiste sovietiche all’indomani del 1917 e nel dissolversi dell’Impero zarista dall’Europa orientale all’Asia centrale? Sono domande leziose, certo. Però, il loro senso è interrogarsi sul rapporto fra geografia e politica e storia, tra spazio e tempo. Tra “compromessi istituzionali” e territorialità il rapporto è molto stretto. Tra annessioni e cessioni territoriali e forma dello Stato il rapporto è molto stretto.
Il progetto della Comunità europea (nato dalla comunità di carbone e acciaio) aveva proprio la “forma distrettuale”: puntare su alcune aree a forte industrializzazione, apparecchiare un “mercato unico protetto” di circolazione delle merci, assistere in qualche modo tutti gli altri. Una sorta di “federalismo economico” sotto l’egida di un patto franco-tedesco che ha retto benissimo finché l’economia industriale tirava e che è andata in pezzi davanti alla trasformazione produttiva (che richiede invece forte controllo politico complessivo) e alla crisi.
L’annessione del Sud – tale fu, qualunque giudizio voglia darsene – sotto la guida della monarchia sabauda è la forma propria assunta dalla costituzione della nazione italiana (l’appendice fu Porta Pia). C’era forse altra forma, al tempo della costituzione delle nazioni europee?
La conquista “alleata” del Sud, con l’istaurarsi di un governo provvisorio e di un patto istituzionale, e la sua ricongiunzione con il Nord dalla caduta del fascismo alla liberazione dai tedeschi, e poi con il referendum sulla monarchia e l’elezione dell’Assemblea costituente, fu la forma propria dell’assetto repubblicano in Italia dopo la Seconda guerra mondiale e i nuovi scenari geo-politici dopo Jalta. Un “compromesso istituzionale” che il separatismo siciliano sembrò poter rimettere in discussione. Ne venne invece l’autonomia con lo Statuto del 1946, un nuovo “compromesso istituzionale” con il quale si ribadiva l’appartenenza della Sicilia alla territorialità italiana, e si dava principio alla forma keynesiana dello Stato italiano. La “produzione” della Sicilia autonoma fu funzionale a quel progetto di Stato.
Questa geografia politica d’Italia ha, con ogni evidenza, terminato il suo corso.

Indipendenza.

Ridiscutere il principio di territorialità significa perciò ridiscutere la forma dello Stato, il “compromesso istituzionale” su cui si fonda, il principio di legittimazione politica tra Stato e territorio. Dare, cioè, nuovi assetti istituzionali al territorio che si abita. L’indipendenza non è perciò una forma di governo, ma indica il percorso con cui un territorio, uno spazio, una geografia assume nuovi assetti istituzionali. La differenza con il sovranismo, i neo-nazionalismi, i separatismi e le piccole patrie è profonda e opposita: queste “riproducono” la forma-Stato, rimarcandone i confini, senza discuterla, e dandone un connotato selettivo: lo spazio è inteso in forma di differenziazione politica e giuridica. L’indipendenza, al contrario, è un percorso che si interroga sulla forma del vivere associato, costituisce nuovi statuti e nuove istituzioni e ha un carattere inclusivo della cittadinanza. L’indipendenza produce nuova cittadinanza.
Ridiscutere il principio di territorialità significa anche ridiscutere gli assetti economici di uno spazio geo-politico. L’economia di un territorio non è una questione “data”, un carattere geografico naturale, ma il risultato di un progetto. È la decisione politica che può modificare la spazialità prodotta dal neo-liberismo, dai movimenti del capitale, e che può creare le condizioni di nuove forme dell’economia, di nuovi nodi strategici, di nuovi corridoi della mobilità di uomini e merci. Il mercato deve “servire” la spazialità.
Il percorso di indipendenza prende forma in una democrazia territoriale. È una democrazia fisica e non “virtuale”, fatta di luoghi e persone, di parole e di corpi. E decisioni. È solo sui territori in cui insiste che la democrazia può declinare la questione della forza, della difesa, dell’affrontamento. Questa democrazia va intesa in termini di relazioni e flussi. Fra territori e luoghi della democrazia. Non ha la forma geometrica della rappresentanza piramidale, con la verticalità della decisione dal basso verso l’alto.
Pure, essa deve affrontare una dimensione di scala. Deve insistere su una dimensione di scala. È il modo per superare i localismi, i campanilismi di una cittadinanza intesa come chiusa in se stessa. La democrazia di territorio non può essere lo Strapaese. Anche a fronte delle questioni economiche, che solo su una scala regionale assumono un carattere significativo e possibile forma progettuale di programmazione.
Indipendenza e democrazia siciliana sono perciò assi della stessa proposizione politica. Sarebbe davvero singolare e bizzarro – per la storia della Sicilia e per quello che ha significato nella costituzione d’Italia – che ci venisse additata una dimensione “provinciale”. Nonostante, proprio per la storia stessa di Sicilia non possiamo non dirci meridionali, e pensare a una democrazia del Meridione.

maggio 2017

[1] Economia e finanza dei distretti industriali, Rapporto annuale n. 9, Direzione Studi e Ricerche, Dicembre 2016
[1] L’esplosione degli spazi, 2015
[1] Economic Restructuring and the Internationalization of Los Angeles, 1987
[1] Stato, spazio, urbanizzazione, 2017

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La nuova questione siciliana. Che poi è quella di sempre: lo Stato d’Italia.

«Noi, o signori, siamo tutti concordi sovra due punti, se mi è lecito dir così, negativi. Non vogliamo la centralità francese. Per quanto siano grandi i privilegi della centralità, per quanto vi sia oggi in Europa incontrastabilmente una tendenza verso di essa, nondimeno, tali sono gli inconvenienti che generalmente seco adduce, e che recherebbe più specialmente in Italia, che io credo sia opinione comune in questa Camera e fuori, che noi dobbiamo evitare accuratamente questo sistema. Dall’altra parte non vogliamo neppure un’indipendenza amministrativa come quella degli Stati uniti d’America, o quella della Svizzera…».
È il 31 marzo 1861, e Marco Minghetti, ministro dell’Interno, sta presentando alla Camera dei deputati i lavori della Commissione per lo studio e la compilazione di progetti di legge relativamente alla riforma dell’ordinamento amministrativo dello Stato – Commissione che era stata istituita presso il Consiglio di Stato dal suo precedessore, Farini, presidente del Consiglio Cavour.
È della “forma” che lo Stato italiano dovrà assumere, che si sta discutendo in quel consesso. Minghetti presenta quattro progetti di legge: 1) la ripartizione del Regno e l’ordinamento delle autorità governative e amministrative; 2) l’amministrazione comunale e provinciale; 3) i consorzi tra privati, comuni e province per cause di pubblica utilità; 4) l’amministrazione regionale.
Con il progetto su “l’amministrazione regionale”, le Regioni venivano costituite sotto forma di consorzi obbligatori fra le province, e in quanto tali riconosciute come persone giuridiche, come enti autarchici, sia pur a fini limitati, quali la cura dell’istruzione degli istituti superiori, degli archivi storici, delle accademie di belle arti, e inoltre dei lavori pubblici per fiumi, torrenti, ponti, argini e strade, «di fare regolamenti per il prosciugamento e la bonifica dei terreni, per le colture irrigue, e per gli esercizi della caccia e della pesca».
Minghetti argomentava il progetto dicendo che le tendenze, le abitudini, gli interessi che si erano stabiliti intorno ai centri regionali in modo corrispondente all’indole diversa delle popolazioni non potevano essere distrutti, e che comunque non sarebbe stato opportuno distruggerli; che l’imporre subito e ovunque le identiche forme e i medesimi regolamenti avrebbe arrecato gravi inconvenienti e suscitato forti ripugnanze, senza corrispondente profitto.
Si ebbe, Minghetti, molti applausi dagli onorevoli deputati. Ma la Camera respinse il suo progetto. Per l’Italia tutta sarebbe andato bene il sistema accentratore che vigeva nel Piemonte. Il regionalismo veniva sepolto.
Solo una volta si venne meno, con il regio decreto 5 aprile 1896, convalidato in legge il 30 luglio 1896, con il quale veniva istituito per la durata di un anno un Commissario Civile per la Sicilia, dotato di poteri davvero considerevoli: «Il Regio Commissario è investito dei poteri politici e amministrativi che spettano ai Ministri dell’interno, delle finanze, dei lavori pubblici, della pubblica istruzione, dell’agricoltura, industria, commercio, per quanto si riferisce alla pubblica sicurezza, all’amministrazione delle province e dei comuni, alle opere pie, alle opere pubbliche comunali e provinciali, alle tasse locali, all’istruzione primaria, alle miniere e cave, al lavoro delle donne e dei fanciulli, alle foreste, ai pesi e alle misure, purché i relativi provvedimenti non impegnino il bilancio dello Stato […] avrà le facoltà spettanti ai Ministri suddetti circa le sospensioni dei funzionari da essi dipendenti […] alla revisione straordinaria e, occorrendo, alla modificazione dei bilanci provinciali e comunali […] assicurare l’equa ripartizione dei tributi locali e rivedere, e occorrendo modificare, i regolamenti provinciali relativi ai tributi stessi, le tariffe dei dazi addizionali e comunali, i ruoli delle tasse comunali, e le linee daziarie ai fini del dazio di consumo nei comuni chiusi». E non basta: l’ultimo comma dell’articolo 5 attribuisce al regio commissario la facoltà, in relazione a tali revisioni, «di derogare alle disposizioni vigenti riguardanti le spese obbligatorie delle provincie, dei comuni e a quelle riguardanti gli enti locali» [1]. Una facoltà, questa, che non avevano neppure i ministri. È, insomma, la nomina di un vero e proprio Viceré per la Sicilia.
Ma è il 1896 e il nuovo governo Di Rudinì – che era stato sindaco a Palermo durante la rivolta del 1866, spenta tra cannonate e fucilazioni – ha varato l’amnistia per tutti i condannati dei Fasci Siciliani, dopo che il suo predecessore, Crispi, un altro siciliano, li aveva massacrati di stragi e arresti tra il 1892 e il 1894. Ora, dopo la cruenta repressione, bisogna gestire quel che rimane della Sicilia, e un viceré ci può stare. Anche se solo per un anno.
Di questa “figura” del regio commissario se ne ricorderà esplicitamente il “congresso” della Democrazia cristiana a Caltanissetta nel 1943. Sarà Mattarella, il 16 dicembre, a annunciare come imminente il passaggio dei poteri al governo di Bari (come una proposta del Comitato consultivo alleato per l’Italia, che aveva sede ad Algeri) e la prevista nomina di un Alto Commissario per la Sicilia. L’ordine del giorno, che concluse i lavori del congresso, chiedeva (al punto 5) che «ove si ritenesse necessaria in occasione dell’auspicato passaggio dei poteri dal governo alleato a quello italiano, la nomina di un Alto Commissario, questi venga assistito da una commissione composta dagli esponenti dei partiti nazionali che hanno più largo seguito in Sicilia». C’era da fronteggiare la crescita del movimento indipendentista e separatista, e c’era da immaginare quale sarebbe stata la “forma” dell’Italia, una volta che gli Alleati se ne fossero andati.
È questa la forma che si è dato lo Stato d’Italia. Una “forma” che sempre, sempre, ha un suo “specchio negativo”: ma non sono gli Stati uniti d’America, non è la Svizzera federale. È la Sicilia. La forma dello Stato d’Italia ha avuto sempre una sua linea di fuga: la Sicilia.

«La Sicilia soffre di un bubbone maligno, che forse non si ha in Sardegna: il separatismo. I separatisti sono in armi e affermano che la promessa di autonomia è una turlupinatura, un gioco che si conduce dal Governo, dall’Alto Commissario e dagli autonomisti perché non se ne vuole fare nulla. Alla vigilia delle elezioni si deve dimostrare che il Governo non intende turlupinare nessuno, perché se l’affermazione dei separatisti dovesse essere accresciuta da ulteriori rinvii, le conseguenze sarebbero dolorosissime»: così Guarino Amella, nella seduta del 7 maggio 1946 delle Commissioni riunite Affari politici e amministrativi, Giustizia e Finanze e Tesoro, quella che sta esaminando il progetto di Statuto per la Sicilia.
L’1 settembre 1945, Aldisio – Alto Commissario per la Sicilia – nomina una commissione per l’elaborazione di un progetto di statuto regionale. Ne fanno parte Alessi (Dc), Amella (Pdl), Mineo (Psi), Mirabile (Pd’A), Montalbano (Pci), Orlando (Pli) e tre docenti dell’Università di Palermo: Restivo (di Istituzioni di diritto pubblico), Ricca Salerno (di Economia politica) e Salemi (di Diritto amministrativo).
La Commissione per lo Statuto fu insediata il 22 settembre, presenti solo cinque dei nove membri. Aldisio, che nel decreto dell’1 settembre aveva limitato a quarantacinque giorni la durata dei lavori, in tempo per esser sottoposti all’esame della Consulta regionale (in quarta sessione), chiede ora che il progetto venga elaborato nelle tre settimane restanti. I lavori veri e propri della commissione ebbero inizio, sotto la presidenza del professor Mirabile, il 28 settembre. Alle prime tre sedute (28 settembre, 1 e 3 ottobre) intervennero solo in quattro (Mirabile, Restivo, Salemi e Mineo) dei nove membri; e, dopo un sommario esame del progetto Amella e dei decreti istitutivi dell’autonomia valdostana, si ricorse alla consulenza autorevole del professor Gaspare Ambrosini, «espressamente invitato dall’Alto Commissario». Ambrosini, che parteciperà anche alle sedute dell’8 e del 10 ottobre, darà comunque un apporto importante ma circoscritto.
Nella seduta del 15 ottobre, il professor Salemi otterrà dagli altri quattro membri presenti (Mirabile, Cortese, Grasso, Amella) l’incarico di preparare «un progetto concreto di statuto». Elaborato in una settimana, quel progetto diventò in qualche modo il progetto ufficioso; e fu posto al centro dei lavori della commissione, che a partire dalla seduta del 27 ottobre lavorerà sotto la presidenza del Salemi, eletto «per unanime consenso, su designazione dell’Alto Commissario». Con questa seduta cominceranno propriamente i lavori della commissione.
Un mese è trascorso pertanto dall’inizio dei lavori senza alcun risultato apprezzabile. I politici della Commissione sono spesso assenti: Orlando interviene solo alla quarta seduta (a partire dalla tredicesima sarà sostituito da La Loggia), Alessi solo alla quinta (sarà sostituito da Cortese a partire dalla sesta); anche Guarino Amella vi fa apparizioni piuttosto rade (dalla quindicesima, impegnato a Roma, sarà sostituito da Rondelli).
L’allentarsi dell’iniziale urgenza di Aldisio è dovuto alla nuova fase politica, aperta dall’arresto (1-2 ottobre) dei capi indipendentisti e dalla conseguente chiusura delle sedi del MIS.
La breve e agitata quarta sessione della Consulta siciliana (6-7 novembre) e i lavori della Commissione per il progetto di statuto si svolgono in questo clima politico. La Commissione completò l’elaborazione del progetto di statuto il 7 dicembre. Il 10 dicembre De Gasperi annunzia la formazione del suo primo ministero, con forte impronta moderata, dopo la crisi del governo Parri. Tra il 19 e il 23 dicembre, inizia così alla Consulta il dibattito sul progetto di statuto regionale, che si svolge occupando nove sedute della quinta sessione.
La mattina del 23 dicembre la Consulta completava la discussione sul progetto di statuto regionale. L’art. 39 («Il presente statuto sarà approvato con decreto legislativo… ») era stato approvato con 17 voti contro 12: la questione dell’urgenza è presente a tutti ma non convince tutti. 
Aldisio ricorderà, nella sua relazione al governo, che «tre partiti furono per l’approvazione a mezzo di decreto legislativo, da sottoporsi poi alla Costituente; tre altri per l’approvazione solo a mezzo della Costituente; tuttavia, a causa della partecipazione disuguale dei rappresentanti dei partiti alla votazione, l’articolo fu approvato nel testo proposto dalla Commissione».
La scena siciliana tra la seconda metà di dicembre del ’45 e il gennaio del ’46 è segnata dall’assalto di Giuliano alla caserma di Bellolampo (26 dicembre) e dall’assalto della banda dei Niscemesi alla stazione dei carabinieri di Feudo Nobile (10 gennaio: otto carabinieri presi prigionieri, denudati e fucilati in panciera e calzini) e vari attacchi contro militari e forze dell’ordine.
Il 18 gennaio 1946 Aldisio – che è sottoposto a critiche dai partiti – esprime l’intenzione di lasciare la carica; il 21 però, con una lettera indirizzata all’Alto Commissario, De Gasperi prende decisa posizione a favore di Aldisio, del quale ribadisce la politica di “normalizzazione” nell’isola, intesa da un lato a reprimere la delinquenza ma dall’altro a «discriminare la situazione di coloro che ingannati e fuorviati dimostrino di recedere prontamente dalle false e pericolose posizioni assunte»: la Dc sta provando a riassorbire le spinte indipendentiste moderate nel progetto dell’autonomia. E nella Dc è Scelba a avere idee precise; in un’ampia conversazione radio dell’1 novembre 1944, aveva dichiarato che per sconfiggere il separatismo occorreva «attuare quell’autonomia regionale, invano invocata sin dal 1919… senza aspettare la Costituente» e senza attendere «il vento del Nord»: «Il vento del Nord batte la Sicilia da 80 anni, e i risultati sono dati dalla guerra distruttrice in corso. Diffidente di ogni innovazione estranea allo spirito indipendente del suo popolo, la Sicilia non si era lasciata suggestionare dai miti socialisti, l’ultimo dopoguerra fu l’ultima a cedere al fascismo. Che cosa riserba, per l’avvenire, il vento del Nord alla Sicilia?» È una lettura rovesciata dell’autonomismo sturziano: concedere presto l’autonomia regionale, prima della Costituente, perché la Sicilia non sia “influenzata” dal vento “socialista” del Nord.
Il 26 gennaio e l’1 marzo 1946 ci sono gli assalti contro il trasmettitore radio di Palermo. Il governo, che interpreta come provocati dal ritardo nella concessione dell’autonomia anche i fatti di Palermo (11 marzo) e di Messina (22 marzo, un corteo di centocinquanta licenziati dall’Arsenale si ingrossa e si moltiplica, con disoccupati, mogli, madri, ragazzi, e sono assaltati il consorzio agrario, il mercato popolare di piazza Due Vie, l’esattoria comunale, l’intendenza di finanza, gli uffici dell’assistenza postbellica) determinati da proteste contro la disoccupazione, esamina nella seduta del 12 marzo il progetto di Statuto regionale per la Sicilia [4]. Ne seguì un ampio dibattito, e alla conclusione di esso si decise di trasmetterlo alla Consulta nazionale perché lo sottoponesse all’esame di una speciale commissione. Lo Statuto doveva costituire «l’inizio di un’opera di pacificazione
e di più attiva collaborazione per la più efficace ripresa economica e sociale dell’isola».
Intanto, il 9 marzo, iniziano i colloqui con i capi indipendentisti, portati dall’isolamento di Ponza a Roma, in vista di una loro liberazione che deve preludere al rientro del MIS nella legalità. È del 13 marzo l’annunzio della revoca dell’internamento a Ponza dei capi indipendentisti. Il 27 marzo Finocchiaro Aprile e Varvaro giungono a Palermo su un aereo militare.
Solo il 4 aprile il governo trasmise il progetto di Statuto alla Consulta nazionale, senza alcuna modifica o relazione, come
«schema di provvedimento legislativo n. 158». Il 13 aprile le tre commissioni riunite Affari politici, Giustizia, Finanze e Tesoro nominavano su proposta di Guarino Amelia una ‘giunta’ per Io studio del progetto: presieduta da Gilardoni, era composta dai consultori Allara, Berlinguer, De Pietro, Einaudi, Amella, La Malfa, Li Causi, Lussu, Manes, Molinelli, Morandi, Musotto e Ziino.
La Giunta della Consulta esaminò il progetto di Statuto per la Sicilia il 27 e 29 aprile. Lo svolgimento del dibattito nella Giunta e successivamente (il 7 maggio) presso le tre commissioni riunite della Consulta non lascia dubbi sul pressoché totale accoglimento della pregiudiziale ‘politica’ esposta da Guarino Amella: «La Sicilia soffre di un bubbone maligno: il separatismo…».
Einaudi fu il solo in Giunta a sostenere l’esigenza di un esame analitico del progetto; prevalse invece la tesi di «un esame compendiario di alta sintesi», di «un esame di principio». Sempre per motivazioni ‘politiche’: « il ritardo… imposto da un esame dettagliato… avrebbe corrisposto praticamente ad una reiezione». Per i comunisti, è Li Causi a dare il proprio assenso per le conclusioni della Giunta, favorevoli alla concessione per decreto legge dell’autonomia, ribaltando quanto aveva affermato tra il 19 e il 23 dicembre, nella quinta sessione della Consulta regionale, e cioè che l’alternativa tra autonomia ‘democratica’ e autonomia ‘dei baroni’ non sarebbe dovuta esser sciolta prima, ma dopo – dalla Costituente. [2].
Quando il progetto di Statuto per la Sicilia torna il 15 maggio ’46 al Consiglio dei ministri, l’opposizione di Nenni, Cattani e Gasparotto, i quali voteranno contro, non impedirà che venga approvato. Nessuno sa ancora se l’Italia sarebbe stata una monarchia o una repubblica, ma anzitutto bisogna “sistemare” la Sicilia. L’urgenza politica è stata accolta. Il decreto legislativo, emesso lo stesso giorno, sarà pubblicato nella «Gazzetta Ufficiale» del 10 giugno. Il 21 giugno, quasi due settimane dopo, verrà eletta l’Assemblea costituente.
Il Regio Decreto Legislativo 15 maggio 1946, n. 455, immediatamente dopo aver approvato lo Statuto, affermava, al secondo comma dell’unico articolo di cui si componeva, che: «Lo Statuto predetto sarà sottoposto all’Assemblea Costituente, per essere coordinato con la nuova Costituzione dello Stato». Ma la Costituente non ebbe tempo per effettuare il coordinamento: dello Statuto siciliano si trattò soltanto nelle due sedute del 31 gennaio 1948, poche ore prima della cessazione delle funzioni legislative dell’Assemblea, e la cosa cadde da sé. Questo “vuoto” di coordinamento – che ha poi costituito la “specialità” dello Statuto siciliano – è stato, soprattutto negli ultimi anni, colmato da un’attività livellatrice della Corte costituzionale e dal prevalere delle norme attuative, fino a far parlare esplicitamente di «totale smantellamento dello statuto siciliano ad opera della giurisprudenza costituzionale».
Il testo del ’46 era fortemente segnato da una prospettiva “riparazionista”. Era l’impronta lasciata dal vecchio La Loggia. Nell’ottobre 1943 esce a Palermo, per i tipi dell’editore G. B. Palumbo, Ricostruire di La Loggia, «la prima pubblicazione che vede la luce sotto il regime dell’occupazione militare anglo-americana». Poche settimane dopo, ai primi di novembre, esce la dichiarazione antiseparatista del Fronte unico unitario siciliano – sottoscritta, oltre che dal La Loggia, da Baviera, Ramirez, Mattarella, Aldisio, Restivo, Alessi, Montalbano, Mineo, Lo Presti, insomma da tutti i partiti “nazionali” in Sicilia. È accompagnata da un memoriale illustrativo, al centro del quale sta la tesi di La Loggia delle «complesse cause della inferiorità economica isolana», e delle «possibilità riparatrici di uno Stato unitario, che in una maggiore perequazione economica regionale veda il più valido presidio della indipendenza e della forza della nazione».
Questa interpretazione trova d’altronde eco nello spirito nazionale del tempo, e prenderà forma nell’articolo 119 della Costituzione che, al terzo comma, recitava così: «Per provvedere a scopi determinati, e particolarmente per valorizzare il Mezzogiorno e le Isole, lo Stato assegna per legge a singole Regioni contributi speciali». Questa norma è stata abrogata nel 2001, rappresentando al più alto livello normativo una cesura storica ormai verificatasi: la decostituzionalizzazione, la scomparsa della questione meridionale e siciliana tra i grandi temi del Paese [3].

L’autonomia siciliana è finita già da un pezzo, e l’idea di un suo Statuto “tradito”, “incompiuto”, “violato”, da riscoprire e valorizzare appartiene più alla mitologia che a una analisi storica e politica reale. Un conflitto di idee tra “unitari” e “autonomisti” non ha proprio alcuna “materia” concreta – una frattura nel paese e la sua ricostruzione, l’esplosione di un vasto e radicato movimento sociale, il pericoloso intrecciarsi tra antichi interessi economici, spiriti separatisti e poteri banditeschi, una geopolitica del mondo che ci veda nel bel mezzo delle spartizioni e delle linee di confine – su cui poggiarsi e a cui dare “forma politica”. Politicamente, la Sicilia non esiste più. Non è una minaccia, e non è un progetto. Paradossalmente, è per questo – per questa “assenza” – che è l’anello più debole della forma-Stato d’Italia: niente la tiene insieme all’Italia, se non un principio di territorialità che, senza costituzione materiale e senza “visione”, è solo un atto debole di imposizione e di asservimento.
È questo il punto nodale: a petto delle crisi e delle trasformazioni – produttive, finanziarie, di governo dell’Europa e del mondo – il dibattito teorico in Sicilia è rimasto “fissato” nel tempo a quel lontano 1946. Allo Statuto. Che è, ormai, lettera morta. E sono passati ben più di tre giorni, per sperare ancora in una sua “resurrezione”.
Non so dire se “indipendenza” – e il suo nuovo significato, perché nuove sono le condizioni storiche e materiali – sia la parola giusta da spendere e riscoprire adesso. So, però, che la riflessione sulla nuova questione siciliana non può che partire da qui. Dalle cose.

luglio 2017

[1] Commissione per la Costituzione – Seconda Sottocommissione: Relazione del deputato Ambrosini Gaspare sulle Autonomie regionali, 26 luglio 1946.
[2] Giuseppe Giarrizzo, Sicilia politica 1943-1945 La genesi dello statuto regionale, in Consulta Regionale Siciliana (1944-1945), Edizioni della Regione siciliana, Palermo 1975.
[3] Antonio Saitta, L’autonomia siciliana alla prova della riforma costituzionale, in «Rivista di diritto delle autonomie territoriali», Anno 2016 – Fascicolo I.
[4] Alfio Caruso, Quando la Sicilia fece guerra all’Italia, Longanesi, Milano, 2014.

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