1958: l’anno in cui uscimmo dai mondiali. Rapine, governi, scandali, bordelli.

Gilmar, Djalma Santos, Nilton Santos, Orlando, Zito, Bellini, Garrincha, Didì, Vavà, Pelè, Zagallo. Chiunque avesse i calzoni corti in quell’anno saprà ripetervi a memoria questa formazione, la Seleçao più amata della storia, il calcio come non si è mai più visto, quella che vinse i mondiali in Svezia del giugno 1958. Pelè, o Rei; Garrincha l’allegria del popolo; Didì, per l’eleganza, il Principe; Nilton Santos, per l’immensa conoscenza calcistica, è l’Enciclopedia; e Djalma, da sempre e per sempre, è «o lateral eterno», il terzino eterno. Il commissario tecnico Feola, un panzone che mangiava durante gli allenamenti, decide alla seconda partita, di sostituire Altafini (Altafini!) con Pelè, che ha appena 17 anni. Un fenomeno. Uno che in finale riceve un assist nell’area svedese, stoppa di petto la palla, pallonetto per saltare l’accorrente difensore Gustavsson e riprende la sfera al volo battendo il portiere Svensson. Da allora, lo chiamano “sombrero”.
Fu il primo campionato del mondo trasmesso per televisione ovunque. È così che noi che avevamo i calzoni corti all’epoca abbiamo visto tutto. Noi che avevamo masticato amaro per quell’esclusione della nazionale azzurra per mano dell’Irlanda del Nord. E sì che in squadra c’erano due campioni mondiali, Schiaffino e Ghiggia, uruguagi di quella formazione che aveva espugnato il Maracanà brasiliano nel 1950, provocando una tragedia nazionale. E non erano i soli oriundi. C’erano anche Montuori, un argentino che veniva dal Cile e giocava nella Fiorentina, e Da Costa, un brasiliano che giocava nella Roma. Ma in una partita in cui sarebbe bastato un pareggio, il commissario tecnico Foni decise di impiegarli tutti e di aggiungerci Pivatelli che era il bomber del Bologna. Cinque attaccanti puri. Un disastro. L’Italia, sconfitta a Belfast il 15 gennaio, non partecipava per la prima volta alla fase finale del campionato del mondo di calcio.
L’anno cominciava sotto un segno infausto. E a gennaio la proposta di legge Merlin giunge alla Camera. Le case chiuse autorizzate sono cinquecentosessanta, per un totale di duemilasettecento prostitute. Ogni prestazione costa da un minimo di duecento lire (cinque minuti in un bordello di terza categoria) fino a quattromila (un’ora in una casa di lusso). Ogni ragazza serve da trenta a cinquanta clienti al giorno. Il denaro non finisce solo in mani private, ma anche allo Stato, che incamera una percentuale sul ricavato per un totale di cento milioni di lire all’anno in cambio di alcuni servizi, fra cui il controllo sanitario delle lavoratrici. È dal 1948 che se ne parla, e ora sembra si sia arrivati in dirittura d’arrivo. Due anni prima Indro Montanelli, nel suo Addio, Wanda aveva scritto: «Tette e bandiera, Signora. Sono il riassunto della storia d’Italia, i suoi inseparabili pilastri, il suo motore, la chiave per comprenderla. Abolire l’uno significa distruggere l’altro. Un colpo di piccone alle case chiuse fa crollare l’intero edificio, basato su tre fondamentali puntelli: la Fede Cattolica, la Patria e la Famiglia. Perché era nei cosiddetti postriboli che queste tre grandi istituzioni trovavano la più sicura garanzia».
Alla Camera, il dibattito è violento, surreale. Angelo Rubino, medico sifilografo, del Partito monarchico: «Ancora più importanti sono i dati pervenutimi da Milano, dove nel 1954 si sono avuti 350 casi di sifilide, da Bologna dove se ne sono avuti 97, con notevole aumento rispetto al precedente anno 1953, quando se ne erano registrati solo 13, a Bari con 220 casi nuovi nel 1954, da Pavia con 50 casi mentre nel 1953 se ne erano registrati solo 37 e nel 1952 solamente 14. A Pavia negli ultimi mesi del 1953 e primi del 1954 due prostitute girovaghe, successivamente ospedalizzate, sono state responsabili di 29 casi di contagio nella città di Pavia e 15 a Voghera».
Gli risponde a muso duro Gisella Floreanini del Partito comunista: «Riferendoci all’Unione Sovietica notiamo che gli affetti da malattie veneree erano il 50 percento negli ultimi anni del regime zarista; dopo il 1917 furono subito e solo il 6 percento e oggi là, come accadrà da noi grazie all’approvazione di questa legge, non esiste più la prostituzione». Chissà come si sarà procurata quei dati. Comunque, la legge Merlin è approvata definitivamente dall’assemblea della Camera dei deputati con 385 voti a favore e 115 contrari.
Giusto il tempo di godersi il Festival di Sanremo. Ci sono Nilla Pizza, Tonina Torrielli (i cui reciproci fan si dividono animosamente), Claudio Villa, Natalino Otto, il duo Fasano, Gino Latilla, insomma la crema della voce italiana. Ma c’è uno strano esordiente, Domenico Modugno, da Polignano a Mare, praticamente uno sconosciuto. Secondo alcuni giurati, Domenico Modugno non poteva cantare la sua canzone, Nel blu dipinto di blu, perché l’aveva scritta lui e al Festival non era mai accaduto che un autore fosse anche l’interprete. Nel regolamento, però, niente parla di questa eccezione e Modugno viene ammesso. Canta in coppia con Johnny Dorelli, al debutto sul palco di Sanremo. L’assistente di studio per le riprese televisive si accorge durante le prove che le braccia di Modugno, spalancate nel ritornello, davano problemi con le inquadrature. A differenza degli altri interpreti, che se ne stavano sempre composti, lui era tutto uno slancio. Nel ritornello, poi, muoveva di continuo le braccia verso l’alto. Il regista non era mai pronto a seguire con l’inquadratura il movimento delle braccia. Così, l’assistente si avvicina a Modugno: «Guardi che il regista vorrebbe che lei stesse un po’ più fermo». Modugno lo guarda senza capire. Dalla platea si levarono delle risate. Nella prima serata, al termine dell’esecuzione, si levarono applausi a non finire. Era un trionfo, una rivoluzione. Volare oh oh.
E a volare davvero ci pensano quelli della rapina di via Osoppo. Milano, 27 febbraio. La leggenda racconta che se ne siano andati con 614 milioni di lire, l’equivalente di sei milioni di euro di oggi. In realtà, quanto ci fosse dentro, lo sapevano solo loro, gli autori del colpo del secolo. Milano zoppicava tra le macerie. Appena fuori dal centro storico c’era chi aveva conosciuto la fame vera. La gente della ligera, i piccoli criminali milanesi, bazzicavano nei bar, studiando espedienti per tirare a campare. La città brulicava di immigrati provenienti dal Sud in cerca di lavoro. Grana in giro ne circolava poca. Immaginarsi cosa voleva dire 614 milioni. E Milano, il 27 febbraio 1958, diventa il set di un western. Era giorno di paga. Gli stipendi stavano tutti dentro un furgone. In via Osoppo si presentarono in sette, vestiti con tute blu da operai. E fu questione di secondi: una macchina superò il furgone, zigzagando; un Leoncino Om lo speronò in un frontale. Un altro si affiancò, per caricare il bottino. Uno dei banditi tramortì il poliziotto di scorta. Altri due, imbracciando i mitra, tennero alla larga i passanti. Erano armati fino ai denti, ma per cacciare i curiosi non spararono un colpo. Li guardarono e con la bocca fecero solo il verso degli spari: “ta-ta-ta-ta”. In realtà non ce n’era un gran bisogno. Perché tutti furono distratti dal particolare più geniale della rapina: l’auto che, piazzatasi dietro al furgone per impedirne la retromarcia, partì e andò a schiantarsi sul muro di fronte, attirando tutte le attenzioni. Poi, la fuga. Niente panico, niente danni, niente spari. Un piano perfetto. È uno smacco per le forze dell’ordine: per stanarli, furono mobilitate praticamente tutte le forze che si potevano mobilitare. Molti anni dopo, chiesero a Arnaldo Gesmundo, la mente del colpo, che chiamavano “Jess il bandito” perché avessero indossato quelle tute, e lui: «Fu un’idea mia e di Ciappina. Avevamo letto qualcosa sui libri. La banda che aveva formato Stalin prima di salire al potere si travestiva da guardie zariste. Noi scegliemmo le tute blu. Avremmo dato meno nell’occhio. In più era un modo efficace di apparire tutti uguali, tutti saremmo stati la stessa persona».
Scrisse (ancora) Montanelli: «Ufficialmente sì, tutti scrivono e proclamano che sono contenti, anzi entusiasti del fatto che i criminali siano stati smascherati in modo tale da togliere a chiunque la voglia di imitarli. Ma, sotto sotto, senza osare dirlo o dicendolo a bassa voce, la maggioranza tifava per i rapinatori ed è rimasta male quando ha appreso la notizia dell’arresto…I rapinatori di via Osoppo ci avevano dato l’illusione che l’Italia stesse uscendo da questo stadio arcaico. Nel campo del delitto, d’accordo. Ma cosa conta da cosa si comincia? L’importante è cominciare».
Almeno nel cinema, e grazie a Fellini, l’Italia è però uscita dallo stato arcaico: a marzo, alla 30ª edizione della cerimonia di premiazione degli Oscar a Los Angeles, in una serata dominata dalle sette statuette vinte da Il ponte sul fiume Kwai, la statuetta per il miglior film straniero va a Le notte di Cabiria. È la seconda, e consecutiva dopo quella dell’anno prima, istituita apposta per il film La strada. È la consacrazione internazionale di Fellini, e dell’Italia. Fellini non ha ancora in mente nulla che riguardi il suo prossimo successo, La dolce vita. Però, la “dolce vita” si sta già animando. A novembre scoppierà lo scandalo per la festa della contessa Olghina di Robilant, organizzata dal miliardario statunitense Vanderbilt al ristorante Rugantino a Trastevere. Aiché Nanà, una bella danzatrice turca “imbucata”, aveva già iniziato a spogliarsi; via i sandali da sera, l’attillato abito senza maniche, la sottoveste, le calze e il reggiseno. Gli uomini sono storditi, estasiati. I gentiluomini stendono giacche per terra e la ballerina ancheggia, si muove sinuosa, inarca la schiena e si stende mostrandosi soltanto con uno slip velato di merletto nero. Irrompe la polizia, e conduce Aichè in stato di fermo. La ballerina viene processata per atti osceni in luogo pubblico e la Corte d’ appello confermerà poi la condanna a due mesi di reclusione e la sua espulsione dall’Italia. Rugantino viene chiuso a tempo indeterminato. Le foto faranno il giro del mondo.
A maggio si svolgono le elezioni politiche per rinnovare il Parlamento. Le elezioni per la III legislatura registrano un’affluenza straordinaria: la più alta in percentuale dell’intera storia repubblicana. Per la Camera si presentano ai seggi 30.437.770 aventi diritto, cioè il 93,8 percento. Addirittura il 93,9 percento (27.391.239 elettori) per il Senato. Non c’è nessun vinto, benché ci sia un netto vincitore. La DC passa dal 40,1 al 42,4%; aumento del PSI; il PCI perde 3 seggi, le destre 20. Ma dopo le vicende d’Ungheria la conservazione del consenso è il massimo che lo schieramento comunista si potesse aspettare. A qualche settimana dalle elezioni, Amintore Fanfani forma il suo secondo governo (il primo, varato nel gennaio ’54, era durata meno di due settimane): l’onorevole Giulio Andreotti, già alle Finanze con Antonio Segni e Adone Zoli, è nominato ministro del Tesoro. La sarabanda di governi e incarichi tra i cavalli di razza democristiani inizia.
Quasi subito dopo essersi insediato, il presidente del consiglio Amintore Fanfani vola a Washington dove tiene un discorso al Congresso americano nel quale propone l’Italia come possibile mediatrice nelle relazioni tra gli Stati Uniti e i paesi arabi. Nel testo del comunicato emanato dalla Casa Bianca, sull’incontro tra Eisenhower e Fanfani si legge: «Il Presidente, il Segretario di Stato ed il Primo Ministro si sono scambiati punti di vista sul recenti sviluppi nel Medio Oriente e si sono trovati in soddisfacente accordo. Essi hanno anche convenuto sull’importanza della posizione dell’Italia rispetto ai suoi interessi nel Mediterraneo e nel Medio Oriente, e sulla conseguente importanza di assicurare i mezzi con i quali le opinioni dell’Italia possano essere tenute in conto su una base continuata». Il Medio Oriente è in fiamme. Nasser ha unito l’Egitto alla Siria, in una Repubblica araba unita, sotto lo sguardo compiacente dei russi e, di risposta, Giordania e Iraq si sono unificati, in una nuova Federazione araba, sotto la protezione degli americani. Ma Nasser ha adesso alimentato un colpo di stato in Iraq.
Intanto, gli americani inseguono i russi nella corsa allo spazio. Dopo lo shock del primo Sputnik e della cagnetta Laika, ci si mettono d’impegno. Da Cape Canaveral, verranno lanciati, nel corso dell’anno, lo Jupiter, il Vanguard e il Pioneer. Il generale Schriever, comandante della sezioni missili balistici dell’Aviazione, spiega: «Ora possiamo guardare all’astronautica con maggiore fiducia di prima». Nasce la Nasa, National Aeronautics and Space Administration.
Viene convocato il conclave a seguito della morte del papa Pio XII, avvenuta a Castel Gandolfo il 9 ottobre. Si svolge alla Cappella Sistina dal 25 al 28 ottobre, e, dopo undici scrutini, viene eletto papa il cardinale Angelo Giuseppe Roncalli, patriarca di Venezia, che assume il nome di Giovanni XXIII. Inizia il pontificato del papa buono. Tra i primi gesti, si reca in visita al carcere romano di Regina Coeli. I detenuti sono in visibilio, lui li saluta così: «Non potete venire da me, così io vengo da voi… Dunque eccomi qua, sono venuto, m’avete visto; io ho fissato i miei occhi nei vostri, ho messo il cuor mio vicino al vostro cuore… la prima lettera che scriverete a casa deve portare la notizia che il papa è stato da voi e si impegna a pregare per i vostri familiari».
A Cuba intanto alle 5 del mattino del 29 dicembre Che Guevara decide di dare avvio all’assalto di Santa Clara. L’impresa riesce, mentre, dopo diversi giorni di assedio, il 30 dicembre Camilo Cienfuegos espugna infine Yaguajay. Il dittatore Batista fa le valigie per gli Usa. La rivoluzione cubana ha vinto. I barbudos entrano all’Avana.

Nicotera, 14 novembre 2017.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 15 novembre 2017.

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#elezionisicilia. la sinistra in sicilia non conta nulla.

non lo dico a cuor leggero e non c’è alcuna soddisfazione. è talmente sciocco l’entusiasmo per la morte conclamata della sinistra in sicilia che libererebbe ora spazio per una “vera alternativa” che non vale la pensa spenderci tempo. quando dico “la sinistra” penso a quella sua “idea” e a quella sua storia radicate nell’isola, e non alle sue rappresentazioni partitiche e istituzionali dell’oggi. che queste ne escano a pezzi dal voto regionale è evidente. e non mi sorprende per nulla che emanuele macaluso, da cui mi divide un’intera biografia politica ma che è persona che ho più di un motivo per rispettare, intervistato dal «corriere della sera» sul risultato delle elezioni siciliane abbia detto: «è chiaro che si tratta di una sconfitta clamorosa… prima la sinistra aveva un rapporto diretto con le masse, affrontava i problemi concreti delle persone, conduceva battaglie sociali e culturali, combatteva la mafia. adesso tutto questo è completamente sparito».
il più veloce a capirlo è stato silvio berlusconi, che si è intestato il successo di avere fermato i cinquestelle. una volta doveva fermare il comunismo, ora si appella agli italiani per fermare il “ribellismo inconcludente”. berlusconi perciò non ha solo vinto le elezioni siciliane ma ha imposto il nuovo “paradigma politico” nel tripolarismo nazionale, rovesciando e politicizzando a proprio vantaggio quel meccanismo del ballottaggio alle amministrative che ha fatto vincere i cinquestelle contro il pd ovunque. e di maio (dando per buone le motivazioni del rifiuto al duello in tv con renzi) sembra anche lui avere accettato questo paradigma. contro berlusconi, i cinquestelle sperano di risucchiare vent’anni di vieto antiberlusconismo di sinistra. così come contro i cinquestelle e l’ipotesi che davvero possano andare al governo, berlusconi spera di risucchiare l’anima moderata e politicista di elettori pd (in sicilia è successo, eccome). così, la sinistra è oggi solo serbatoio elettorale per gli altri due schieramenti in competizione.
ma a ciascuno il suo mestiere, e il mio non è quello di capire (e non ne sarei capace, certo) perché la sinistra istituzionale stia messa malissimo. per alcuni, l’idea di sinistra resisterebbe in quella leggera increspatura (un deputato all’ars) della lista radicale di fava e in quel mare di astensionismo. obietto: lo sfilacciamento e la consunzione dell’idea di sinistra (le battaglie per la giustizia sociale, la difesa e l’organizzazione dei più deboli) non hanno risparmiato anche chi si colloca “più a sinistra” che non gode di migliore reputazione o è considerato irrilevante; e poi, è tutto da dimostrare – da organizzare, da costruire – che nell’astensionismo popolare sia radicata un’idea disattesa (certo, c’è anche) di giustizia sociale.
l’isola è diventata di destra? lo è sempre stata? via, non dite volgarità. eppure, queste non somigliano per nulla alle elezioni politiche del 2001, quando forza italia fece cappotto conquistando tutti e 61 collegi, quando cioè il berlusconismo rampante si faceva “corpo sociale”. la “pancia” del paese – perché mai la sicilia, che rivendica la sua “specialità”, dovrebbe essere diversa? – s’è ormai spostata a destra, e si tratta solo di sfumature? chi finora è stato in grado di intercettare la protesta e la rabbia verso il ceto politico, che è il dato più macroscopico e ravvicinato della sensazione comune di ingiustizia, considerato responsabile dei mali sociali, magari non per averlo organizzato ma di sicuro per non essere stato in grado di opporsi, è il movimento cinquestelle. sono tra i più feroci critici del movimento cinquestelle (anche se li ho votati alle elezioni politiche del 2013) e quindi mi posso risparmiare – anche perché in buona parte le condivido – tutte le analisi sul populismo, sulla democrazia finta eccetera eccetera. dopodiche, mi dico che quel che importa da capire non è la loro fragile, virtuale, inconsistente e incompetente capacità e attività politica, ma quelle dinamiche sociali che “investono” su di loro. dove c’è un vuoto – un’idea di opporsi all’ingiustizia – qualcun altro riempie il pieno. è un’illusione, certo, e potrà rivelarsi un’atroce beffa. ma questo mi pare accada.
che non ci sia un’idea di sinistra in sicilia a me suona drammatico. e certo non può essermi di sollievo sapere, conoscere centinaia di uomini e donne che resistono, si battono, continuano a organizzare lotte, tengono la schiena diritta. ma dal “senso comune sociale” e dalla cultura, un’idea di profondo cambiamento, di progetto di trasformazione, di solidarietà umana, di un’adoprarsi concreto e spendersi quotidianamente, di capacità di radicare pensieri nel sentire sociale e di imporre leggi, sembra tramontata. e questa “idea” di certo non abita nei cuori dei cinquestelle.
e allora, lo dico alle mie amiche e ai miei amici di “sinistra”: o ricostruiamo una cultura politica di sinistra – abbiamo un rapporto diretto con le masse, affrontiamo i problemi concreti delle persone, conduciamo battaglie sociali – o si è marginali, residuali, testamentari. e propongo qui per non sembrare evangelico e vago un terreno di lotta comune: il reddito garantito. posso sbagliarmi, certo – e non sarebbe la prima volta – ma a me sembra un terreno, da articolare anche riguardo ai “diritti primari” in bonus per la casa, l’assistenza, gli asili e la scuola, in occasioni di “lavoro sociale”, che intercetta oggi bisogni essenziali di larghi strati popolari. di quelli che votano, e di quelli che non votano più da tempo.

8 novembre 2017.

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