Il Trump dimezzato ha ora paura delle urne.

Le elezioni di mid-term, metà mandato, si tengono a novembre – quest’anno il 6 – ogni quattro anni, due anni dopo le elezioni presidenziali americane, e riguardano il Congresso (i 435 membri della Camera dei rappresentanti e un terzo dei 100 membri del Senato), le assemblee elettive dei singoli Stati e i governatori di trentasei dei cinquanta Stati. È perciò un test di straordinaria importanza per verificare la popolarità della presidenza, e il giudizio degli elettori sui partiti e i loro rappresentanti, ancora “a caldo” – il presidente è stato eletto appena due anni prima – ma accade talvolta che si possa individuare qualche significativa nuova dinamica.
In tutta la storia americana, nelle elezioni di mid-term solo due volte il partito al governo è stato premiato dagli elettori in entrambi i rami del Congresso: nel 1934 con Roosevelt – due anni dopo il primo dei suoi quattro mandati – e nel 2002 con George W. Bush dopo l’attacco alle Torri gemelle. Cioè, con un presidente che è considerato, insieme a Lincoln e Washington, tra i tre migliori; e in una situazione – un atto di guerra sul suolo americano – come mai ce n’era stata un’altra, se non Pearl Harbor.
È molto difficile prevedere l’esito di queste elezioni – la presidenza Trump si va sempre più caratterizzando per la sua anomalia e imprevedibilità – ma ci sono due dati estremamente interessanti: il primo, che la popolarità di Trump è al momento al 40 percento, e questo è un basso tasso (per capirsi: la popolarità di Obama, alle sue prime mid-term, era al 46 percento); il secondo, che l’economia americana sta andando abbastanza bene, secondo tutti i parametri (produttività, occupazione, volume degli scambi) e se è vero che già con Obama si vedevano miglioramenti dopo la “grande crisi”, ora la percezione che le cose vadano meglio è maggiore e maggiore è l’ottimismo tra consumatori e investitori.
Intanto, martedì è arrivato in libreria Fear: Trump at the White House, il libro di Bob Woodward, il famoso giornalista che al «Washington Post» con Carl Bernstein fece scoppiare lo scandalo Watergate che travolse Richard Nixon costringendolo alle dimissioni per evitare l’impeachment, e è già un caso editoriale. Secondo una nota della casa editrice Simon & Schuster, ha venduto 750 mila copie solo il primo giorno; il più grande venditore al dettaglio di libri degli Usa, Barnes&Noble, ha dichiarato che Fear ha avuto le «vendite più rapide per un titolo per adulti dall’uscita di Va’ metti una sentinella (Go Set a Watchman) di Harper Lee nel luglio 2015». E su Amazon era già un bestseller ancora prima della sua uscita.
Il titolo del libro – Fear, terrore – deriva da un’osservazione che Trump fece allo stesso Woodward e al giornalista politico Robert Costa nel 2016. Trump disse: «Il potere reale è – non vorrei nemmeno usarla questa parola – terrore».
448 pagine, per dipingere un ritratto impietoso della presidenza Trump, basato su centinaia di ore di interviste con funzionari dell’amministrazione e testimoni ma tratto anche da note di riunione, diari personali e documenti governativi.
Woodward descrive la rabbia e la paranoia di Trump riguardo all’inchiesta denominata ormai Russiagate, a volte paralizzando l’ala ovest per interi giorni. Apprendendo la nomina di Mueller a capo della commissione d’inchiesta nel maggio 2017, Trump brontolò: «Tutti cercano di prendermi» – uno sfogo che ha sconcertato i collaboratori rimandando agli ultimi giorni di Richard Nixon come presidente.
Woodward aveva cercato, senza successo, un’intervista con Trump attraverso diversi intermediari. Il presidente poi ha chiamato Woodward all’inizio di agosto, quando il manoscritto era stato completato, per dire che voleva parlarne. Il presidente, secondo una registrazione audio della conversazione, si lamentava che sarebbe stato un “brutto libro”. Woodward rispose che il suo lavoro sarebbe stato “duro” ma reale e basato su tutto il suo materiale che era più che credibile e circostanziato.
Un tema centrale del libro sono le piccole “operazioni furtive” usate da chi lavora nel santuario interno di Trump per cercare di controllare i suoi impulsi e prevenire i disastri, sia per il presidente che per la nazione. Woodward descrive una sorta di “colpo di stato amministrativo” e un “esaurimento nervoso” del ramo esecutivo, con gli assistenti senior che cospirano per sottrarre documenti ufficiali dalla scrivania del presidente in modo che non possa vederli o firmarli.
Ancora, Woodward racconta a lungo come la squadra di sicurezza nazionale di Trump è stata scossa dalla sua mancanza di curiosità e conoscenza sugli affari mondiali e dal suo disprezzo per le prospettive tradizionali dei leader militari e dei servizi segreti. In una riunione del Consiglio di sicurezza nazionale del 19 gennaio, Trump ignorava il significato della massiccia presenza militare statunitense nella penisola coreana, inclusa un’operazione speciale di intelligence che consente agli Stati Uniti di rilevare un lancio missilistico nordcoreano in sette secondi contro 15 minuti dall’Alaska. Trump metteva in dubbio il motivo per cui il governo stava spendendo risorse nella regione. «Lo stiamo facendo per prevenire la Terza guerra mondiale», gli disse il segretario alla Difesa Jim Mattis. Dopo la riunione, Mattis era particolarmente esasperato e allarmato, dicendo a colleghi stretti che il presidente si comportava – e aveva la comprensione delle cose – come un ragazzino delle scuole medie.
A capo della Casa Bianca, Woodward ritrae un capo umorale e instabile, lontano dalle convenzioni di governo e incline a scioccare i membri del personale di alto livello, destabilizzandoli quotidianamente. Woodward illustra come il terrore nell’orbita di Trump abbia preso forma nel corso del primo anno di presidenza, lasciando diversi membri dello staff e del Gabinetto spiazzati dalla mancanza di comprensione del presidente su come funzioni il governo e dalla sua incapacità e riluttanza ad apprendere.
Quest’attitudine aggressiva di Trump ha preso particolarmente a bersaglio la stampa. Dice Liz Garbus, del «The Forth Estate»: «Dopo aver battuto Hillary, aveva bisogno di un altro punching ball da prendere a pugni. E la stampa serve a questo». E spiega Dean Baquet, executive editor del «New Yok Times»: «Tutti i presidenti precedenti – Obama, Reagan, Clinton, i due Bush – venivano “coperti” dal giornale ogni volta che facevano dichiarazioni (e non ne facevano ogni giorno). Quando il presidente non approvava qualcosa, semplicemente lo esprimeva. A esempio, la relazione con l’amministrazione Obama è stata tesa. Durante il periodo in cui l’ho seguito con il NYT, non ho mai voluto incontrare il presidente di persona, per evitare che la relazione potesse essere considerata subalterna o compiacente. In caso di controversie, l’amministrazione ci chiamava per farci le loro rimostranze. Altre volte le facevano pubblicamente. La novità di oggi è che abbiamo un presidente che mira a indebolirci, attaccandoci con aggressività e argomenti strumentali. Non siamo abituati a un presidente che disprezza così pubblicamente la stampa, tentando ripetutamente di delegittimarla. Per me perciò la questione non è se il presidente degli Stati Uniti ci critica, ma penso che Trump stia andando troppo oltre, e, io credo, in maniera pericolosa. È un presidente che dice palesemente cose false». E Matthew Rosenberg, Nation Security correspondant al NYT, aggiunge: «Se avevi a che fare con un’istituzione, ti aspettavi che funzionasse come tale. Loro comunicavano delle cose e avevano funzionari che provavano a rimanere fedeli a quelle comunicazioni. Con un’amministrazione più tradizionale, come la Casa Bianca o altre parti del governo, c’è molta più disciplina, e quando le informazioni trapelano sono comunque informazioni a favore dei loro capi. Cosa che non succede con l’amministrazione Trump. Ci sono pezzi dell’amministrazione che funzionano come un’istituzione, ma “al vertice” abbiamo visto ripetutamente che Trump prende le decisioni tutto da solo».
Lo sconcerto di pezzi dell’amministrazione, di funzionari, di molti responsabili dello staff, e di personalità dello stesso governo ha preso clamorosamente forma pochi giorni fa con un editoriale anonimo sul «New York Times». Una decisione – quella della firma anonima – che è decisamente singolare ma che è stata spiegata così: «Il New York Times compie oggi il raro passo di pubblicare un articolo di commento anonimo. Lo facciamo su richiesta dell’autore, un importante esponente dell’amministrazione Trump la cui identità ci è nota e il cui ruolo sarebbe minacciato se fosse svelata». E cosa racconta questo “importante esponente dell’amministrazione Trump”? Proprio le cose che dice Woodward nel suo libro – l’incompetenza, l’inaffidabilità, la capricciosità, la piccineria di molte decisioni improvvise, e del repentino modificarsi delle stesse; il radicato convincimento che la stampa sia “nemica del popolo”; la “resistenza” di molti funzionari per far sì che alcune di quelle decisioni non finiscano con avere effetti devastanti. E aggiunge due cose importanti: la prima, che «il presidente mostra pochissime affinità con gli ideali storici dei conservatori: libero pensiero, libero mercato e liberi individui. Nel migliore dei casi, li ha citati in situazioni preconfezionate. Nel peggiore, li ha palesemente attaccati»; la seconda, che tra membri del governo sia stata presa in considerazione l’idea se invocare o no il Venticinquesimo emendamento – che consente al governo di votare per rimuovere un presidente che si considera mentalmente o fisicamente incapace di fare il suo lavoro. E mentre si scatenava la “caccia al traditore” – Treason? Tradimento? È stato l’immediato tweet di commento di Trump – e si moltiplicavano le dichiarazioni di “Non sono io, il traditore”, a cominciare dal vicepresidente Pence, è proprio di Venticinquesimo emendamento, cioè di impeachment, che ha parlato Elisabeth Warren, senatore democratico del Massachusetts, bestia nera del capitalismo finanziario americano, invocata a gran voce perché scendesse in campo per le primarie dall’area più radicale del Partito che poi sostenne Sanders. Sono mesi che il Partito democratico tentenna, esprimendo estrema prudenza e cautela sull’argomento. Warren ha rotto gli indugi. Non sappiamo se questa – dell’impeachment – è una strada politicamente praticabile o non possa tradursi in un boomerang. E probabilmente molto dipenderà dagli sviluppi del Russiagate, cioè dalla consapevolezza (per non dire, della complicità) di Trump e del suo staff durante la campagna presidenziale degli attacchi russi nei social network contro Hillary Clinton. Intanto, su questo affaire si può registrare un aneddoto che sembra avvalorare quanto si racconta della “gestione Trump”: all’incontro con Putin, in conferenza-stampa, Trump dichiarò che “non” c’era alcun motivo per sostenere che i russi avessero interferito nella campagna presidenziale, proprio come affermava il presidente russo; poi tornò in patria e allarmato dalle osservazioni che gli venivano fatte tuittò che si era trattato di un “refuso”, e che lui voleva dire esattamente il contrario.
Eppure, le dinamiche più interessanti e ancora tutte da capire stanno accadendo tra gli elettori e i rappresentanti politici dei rispettivi partiti. Va registrato che circa quaranta membri del Congresso del Partito repubblicano hanno deciso di farsi da parte e non ricandidarsi alle elezioni di mid-term del 6 novembre, e fra di essi spicca Paul Ryan, attuale speaker della Camera. Nonostante Ryan abbia fornito motivazioni di carattere famigliare, è fuor di dubbio che nell’elefantino si respiri un certo nervosismo. L’annuncio di Ryan risulta un pessimo segnale per il partito, anche perché privo di una chiara guida parlamentare. Magari per Ryan, come per altri, si tratta solo di aver fiutato l’aria e di un temporaneo farsi da parte per preparare un clamoroso comeback. Ma è un fatto che nelle elezioni suppletive che si sono svolte finora siano stati per lo più i candidati democratici a vincere. La sorpresa più grande è venuta dall’Alabama, dove il democratico Doug Jones è riuscito a strappare il seggio di senatore al candidato repubblicano Roy Moore, dell’alt-right cioè la destra più conservatrice, in uno Stato-fortezza per i repubblicani, dove vincevano da vent’anni e dove Trump aveva travolto Hillary col 62 percento: determinanti, in una vittoria di stretta misura, sono stati i voti “write-ins”, cioè aggiunti dagli elettori sulle schede, e che sono andati tutti a un altro repubblicano.
La “missione impossibile” è quella di Robert Francis O’Rourke, Beto, che ha deciso di sfidare il potente repubblicano Ted Cruz, per un seggio al Senato nel Texas. Dice O’Rourke: «I democratici in Texas hanno perso le elezioni al Senato per trent’anni. Ora, puoi continuare a fare le stesse cose, parlare con gli stessi consulenti, basarti sugli stessi sondaggi, indirizzare ai focus-group gli stessi messaggi. Oppure, puoi concorrere come se non avessi niente da perdere, e questo è quello che io e mia moglie abbiamo deciso di fare. Non abbiamo un team di sondaggisti e parliamo delle cose che crediamo importanti per noi». Per Ted Cruz, il Texas è sostanzialmente di colore rosso, e semplicemente non ci sono abbastanza Democratici nello Stato perché lui possa perdere perdere: nessun candidato Democratico – in tempi recenti – ha superato la soglia del 42 percento. Ma l’idea di O’Rourke è che lui può portare a votare quelli che non votano e convincerli a votare per lui. Staremo a vedere. Ma che vinca o perda, di O’Rourke continueremo a sentir parlare.
Un altro candidato democratico interessante, per come ha condotto la sua campagna, è Alexandria Ocasio-Cortez che ha vinto le primarie nel 14esimo distretto di New York, lo scorso giugno, battendo, a sorpresa, il candidato dell’establishment dei Democratici, al Congresso da 19 anni, Joe Crowley. Alexandria Ocasio-Cortez – 28 anni, origini portoricane, nessuna esperienza politica se non il volontariato a sostegno di Sanders, e fino allo scorso novembre cameriera in un ristorante messicano – si definisce “socialista”. Fino a poche settimane dal voto i sondaggi la davano indietro di 30 punti.
La stessa impresa non è riuscita a Cynthia Nixon, l’attrice ex star di Sex and the City, rappresentante dell’ala più liberal del Partito democratico, che proprio pochi giorni fa è stata battuta nelle primarie democratiche per la poltrona di governatore dello Stato di New York, da Andrew Cuomo, l’uomo dell’establishment.
Insomma, accadono cose e tra i Repubblicani e tra i Democratici. E Obama è sceso in campo con tutto il suo carisma, per scuotere il partito. Queste elezioni di mid-term saranno importanti, per gli equilibri del Congresso e, soprattutto, pensando alle presidenziali del 2020.

Nicotera, 14 settembre 2018.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 18 settembre 2018.

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Tu dove saresti andato, l’otto settembre del ’43?

Mi chiedo talvolta dove sarei andato a finire l’8 settembre. Cosa avrei fatto? Ho così tanto rispetto per i partigiani, tutti, “azzurri”, azionisti e comunisti, che neppure riesco a ipotizzare se avrei preso la strada della montagna o della lotta clandestina, se avrei “resistito”. Forse avrei provato a tornare a casa o sarei rimasto dove mi trovavo, incerto, sbandato, imbucato o schierato magari per caso, improvvisamente orfano. Orfano di schieramenti. Orfano di Stato. Orfano di patria. Della Patria maiuscola e muscolare, di quella in divisa e berretto, di quella dove c’è chi comanda e chi ubbidisce, chi va al macello e chi prepara i piani per il macello.
Quel giorno, Benedetto Croce nel suo diario scrisse: «Sono stato sveglio per alcune ore, tra le 2 e le 5, sempre fisso nel pensiero che tutto quanto le generazioni italiane avevano da un secolo a questa parte costruito politicamente, economicamente e moralmente è distrutto, irrimediabilmente».
Più o meno nelle stesse ore, Luigi Biraghi, classe 1914, tenente del 9° alpini, e che fu poi internato nei campi di concentramento tedeschi per non aver accettato di collaborare con i nazisti, scriveva nel suo diario: «Al mattino del 9 un sottufficiale e alcuni soldati tedeschi vengono all’accampamento e ci danno ordine di non uscire. Il Comandante del Battaglione non si oppone e ci invita ad attendere obbedendo. Più tardi il Colonnello Elefante ci ordina di deporre le armi. Obbediamo, ma poi, mentre siamo radunati in sede di Compagnia, non rendendoci conto della necessità di tale ordine, ci rechiamo al Comando di Battaglione per chiedere spiegazioni. La scena che costì ci si presenta agli occhi è quanto di più tragico e di più grottesco si possa immaginare. Giuseppe Elefante, in goffi abiti civili, pallido e tremante, tenta inutilmente di mettersi in testa un cappello basco per poi partire sulla motocicletta che lo attende e mettersi in salvo».
Che due eserciti stranieri si siano combattuti su terre italiane portando strazi e lutti, mentre intanto ci si schierava di qua e di là, dividendosi per faglie che nessuna razionalità storica riesce a ricostruire – come poi forse accade sempre quando gli eventi precipitano in una guerra che diventa per forza di cose fratricida e perciò passionale – non è certo solo eredità dell’8 settembre. La guerra del Vespro, fra Angioini e Aragonesi, per dirne una, durò vent’anni, e sconvolse l’area del Mediterraneo tutto, oltre che i territori nostri.
Mai però la frattura fra classi dirigenti – il cui unico obiettivo dopo l’armistizio era salvare la ghirba a qualunque costo – e popolo fu così evidente. Il popolo si divise, si frantumò, andò alla deriva, si arrese, lottò, salì in montagna, fu massacrato di terra, di cielo e di mare, reagì, si diede a ogni nefandezza, insomma visse e subì la guerra. Certo, non tutte le scelte furono uguali e non si possono sovrapporre o paragonare. I ceti dirigenti scapparono. Non era mai successo nelle innumerevoli guerre che si erano combattute sul nostro suolo: ogni ceto emergente si poneva alla testa d’una fazione contro un’altra; ogni principe, ogni barone, ogni prete, ogni chierico, radunava le sue forze, cercava alleanze e si lanciava contro il nemico, vero o supposto: si immolava, spesso, veniva martirizzato, spesso, o, altrettanto spesso, cambiava alleanze, e combatteva quella parte con cui prima aveva pattuito. Sempre esponendosi. L’otto settembre ci fu la fuga. La dismissione generale dei ceti dirigenti italiani. Della catena di comando, delle gerarchie, delle responsabilità, dei compiti istituzionali.
Fu il presidente Ciampi – dopo le iniziative per i caduti di Cefalonia e altro – a spendersi tanto per stabilire l’immagine di un esercito che, nello sconquasso generale dopo l’annuncio dell’armistizio, mantenne o scoprì l’onore della Patria, salvandolo dalla vergogna. Un commendevole impegno. Allora, corroborato da un proliferare di trasmissioni televisive e pagine di quotidiani sulla stessa falsariga. Io non vorrei però che le buone intenzioni la scippassero a tutti, questa data, per consegnarla, trasfigurata e imbalsamata, “costituzionale”, alla Storia.
Perché, è vero, andrebbe istituito, l’8 settembre, come festa nazionale. Ma a fianco di san Francesco e santa Caterina, san Gennaro e santa Chiara. Come queste, dovrebbe essere una data protettrice popolare, un sant’otto settembre, una ricorrenza in cui chiedere grazie e miracoli, portare a spalla una qualche “macchina”, appendere ex voto, fare pellegrinaggi e comitive. Non si scherza coi santi e in questo caso non si scherzerebbe neanche coi fanti.
Perché l’8 settembre è la data dei chiunque, è la data di “quelli in basso” lasciati allo sbando e alla mercé degli eventi, mentre la “classe dirigente” fugge o decide di farsi proteggere da un qualche straniero. Così, non appena gli Alleati cominciano a sbarcare e le bombe americane – che sono liberatrici, e non doveva essere facile capirlo lì per lì – cadono copiose il 19 luglio sul quartiere di San Lorenzo a Roma, devastandolo, sovrani e corte, governo, generali e burocrati “di rango” scappano portandosi dietro l’argenteria di famiglia o quanto hanno arraffato nel tempo e che riescono a stipare in fretta e furia tra i bagagli; mentre il lupo nazista, che non ha mai smesso di arrotare i denti, comincia a guardarci come il pranzo che ha ingrassato con lo sguardo e finalmente è da sbranare. Affonderà i denti, il 16 ottobre, nel ghetto. E poi ancora alle Fosse Ardeatine. E ovunque in Italia sarà l’orrore. Nel miserabile corteo di automobili che il 9 settembre portava i Savoia e la loro corte da Villa Ada verso Pescara non c’era neppure l’ambigua disperazione della fuga interrotta a Varennes di Luigi XVI e Maria Antonietta – l’evidenza del crollo d’un mondo millenario di certezze e un ultimo tentativo di preservarle, salvando la propria regale testa.
Perché questo è in definitiva l’8 settembre: la vera metafora collettiva, il vero paradigma di questo paese, la vera festa nazionale, dove, quando c’è una emergenza, “in alto” ci si preoccupa del proprio culo e si arraffa e stipa in fretta e furia quanto si può e “in basso” si comincia a pregare e arrangiare senza sapere a che santo votarsi. Quando c’è una emergenza, una catastrofe, un fuggi fuggi. Ma in questo paese il fuggi fuggi, l’emergenza, la catastrofe è pane quotidiano. Ossessiva ricorrenza.
Porta Pia, il Piave, Vittorio Veneto, quelle sono le date buone da mandare a memoria da ragazzini, quelle “patrie” dove aleggia una qualche Vittoria, una breccia da sfondare, una trincea tenuta sino allo spasimo, una linea nemica conquistata. Ma l’8 settembre, no, questa lasciatecela: quella è l’Italia della “fuga”, della rotta, del tutti a casa. La Caporetto della Politica, dello Stato, del Governo. Delle politiche, degli stati, dei governi. Un evento tanto italiano. Degli italiani “di rango”, però.
Una tenue, e anche un po’ invereconda, giustificazione “storica” della fuga dei Savoia starebbe nella paura della ritorsione dei tedeschi verso la Real Casa dopo la dichiarazione dell’armistizio: salvando se stessi salvavano lo Stato, la possibilità dello Stato. Ma in realtà è agli italiani che sottrassero i loro corpi. E che i corpi degli italiani tutti diventassero carne da macello non li trattenne minimamente. Avessero preso sputi e pernacchie, i fuggiaschi, molte cose forse sarebbero cambiate, chissà. Tornarono, dopo il 25 aprile, quegli stessi che erano scappati e finirono alla testa delle istituzioni incertamente ricostruite (molti non si peritarono di chiedere gli stipendi arretrati). E anche tutto questo è tanto italiano.
I costituzionalisti ci spiegano che la “sovranità” si fonda sui “due corpi del re”, uno è quello trasfigurato, sacrale, istituzionale, che incarna l’autorità e tiene insieme il popolo, e l’altro è quello carnale, reale, che si vede, pure da lontano ma che si sa presente. Quando muore, per preservarne la dignitas, si prepara un doppio cereo. Dev’essere una teoria universale, se Kurosawa ci ha fatto un film straordinario, Kagemusha, raccontando la storia del sosia d’un re che interpretò talmente bene la sostituzione di un corpo da convincersi di incarnare anche l’altro. Forse, i brigatisti che rapirono Moro dovevano pensarla così, ma si trovarono fra le mani il corpo d’un uomo ostinatamente umano, mentre il corpo dello Stato si ritrovava altrove e in fretta rinnegava pure quell’altro, dandogli del matto. I “corpi reali” s’en fuggirono, senza lasciarci neppure un sosia. Senza dignitas.
Noi non abbiamo mai avuto una patria, per secoli. Per secoli, abbiamo avuto monarchie territoriali, feudi e baronie, ducee e contee, ma mai una patria, mai una nazione. Almeno, non nel senso in cui la descrisse Ernest Renan, nella celebre conferenza, Che cos’è una nazione?, tenuta alla Sorbona l’11 marzo 1882: «La nazione è dunque una grande solidarietà, costituita dal sentimento dei sacrifici e da quelli che si è ancora disposti a compiere insieme. Presuppone un passato, ma si riassume nel presente attraverso un fatto tangibile: il consenso, il desiderio chiaramente espresso di continuare a vivere insieme. L’esistenza di una nazione è (mi si perdoni la metafora) un plebiscito di tutti i giorni». Ve lo immaginate un plebiscito, nel 1882, da tenere da Pinerolo a Partinico, da Alghero a Santa Maria di Leuca sulla unità della nazione italiana appena costituita e ancora fragile?
L’otto settembre finisce l’Italia costruita nel Risorgimento. Forse a quell’Italia – «tutto quanto le generazioni italiane avevano da un secolo a questa parte costruito» – pensava Croce. Quell’Italia ancora fortemente improntata di intenzioni, volontà, visioni di ceti dirigenti, ma che era riuscita a intercettare secoli di desideri sociali. Il fascismo però – benché avesse voluto pretenziosamente richiamarsi a quella, intestandosi radici e filiazioni che nulla c’entravano – l’aveva già fatta a pezzi, l’Italia del Risorgimento, col suo impero del piffero, le sue leggi razziali, l’asservimento al tedesco.
L’otto settembre in realtà chiude la parabola di Caporetto. Che era stato il primo segnale forte di un fallimento di classe dirigente – sarà solo un destino della Storia, che Badoglio fosse l’uomo di Caporetto e anche quello dell’8 settembre – e dello scollamento dei ceti popolari. A Caporetto furono i soldati a fuggire – stanchi dell’insipienza dei comandi, della follia dei loro ordini, dei massacri che continuavano senza senso. Solo le fucilazioni di massa dei carabinieri riporteranno l’ordine. Solo la violenza fascista riporterà l’ordine.
L’otto settembre saranno “i comandi” a fuggire.
Ma nessun carabiniere sparerà contro di loro.

Nicotera, 7 settembre 2018.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano dell’8 settembre 2018.
ascolta il commento di sofia ventura su “prima pagina” di radio 3 del 9 settembre 2018, ore 7,15.

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