Dopo cinquant’anni di carcere, Vallanzasca ha pagato.

Se scrivi “Vallanzasca” nella striscia di google, il motore di ricerca tra le risposte ti offrirà anche: “Renato Vallanzasca è morto”. E magari l’algoritmo ha proprio ragione, Vallanzasca, quel Vallanzasca il cui nome evoca rapine, sequestri, omicidi e fughe dal carcere, è morto da tempo. «C’è chi nasce per fare lo sbirro, chi lo scienziato, chi per diventare madre Teresa di Calcutta. Io sono nato ladro» – disse in un’intervista. A settant’anni – li compirà a maggio – Vallanzasca, ricorda il suo legale Davide Steccanella, ha trascorso in galera quarantacinque anni, quasi mezzo secolo. Uno solo lo batte per durata della pena scontata: Raffaele Cutolo da Ottaviano, imperatore della camorra che fu, cinquantadue anni dentro.
Renato Vallanzasca ha chiesto ai giudici del Tribunale della Sorveglianza di Milano “la liberazione condizionale” o in subordine la “semilibertà”, beneficio già ottenuto nell’ottobre 2013 ma poi revocato dopo l’arresto del giugno 2014 per il furto in un supermercato. Era andata che usciva dal carcere di Bollate alle 7.30 di giorno, per tornare la sera alle 19.30 – lavorava in una ricevitoria – ma stava godendo di un permesso di tre giorni, proprio perché stava filando dritto. Da venerdì a lunedì: li avrebbe passati con la sua nuova ragazza. Perché a Vallanzasca, le ragazze non sono mai mancate. Dunque: è venerdì sera, e sono le 20. Così i vigilanti l’avevano seguito mentre girava per gli scaffali. O avevano attivato una qualche telecamera. Lui, aveva messo un po’ di roba da mangiare in una borsa, poi aveva tirato fuori due mutande dalle confezioni e infilate in uno zaino, dove aveva aggiunto un po’ di concime e un paio di cesoie – chissà magari gli passava per la testa di sistemare l’aiuola a casa della ragazza, che faceva proprio tristezza.
Quando era andato alla cassa a pagare le sue cose da mangiare gli avevano detto: «E quello?» – indicando lo zaino. Lui aveva fatto spallucce. Settanta euro di merce. E così avevano chiamato i carabinieri. Pare che Vallanzasca avesse detto: «Vedete che casino adesso». Non voleva mica minacciare qualcuno, solo che la sa, la tiritera. I vigilanti si saranno messi a ridere: quell’ometto smunto, con gli occhi slavati e quattro ciuffi di capelli in testa, un’aria quasi da barbone. Poi i caramba gli avevano chiesto i documenti, lui li aveva tirati fuori e lì era scoppiato il casino davvero. Nessuno fino a quel momento lo aveva riconosciuto. E come avrebbe potuto? Questo, signore e signori, era il re della Comasina.
Così, per due paia di mutande marca Sloggi, che Vallanzasca assicura non metterebbe mai perché indossa solo boxer Versace («Spendevo molto anche nei vestiti: ne avevo più di una ventina di Litrico, oltre a quelli fatti su misura. La mia passione era il gessato, quello alla Delon e alla Belmondo. Facevo le rapine col vestito firmato, io», disse una volta), più altra minutaglia da giardinaggio, per un totale di 65,97 euro, un giudice molto puntiglioso gli aveva rifilato dieci mesi per tentata rapina (due in più di quelli richiesti dall’accusa) e revocato la semilibertà.
Un paio d’anni prima aveva trovato lavoro, a Sarnico, sul versante bergamasco del lago d’Iseo. Commesso in prova in un negozio. La mattina usciva dal carcere di Bollate e con l’autobus arrivava a Sarnico, e ci lavorava tutto il giorno. «In modo ineccepibile», disse poi la titolare del negozio. Solo che qualcuno l’aveva riconosciuto, la notizia si era sparsa, e davanti al negozio, per tutto il giorno, sostava una folla di giornalisti e fotografi. Articoli sui giornali locali, lettere, un putiferio. Si era indignata la signora Gabriella Vitali, vedova di Luigi d’Andrea, ucciso assieme al collega della polizia stradale Renato Barborini dalla banda di Vallanzasca, nel 1977, proprio nella Bergamasca, all’altezza del casello dell’A4, e i giornali avevano pompato la cosa. Si era indignato il prefetto di Bergamo, Camillo Andreana, e aveva scritto al ministero di Giustizia, al tribunale di sorveglianza di Milano, alla direzione del carcere di Bollate e ai dirigenti dell’amministrazione penitenziaria chiedendo di rivedere la scelta, definendola «inopportuna e illogica».
Alla fine era stata la titolare del negozio a chiudere la vicenda, dando il benservito al suo commesso diventato ingombrante. Vallanzasca l’aveva saputo in carcere, la sera, che l’indomani non sarebbe più andato al lavoro.
Insieme all’istanza, il legale di Vallanzasca ha depositato presso il Tribunale di Sorveglianza la perizia dell’équipe di osservazione e trattamento del carcere di Bollate. Il cambiamento di Vallanzasca, scrive Massimo Parisi, direttore dell’équipe del carcere, appare «profondo, non solo anagrafico, ma intellettuale ed emotivo, frutto di una sofferenza che, seppur non evidenziata, nei colloqui con gli operatori che da anni lo seguono, sa emergere in modo autentico e non sovrastrutturata, e appare di un livello tale (tenuto conto della persona, della sua storia e del contesto) che non potrebbe progredire con altra detenzione». Vallanzasca, come Dillinger, è morto. Ora c’è un uomo che aspetta di uscire dal carcere e continuare a vivere.
La decisione, attesa nei prossimi giorni, spetta ora ai giudici della Sorveglianza.

Nicotera, 17 aprile 2018
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 18 aprile 2018

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Cinquant’anni fa, veniva ucciso il dottor Martin Luther King.

«Well, I don’t know what will happen now / non so cosa succederà adesso». È il 3 aprile del 1968 e il dottor Martin Luther King è tornato a Memphis, Tennesse. Dall’anno prima, aveva organizzato una campagna a sostegno dei poveri, la Poor People’s Campaign, per radunare migliaia di lavoratori, non solo afroamericani, per una marcia su Washington, chiedendo aiuti economici per le fasce sociali più deboli degli Stati Uniti. Il 4 dicembre 1967, King è a Memphis a parlare con gli operai della nettezza urbana in sciopero, il 18 marzo 1968 è ancora con loro esortandoli a continuare la protesta. Il 28 marzo a Memphis un corteo di migliaia di persone si scontra con la polizia, e rimane ucciso un afroamericano di 16 anni, Larry Paine, e ci sono circa trecento arresti. King lascia la città: c’è chi parla di sconfitta del movimento. Ma la settimana dopo, il dottor King è di nuovo lì, deciso a riprendere la lotta.
È il 3 aprile del 1968 e il dottor Martin Luther King è tornato a Memphis, Tennesse. Il suo volo ha fatto ritardo per un allarme bomba. Tiene lo stesso il suo discorso – I’ve Been to the Mountaintop / sono stato in cima alla montagna – in un incontro al Mason Temple: «E poi sono arrivato a Memphis e alcuni hanno iniziato a parlare delle minacce che erano là fuori. Beh, non so cosa succederà. Ora ci sono giorni difficili, ma non sono io quello che conta adesso, perché sono stato sulla cima di una montagna. Come chiunque mi piacerebbe vivere a lungo. Ma non me ne preoccupo ora, voglio solo fare la volontà di Dio. Dio mi ha permesso di salire sulla montagna e ho guardato oltre e ho visto la terra promessa, e lì io forse non ci arriverò insieme a te, ma voglio che tu sappia stasera, che noi, come popolo, arriveremo alla terra promessa! E quindi sono felice, stasera, non sono preoccupato per nulla. Non temo nessun uomo, i miei occhi hanno visto la gloria della venuta del Signore!»
Non so cosa succederà ora. Il giorno dopo, sarebbe stato assassinato.
È il 4 aprile 1968, e King è al Lorraine Motel a Mulberry Street di Memphis. Nella sua stanza, la 306, assieme ai suoi collaboratori cerca di organizzare un nuovo corteo per uno dei giorni successivi. Doveva cenare a casa del reverendo Kyles, che alle 17 e 30 giunse al motel chiedendo al pastore di seguirlo. Salomon Jones, l’autista di King, gli consigliò, visto il freddo, di coprirsi con un cappotto. Alle 18 e un minuto King uscì sul balcone del secondo piano del motel, dove venne colpito da un colpo di fucile di precisione alla testa; un singolo proiettile calibro 30-06 sparato da un Remington 760. Il proiettile entrò attraverso la guancia destra di King, spaccando la mascella e diverse vertebre mentre scendeva lungo il suo midollo spinale, tagliando la vena giugulare e le arterie maggiori prima di fermarsi sulla spalla. La forza del colpo strappò la sua cravatta. King cadde violentemente all’indietro sul balcone, incosciente. Trasportato al St. Joseph’s Hospital, i medici constatarono un irreparabile danno cerebrale, e la sua morte venne annunciata alle 19 e 05.
Il presidente Johnson chiese al popolo di non cedere alla violenza, ma in più di cento città si scatenarono disordini. Stokely Carmichael, tra i fondatori del Black Panther, affermò che si trattava di una dichiarazione di guerra al popolo afroamericano e che intendevano vendicarlo e non piangerlo. Ci furono quarantasei morti, più di duemila feriti e più di ventimila arresti.
L’8 aprile, la città di Memphis, dopo un corteo di quarantamila persone, decise di accettare le richieste degli spazzini neri, che interruppero così lo sciopero. Il dottor King aveva vinto un’altra battaglia.
Martin Luther King era nato ad Atlanta, in Georgia, il 15 gennaio 1929, secondogenito di Martin Luther King Senior, reverendo della chiesa Battista, e anche il nonno materno di Martin era pastore. A quindici anni riuscì a superare l’esame di ammissione al college di Atlanta, frequentato in precedenza da suo padre e da suo nonno – dove si laureò in sociologia nel giugno del 1948… Martin voleva diventare avvocato o medico, mentre il padre insisteva perché diventasse pastore battista come lui. Il 13 settembre 1951 iniziò a frequentare l’Università di Boston, dove conobbe Coretta Scott con cui si sposò il 18 giugno 1953 e conseguì il dottorato in Filosofia.
Nel 1954, ebbe diverse offerte, di cui una dalla chiesa battista di Dexter Avenue a Montgomery, in Alabama, che accettò volentieri. A venticinque anni Martin Luther King Jr. diventò così il pastore di una delle città nel profondo Sud degli Stati Uniti dove la situazione razziale era tra le più dure. Entrò a far parte della sede locale del NAACP (National Association for the Advancement of Colored People) e diventò vicepresidente del Consiglio dell’Alabama per i rapporti umani.
È proprio a Montgomery, nel 1955, che scoppiò il boicottaggio dei bus deciso dalla comunità afroamericana. Sui bus c’erano posti riservati ai bianchi e posti per i neri e poi c’erano i posti di mezzo, dove poteva sedere chiunque, ma se un bianco voleva sedersi e il posto era occupato da un nero, il nero si doveva alzare e cedergli il posto e restare in piedi. Funzionava così. Rosa Parks, l’1 dicembre 1955, si rifiutò di cedere il proprio posto. Fu arrestata e condannata a pagare una multa. E qui scattò il boicottaggio per il 5 dicembre. Gli attivisti neri prevedevano che il sessanta per cento della popolazione nera avrebbe aderito, ma la percentuale fu molto più alta. Durò trecentottantadue giorni, il boicottaggio. Si spostavano a piedi, o con auto di amici o con taxi di afroamericani che praticavano tariffe da bus. Ci furono sentenze e violenze, tante, da parte del Ku Klux Klan che arrivò a lanciare una bomba contro la casa di King. Ma alla fine vinsero: il 13 novembre 1956 la Corte Suprema dichiarò anticostituzionale la segregazione sui bus.
È in questo periodo che King fonda, in compagnia di altri attivisti per i diritti civili della comunità afroamericana, il Southern Christian Leadership Conference (Congresso dei leader cristiani degli stati del Sud) con l’obiettivo di dare un’autorità di riferimento al movimento per i diritti dei vari gruppi di neri che in precedenza si muovevano attorno le singole parrocchie della città. E è in questo periodo che scoppia la crisi di Little Rock. Nel 1954, negli Stati Uniti, si era deciso di porre fine alla segregazione razziale nelle scuole: prima di quell’anno bambini e ragazzi neri frequentavano scuole diverse da quelle dei loro coetanei bianchi, nonostante non esistesse alcun divieto ufficiale di creare classi miste. La situazione era molto dura soprattutto nel sud degli Stati Uniti.
Il 4 settembre 1957 a Little Rock, nell’Arkansas, era il primo giorno di scuola. Nove ragazzi neri – sei maschi e tre donne – erano stati selezionati per frequentare la principale scuola superiore cittadina, ma le truppe dell’Arkansas National Guard, che agivano per conto del governatore dello stato, impedirono loro l’accesso in aula. Pochi giorni dopo, il presidente Eisenhower commissariò l’Arkansas National Guard e inviò truppe federali a verificare che ai nove ragazzi neri fosse consentito l’ingresso a scuola e lo svolgimento dell’attività didattica. Nonostante la presenza dell’esercito, i nove studenti furono sottoposti a continue violenze e atti di discriminazione da parte dei loro compagni, sotto gli occhi dei docenti. L’estate successiva il governatore dell’Arkansas, pur di rinviare l’eliminazione graduale della segregazione, con la scusa delle continue violenze decise di sospendere le lezioni e tenere chiuse tutte le scuole. Il governo vietò l’apertura di scuole private per gli studenti bianchi, e l’anno successivo la scuola pubblica fu riaperta.
E furono ancora gli studenti, subito dopo, a muoversi. Il 31 gennaio 1960 Joseph Mcneill, uno studente nero di un college del Carolina del Nord si era visto rifiutato il servizio a una tavola calda perché afroamericano. Il giorno dopo con alcuni amici vi era ritornato e nuovamente gli era stato rifiutato il servizio, e così iniziò un movimento che si diffuse fra tutti gli studenti dei paesi del Sud, in tre mesi in più di cinquanta città. Si riunivano davanti locali, magazzini, supermercati e manifestavano, venivano arrestati e riempivano le prigioni. Il dottor King era con loro, entrava e usciva di prigione, certe volte – pagavano le cauzioni – anche malvolentieri.
Ormai l’opposizione alle “leggi Jim Crow” – come veniva chiamato l’insieme della legislazione segregazionista – stava irrobustendosi. John Kennedy volle incontrare King, promettendo un impegno nella lotta per i diritti civili. Il settanta per cento della comunità afroamericana lo votò presidente. Fu anche grazie all’impegno della Casa bianca che la SCLC organizzò le campagne nel Sud per il diritto di voto, soprattutto in Mississippi e in Georgia.
È il movimento dei Free Riders, giovani studenti bianchi che partivano dal nord per andare negli Stati del Sud e aiutare le lotte dei neri per la registrazione negli elenchi dei votanti e per abolire le forme più odiose della discriminazione razziale, sugli autobus, nei ristoranti, nelle scuole. Subivano agguati e pestaggi da razzisti del Ku klu Klan spesso con la faccia delle istituzioni. Ci fecero un film, tanti anni fa, sull’uccisione di tre di quei ragazzi, i cui corpi poi erano stati trovati in un’ansa del fiume, Mississippi burning. Uno dei Free Riders fu Tom Hayden. Nel 1962 aveva scritto la bozza del manifesto di Port Huron – l’SdS, l’associazione degli studenti democratici, si era riunito in una sede dell’associazione dei lavoratori dell’industria automobilistica. Il manifesto affrontava «le questioni fondamentali della società americana basandosi su una visione radicale per un futuro migliore». Parlava delle questioni dell’ambiente, propugnava una partecipazione democratica, credeva nella disobbedienza civile non-violenta, voleva che si smettesse il ricorso alla guerra e chiedeva una riforma del Partito democratico. Anni dopo, Tom Hayden fu uno dei Sette di Chicago. I Sette erano accusati di conspiracy. Un complotto. Cospirazione contro lo Stato, perché il 28 agosto 1968 al Grant Park c’era una manifestazione contro la guerra e poi erano partiti i gas lacrimogeni e fu proprio Tom Hayden a incitare i manifestanti a spostarsi e i giovani arrivano all’Hilton Hotel, proprio dove si stava tenendo la Convention democratica. E le cariche non si fermarono. Mazze, bastoni. I ragazzi gridano: «Kill. Kill, kill». E tutto accade sotto gli occhi delle televisioni. Diciassette minuti durano le riprese televisive. Il mondo guardava attonito. La città era in fiamme. L’America era in fiamme. Ecco perché poi li trascinarono in processo, i Sette. Poi, l’accusa di cospirazione cadde, e al processo di appello andarono tutti assolti.
Ma è nel lungo 1963 che King acquista vera dimensione di leader. Durante la campagna in Alabama, che era diventata simbolica del segregazionismo, soprattutto per la durezza del suo governatore George Wallace. L’11 giugno 1963, con i suoi sostenitori, Wallace si presentò davanti all’Università dell’Alabama per impedire la desegregazione dell’istituto e l’entrata ai corsi dei primi due studenti neri, Vivian Malone e James Hood, che erano scortati e protetti dalla Guardia Nazionale, dal marshall federale e dal procuratore dello Stato. I due allievi sarebbero entrati comunque nell’università tra le urla della folla. Un analogo tentativo di Wallace di impedire l’iscrizione di quattro studenti neri in quattro diverse scuole elementari a Huntsville nel settembre 1963 fu bloccato dall’intervento di un tribunale federale di Birmingham, consentendo ai quattro bambini di entrare, per la prima volta in Alabama, in una scuola integrata. In quello stesso anno un attentato mortale colpì una chiesa battista di Birmingham, uccidendo quattro bambine nere. Wallace fu ritenuto responsabile dell’atmosfera di odio che regnava nello Stato e King lo chiamò in causa personalmente, accusandolo di avere le mani sporche del sangue di quelle bimbe.
È anche l’anno in cui il presidente Kennedy presenta al Congresso un provvedimento per sancire pari diritti tra bianchi e neri, e è l’anno della marcia su Washington, per il lavoro e la libertà, quando duecentocinquantamila persone arrivano al Lincoln Memorial – bianchi e neri – e ascoltano il dottor King fare il suo più celebre discorso: I Have a dream.
E poi ci fu Selma. Nel 1964 c’era anche stato un Civil Right, ma dovevate vederli gli impiegati dell’Alabama o di qualche altro Stato del Sud come interpretavano la legge per votare, e serve questo e quest’altro, e questo non basta, e qui dice così, che ti passava la voglia e dovevi avere la pazienza di Giobbe e tutte le sere andare in qualche chiesa battista a batterti il petto e cantare qualche gospel a squarciagola – Oh! Lord, oh! my Lord – per lasciar correre.
Così avevano invitato il pastore a dare man forte. Il pastore era il dottor Martin Luther King jr. Decisero di fare delle marce di protesta. Tra gennaio e febbraio furono arrestati in tremila. Poi a Marion era rimasto ucciso Jimmy Lee Jackson, colpito da numerose pallottole sparate dalla truppa di Stato. È a quel punto che si pensò di organizzare una lunga marcia da Selma a Montgomery, la capitale. Sono cinquantaquattro miglia. Ottantasette chilometri. Cinquantaquattro miglia di vergogna. Cinquantaquattro miglia di gloria.
La prima marcia fu il 7 marzo. Era domenica. Appena i seicento superarono il confine della contea, che era proprio il ponte Edmund Pettus, la polizia di Stato attaccò. Fu un massacro. Donne, bambini, preti, attivisti, tutti caricati senza pietà. Fu Bloody Sunday, domenica di sangue.
Poi ci fu una seconda marcia, due giorni dopo, con in testa Luther King, il percorso era stato appena iniziato. E anche stavolta ci furono cariche, dopo pochi chilometri, e i manifestanti furono dispersi. E poi ci fu una terza marcia, il 21 marzo.
E stavolta ce la fecero. Solo in trecento riuscirono a percorrere tutte e cinquantaquattro le miglia. Ma quando arrivarono allo State Capitol Building, il palazzo governativo, erano in venticinquemila. Era il 25 marzo. Ci avevano messo quattro giorni per coprire quelle cinquantaquattro miglia. E lì, davanti all’edificio della prepotenza e dell’arroganza bianca, il dottor King parlò.
How long will justice be crucified? Per quanto ancora la giustizia verrà crocifissa? How long will prejudice blind the visions of men, darken their understanding? Per quanto ancora il pregiudizio renderà ciechi gli uomini, oscurerà la loro comprensione? How long? Not long. Non ci vorrà molto. No lie can live forever. Nessuna menzogna può sopravvivere per sempre.
È così che passò il Voting Rights Act di Lyndon Johnson.
E poi ci fu la dura opposizione alla guerra del Vietnam – e qui si ampliarono le differenze con Malcom X e con Stokely Carmichael – e poi e poi. Fino a quel giorno a Memphis, al Lorraine Motel, cinquant’anni fa.
Cosa è rimasto dell’insegnamento del dottor King? Tanto, tutto. Senza King e le sue battaglie non ci sarebbe mai stato il presidente Obama. Eppure, quando ancora giovani neri vengono uccisi da poliziotti bianchi e scoppiano rivolte – come a Ferguson e una catena di episodi – ti chiedi se davvero l’America sia cambiata, se il razzismo sia mai stato debellato.
Forse è una lotta che non finirà mai. Forse un giorno saliremo anche noi sulla vetta della montagna e vedremo la terra promessa.
We shall overcome.

Nicotera, 2 aprile 2018
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 3 aprile 2018

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