Guerra fredda o farsa all’italiana?

Al momento, manca la femmina. È stato arrestato un capitano di fregata e sono stati espulsi due funzionari russi. Femmine non ce ne sono.
Una tipo Anna Vasilyevna Kushchenko, la bella Anna dai lunghi capelli rossi e dagli occhi color del cielo che venne incaricata dal Cremlino di sedurre la talpa del Datagate, Edward Snowden. Anna, sguardo ammaliante e spontanea sensualità, è la spia più sexy che sia mai stata scoperta dai servizi segreti. Una rossa tutto pepe, nata sotto il segno dei pesci nel 1982, è diventata famosa per le sue curve mozzafiato, che le garantirono il soprannome di “agente 90-60-90”, dopo aver riscosso un discreto successo in campo immobiliare negli Stati uniti prima del suo arresto. Nel 2010 Anna che di cognome americano fa Chapman, con cui è stata sposata dal 2001 al 2005, viene arrestata a New York con l’accusa di spionaggio e cospirazione. Insieme a lei altre nove spie al soldo di Mosca. All’epoca dell’arresto il «New York Post» la definì una «007 di bell’aspetto che faceva la spola tra incontri segreti e un appartamento di classe a Manhattan, il tutto in un corpo da Victoria’s Secret». Quel corpo usato per acchiappare nei locali notturni di Manhattan i potenti della finanza mondiale, che la ritenevano “semplicemente” una escort.
E non c’è neppure una tipo Christine Keeler, bellissima modella forse una call girl, che fu al centro dello “scandalo Profumo” dei primi anni Sessanta a Londra, quando il segretario di Stato intrecciava una relazione bollente con lei che però a sua volta era l’amante dell’addetto navale dell’ambasciata russa, sospettato d’essere una spia. Quando le prime voci presero consistenza, nel marzo del 1963, Profumo affermò alla Camera dei Comuni che non c’era alcuna sconvenienza nella sua relazione con la giovane e che avrebbe denunciato per diffamazione se quanto detto fosse uscito dall’aula. Ma a giugno confessò di aver mentito e si dimise. Lo scandalo trascinò con sé il governo Mcmillan che si dimise pochi mesi dopo per problemi di salute. La Keeler fu condannata per falsa testimonianza.
Al momento qui abbiamo solo una busta con cinquemila euro in contante – non sappiamo se tranche di una cifra più consistente o se il prezzo medio di una transazione: che so, cinque fotocopie sulla difesa militare NATO, cinquemila euro. Si va a pagine? Di certo, quei cinquemila euro sono la “pistola fumante”: da una parte soldi in contanti, dall’altra informazioni militari riservate, “classificate”.
Qualche tempo fa l’SVR, Služba vnešnej razvedki, l’intelligence della Russia per l’estero, in un’operazione di propaganda, ha diffuso alcune schede che raccontano le storie di agenti dei servizi russi mandati all’estero dopo essere stati preparati a somigliare ad americani, giapponesi, sudamericani, europei, e vivere abitudini normali, occupazioni normali, come noi e tra di noi. Alcuni sono ormai morti, altri in pensione – ma tutti sono “eroi nazionali” (come d’altronde è stata nominata Anna Vasilyevna Kushchenko). Spiccano alcune storie di coppia, come quella del colonnello Aleksevich Nuikin, che ha agito fino all’86 in 18 paesi, avendo come principale collaboratrice la moglie Lyudmila, parte del servizio: entrambi furono traditi da un alto funzionario del Kgb scappato in Occidente. O quella di Tamara e Vitaly Netyksa, entrambi bravi con lo spagnolo. Lui ha seguito una formazione speciale — sostiene l’SVR – dal 1972 al 1978. Un periodo piuttosto lungo chiusosi con il trasferimento, insieme alla consorte-collega, in un paese ad alto rischio. La Russia li ha premiati con una sfilza di onorificenze, lei con il grado di colonnello. O ancora, quella di Anatoly Vasenkov e Vicky Pelaez: Anatoly è arruolato nel 1996, «onesto, modesto, laborioso». Assume l’identità di Juan Lazaro, di professione fotografo, nato in Uruguay e residente in Perù. Qui conosce la moglie Vicky, combattiva reporter, castrista accesa. Dal Sud America si trasferiranno al numero 17 di Clifton Avenue, Yonkers, stato di New York. Trasmetterà tutte le «info» che riesce a raccogliere – è un professionista stimato – usando una radio a onde corte. Viene smascherato nel 2010 dall’Fbi grazie alla soffiata di un transfugo. Vicky e Anatoly torneranno in Russia grazie a uno scambio, lasciando in America i figli.
Queste vite “reali”, se così si può dire dato che sono sempre state vite “travisate”, sembrano quelle dei coniugi Jennings, Elizabeth e Philip, che vivono una normale vita di coppia nei sobborghi di Washington, e che sono in realtà due agenti russi che dopo un duro addestramento sono stati inviati negli Stati uniti come agenti dormienti. Il loro matrimonio è una finzione, però in qualche modo i due portano avanti una relazione, hanno dei figli, anche se lui, Philip, sembra progressivamente “affezionarsi” allo stile di vita americano, e lei, Elizabeth, è invece la più ideologica, la più dura, la più ostinata contro l’american way of life. Quando i due vengono “attivati” e iniziano il loro lavoro di spionaggio, intrigo, assassinio – senza ipertecnologie e attrezzature da 007, ma lavorando sui travisamenti, i pedinamenti e gli inganni – la loro vita si complica, e per via dei figli che crescono e in qualche modo percepiscono che non tutto è normale quello che sembra normale, e perché arriva un nuovo vicino di casa, Stan Beeman, che è un agente della Cia che sta indagando proprio sulle infiltrazioni del Kgb in America. Questa è la struttura narrativa di Americans, serie ormai chiusa dopo sei stagioni e di grande successo e che ha raggranellato moltissimi premi. Anche perché è ambientata negli anni Ottanta, l’era Reagan, quella dello Scudo stellare e della sfida sui superarmamenti tra Usa e Urss.
Ma qui, nell’arresto effettuato ieri, tutto è molto più banale, più venale (il capitano di fregata  Walter Biot avrebbe venduto i segreti per… 5mila euro). Pensate a uno come Günter Guillaume, che dall’est tedesco nel 1950 era venuto nella Germania dell’ovest, e si era iscritto alla Spd e aveva lavorato come un somaro, un oscuro e insignificante impiegato che mostrava grandi capacità organizzative, e che scalò la gerarchia del partito fino a diventare consigliere personale di Willy Brandt e da qui poté accedere a file e segreti di stato che passava alla famigerata Stasi. Trent’anni di infingimenti, come puoi reggere se non hai “dentro” una fede incrollabile? 
Siamo di nuovo in piena guerra fredda? Magari non è mai smessa.

Nicotera, 31 marzo 2021.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano dell’1 aprile 2021.

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Sante Notarnicola, bandito e poeta per la giustizia sociale.

«Figli dell’officina / O figli della terra / Già l’ora s’avvicina / Della più giusta guerra. / La guerra proletaria / Guerra senza frontiere / Innalzeremo al vento / Bandiere rosse e nere».
Quando in aula – è l’8 luglio 1968 – viene letta la sentenza della Corte di Assise di Milano, dopo un processo iniziato il 3 giugno e protrattosi per ventuno udienze, che li condanna all’ergastolo, Cavallero, Rovoletto e Notarnicola intonano la canzone proletaria e alzano i pugni. D’altronde, figli dell’officina lo erano davvero, prima di darsi alle rapine: Pietro Cavallero, detto il Piero, torinese, veniva dal quartiere della Barriera di Milano, era figlio di un falegname e era stato un militante comunista; Adriano Rovoletto, di origini venete, era stato partigiano, era figlio di un operaio, e apprendista falegname; Sante Notarnicola, di origini pugliesi (veniva da Castellaneta, Taranto), diploma di quinta elementare, ex segretario della FGCI di Biella, ex venditore ambulante di fiori, ex facchino. E poi c’era Donato Lopez, di diciassette anni, uno dei sei figli di un operaio emigrato dal sud a Torino, disoccupato, che fu condannato, proprio per la giovane età, a dodici anni.
Cavallero e Rovoletto sono morti, entrambi di cancro, l’uno nel 1997, l’altro nel 2015. Ieri l’altro è morto Sante Notarnicola, che dal carcere era uscito nel 2000, stabilendosi a Bologna dove ha gestito per anni il pub Mutenye nel centro città. I figli dell’officina non ci sono più.
Si erano messi assieme a Torino in una piòla di Corso Vercelli, all’estrema Barriera di Milano, che era il quartiere dove erano cresciuti tutti e dove si ritrovavano spesso disoccupati, senza un lavoro fisso, operai che passavano il tempo a discutere di politica, di rivendicazioni sociali, giocando a scopone o a tressette, con un buon bicchiere di vino, magari sognando la rivoluzione. Bruciava un’ansia di giustizia sociale – ma bisognava andare per le spicce. È così che nasce la banda. Li accusarono di 23 rapine, 5 sequestri di persona, 21 tentati omicidi e 5 omicidi. La prima rapina era stata all’istituto Bancario San Paolo a Torino, l’8 aprile 1963; l’ultima, al Banco di Napoli a Milano, il 25 settembre 1967. Quattro anni e mezzo in cui misero in scacco le polizie delle due capitali del boom economico. C’era anche questo aspetto della sfida, che li spinse fino a effettuare una tripletta, tre rapine di fila, come a irridere la polizia che, nei fatti, non era preparata.
«Tu chi sei?», chiese il carabiniere, puntando il mitra. E quello: «Sante Notarnicola, bandito». Li avevano circondati, Cavallero e Notarnicola, all’alba del 3 ottobre 1967, in una caccia all’uomo che aveva mobilitato cinquecento carabinieri e poliziotti, dentro un casello ferroviario abbandonato di Valenza Po, nell’Alessandrino: l’informazione era arrivata da un commerciante della zona che li aveva riconosciuti quando erano andati a acquistare delle provviste nel suo negozio. Era una fuga disperata – forse sapevano che chiunque li avrebbe venduti, troppa la pressione per catturarli, le loro foto segnaletiche erano sulle prime pagine di tutti i giornali – soprattutto considerando che non avevano una “cassa” per la latitanza: i soldi delle rapine li avevano spesi tutti. Era durata una settimana la loro fuga.
Alle 15.20, Cavallero, Notarnicola e Rovoletto entrarono in banca con le pistole spianate. Lopez li attendeva in auto con il motore acceso. L’azione fu veloce e il bottino cospicuo: dodici milioni di lire. Che allora erano proprio soldi. Un impiegato però riuscì a dare l’allarme e, da quel momento, si scatenò il finimondo.
Una volante della polizia, a cui subito se ne aggiunsero altre, intercettò la Fiat 1100 nera dei rapinatori e iniziò l’inseguimento. Per seminare la polizia, Cavallero e gli altri cominciarono a sparare ad altezza d’uomo. In mezz’ora appena, vennero colpite a morte tre persone: in viale Pisa l’autista di una cartiera sul suo furgoncino; in piazza Stuparich un automobilista, e in piazzale Lotto uno studente liceale di 17 anni. Ci fu poi una quarta vittima, che morì d’infarto qualche ora dopo essersi scontrato con uno dei rapinatori (Rovoletto, subito catturato) in fuga a piedi con il bottino sottobraccio. Dodici chilometri era durata quella fuga in auto, che era terminata con uno schianto contro un muro. Lopez fu catturato il giorno dopo, a Torino. Il bilancio di quel giorno fu tragico: quattro morti e una ventina di feriti tra civili e agenti. Tutta la storia ebbe un clamore enorme, e Carlo Lizzani “a caldo” ci fece un film, Banditi a Milano, con Gian Maria Volontè, Don Backy, Tomas Milian.
Poi, in carcere, i percorsi si divisero. Cavallero si tirò fuori da tutto, scoprì la pittura e, più tardi, il cattolicesimo. Notarnicola, invece, fece parte di quella generazione di detenuti che nei primi anni Settanta “intercettarono” i militanti politici, in particolare quelli di Lotta Continua: è proprio dallo scioglimento del “fronte carceri” di LC che dopo il 1973 nasceranno i NAP. Sante diventa un’icona del movimento carcerario e della sinistra antagonista di quegli anni. Nel 1972 Feltrinelli gli pubblica il suo primo libro, L’evasione impossibile, a cui seguiranno altri. Nel 1978, il suo nome è il primo nella lista di tredici detenuti che le Brigate rosse intendono “scambiare” con Moro.
Ho rivisto Sante a Bologna due anni fa circa – mentre andavo “in tour” a presentare il mio librino sull’indipendentismo. La presentazione era in un’aula dell’università e Sante arrivò, qualche minuto prima, con un giovane compagno. Lucido ma affaticato – sarebbe andato via subito, mi disse. Ci sedemmo su una panca e scambiammo un po’ di saluti e di chiacchiere – non ricordo davvero di cosa parlammo. Non era importante. L’ultima volta che avevo visto Sante – quarant’anni prima – era nella sua cella, forse a Badu ‘e Carros o forse a Palmi. Parlammo, con Sante, in quella cella – avevo rispetto ma anche le mie idee e molte cose non mi garbavano in quei “comitati di lotta prigionieri” egemonizzati dalle Br: però, anche di questo ho un ricordo vago. Poi, le cose andarono come andarono. Ritrovarlo lì, su una panca, dopo quarant’anni – mi sembrò, da parte sua, un segno di affetto verso di me. E per tanti, tanti versi – lo considerai una cosa preziosa.

Nicotera, 23 marzo 2021.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 24 marzo 2021.

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