Elezioni europee, maggio 2019: Danimarca, Finlandia e Svezia.

Che succederà in Europa del nord alle prossime europee? E cosa sta già succedendo? E anzitutto, cosa intendiamo, quando parliamo di paesi nordici?
I paesi nordici sono Danimarca, Norvegia, Svezia, Finlandia e Islanda (la Scandinavia o la penisola scandinava, invece, comprende solo Danimarca, Norvegia e Svezia), a cui si aggiungono tre regioni autonome (Groenlandia, Isole Åland e Isole Fær Øer): condividono parte della loro storia e tratti tipici della loro cultura e della loro società, favorito anche dal fatto che danese, norvegese e svedese sono lingue considerate mutualmente intellegibili, oltre che insegnate nel sistema scolastico di ciascun paese. Gli standard di vita sono tra i più elevati al mondo, questi paesi si trovano da sempre ai primi posti nella classifica dell’Indice di sviluppo umano (ISU), così come nelle classifiche di libertà d’espressione e di stampa. Risultano in ottime posizioni anche per la competitività economica e sono tra i paesi di più alto livello per la ricerca e sviluppo, e per il sistema scolastico. Sono tra i più innovativi e trasparenti e occupano tre dei primi cinque posti su un indice recente dei paesi meno corrotti, nonostante il fatto che la Danimarca si trovi nel bel mezzo di uno scandalo di riciclaggio di denaro che coinvolge Danske Bank.
Benché ciascun paese abbia una sua economia e un proprio modello sociale, si può parlare di “sistema nordico”, che si fonda su un mix di liberismo economico e tutela dei cittadini (welfare state), sostenuto da una tassazione che non ha eguali nel mondo: le aliquote fiscali più elevate vanno dal 55,8 percento in Danimarca al 70 percento in Svezia, e a partire da 70mila euro. Le crisi internazionali dell’economia e, soprattutto, la questione delle migrazioni hanno incrinato, in anni recenti, questo “sistema”. Nel 1952, dopo la seconda guerra mondiale, venne istituito un Consiglio nordico, un forum di cooperazione dei governi dei Paesi nordici, con l’introduzione di un mercato del lavoro comune, della sicurezza sociale e della libera circolazione attraverso le frontiere per i cittadini degli Stati membri. È ancora in vigore, e vi aderiscono Danimarca, Finlandia e Svezia – ma negli ultimi anni il Consiglio ha ridimensionato le proprie attività, molte sue funzioni sono state sostituite da quelle dell’Unione Europea. La Norvegia – dove, in due occasioni, nel 1972 e nel 1994, la popolazione ha espresso, tramite referendum, la propria contrarietà all’adesione all’Ue, seppur con percentuali di distacco non altissime: nel 1994 i ‘no’ furono il 52 percento – ha aderito solo all’Associazione europea di libero commercio (Efta) e all’Area economica europea (Eea). L’Islanda ha presentato domanda di adesione all’UE nel 2009, ma nel 2015 l’ha ritirata.
Insomma, daremo uno sguardo ai paesi nordici che affronteranno le europee di maggio: Danimarca, Finlandia e Svezia. E qui, sta succedendo di tutto. Intanto, è un buon un momento geopolitico: la Svezia e la Finlandia non possono essere membri della NATO, ma questo sembra renderli luoghi ideali di incontro neutrali, come per il vertice dello scorso anno tra Donald Trump e Vladimir Putin e per i colloqui diplomatici tra Stati Uniti e Corea del Nord a gennaio. Tutti e tre i paesi nordici dipendono molto dal commercio estero e dalle principali parti interessate nella corsa globale per sfruttare l’Artico, che include massicci investimenti cinesi. La Svezia ha avuto un governo dopo quattro mesi di trattative, la Danimarca va al voto politico nazionale entro giugno, e la Finlandia, dove da pochissimo hanno vinto i socialdemocratici con uno scarto dello 0,2 percento, è nel bel mezzo di diversi tentativi di costruire una qualche coalizione. In tutti e tre i paesi, per le europee, i socialdemocratici sono dati in vantaggio, ma i partiti populisti sono o al governo o alle porte del potere. In Danimarca e Svezia, la minaccia principale percepita è quella del “radicalismo islamico”, seguita dal cambiamento climatico e dalle migrazioni: in entrambi i paesi, la crisi economica non è tra le preoccupazioni principali.
In Danimarca c’è un governo di minoranza monocolore. Venstre, il Partito liberale di Lars Løkke Rasmussen (primo ministro in carica danese) può contare dal 2015 sull’appoggio esterno di tre forze politiche, il Partito Popolare Conservatore, l’Alleanza Liberale e il Partito del popolo danese, formazione nazionalista ostile all’immigrazione, alla globalizzazione e dichiaratamente su posizioni euroscettiche. In realtà, era stato il Partito del popolo danese ultranazionalista con il 21 percento dei voti a risultare il primo partito, ma si è fatto di lato permettendo a Venstre (con il 19,5 percento) di prendere la guida del Paese. Nato come forza di sinistra moderata, Venstre (in danese significa “sinistra”) ha poi sviluppato nel tempo un’ideologia di centrodestra: è molto vicino alla politica statunitense, favorevole all’Unione europea e alla Nato. La maggioranza della coalizione di centrodestra all’interno del Folketing, Parlamento danese composto da 179 membri, è di appena 5 seggi. Nonostante questo margine ridotto, l’esecutivo Rasmussen sta per chiudere la legislatura senza aver dovuto affrontare grandi crisi, giocando sulla facile convergenza ideologica con gli alleati, soprattutto sui temi dell’immigrazione.
I Socialdemocratici (che erano al governo nella precedente legislatura, promuovendo e attuando politiche di protezione sociale con un diffuso welfare) sono la maggiore formazione dell’opposizione. All’opposizione anche la Lista dell’Unità, formata da un’aggregazione di piccoli partiti e movimenti della sinistra radicale, tradizionalmente ostili agli Usa, alla Nato e fortemente euroscettici, come il Movimento popolare danese contro l’Ue, nell’europarlamento con il gruppo Gue/Ngl. I Socialdemocratici si sono spostati a sinistra sulla politica economica e a destra sui temi dell’immigrazione e hanno mantenuto un vantaggio da sette a nove punti nei sondaggi di opinione per tutto l’anno: adesso stanno al 28 percento. I sondaggi perciò indicherebbero un possibile cambio di governo, ma l’ultima volta i Socialdemocratici vinsero le elezioni, ma non riuscirono a formare un governo. Il gruppo di partiti danesi di destra rimane forte.
La politica fortemente restrittiva del governo Rasmussen sull’immigrazione ha creato enormi perplessità in Europa, per usare un eufemismo. A esempio, dal 1° gennaio, può essere negata la cittadinanza a chi pur avendone diritto non stringe la mano al sindaco o al funzionario che consegna il certificato. Secondo le intenzioni del governo la stretta di mano dovrebbe attestare che i richiedenti hanno deciso di integrarsi nel loro nuovo paese abbandonando le regole religiose dato che il rifiuto di toccare persone dell’altro sesso è convinzione di musulmani ma anche di fedeli dell’ortodossia ebraica. Norme ferree sono stabilite per ottenere la medesima cittadinanza: essere residenti da almeno nove anni, essere economicamente autonomi, conoscere la lingua, la storia e la politica danese e non avere precedenti penali. Ai migranti possono essere confiscati dei beni di valore posseduti durante il loro ingresso in Danimarca al fine di aiutare lo Stato per il loro sostentamento. D’altronde, questa non è la prima legge restrittiva sull’immigrazione: nell’estate del 2018 un’altra norma ha stabilito il divieto del velo e il burqa in pubblico. Per i rifugiati responsabili di reati è previsto il confino sull’isola Lindholm in attesa dell’estradizione – insomma, un sistema carcerario parallelo.
I sondaggi per il voto europeo sono abbastanza vicini a quelli nazionali, con i Socialdemocratici in vantaggio con il 25 percento e quattro seggi, Venstre con il 18 percento e 3 seggi, il Partito del popolo danese (che potrebbe formare un nuovo gruppo con Salvini e Le Pen) con il 16 percento e 2 seggi, e poi: il Partito popolare socialista, la Lista dell’Unità rosso-verde e il Movimento popolare danese contro l’Ue tra il 6 e il 7 percento e 1 seggio ciascuno.
In Finlandia – che per il rapporto Onu si è confermato “il paese più felice al mondo” e dove si è sperimentato un diffuso e congruo reddito di cittadinanza e dove è stata istituita una “commissione governativa per il futuro”, in cui si studia l’impatto di ogni provvedimento sulle future generazioni – si è votato da poco, a metà aprile. E i nuovi parlamentari finlandesi hanno già giurato, ma per avere un governo bisognerà ancora aspettare. Il leader del Partito socialdemocratico Antti Rinne (che ha vinto d’un soffio sui Veri finlandesi, guidato dall’eurodeputato Jussi Halla-aho, alleato di Salvini) ha bisogno del sostegno di almeno altri tre partiti per formare un governo: un blocco di sinistra dei partiti socialdemocratico, verde e di sinistra avrebbe solo 76 seggi su 200, non è sufficiente per governare. Nessun partito ha ottenuto più del 18 percento. Il Partito di Centro, guidato da Juha Sipilä, che era a capo del governo, ha perso il maggior numero di seggi, e Sipilä ha mantenuto la sua promessa di dimettersi se non fosse riuscito a migliorare le percentuali del partito, crollato da 49 a 31 seggi; chi ha guadagnato di più in termini di voto sono a sinistra, i socialdemocratici, i verdi e l’alleanza di sinistra; i partiti di estrema destra (nel loro insieme), che hanno fatto una campagna centrata sulla paura dell’immigrazione e di cui si temeva un gran balzo, hanno perso 200mila voti rispetto alle ultime elezioni. Antti Rinne ha ripetutamente affermato che i suoi partner della coalizione devono condividere i suoi valori fondamentali. O il Partito di centro o il partito della Coalizione nazionale allineato con il PPE, dovrebbero unirsi al Partito socialdemocratico per un governo di centro-sinistra. Un governo di centrodestra potrebbe contare su tre partiti: i Veri finlandesi, la Coalizione nazionale e il Centro, con 107 seggi su 200; ma le indicazioni degli elettori non sembrano essere andati in questo verso. Intanto, sarà un socialdemocratico a rappresentare la Finlandia come commissario europeo.
A aprile si è votato con lo slogan «la Finlandia ha le migliori elezioni del mondo – pensa al perché», una pubblicità commissionata dal governo che incoraggiava gli elettori a pensare in modo indipendente. C’era paura (in un paese molto “digitalizzato”) dell’interferenza russa nel voto nazionale; e rimane ancora per le elezioni europee.
Secondo i sondaggi, i Socialdemocratici e i Veri finlandesi dovrebbero prendere intorno al 17 percento e 3 seggi ciascuno; a seguire, la Coalizione nazionale, il Partito di Centro e i Verdi con 2 seggi ciascuno; infine, l’Alleanza di sinistra con l’8 percento e 1 seggio.
In Svezia, ci sono voluti quattro mesi (beh, rimane il record del Belgio, che ha registrato 589 giorni senza un governo), da settembre a gennaio, intense trattative e tre votazioni in Parlamento per arrivare alla scelta del capo del governo, ma finalmente il parlamento di Stoccolma ha affidato al socialdemocratico Stefan Löfven un secondo mandato come primo ministro. Guiderà una coalizione di minoranza formata da Socialdemocratici e Verdi (già alleati nel precedente governo), ma sostenuta dal Partito di centro e dai Liberali (in cambio di una serie di concessioni: riduzione delle tasse, riforma del mercato del lavoro e modifica alla politica governativa degli alloggi), che finora erano stati all’opposizione. Löfven ha ricevuto 115 voti a favore, 153 contrari e 77 astensioni, ma il sistema svedese prevede che per essere eletto primo ministro è necessario non avere la maggioranza dei seggi contro, cioè 175 voti contrari. All’opposizione i Moderati, i Cristiano democratici e i Democratici svedesi, partito di matrice populista e euroscettica, molto legato a Salvini, di cui si temeva uno “sfondamento” che non è avvenuto.
Sarà un governo tutto in salita: Annie Lööf del Partito di centro, che prima ha provato a formare un governo e poi ha agito come kingmaker, sembrava meno entusiasta di dover sostenere un governo dei Socialdemocratici piuttosto che uno che dipendesse dai voti dei populisti di estrema destra. E Jonas Sjöstedt leader del Partito della Sinistra, la cui astensione al voto di fiducia è stata determinante, ha minacciato ripetutamente di far cadere il governo appena formato se Löfven si discosterà dai loro accordi.
Ma dopo la “bufera” su Cecilia Wikström – liberale, e potente parlamentare europeo, in quanto presidente della Conferenza dei presidenti di commissione – che oltre al proprio reddito era membro del consiglio di amministrazione di Beijer Alma, un produttore di componenti industriali, e ha lavorato anche per la compagnia di radioterapia Elekta, ma ora rischia di “perdere il posto” dato che il suo partito è dato al 3,7 percento sotto la soglia necessaria del 4, c’è un altro “scandalo” che appassiona gli svedesi.
In aprile, la Svezia ha nominato Helena Sångeland come nuovo ambasciatore in Cina dopo che il suo predecessore, Anna Lindstedt, era stato accusato di “violare la sicurezza nazionale”. Le relazioni tra Svezia e Cina sono diventate turbolente dopo che l’editore Gui Minhai, uno svedese di origine cinese, era scomparso in circostanze oscure e riapparso sotto custodia cinese nel gennaio 2018. La figlia dell’editore ha raccontato pubblicamente di essere stata invitata a un “incontro” con uomini d’affare cinesi che le avrebbero promesso di intervenire a favore del padre purché lei la smettesse di “fare campagna di informazione”. L’incontro, informale, era stato però tenuto con la mediazione di Anna Lindstedt, presente, senza che il governo ne fosse informato.
Sul fronte europeo, un nuovo sondaggio mostra che nove svedesi su dieci ora sostengono l’adesione all’UE. Non sorprende quindi che sia il Partito di Sinistra che i Democratici svedesi abbiano abbandonato negli ultimi mesi le loro richieste di referendum sull’adesione o meno all’UE: il leader del partito di estrema destra e anti-immigrazione, Jimmie Åkesson, che ha condotto una campagna per la “Swexit” nel 2018, ha recentemente dichiarato al quotidiano «Aftonbladet» che l’Unione europea deve essere riformata dall’interno.
La vera protagonista delle elezioni europee è Greta Thunberg, sedicenne attivista per il clima nominata per il Nobel per la pace, che è riuscita a ridare slancio all’intero movimento verde europeo con il suo sciopero studentesco per il clima, costretto i politici dell’UE, nella sessione finale del Parlamento, a discutere delle questioni che pone in un modo che pochi da semplici cittadini siano mai riusciti, e ha contribuito a creare un dibattito europeo come nessun partito è stato in grado in quarant’anni di elezioni dirette del Parlamento europeo.
Comunque, in Svezia già si vota per il parlamento europeo: le votazioni anticipate sono iniziate il 2 maggio nelle ambasciate e nei consolati svedesi all’estero. I sondaggi danno queste previsioni: i Socialdemocratici al 23 percento e 5 seggi; il Democratici svedesi (i populisti) al 18 e 3 seggi; i Moderati al 16 e 3 seggi; i Cristiano-democratici al 10 e 2 seggi; i Verdi al 9, il Partito di sinistra all’8 e il Partito di Centro al 7, tutti e tre con 2 seggi; i Liberali con un seggio.
Vediamo che porta l’aurora boreale nel Nord Europa.

Nicotera, 6 maggio 2019.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 8 maggio 2019.

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Elezioni europee, maggio 2019: Irlanda.

Londonderry (o Derry, a seconda di chi la nomina), Irlanda del Nord: giovedì 18 aprile, notte. La polizia sta conducendo delle perquisizioni nei quartieri di Creggan, dopo alcune irruzioni nelle aree di Mulroy Park e Galliagh. Sta cercando armi e munizioni. Si teme che la vicina ricorrenza dell’Ester Rising, la rivolta di Pasqua del 1916, possa essere l’occasione per alcune azioni di un nuovo repubblicanesimo armato, che manderebbero all’aria la faticosa pace conquistata con “gli accordi del Venerdì Santo” a Belfast, 10 aprile 1998, che segnarono la fine dei Troubles, trent’anni di violenza e guerra “a bassa intensità” tra protestanti e cattolici e forze di occupazione inglese con 3.600 morti.  Nel marzo dell’anno scorso un’auto della polizia nordirlandese aveva preso fuoco sulla strada che collega Belfast a Nangor per l’esplosione di una bomba piazzata dentro. Pochi mesi dopo, a luglio, gruppi di giovani dell’area cattolica del Bogside di Derry lanciarono molotov contro la polizia e contro l’enclave protestante di Fountain, poi sequestrarono un furgone e gli diedero fuoco. A gennaio di quest’anno un’autobomba è esplosa davanti al Palazzo di Giustizia di Londonderry: non ci sono stati feriti ma il botto è stato terribile – e, soprattutto, ha riaperto squarci nella memoria.
A Creggan scoppia d’improvviso una rivolta – almeno cinquanta bottiglie molotov vengono lanciate contro i mezzi della polizia – la gente, soprattutto ragazzi che non erano nemmeno nati all’epoca dei Troubles, è in strada, non vuole che la polizia irrompa nelle loro case. Lyra McKee ha 29 anni e è una delle firme più promettenti del giornalismo irlandese. Il suo posto è lì, a Creggan, a raccontare che cosa sta succedendo. Si tiene lontana dagli scontri, sta per strada. All’improvviso, da un angolo sbuca un uomo incappucciato, si inginocchia e inizia a sparare numerosi colpi contro i mezzi della polizia. Lyra McKee è colpita alla testa, trasportata subito in ospedale, muore.
Lyra McKee non era solo una giornalista in gamba, e con un importante libro in uscita, frutto di una scrupolosa ricerca sul “mistero dei bambini scomparsi” durante i Troubles, ma un’attivista dei diritti civili, un volto della nuova Irlanda. Sdegno, incredulità e sgomento. Due ragazzi di 18 e 19 anni vengono quasi subito arrestati, ma presto rilasciati. La New Ira si assume la responsabilità dell’accaduto, in un comunicato in cui esprime alla famiglia tutto il proprio “pieno e sincero” dolore per la morte di Lyra McKee, ma addossa la colpa alla presenza delle “forze nemiche”. Il giorno dopo, centinaia di persone appongono le loro mani macchiate di rosso sui muri di una sezione di Saoradh, l’organizzazione politica costituita nel 2016, che raccoglie dissidenti del repubblicanesimo irlandese contrari al “cessate il fuoco”. Come a dire che sono macchiati di sangue, del sangue di Lyra McKee: non sono loro la New Ira, ma forse ne costituiscono il presupposto politico. I giorni della commemorazione dell’Easter Rising si trasformeranno in ferme condanne dell’accaduto da parte di tutte le forze politiche: nessuno vuole tornare ai Troubles.
Che cosa ha a che fare tutto questo con le prossime elezioni europee in Irlanda? Il fatto è che la Brexit – tra i curiosi e imprevisti effetti collaterali – produce come suo unico “confine fisico” tra la Gran Bretagna e l’Europa, e come confine esterno della Ue, proprio la divisione tra la Repubblica d’Irlanda (che rimane europea) e l’Irlanda del Nord, le sei contee che sono territorio britannico. Sono circa 500 chilometri, e attraversa l’intera isola, e un tempo c’erano più di duecento checkpoint – più che lungo tutto il confine orientale dell’Unione europea; dopo la caduta del Muro di Berlino, era di fatto il confine più militarizzato d’Europa. Nell’accordo di pace del 1998 – The Good Friday Agreement, che prevedeva la condivisione del potere tra gli unionisti protestanti e i nazionalisti cattolici – venne stabilito lo smantellamento “militare” del confine e proprio il fatto che Gran Bretagna e Repubblica d’Irlanda fossero entrambi membri dell’Unione europea ne era la garanzia. Gli effetti, soprattutto economici, sono stati importanti, e il ripristino del confine potrebbe avere drammatiche conseguenze sul piano economico – l’economia dell’Irlanda del Nord è più integrata nel mercato comune di qualsiasi altra regione del Regno Unito e dipende in particolare dall’accesso al mercato della Repubblica d’Irlanda. Oggi non ci sono controlli sulle persone che si muovono in entrambe le direzioni. Quando il Regno Unito ha deciso di non aderire allo spazio Schengen, Bruxelles ha concesso un’esenzione all’Irlanda. Anche il commercio è considerevole e frutta intorno ai 4 miliardi di sterline. Ma anche dal punto di vista dei diritti, perché l’adozione della Convenzione Europea sui Diritti Umani garantiva ai cittadini nordirlandesi la possibilità di ricorrere alla Corte Europea, il che nei fatti ha permesso di smantellare un sistema politico basato sulla discriminazione sistematica della minoranza cattolico-nazionalista.
In occasione del referendum sulla Brexit, la maggioranza dei votanti (56 percento) in Irlanda del Nord si è espressa a favore del “Remain” nell’UE, e lo erano entrambi i maggiori partiti nazionalisti, lo Sinn Féin e il Social Democratic and Labour Party, mentre il principale partito unionista, il DUP, sosteneva l’uscita dall’Unione. L’intera campagna referendaria si è concentrata sulle conseguenze della Brexit sul processo di pace e sull’impatto economico dell’uscita dal mercato unico. L’uscita senza condizioni dall’UE è diventata la principale rivendicazione del DUP, sui cui voti si regge la maggioranza tory di Theresa May. E anche lo Sinn Féin, membro della sinistra europea (GUE/NGL), si è concentrato sulle ricadute economiche che un’eventuale uscita del Regno Unito avrebbe causato sull’isola ancora divisa. Quel referendum ha rappresentato quindi un fattore di inasprimento, e ha finito con il dare nuovo alimento alle formazioni dissidenti che, sia negli ambienti repubblicani che in quelli unionisti, vedono nel ritorno a una netta divisione territoriale un’occasione per rimettere in discussione l’intero processo di pace, che non hanno mai accettato.
La questione del confine irlandese ha preso il nome di “backstop”. Il backstop è una clausola di salvaguardia proposta dall’Ue – nella proroga concessa al Regno Unito fino al 31 ottobre, che ha scongiurato (per ora) il No Deal – e prevede che la situazione rimanga invariata in attesa di una risoluzione definitiva. Se entro il 31 dicembre 2020 Regno Unito e Ue non dovessero trovare un accordo sulla frontiera irlandese il governo May ricorrerebbe al backstop per evitare la creazione di una frontiera fisica tra Repubblica d’Irlanda e Irlanda del Nord: in questo modo rimarrebbe in piedi l’unione doganale tra Regno Unito e Unione europea. La clausola impedisce che siano imposti dei controlli sui beni che attraversano il confine tra nord e sud e che sia eretta una barriera fisica tra le due parti.
Questa opzione, che dovrebbe servire ad evitare l’aumento della tensione tra i due territori, è fortemente osteggiata dai membri più conservatori del partito della May e dal DUP nordirlandese: secondo loro, l’accordo metterebbe a repentaglio l’integrità del Regno Unito, dato che una sua parte rimarrebbe di fatto all’interno dell’Unione europea.
Lo scenario più plausibile è che l’Irlanda del Nord, pur facendo parte del Regno Unito, rimanga all’interno dell’Unione doganale, e lasciare che i confini restino fluidi anche con Londra fuori dall’Unione, dovendo però trattare Londra come un “paese terzo”.
Secondo un sondaggio condotto da Red C tra il 15 e il 21 marzo, il numero di coloro che ritengono che l’Irlanda dovrebbe seguire il Regno Unito via dall’Unione Europea mostra un netto e continuo declino. Solo uno su nove elettori dice che l’Irlanda dovrebbe lasciare l’Unione europea, e è quasi tre volte meno il livello di cinque anni fa. Mentre nel 2013 il 29 percento credeva che l’Irlanda dovesse lasciare l’Ue se il Regno Unito ne fosse uscito, la percentuale è scesa ora all’11 percento – probabilmente anche in seguito all’esperienza della Brexit.
Il novanta percento degli intervistati ora dice che l’Irlanda dovrebbe rimanere. Il sostegno è maggiore a Dublino (96 percento) e nella fascia d’età più giovane, tra i 18-24 anni (97 per cento).
Quando entrò nella Comunità economica europea, nel 1973, l’Irlanda aveva un Pil pro capite pari al 64,2 percento della media – più o meno quella che aveva la Romania quando vi entrò a sua volta. Era terra di migranti e paese poverissimo. Oggi gli irlandesi figurano tra i più ricchi al mondo: nella classifica Fmi del 2018 sono quinti, con 79.925 dollari di Pil pro capite, e nella proiezione 2020, realizzata sempre dal Fondo monetario internazionale, Dublino perderà appena un posto, sesta posizione, davanti alla Norvegia, per dire.
A cavallo del terzo millennio, l’Irlanda si trasformò nella “Tigre celtica”, poi, come tutti, ha vissuto una gravissima crisi economico-finanziaria, che l’ha costretta a chiedere aiuto alla comunità internazionale. E oggi, con la crisi alle spalle, nonostante indicatori macroeconomici lusinghieri, non è che gli irlandesi si sentano “i quinti più ricchi del mondo”. In uno studio dell’anno scorso dell’Ufficio centrale di statistica irlandese si dice che un abitante su sei dell’Isola di smeraldo – il 16,6 percento – vive sotto la soglia di povertà. Com’è possibile questa incongruenza statistica, e sociale?
La risposta sta nel peso delle multinazionali nel calcolo del Pil irlandese. Una presenza che si è fatta sentire anche nei ritmi sostenuti di crescita di questi anni, in alcuni casi incredibili, come quando nel 2015 registrò un 26,3 percento – cosa che neanche i cinesi dei tempi d’oro. Prodotto interno lordo – la ricchezza prodotta in un Paese – e reddito nazionale lordo – quello che, insomma, arriva “in tasca” ai suoi residenti – sono dati per lo più simili; in Irlanda però sono significativamente diversi, proprio per effetto di una presenza massiccia delle multinazionali, attratte da un regime fiscale favorevole, a cominciare dalla corporate tax al 12,5 percento.
Introducendo una serie di correttivi statistici, il Pil viene decurtato di circa un terzo e si arriva a indicatori di ricchezza più realistici e meno eclatanti, ma l’Irlanda rimane ben al di sopra della media Ue, è un Paese che continua a crescere e in cui la presenza delle multinazionali produce indubbi effetti positivi, come dimostrano i dati sul lavoro – che sfiorano la piena occupazione. Benché il sistema fiscale di Dublino sia da tempo nel mirino dei partner europei, che premono per un’armonizzazione delle tasse, si capisce perché gli irlandesi credano nel “mercato aperto” e vedano l’idea di restaurazione di “confini” come una iattura.
Secondo Ryan Heath, che ne scrive per «Politico», il fatto che il novanta percento degli irlandesi sia favorevole alla Ue non significa che siano così disposti a parlarne, a entusiasmarsene. Ci sono altre questioni che li appassionano. La prima, uno scandalo scoppiato nel mondo del calcio intorno la figura di John Delaney, ex presidente della Football Association of Ireland (FAI), e un prestito di centomila euro e spese di carte di credito. Lo scandalo ha causato la perdita dei finanziamenti governativi e spinto il primo ministro Leo Varadkar a rilasciare forti dichiarazioni e ha creato proteste, anche “calde” sui campi di calcio.
L’Irlanda è nel bel mezzo di un pubblico dibattito se e come “secolarizzare” le scuole irlandesi dove è ancora molto forte l’impronta cattolica: il 90 percento degli asili-nido sono legati a un’educazione cattolica. Ci sarà un referendum in merito, ma l’offensiva cattolica è significativa, paventa una “catastrofe” e definisce la possibilità che l’educazione dei bambini sia meno improntata alla religione come “a Brexit-type disaster”. In queste condizioni, una corretta e articolata informazione per i genitori che li orienti nella loro scelta non sembra serena.
Il costo medio delle case a Dublino sta salendo a ritmi vertiginosi e vale oggi nove volte il salario medio annuale, un problema che comincia a affliggere il governo.
The Irexit Party, “gemello” del nuovo The Brexit Party di Nigel Farage non sarà neppure tra le opzioni possibili sulle schede elettorali di maggio, nonostante una campagna pubblicitaria dispendiosa. L’ultimo sondaggio – a metà aprile – dice che il 62 percento degli irlandesi sarebbe per una riunificazione dell’isola, se si votasse oggi.
Tra gli “effetti collaterali” della “infinita” Brexit, c’è il fatto che i 73 seggi che toccavano agli inglesi erano stati in parte “congelati” (46) in attesa di eventuali prossimi accessi di altri Stati, e i rimanenti 27 erano stati ridistribuiti fra altri paesi, per dire, uno alla Polonia, uno all’Austria, uno alla Danimarca, tre all’Italia, and so on. Ora, succede che invece gli inglesi voteranno per le europee, e quindi avranno diritto a “rientrare” dei loro seggi – fino a quando, è uno dei quesiti giuridici a cui in questo momento nessuno sa rispondere. Succede dunque che all’Irlanda sarebbero toccati due seggi in più, passando da 11 a 13, però questi due seggi in più resteranno “virtuali” fino a quando gli inglesi non usciranno davvero dalla Ue. Nelle tre circoscrizioni in cui è distribuito il voto in Irlanda, sarà battaglia durissima.
Secondo le ultime proiezioni (24 aprile), il Fianna Gael, che appartiene alla famiglia del PPE, dovrebbe prendere il 30 percento e 4 seggi; il Fianna Fail, che appartiene alla famiglia dell’ALDE, liberal-democratici, dovrebbe prendere il 25 percento e 3 seggi; lo Sinn Féin, che sta nella famiglia del GUE/NGL, la sinistra europea e i verdi, dovrebbe prendere il 16 percento e 2 seggi; a altre liste dovrebbero andare altri 2 seggi. Sommando, fanno undici. Per gli altri due, si vedrà.

Nicotera, 29 aprile 2019.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 1 maggio 2019.
photo: Jonathan Porter

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