Elezioni europee, maggio 2019: Grecia.

Qualche settimana fa, Tsipras ha annunciato che la Grecia è pronta a rimborsare prima del previsto una tranche importante dei debiti contratti con il Fondo Monetario Internazionale, approfittando di una discesa dei tassi di indebitamento del mercato a un livello mai così basso dal 2005. Il portavoce del governo Dimitris Tzanakopoulos ha detto che «avremo un aumento dello spazio fiscale per aiutare i gruppi vulnerabili nella società».
Negli stessi giorni, Tsipras è andato a Dubrovnik, Croazia, per l’annuale summit economico dei paesi dell’Europa dell’Est e dei Balcani con la Cina – era presente il primo ministro cinese Li Keqiang – il cosiddetto gruppo dei “16+1” che ora, con l’ingresso della Grecia, diventa “17+1”. Interessata ai mercati dell’Europa centro-orientale, la Cina ha lanciato l’iniziativa 16+1 nel 2012, con un primo summit a Varsavia: a Bruxelles sono un po’ preoccupati per la dinamica politica economica cinese in quest’area.
A agosto scorso, la Grecia è emersa dal suo terzo programma di salvataggio internazionale, si registra una spinta nel mercato azionario, che a aprile ha chiuso con il 26,1 percento di rialzo dall’inizio dell’anno, anche se il rating del credito sovrano è inferiore a investment grade e c’è un enorme debito nazionale del valore di circa il 180 percento del prodotto interno lordo.
Non è possibile separare le elezioni in Grecia dallo sfondo della crisi economica, ufficialmente scoppiata nel 2009, quando il primo ministro George Papandreu dichiarò che i bilanci presentati all’Ue erano stati falsificati; giunse al culmine quando, nel 2012, nonostante prestiti e piani di austerità il debito greco fu classificato CCC (a rischio di credito) che comportò una consistente fuga di capitali, e l’agenzia Fitch dichiarò che probabilmente la Grecia sarebbe uscita dall’euro; vide la vittoria di Syriza, la coalizione di sinistra che sosteneva Tsipras, nel gennaio 2015 con il 36,34 percento dei voti, e un referendum a luglio sulla opportunità o meno di ratificare il piano europeo di salvataggio, dove vinse il NO con il 62 percento dei voti; e passò per un braccio di ferro con la Germania, il rifiuto della Grecia di accettarne le condizioni, la rottura tra Tsipras e il suo ministro dell’Economia, Varoufakis, e infine l’accordo, che alcuni considerano a condizioni peggiorative di quello prima rifiutato.
La Grecia – si chiedeva all’inizio di quest’anno sul «New York Times» Nikos Konstandaras, giornalista greco – è tornata alla “normalità”? E snocciolava una serie di dati impressionanti, del costo della crisi e del “risanamento”: il debito pubblico è superiore a quello del 2009, i redditi dei cittadini sono stati tagliati, i loro beni svalutati, i loro debiti moltiplicati. Oltre 700mila persone sono emigrate dal 2010, cercando opportunità all’estero; il numero dei deceduti supera quello delle nascite: si fanno meno figli o non se ne fanno affatto. Ricerche recenti suggeriscono che ai tassi attuali, la popolazione della Grecia, che nel 2015 era di circa 10,9 milioni, potrebbe ridursi di una cifra tra 800mila e 2,5 milioni entro il 2050. La forza-lavoro è attualmente di circa 4,7 milioni, e una popolazione lavorativa più piccola dovrà sostenere un numero crescente di pensionati. La crisi ha danneggiato soprattutto le imprese piccole e medie: una diminuzione della domanda interna, condizioni di credito restrittive, incertezza politica e trasferimento all’estero hanno causato il dimezzamento della loro produzione. Va tenuto conto che queste imprese sono la linfa vitale dell’economia greca, generando un quarto di prodotto interno lordo e coprendo il 76 percento dell’occupazione del paese.
Ci sono segnali di ripresa: nei primi sei mesi del 2018, le 153 società quotate alla borsa di Atene riportavano profitti per 957 milioni di euro. Tuttavia, se collocate accanto al debito pubblico, queste cifre danno la misura della sfida che i greci dovranno ancora affrontare nei prossimi anni. Nel 2009, il debito pubblico si era attestato a 299,7 miliardi di euro, pari al 130 percento del PIL. Da allora la Grecia ha preso in prestito 288,7 miliardi di euro dagli Stati membri e dalle istituzioni dell’Unione europea e dal Fondo monetario internazionale. Eppure, il debito pubblico nel 2018 è stato di 357,25 miliardi di euro – superiore ai debiti cui la Grecia non era riuscita a far fronte.
Alcuni indicatori suggeriscono che la Grecia è sulla strada giusta. La disoccupazione è scesa al 18,3 percento, da un picco del 27,9 nel 2013. Nel 2018 si stima che l’avanzo primario abbia superato l’obiettivo fissato dai creditori per il terzo anno consecutivo. Ma “la stretta” continuerà per decenni, dal momento che la Grecia è impegnata in un surplus annuale del 3,5 percento fino al 2022 e sarà sotto stretta sorveglianza finché non ripagherà i suoi prestiti entro il 2060, secondo i suoi impegni. Questo problema è aggravato dall’enorme crescita del debito privato. Quasi la metà dei prestiti totali dovuti alle quattro principali banche del paese, circa 86 miliardi di euro, sono inesigibili. Circa 4,2 milioni di persone sono in arretrato per lo Stato, con debiti per imposte non versate di circa 103 miliardi di euro. Le autorità hanno confiscato salari, pensioni e beni a oltre un milione di persone. Oggi più persone sono classificate a rischio di povertà o esclusione sociale (34,8 percento della popolazione nel 2017) rispetto all’inizio della crisi (27,7).
I poveri sono diventati più poveri mentre la classe media è schiacciata sotto un peso crescente. Nel 2018, oltre la metà della popolazione greca ha dichiarato un reddito inferiore a 10mila euro, e dal 2010 il reddito dichiarato diminuisce di un quarto. Anche il reddito dei liberi professionisti, dei lavoratori autonomi e delle imprese è diminuito. Questo è sicuramente il “derivato” di un governo dell’economia durante gli anni duemila un po’ fantasioso, ma il rigore e l’austerità hanno aggravato il quadro. È singolare che a distanza di anni dai drammatici giorni dello scontro tra la Grecia e la Ue, due protagonisti, dai lati opposti del tavolo, dicano le stesse cose. A gennaio, il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, intervenendo in aula a Strasburgo per la celebrazione dei vent’anni dell’euro, ha recitato un vero e proprio mea culpa sulla gestione della crisi in Grecia, fino a arrivare a dire che «l’austerità fu avventata»: «Non siamo stati sufficientemente solidali con la Grecia e con i greci, ha detto. Non volevamo sanzionare chi lavora e chi è disoccupato» E Yanis Varoufakis, nel suo recente libro Adulti nella stanza, scrive: «L’austerità è una politica economica tremenda, sicuramente fallimentare quando l’economia è in crisi recessiva. Ma l’austerità non è affatto una politica economica: è una finzione moralistica imposta, in tempi di recessione, per legittimare un cinico trasferimento di ricchezza a favore di chi ha e a spese di chi non ha».
La fetta di economia che sta tirando è quella legata al turismo, alle “golden visa” e al mercato immobiliare. Ne ha scritto Liz Alderman: Atene sta assistendo a un boom degli investitori; i nuovi hotel alla moda con vista sull’Acropoli punteggiano lo skyline; i muratori smantellano le case di proprietà dei greci che hanno bisogno di denaro contante e le convertono rapidamente in affitti a breve termine, in Airbnbs o in lussuose case per stranieri; i permessi di costruzione sono aumentati di oltre il 10 percento, invertendo un trend negativo di sette anni; migliaia di richiedenti il visto – una parte significativa sono investitori cinesi in cerca di proprietà immobiliari – stanno arrivando nella capitale greca così come nelle isole di Santorini e Corfù in cerca di case che servano come base europea.
Il mercato immobiliare sta cambiando. I nuovi arrivati inseguono le “golden visa” della Grecia, che altri paesi colpiti dalla crisi come il Portogallo e la Spagna hanno utilizzato per anni per attirare gli investitori e sostenere una ripresa economica. Acquistare una casa in Grecia a partire da 250mila euro assicura un visto rinnovabile per cinque anni. Il governo ha iniziato a offrire i visti d’oro nel 2013, attirando investitori dalla Russia, dalla Turchia e dal Medio Oriente. Eppure questa svolta positiva ha un costo. Se l’aumento dei prezzi delle proprietà avvantaggia i proprietari di case, gli affittuari ne pagano un costo salato. Le famiglie ancora in difficoltà per la crisi vengono spinte fuori dai quartieri popolari mentre vi entrano le ditte di demolizione.
La Grecia è diventata una destinazione preferita per la classe media cinese proprio grazie al programma “golden visa”. I cinesi si sentono a loro agio in Grecia perché le grandi compagnie statali cinesi, tra cui Cosco, che possiede la maggior parte del porto greco del Pireo – tappa strategica della One Belt, One Road, la nuova Via della Seta marittima – hanno già investito cifre colossali.
Il turismo ha registrato un record di 33 milioni di visitatori nel 2018. Grandi investitori, tra cui Thomas Cook e Wyndham Hotels, stanno riversando miliardi nel settore del turismo e decine di hotel e resort stanno aprendo o avviando progetti. I fondi di private equity stanno iniziando a comprare titoli garantiti da ipoteca o proprietà venduti dalle banche greche, che possono così scaricare montagne di mutui in difficoltà accumulati durante la crisi.
Gli immobili trasformati in redditizi affitti turistici a breve termine sono quadruplicati in cinque anni, riducendo l’offerta di alloggi in affitto a prezzi accessibili per i greci di classe media. Un numero crescente di affitti turistici è quotato su Airbnb, spingendo il governo a intervenire con misure di restrizioni.
Mentre Airbnb fa breccia nel settore immobiliare, il programma greco per le “golden visa” ha ridisegnato la sua struttura dei prezzi del mercato. Molti appartamenti di medie dimensioni a Atene, Salonicco e nelle isole greche hanno un prezzo di 250mila euro, che è proprio il minimo necessario per qualificarsi per il programma di visti. Il programma ha attirato circa 10mila investitori da Cina, Russia e altri paesi non appartenenti all’Unione Europea, incanalando circa 1,5 miliardi di euro in beni immobili greci negli ultimi cinque anni, di cui gli investitori cinesi rappresentano oltre il 40 percento.
Come dice il proprietario di una drogheria a Koukaki, quartiere storico di Atene, che vende formaggio feta, olive e altri prodotti tradizionali greci: «Non abbiamo più vicini greci, abbiamo vicini Airbnb. Ma va bene per gli affari, perché i turisti hanno soldi».
Eppure oggi per Alexis Tsipras, dopo aver guidato il suo paese in questa traversata nel deserto da un piano di salvataggio a un altro, i sondaggi sono tutt’altro che favorevoli. A gennaio il ministro della Difesa greco Panos Kammenos, segretario di Anel, una formazione di destra partner di minoranza del governo, si è dimesso. Kammenos era contrario all’accordo raggiunto da Tsipras con la Macedonia sull’annoso problema del nome della repubblica ex jugoslava, ora Macedonia del Nord. Kammenos voleva che si svolgesse un referendum, ma Tispras ha chiesto la fiducia in Parlamento e l’ha ottenuta d’un soffio, solo tre voti, grazie anche al sostegno dei deputati di Anel che non hanno seguito Kammenos. Si voterà per le politiche in autunno. Le elezioni europee saranno quindi non solo europee: sia Tsipras che il leader dell’opposizione di centro-destra, Kyriakos Mitsotakis, stanno guardando avanti alla “battaglia d’autunno”.
La chiave della strategia di Tsipras è di apparire come il leader di una “alleanza progressista” della sinistra, non solo di Syriza, che impedirà il “ripristino” del vecchio establishment corrotto. Sinora ha evitato volutamente di criticare KINAL, il successore del partito socialista PASOK, sperando di attirare i suoi elettori delusi presentando Nea Dimokratia di Mitsotakis come i neoliberisti che aprono all’estrema destra. Mitsotakis sta cercando di presentare il voto come l’occasione per chiunque deluso da Syriza per esprimere la propria rabbia: è «la prima possibilità in quattro anni per il popolo greco di parlare con la propria voce», ha detto.
Da due anni, tutti i sondaggi danno Nea Dimokratia in testa con un distacco di quasi dieci punti – il che la rende prezioso per il PPE, che invece va perdendo seggi ovunque. I migranti – la guerra in Siria ha provocato centinaia di migliaia di profughi – sono quasi sempre al centro del dibattito politico, ma chi vi ha soffiato sul fuoco come il gruppo di estrema destra Alba dorata, anche se accreditata di un sette percento e di due seggi, non troverà partner tra gli “euroscettici”, perché è considerata “tossica” anche dall’Afd tedesca, dalla Lega di Salvini o dalla polacca Legge e giustizia.
E queste sono le previsioni per maggio: Nea Dimokratia: 35 percento e 9 seggi: Syriza: 25 e 7 seggi; KINAL (alleanza di centro-sinistra): 7 e 2 seggi; KKE (Partito comunista): 6 percento e 1 seggio.
Tsipras si dice convinto di poter fare meglio dei sondaggi.

Nicotera, 13 maggio 2019.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 16 maggio 2019.

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