Elezioni europee, maggio 2019: Spagna.

La Spagna si trova nel bel mezzo di una “tempesta elettorale”. Da quando Pedro Sánchez ha indetto i comizi elettorali – preso atto che la sua Finanziaria non aveva i numeri per passare, ovvero non aveva una maggioranza ché non bastavano più l’appoggio benevolo di Iglesias di Podemos, con cui si erano accordati per i Presupuestos (una serie di misure sociali), e l’astensione di catalani e baschi che invece gli votarono contro (anzi, erano loro i millanta emendamenti alla Finanziaria votati a maggioranza, che hanno schiantato Sánchez). D’altronde, Sánchez stesso era diventato primo ministro “per caso”, il 2 giugno dell’anno scorso, e anche rocambolescamente dato che il Psoe veniva dal peggior risultato elettorale da quando la Spagna è democratica, giusto perché Rajoy venne rimosso a mezzo di una mociòn de censura, dopo che il Pp era stato travolto dal “caso Gurtel”, una sorta di tangentopoli spagnola. Perciò, si vota il 28 aprile per le elezioni politiche, e è la terza volta in quattro anni, e il 28 maggio per le europee, ma anche per le comunali (e parliamo, per dire, di Madrid e Barcellona – entrambe “anomale” per sindacatura) e per le autonómicas, ovvero per le giunte regionali (meno: Galizia, Andalusia, e appunto Catalogna e Paesi Baschi). Un filotto da far tremare i polsi a chiunque.
Come dice Nadia Calviño, che a giugno 2018, lasciò il suo posto di Direttore generale per il budget nella Commissione europea per raggiungere il governo di Pedro Sánchez occupando il ministero dell’Economia: «Le elezioni politiche nazionali fungeranno da specchio per le Europee. Sarà un voto per capire se la Spagna vuole guardare avanti e progredire sulla base di chiari valori di equità, solidarietà, rispetto per le minoranze, innovazione e progresso; o se vuole tornare indietro, ai suoi tempi più bui, a una Spagna in bianco e nero».
C’è da pensarci su a lungo, prima di votare, perché con ogni evidenza un voto tira l’altro, un voto rimbalza sull’altro, e dev’essere davvero difficile “disgiungerlo”: infatti, il 42 percento degli elettori – secondo gli ultimi sondaggi del CIS (Centro de Investigaciones Sociológicas) – è indeciso. Tanto indeciso che – sempre stando ai sondaggi – il risultato più clamoroso delle più recenti elezioni politiche, cioè il passaggio dell’Andalusia, storica roccaforte socialista, alla destra, cioè a un governo regionale, la Junta de Andalucía, formato da Partito popolare e Ciudadanos ma che si regge con l’appoggio esterno di Vox, l’ultradestra “tradizionalista e nazionalista”, sembra di nuovo ribaltarsi: l’Andalusia tornerebbe ai socialisti – e parliamo di un “ripensamento” su appena tre mesi fa.
Ecco, proprio questa “presenza ingombrante” di Vox è uno dei temi portanti e importanti di queste elezioni politiche spagnole, una formazione che è passata in un pugno d’anni da un insignificante 2 percento a un possibile risultato a due cifre, che la proietterebbe non solo sullo scenario nazionale ma anche europeo, a infittire la schiera degli euroscettici, o meglio: di quelli che la vogliono sbranare, quest’Europa.
La Spagna credeva di avere fatto definitivamente i conti con il franchismo, e pure di essere immune da movimenti nazionalisti di destra che spuntano come funghi in Europa, e ecco arrivare una destra politica che parla di “tradizione” – vuole reintrodurre il combattimento fra cani, la plaza de toros, riformulare le leggi contro la violenza domestica (fino a chiedere l’elenco degli operatori sociali che hanno “trattato” i diversi casi), è contro i matrimoni gay e l’aborto, e ha fatto impressione una sua campagna pubblicitaria sui bus di Valencia, Sevilla, Pamplona contro il “nazifemminismo”, con la faccia di Hitler dalle labbra dipinte di rosso, il fard alle guance e il rimmel agli occhi, conclusasi proprio l’8 marzo. Perché Vox critica l’ultra-destra legata al passato. E parla di “reconquista”, la cacciata dei moros dalla Spagna, coi migranti nella parte dei moros. E parla di nazionalismo: Vox è “parte civile” nel processo a Madrid contro gli indipendentisti catalani. «Hacer España Grande Otra Vez» – fare la Spagna di nuovo grande, che suona proprio come il trumpiano «Make America Great Again», un slogan alla Steve Bannon, che difatti anche qui si dà un gran da fare. A febbraio, a Madrid, quando la Spagna conservatrice è scesa in piazza contro Sánchez, accusandolo di un’eccessiva apertura verso i catalanisti, e chiedendo nuove elezioni, Vox era insieme al Pp e a Ciudadanos, e i tre segretari – Albert Rivera per Cs, Pablo Casado per il Pp e Santiago Abascal per Vox si facevano fotografare insieme. Fino a un anno fa Albert Rivera era considerato persino un partner possibile per il socialismo moderato di Pedro Sánchez. Io non collaboro con gli estremisti, diceva Rivera: pochi giorni dopo, ecco la foto di gruppo a plaza de Colón, Madrid. Alle comunali di Madrid, dovrebbe vincere il sindaco uscente, Manuela Carmena, con la sua piattaforma Más Madrid, però la sinistra non avrebbe i numeri per governare, che invece avrebbe proprio “la foto di plaza de Colón”. Poi, Manuel Valls, ex primo ministro francese ma nato e cresciuto in Catalogna e che corre come sindaco per Barcellona nelle file di Ciudadanos, dice che no, che loro sono un partito sinceramente liberale e mai si alleeranno con l’ultradestra. Soprattutto pensando all’Europa. Però. Valls sfida Ada Colau (sindaco uscente) e il suo En Comú Podem, che è dato in calo, e non è chiaro al momento cosa accadrà, e forse da ERC potrebbe venire il prossimo alcalde.
La sfida al “centro” che fino a poco tempo era posta da Podemos ora sembra stare piuttosto in un “combinato disposto” fra Vox e gli indipendentisti catalani. Ma è davvero così? Luis Garicano, capolista di Ciuadanos per le europee, professore di Economia, che dal 2016 è vicepresidente dell’ALDE, Gruppo dell’Alleanza dei Democratici e dei Liberali e per l’Europa, nel parlamento europeo, ne è convinto: «Il Partito socialista è direttamente responsabile della crescita di Vox, perché alleandosi con partiti che vogliono soltanto mandare in frantumi la Spagna, ha provocato questa reazione». Però, se gli chiedi perché abbiano fatto un governo regionale sostenuto da Vox, risponde: «Nunca accederemos a gobernar con Vox… Puedo asegurare que cualquier coalición en la que entre Ciudadanos se basará en unos principios sólidos e intachables que suscribiría cualquier miembro de la familia liberal» – quindi sarebbe solo un “effetto ottico” quello che accade in Andalusia. Sul voto europeo di maggio, Garicano è molto netto: «Ci sono partiti che vogliono minare l’Europa dall’interno. E questo è un momento sul filo di vita-morte. Dobbiamo decidere se vogliamo preservare il più lungo periodo di pace della storia d’Europa dai tempi di Marco Aurelio».
Eppure, il referendum sull’indipendenza catalana dell’1 ottobre si tenne fra inimmaginabili scene di violenza della Guardia civìl contro inermi cittadini – su questo, fu quanto meno generale lo sdegno europeo – e l’applicazione dell’articolo 155 che “sospendeva” ogni istituzione catalana fu applicata da Rajoy. La “procrastinata” dichiarazione di indipendenza della Generalitat catalana poteva essere una occasione di instaurare un qualche dialogo, ma la risposta furono le accuse di sedizione, ribellione e storno di fondi da parte della Fiscalía General (un Tribunale di ultima istanza) e gli ordini di arresto, che costrinsero alla fuga e all’esilio Carles Puigdemont, cioè il presidente del parlamento catalano, e altri politici e portarono agli arresti di diversi deputati e figure culturali di spicco, ora a processo a Madrid. Sull’indipendentismo catalano, c’è stata semmai la corsa a chi era più duro: Inés Arrimadas di Ciutadans, la versione catalana di Cs, si è sempre mostrata inflessibile, e ha prima accusato Rajoy di debolezza, e in questo modo ha rosicchiato consensi al Partito popolare, e poi Sánchez di inammissibile “aperturismo”. È difficile sostenere che “l’anti-separatismo catalano” sia una prerogativa di Vox, anzi. E Sánchez è caduto “per mano catalana”, criticato perché non faceva nulla per fermare la spirale repressiva e autoritaria contro l’indipendentismo.
Vox sinora ha sottratto consensi e voti al Partito popolare, pescando in una classe sociale media e alta, legata alle posizioni più conservatrici, ma ora sta provando a allargare una propria base elettorale nelle città dove la media dei salari è bassa – anche se la disoccupazione si è dimezzata, dopo aver raggiungo il picco del 28 percento, e la Spagna è considerata una nazione in buona salute, da tutte le agenzie di rilevazione economica – o dove la presenza dell’immigrazione è più massiccia. L’unico effetto visibile dell’avanzata di Vox – in questo strano “travaso” di consensi elettorali – è nella rincorsa a destra del centro-destra, così che il Pp ha indurito i propri toni su immigrazione, aborto, indipendentismo catalano e violenza di genere, e Ciudadanos, temendo di veder sgocciolare via i propri voti, ammanta la propria campagna di nazionalismo, anche sul piano delle proposte economiche, che è proprio curioso per un partito che ha in Emmanuel Macron il suo alleato-chiave per l’Europa.
Però il problema – e un altro dei temi della campagna elettorale – è proprio la fragmentación delle forze politiche, e quindi l’obbligo ai patti, per governare. Ciudadanos dice che non farà mai patti con i socialisti. Poi dice anche che non farà mai patti con Vox. Però, prima o poi qualche patto dovrà farlo – e in Andalusia lo ha già fatto. Certo, la fragmentación non è un problema solo spagnolo, ma qui c’è un elemento in più, dovuto alla composizione dei distretti elettorali: ben 99 seggi dei 350 sono ripartiti nelle zone rurali, che sono anche le meno popolose o meglio quelle che vanno spopolandosi; sono distretti dove si eleggono tre deputati, e che sinora erano appannaggio di Pp e socialisti, in genere due al primo e uno al secondo. Le otto province che ripartiscono tre seggi (Ávila, Cuenca, Guadalajara, Huesca, Palencia, Segovia, Teruel e Zamora) contano 1 milione e 451mila residenti (3,1 percento della popolazione spagnola) però eleggono 24 seggi (6,9 percento), un’anomalia. E l’irruzione dei nuovi partiti sta scombussolando la “storica” distribuzione tra Pp e Psoe: Ciudadanos o Vox o Podemos potrebbero agguantarne uno dei tre, e per evitarlo bisogna prendere in voti qualcosa come triplicare la distanza dal terzo arrivato e quindi stavolta questi distretti sono decisivi. Lo stesso vale per quei distretti che eleggono quattro e cinque deputati. Quelli che danno 4 seggi ciascuno sono dieci, per 40 seggi. Qui, la battaglia sarà campale. Dice uno storico dirigente del Pp: «Esta campaña va mucho de micropolítica. Son 52 elecciones. Por suerte, las organizaciones locales están muy movilizadas porque vienen las municipales. Y solo el PP y el PSOE tenemos implantación territorial para hacer esa micropolítica».
La mobilitazione dei militanti sembra proprio la chiave di volta che sta dando al Psoe tutti i sondaggi favorevoli in continua crescita – vince ovunque, meno Catalogna e Paesi Baschi. Le previsioni per il parlamento spagnolo parlano di una forbice tra 123 e 138 seggi, passando dagli 85 attuali: un salto incredibile per Sánchez – che viene evidentemente letto dagli elettori, in questo momento, come una garanzia di stabilità. Podemos, all’opposto, viene dato in calo da tutti i sondaggi, qualcosa come dimezzare i propri voti e i propri parlamentari, passando dai 71 attuali a una forbice tra i 33 e i 41 – però se la forbice si attesta sulla parte più alta, potrebbero addirittura governare insieme, Psoe e Podemos, ma in una riedizione tutta a vantaggio di Sánchez e stavolta con numeri molto più solidi. Il Psoe, peraltro, se quelli previsti saranno poi i risultati, potrebbe diventare la seconda punta di diamante nella “famiglia socialista europea”, dopo i tedeschi, e aspirare a un ruolo significativo e determinante. Non è per caso che abbia schierato come capolista Josep Borrell, 71 anni; oggi ministro degli Esteri del governo Sánchez e già ministro delle Opere pubbliche con Felipe González, dal 2004 al 2007 è stato presidente del parlamento europeo. Borrell è catalano, ma non è molto amato dagli indipendentisti – peraltro la Catalogna esprime il numero più sostanzioso di seggi – che anzi hanno “salutato” la sua candidatura europea come una soluzione per non avere tra i piedi un personaggio ingombrante. Comunque, secondo gli ultimi sondaggi per le europee, il Psoe è il primo partito con il 26,8 percento dei voti (e 18 seggi), seguito dal Partido Popular con il 20 percento (e 13 seggi), poi Ciudadanos (17,3 percento, 11 seggi), Podemos (13,9 e 9 seggi), Vox (11,1 percento, 7 seggi), e infine ERC (2,8 percento, 1 seggio).
Proprio in Catalogna ERC, l’Esquerra Republicana de Catalunya, il cui principale leader Oriol Junqueras è a processo a Madrid, è data dai sondaggi con un possibile raddoppio di percentuali e deputati, da mandare al parlamento spagnolo, mentre in calo è dato il partito di Puigdemont, Junts per Catalunya (JuntsxCat), benché ancora con discreti numeri. E probabilmente anche il Front Republicà, in cui convergono alcuni settori della CUP, Candidatura d’Unitat Popular, che si presentano insieme a alcuni dissidenti di Podemos potrebbe – secondo alcuni sondaggi – prendere il suo primo seggio al parlamento spagnolo. Il processo a Madrid non ha stroncato l’indipendentismo catalano, anzi. Puigdemont, in esilio in Belgio, se eletto al parlamento europeo potrebbe essere arrestato, perché, secondo le procedure, si deve giurare nel paese d’origine dove su di lui pende un mandato di cattura – ma non sembra che questa “clausola” gli stia impedendo la campagna elettorale, fatta poi sostanzialmente dal bisogno di “europeizzare” la questione catalana.
Insomma, per capire davvero cosa succederà a maggio alle europee in Spagna bisogna aspettare intanto che passi aprile.

Nicotera, 15 aprile 2019
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 16 aprile 2019.

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