Elezioni europee, maggio 2019: Ungheria.

Ottó Nagy di «Magyar Hírlap», un quotidiano ungherese a diffusione nazionale con sede a Budapest, molto filo-governativo, commentava giorni fa l’eccezionale espansione del settore edilizio. Secondo i dati pubblicati dall’ufficio centrale di statistica, il settore delle costruzioni è cresciuto del 48 percento lo scorso anno e, secondo gli analisti, è previsto un ulteriore aumento del 20-30 percento nel 2019. Nagy attribuisce questa crescita impetuosa alle iniziative del governo per il rilancio dell’economia, compresa la riduzione delle tasse e i benefici per l’alloggio offerti alle famiglie e regole di lavoro più flessibili. Non si sa se tra le “buone” regole di lavoro più flessibili Nagy consideri anche quella che è stata ribattezzata “legge sulla schiavitù”, ovvero la possibilità di contemplare fino a 400 ore di straordinario pagabili però a tre anni – una gran comodità per le aziende automobilistiche tedesche che hanno i loro impianti in Ungheria – e che ha visto grosse manifestazioni popolari indette dai sindacati, anche se questo non ha impedito al presidente di firmarla. Nagy ritiene che il settore delle costruzioni abbia abbastanza stimoli per crescere ulteriormente, anche se in futuro l’Ungheria otterrà meno finanziamenti dall’Unione europea.
È questo, perciò, che comincia a essere messo in conto, in Ungheria: che la frattura con la Ue diventi insanabile – e che il fiume di denaro che ha reso possibile il “miracolo economico” non scorra più copioso come prima – a meno che. A meno che Viktor Orbán e la “rete dei sovranisti” – il patto di Visegrad (Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria e Slovacchia), le convergenze ideologiche con Matteo Salvini e Marine Le Pen e la tedesca Afd, Alternative für Deutschland – non diventino incredibilmente forti tanto da rovesciare la storica alleanza tra popolari e socialdemocratici a cui si aggiungono i liberali alla Macron; oppure che lui stesso diventi talmente importante, con il suo pacchetto di voti, dentro il Partito popolare europeo, di cui è previsto da tutti i sondaggi un forte calo in voti e seggi, che gli si facciano ponti d’oro. È “la danza del pavone” – come lui stesso ha talvolta, coloritamente, definito il suo modus operandi: muoversi su due tavoli, su uno con una proposta estrema, radicale, eccessiva, scandalosa, che sarà molto probabilmente battuta; e sull’altro con una con gli stessi contenuti ma più flessibile, più “ragionevole”, che invece passerà, gettando alle ortiche la prima. Il risultato, sarà proprio quello che lui voleva. Per cui, parlare delle prossime elezioni europee in Ungheria è anzitutto parlare di Viktor Orbán.
A cinquantacinque anni, Orbán si è fatto massiccio, ma si muove come uno sportivo che si è ritirato da poco. Come si racconta in un lungo reportage dedicato alla sua figura sul «New Yorker» di gennaio, Orbán ha trascorso la sua prima infanzia ad Alcsútdoboz. Suo padre, un ingegnere meccanico, era membro del Partito operaio socialista ungherese e sua madre un’insegnante di sostegno. La famiglia era molto povera: nei primi anni ’70, non avevano ancora l’acqua corrente. Orbán ha raccontato di aver usato un bagno al coperto solo quando aveva già quindici anni. A quell’età, era segretario dell’organizzazione giovanile comunista del suo ginnasio. Era uno studente eccezionale, e quando fu accettato in una prestigiosa scuola superiore a Székesfehérvár, capitale medievale dell’Ungheria, la famiglia si trasferì lì. Aveva già un carattere irascibile.
Dopo il liceo e un anno nell’esercito, Orbán ha frequentato il Bibó István College, una scuola a Budapest inaugurata nel 1983. Al governo c’era ancora János Kádár, l’uomo che, dopo la rivolta del ’56, era stato messo dai sovietici a “controllare le cose”. Prima ci fu il pugno d’acciaio, poi aperture: al libero mercato, alla proprietà privata, alle aziende private – fate quel che volete, ma non interessatevi di politica –e un pizzico di democrazia, e anche un’amnistia: era il “comunismo del goulash”, e l’Ungheria, tra i paesi dell’Est, era quello con condizioni di vita migliori.
Bibó era un luogo in cui era possibile parlare più apertamente, in qualche modo un luogo “protetto”. A proteggere Bibó ci pensava George Soros, il finanziere ungherese-americano, che nel 1984 aveva costituito una fondazione per promuovere l’attività democratica in Ungheria. Soros aveva fatto fortuna con il suo hedge fund, Quantum, prevedendo instabilità sistemiche della moneta. Pensava che anche il regime dell’Ungheria fosse instabile. La sua “open society” doveva prepararsi alla caduta di quel regime ma anche contrastare il nazionalismo che si temeva sarebbe riapparso dopo la caduta del comunismo.
Nel 1985 Soros visitò la “sua” Bibó. Era fiero di quello che aveva contribuito a costruire, una generazione di giovani capaci, pieni di energia, di voglia di cambiare. Orbán e alcuni dei loro amici fondarono l’Alleanza dei Giovani Democratici, o Fiatal Demokraták Szövetsége, l’organizzazione giovanile riformista che divenne Fidesz (il nome evoca il latino “fides”) Nel giro di quattro settimane, il gruppo aveva un migliaio di membri. L’organizzazione di Soros inviò loro una macchina Xerox, che usavano per stampare un giornale, «Századvég».
Il 16 giugno 1989, centinaia di migliaia di ungheresi si riunirono in piazza degli Eroi, a Budapest, per una cerimonia a memoria dei martiri del 1956. La pentola stava esplodendo. A ottobre, il parlamento ungherese approvò una legge che consentiva le prime elezioni con più partiti.
Orbán aveva intanto iniziato a lavorare presso il Central European Research Group, che era finanziato dalla Fondazione Soros, nel 1988. Ricevette una borsa di studio per andare a Oxford, ma ci rimase solo tre mesi, tornando in Ungheria per candidarsi alle elezioni. Fidesz, che si presentava come partito liberale e libertario di giovani dissidenti – i membri dovevano avere meno di trentacinque anni – e sostenendo gli investimenti stranieri e la privatizzazione, ottenne ventidue seggi in parlamento. Orbán divenne deputato. È negli anni Novanta che Orbán sposta progressivamente il partito verso posizioni di destra, subendo scissioni, rimanendo all’opposizione, diventando un partito piccolo, fino alla maggioranza del 1998, e al primo governo. A trentacinque anni, divenne primo ministro. Ma quel primo governo non fece granché.
Così i socialisti presero il potere nel 2002, formando una coalizione di partiti di centro-sinistra. La coalizione si trovò davanti otto anni di disastri economici, nel settore pubblico e nel debito pubblico. L’Ungheria soffrì molto nella crisi finanziaria del 2008: era sull’orlo del default fino a quando il Fondo Monetario Internazionale, che chiedeva severe misure di austerità, fornì un pacchetto di salvataggio. Nel 2009, il 72 percento degli ungheresi dichiarava che si stava meglio sotto il comunismo.
Nel 2010, Orbán riportò Fidesz al potere. In un pugno d’anni, Orbán produsse decine di leggi, nazionalizzando il sistema pensionistico ibrido privato-pubblico e incamerando circa dodici miliardi di dollari di attività e patrimonio; tagliando il numero di deputati quasi a metà, una mossa sostenuta dalla maggior parte degli ungheresi; ma soprattutto utilizzando il “denaro europeo” per consolidare, attraverso la sua distribuzione a imprese e centri gestiti direttamente da parenti, vecchi amici e fidatissimi alleati, un “sistema di potere oligarchico” – cosa non proprio singolare nei paesi dell’est europeo usciti dal comunismo e approdati al liberismo. E dopo che una serie di decisioni della corte costituzionale invalidavano le nuove leggi di Fidesz, un emendamento costituzionale ha annullato le decisioni della corte. Nel 2011, quando Orbán ha introdotto una costituzione completamente nuova, è passata in nove giorni. Come dice Michael Ignatieff, rettore della Central European University – un’accademia di prestigio fondata da Soros nel 1991 per accompagnare la transizione dell’Ungheria verso la democrazia: «It looks like a law, sounds like a law, walks and talks like a law, but it’s just a piece of arbitrary discretion / Sembra una legge, suona come una legge, cammina e parla come una legge, ma in realtà è solo arbitrio». Ignatieff si riferisce alla decisione di “restringere” le libertà e i diritti delle università private – una manovra tesa a colpire proprio la CEU di Soros, da quando Soros è diventato il “nemico pubblico numero uno” di Orbán, tanto da costringerla a decidere di spostare le proprie attività a Vienna, ma se ne può estendere il senso a tutto il regime, dichiaratamente e arrogantemente nominato “democrazia illiberale”.
Orbán ha talvolta rifinito questo concetto, criticando il liberalismo occidentale. Una volta ha detto: «L’Ungheria non è solo una nazione, è una comunità. Il nuovo stato che stiamo costruendo in Ungheria è uno stato illiberale, uno stato non liberale». E un’altra volta: «C’è un’alternativa alla democrazia liberale: si chiama cristiana democrazia. La democrazia liberale è a favore del multiculturalismo, mentre la democrazia cristiana dà priorità alla cultura cristiana; la democrazia liberale è pro-immigrazione, mentre la democrazia cristiana è anti-immigrazione». Così, nel 2018, in nome della lotta al liberalismo e al multiculturalismo, il parlamento ungherese ha approvato una serie di misure contro l’immigrazione, compresa la legge “Stop Soros”, che rende reato fornire assistenza alle persone che chiedono permessi di asilo o di residenza.
Il fatto è che l’Ungheria comincia a stare stretta a Orbán. Lui vuole una leadership europea, lui si sente l’anti-Merkel. Il fatto è che anche il Parlamento europeo comincia a sentirlo ingombrante e che anche il Partito popolare europeo comincia a esserne imbarazzato. A settembre 2018, il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione che mostrava preoccupazione sull’equità dei tribunali in Ungheria, sull’indipendenza dei mezzi di informazione e sulla libertà delle istituzioni accademiche. Era l’avvio della procedura per l’attivazione contro l’Ungheria dell’articolo 7 paragrafo 1 del Trattato sull’Unione europea, per contrastare una minaccia ai valori fondanti dell’Ue, tra cui il rispetto della democrazia, dello stato di diritto e dei diritti umani, adottata per la prima volta. Decine di deputati del Partito popolare europeo aderirono al voto, ma il gruppo si rifiutò di espellerlo. Alla conferenza annuale del Ppe a Helsinki, sempre a settembre, il potente presidente del gruppo, Joseph Daul, fece riferimento a Orbán come l’enfant terrible della famiglia, ma anche un membro della famiglia.
In risposta al voto di settembre, Orbán lanciò una campagna mediatica interna, accusando i critici del suo governo di essere parte di un nefasto complotto mirato alla distruzione della cultura ungherese e all’invio orde di migranti nel paese. I muri delle città ungheresi sono stati tappezzati da manifesti con la faccia di Juncker, presidente della Commissione europea, appaiata a quella di Soros, con scritte del tipo: sono loro che vogliono far entrare in Ungheria orde di migranti. Magari, è stato un po’ troppo.
A marzo, il Partito popolare ha sospeso Orbán – e stavolta il suo “gran protettore”, Joseph Daul, era contro di lui senza mediazioni. Manfred Weber, che è il capogruppo del Ppe e è il successore in pectore di Juncker, è volato a Budapest per avere le scuse di Orbán, che si è detto solo dispiaciuto se qualcuno si è sentito offeso. La sospensione ha tra le sue condizioni il fatto che una commissione – che sarà guidata dall’ex presidente del Consiglio europeo, il belga Herman Van Rompuy – verificherà se ci saranno provvedimenti migliorativi. In realtà, Orbán ha gestito la sua “censura” come una vittoria. «Noi vorremmo che il Pp rimanesse il partito più forte d’Europa» – ha detto dopo tre ore di dibattito. La posta in gioco è alta: se il Pp perderà, a maggio, molti dei suoi seggi, i 13 o 14 deputati ungheresi di Fidesz potrebbero proprio far comodo. Senza considerare che, al contrario, altri potrebbero seguire Orbán se lui decidesse di sbattere la porta.
Perché i sondaggi (l’ultimo è del 16 aprile), per ora, dicono questo: che Fidesz dovrebbe prendere oltre il 53 percento, che equivale a 14 seggi: proprio un bel pacchetto di voti. A Jobbik andrebbe il 13 percento e 3 seggi; ai socialisti l’11 percento e 2 seggi. Orbán ha una forte presa nelle campagne, dove c’è più timore di esporsi, e in questi anni ha “ridisegnato” i distretti elettorali a proprio vantaggio (è il “gerrymandering”, proprio come i repubblicani americani). L’opposizione – che pure contro “la legge di schiavitù” è scesa in piazza con manifestazioni imponenti – è frammentata. A ottobre, ci saranno le elezioni municipali, e a Budapest si voterà: ma i socialisti, i verdi e Jobbik (che è passata dall’essere una formazione di ultra-destra a una destra più moderata) non fanno “fronte comune” contro il candidato di Fidesz.
Dopo il voto di maggio si vedrà quale sarà la mossa del “pavone”.

Nicotera, 22 aprile 2019.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 24 aprile.

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