Abbiamo già scontrato l’iceberg, il paese affonda. L’orchestrina suona le primarie.

Forse è il caso di entrare nei dettagli. L’articolo 7 comma 9 della Relazione tecnica del ddl sulla stabilità modifica la disciplina per la fruizione dei permessi ex legge 104 [agevolazioni lavorative per i familiari che assistono persone con handicap]. E recita così: «Da una recente rilevazione della Funzione Pubblica (giugno 2011), risulta che l’88% di chi ne fa uso lo fa per assistere un familiare. Non disponendo di indicazioni specifiche sul familiare che viene assistito, si ipotizza che la metà dei fruitori restanti utilizzino i permessi per l’assistenza ai figli o al coniuge e l’altra metà a tutti gli altri parenti e affini. […] Dovendo necessariamente prevedere un comportamento adattivo da parte dei fruitori che verrebbero penalizzati dalla norma, si attua prudenzialmente una riduzione delle giornate fruite ipotizzando che si riducano al 20% di quelle del 2011».
A parte l’odiosità dell’iniziativa – con resipiscenza dopo le prime proteste, questa parte è stata poi stralciata dal testo definitivo, però è rimasta quella dell’introduzione dell’Irpef su pensioni e indennità di invalidità e l’assoggettamento a una aliquota del 10% anziché del 4 per le cooperative che prestano servizi a soggetti svantaggiati – colpisce, stiamo parlando di professoroni mica dei conti alla carlona della casalinga di Voghera, l’approssimatività del ragionamento: non ci sono dati precisi, non ci sono previsioni attendibili, si va a spanna, a ipotesi, l’importante è mettere in carniere un qualche taglio.
È difficile, leggendo con attenzione la relazione tecnica del decreto, sottrarsi alla sensazione che questa sulla legge 104 non sia solo una caduta di stile e un abborracciamento circoscritto ma l’impronta di tutta la manovra. Ne volete altri esempi? Eccoli, tratti dall’Art 12 Disposizioni in materia di entrate: «L’analisi degli effetti sul gettito è stata condotta mediante il modello di micro simulazione…» [pag. 26]; « Da una simulazione effettuata su dati provvisori relativi…» [pag. 26]; «L’analisi degli effetti sul gettito è stata condotta mediante il modello di micro simulazione…» [pag. 28]; «In assenza di dati puntuali e sulla base di informazioni raccolte presso operatori del settore è stato stimato che…» [pag. 35].
Tagli alla sanità, tagli all’istruzione, tagli alle detrazioni fiscali condotti sulla base di simulazioni per quel che riguarda gettiti e entrate, ma pesantemente reali per le conseguenze sulla vita di milioni di cittadini. La retroattività dei tagli alle detrazioni fiscali, poi, è clamorosa: è sulla base delle norme vigenti che è stato contratto quel mutuo o messa in conto quella spesa sanitaria, tu non puoi cambiarmi le regole della partita nel secondo tempo e annullarmi un gol fatto nel primo, per un non-fuorigioco che ora consideri fuorigioco, parafrasando il ministro dell’Economia, Grilli, che parla di «manovra non manovra».
Sopperisce – questa di Grilli non è una personale improntitudine ma la tonalità del ddl – la lingua: all’art. 8 comma 11, gli esodati, che sarà pure un termine orribile ma rende conto della situazione di totale incertezza di quelle migliaia e migliaia di lavoratori attualmente senza reddito e senza pensione, sono nominati «Salvaguardati», come se ci fosse cura e attenzione nei loro confronti; l’aumento di un punto dell’Iva ordinaria e ridotta va sotto la voce: «Riduzione aumento», che è un magnifico ossimoro e ci fa intenerire per la poetica del governo ma in realtà una ulteriore mazzata per qualsiasi ipotesi di rilancio dei consumi; e ovviamente i tagli non sono tagli ma «Razionalizzazione della spesa».
Le manovre si susseguono, saranno sempre più odiose – certo, qui e là, si colpiscono sprechi, è vero, ma come un dato statistico: se alla cieca prendi a mazzate tutti i vasi, prima o poi colpisci quello della cuccagna – in un giro di vite inarrestabile e non può che essere così: il gettito delle entrate continua a scendere perché la produzione ristagna e i consumi decrescono a picco. Ogni previsione deve dunque fare i conti, letteralmente, con le voci di uscita messe in bilancio all’ingrosso: per raggiungere il pareggio non si può che tagliare, tagliare, tagliare. Oppure rimandare, rimandare, rimandare i pagamenti.
Con una punta di sadismo, all’assemblea nazionale dell’Anci – l’associazione dei comuni italiani – di fronte a sindaci che non sanno più dove sbattere la testa, Monti dice che «sì, siamo stati brutali». Però, ci ha evitato la catastrofe, dice. E questa che già viviamo e che incombe, lui come la chiama?
Ora, io mi chiedo: che fanno i sindacati, che fanno i partiti? Aspettano che a primavera 2013, un nuovo governo rovesci i tavoli di tutte le normative approvate? Ci ridarerebbe, questo nuovo governo, pensioni e Irpef e ridurrebbe l’Iva e eliminerebbe le accise? Perché dovremmo credere che alla prossima primavera le cose cambieranno se intanto nessuno si sbatte perché cambino adesso? Quale è la logica per cui si acconsente oggi alle porcate di Monti promettendoci che domani verranno abolite? Se il «quadro di compatibilità» con i vincoli europei è questo, e è obbligato, cosa dovrebbe metterlo sottosopra a primavera?
Si racconta che mentre il Titanic affondava, l’orchestrina si mise a suonare. La nostra aggiornata orchestrina ci convoca alle primarie.

Nicotera, 19 ottobre 2012

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Si vota in Sicilia: per un frocio, un fascistone, un cocainomane o un buffone. Ecco, il laboratorio della nuova Italia

Guardano, i partiti, alle prossime elezioni siciliane del 28 ottobre come a una cartina di tornasole di quello che potrà accadere quando si voterà per l’Italia intera. Per farci i propri calcoli, insomma, e verificare le alleanze o impegnarsi in altre nuove.
Così, il Pd, dopo essersi spaccato durante il governo regionale di Lombardo, tra chi lo sosteneva – e fior di galantuomini, di icone, anzi – e chi vi si opponeva accusandolo di essere manutengolo dei mafiosi, e dopo essersi frantumato nelle amministrative per il Comune di Palermo in una faida incomprensibile oltre lo Stretto tra la giovane promessa dell’Idv e il vecchio leone Leoluca Orlando, sempre dell’idv, sembra ritrovare una propria malferma unità dietro il nome di Rosario Crocetta, frocio militante, la cui prima dichiarazione da candidato è stata su un voto di castità se verrà eletto – come un pretino di seminario, in penitenza dal vescovo. L’unità del Pd è esogena però: cioè, si è ottenuta solo grazie all’alleanza con l’Udc – il partito dei vescovoni che in teoria mal dovrebbero sopportare come proprio candidato quel frocio militante, sfregio inalberato alla riproduzione e al sacro vincolo del matrimonio, ma che forse per quel pretesco voto di castità – un fioretto pubblico – possono anche digerirlo e sostenerlo. Così, qui, su un frocio penitente se vincente, si gioca il destino politico della prossima Italia, quell’alleanza fra Pd e Udc, che dovrebbe rappresentare la convergenza tra la sinistra riformista e il centro moderato, per gestire il dopo Monti.
Ma pure il centrodestra vi guarda, a morsi come si è preso tra un Pdl gestito prima disinvoltamente da Micciché, in guerra sempre aperta con quei democristianoni di Schifani e Alfano, che però era sugli scudi quando era riuscito a portare a casa il più trionfale dei trionfi del berlusconismo: un 61 a 0, nel rastrellare le elezioni politiche che aveva lasciati sbigottiti tutti, e per primi i siciliani, impauriti subito dall’aver commesso quella madornalità da apprestarsi a rosicchiargliela, a depotenziargliela. E già che pure lui – spocchioso oltre ogni arroganza lecita –, strafottente, dedito con sistematica passione fin dentro i ministeri all’uso di sostanze che ne sublimavano e deformavano il caratteraccio, non è che se ne stava cheto. Ora dice che «sì, in gioventù si è avvicinato alle droghe», ma deve essere intesa, questa sua gioventù, come un moto dell’anima e non certo dell’anagrafe, una libertà di spirito, un ribellismo mai sopito, che è già uomo bell’è fatto da tempo, ma la dedizione non sembra essere venuta meno se Lombardo – che di debolezze altrui ha fatto, forse per mestiere e studi, coperta delle proprie – gliele rinfacciava proprio ier l’altro. E così il Grande Sud di Micciché – grande pur senza la bella Prestigiacomo, che saggiamente aspetta un giro – ha deciso di mostrare i muscoli, invelenito da un promesso accordo sul proprio nome come candidato unico del centrodestra, poi smontato però da quelle faide di cui si diceva, incomprensibili anche queste oltre lo stretto, e che lo hanno scaricato per puntare su un più domestico Nello Musumeci.
Ripescato, questo fascistone d’altri tempi, che rimpiange gli anni in cui «con Almirante eravamo il primo partito della Sicilia orientale», che è uscito dal Pdl e non è andato con quel traditore di Fini, di cui tutto si potrà dire, a cominciare dalla disinvolta gestione del patrimonio immobiliare del partito, però la destra italiana ha provato a spostarla verso la rispettabilità, e si è invece appattato con Storace, un rottame della politica sopravvissuto grazie a prebende e pensioni accumulate e favori distribuiti ma che a sentirlo sembra ardito della prima ora, rappattumato da Berlusconi che quando si tratta di mettere assieme gli 0,2 per cento è un maestro, ma sa che sono dieci, quindicimila voti che fanno la differenza, a livello nazionale, e figurarsi in una regione. E così, Berlusconi spera di vincere, ma non perché gliene freghi qualcosa della Sicilia – a parte il Ponte, che manco idea sua era, non è che abbia mai tirato fuori un’altra idea dal cilindro, e c’ha campato quindici anni – ma giusto perché questa vittoria del fascistone servirebbe a un ripensamento dell’Udc, e a avvicinarglielo, per la casa comune dei moderati, e già si è pure portato un po’ avanti, perché in vista di questo obiettivo lui ha fatto un passo indietro.
E così, in questo pastrocchio, ci mancava il buffone, un giullare che dice la verità sbertucciando e facendo le piroette, e che fa ridere con i suoi lazzi, e poi passa con il cappello raccogliendo voti invece che monetine. E fa a bracciate lo Stretto – in diretta discendenza con Garibaldi e gli alleati, anche lui un liberatore –, e a falcate la salita dell’Etna e di corsa la processione della santa, e questo dinamismo suo, così fisico, così spirituale, dovrebbe poi risvegliare, infondere soffio vitale in quel mastodonte sopito e avvilito che è l’isola.
E, insomma, questo è il quadro. Dove un amministratore serio e capace, Crocetta, minacciato più volte dalla mafia, outsider di lusso per un partito troppo attento ai poteri locali, istrione ma equilibrato, si prova a lanciare – che di rilancio mai si potrebbe parlare seriamente – una proposta democratica, di governo che dovrà essere sobrio per forza dopo i fasti e i nefasti di Lombardo. Dove una proposta laica di centrodestra, rappresentata da Micciché, più legato all’imprenditoria che alle parrocchie, può dare un segno dinamismo e di modernità, liberandosi da un’opzione democristiana. Dove la destra ha radici e sensibilità sociali e una storia di cultura lunga e rimossa che si è proiettata spesso sulla nazione tutta, e Musumeci ha certo dimostrato come presidente della provincia di Catania di saper amministrare con rigore e serietà e non appartiene, se non costretto dagli eventi, a quel becerume nostalgico, impotente e maneggione che gli è stato spesso vicino. Dove Grillo, con la sua straordinaria ingenuità politica può davvero fare un salto di qualità – dopo la conquista di Parma – incanalando la protesta in un desiderio di cambiamento, evidenziando anche al Sud, anche nelle province lontane e non solo nelle metropoli o nella città del Nord, la presenza di un soggetto nuovo, attento alle tecnologie democratiche e alla trasparenza della cosa pubblica. In fondo, che sia una maschera di comicità a svelare la nudità del re appartiene alla nostra storia culturale migliore, e anche a quella più recente: Dario Fo ci ha vinto un Nobel, dopo averci provato una vita, senza riuscirci sempre invero, a dimostrare che è il giullare che impaurisce i potenti.
E così le cose si possono leggere da destra verso sinistra o da sopra a sotto o viceversa, e non è che l’una lettura debba per forza significare che l’altra sia falsa, ma la corrobora e la sostanzia.
A me piacerebbe davvero che la Sicilia fosse laboratorio di cambiamento. Magari non è proprio detto che accada col voto del 28 ottobre.

Nicotera, 18 ottobre 2012

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