28 ottobre, elezioni in Sicilia. Ecco il big bang e l’entropia della politica

1) Se si vuol essere beceri e cinici, basta dire che in Sicilia domenica si sceglie fra un cocainomane, un puppo, un fascistone e un pagliaccio, e la si liquida così. Le elezioni in Sicilia non modificheranno nulla, né del quadro politico regionale né del quadro politico nazionale, perché hanno assunto una coloritura folkloristica, ovvero regionale, sicilianizzata, talmente forte da assorbire e deformare qualsiasi indicazione se ne fosse voluto o se ne volesse cogliere. La Sicilia rimane irredimibile – come diceva Sciascia – e la cosa migliore è starne alla larga, o limitarsi a qualche dichiarazione formale più o meno colorita ma vuota di sostanza.
2) Se ci si vuol mostrare fiduciosi, entusiasti e sempre pronti alle ripartenze, le elezioni di domenica sono un calderone, un laboratorio di novità, di criticità, da cui si potranno cogliere indicazioni per rimettere assieme i cocci di quest’Italia stremata, lasciarsi alle spalle ogni pastrocchio, ogni paura e faticare perché la politica abbia di nuovo la sua centralità, recuperando un’immagine e una pratica logorate, colmando il crescente divario fra cittadini e partiti o organizzazioni, perché c’è ancora speranza, voglia di rimettersi in gioco, di partecipare. Come è sempre stato, dove c’è dannazione, lì c’è resurrezione. Dalla Sicilia comincia la nuova Italia che verrà.

Forse è meglio dire che sono false entrambe le cose. D’altronde anche un paese rigorosissimo e seriosissimo come la Germania ha avuto le sue elezioni regionali, in cui sono state spesso smentite o capovolte le politiche nazionali – così in Westfalia, così in Baden-Wurttemberg, così a Berlino –, o sono apparse novità curiosissime – come i Piraten – e da qui non ne è venuto nessun mutamento particolarmente significativo ma nello stesso tempo si discute di quello che verrà: insomma, non è successo praticamente un cazzo, ma ci sono buone speranze perché accada qualche cosa prima o poi. Forse. La Sicilia potrebbe perciò a buon titolo considerarsi uno qualunque dei Land tedeschi in cui si è votato in questi ultimi mesi. Fosse l’Italia come la Germania, cosa che di primo acchito non sembra essere. Perciò, direi che le elezioni siciliane acquistano una loro caratterialità solo perché si svolgono in Italia – si svolgessero in Germania sarebbero normali. È la situazione italiana che rende particolari le elezioni regionali del 28 ottobre, e non c’è un viceversa.
Provo a dire quali sono quindi quelle contingenze italiane che si riflettono e determinano il senso di queste elezioni.
Il governo Monti, anzitutto. Non c’è mai stata un’elezione in Sicilia con la matematica certezza – come questa volta – che qualunque possa essere il risultato esso sarà completamente indifferente al governo. Non si sposteranno pedine, non si determineranno politiche, non si vareranno provvedimenti. Vincesse Musumeci o De Luca o Crocetta o Micciché o Cancellieri, il risultato sarà nell’immediato assolutamente ininfluente. E non parlo solo del probabile stallo provocato dalla frammentazione del voto e quindi dalla mancanza di una lista chiaramente vincente – forse l’unico pensiero del governo potrebbe essere quello di commissariarla, la Sicilia –, ma dell’abissale distanza che esiste tra Monti e la Sicilia. Cosa di cui con ogni probabilità l’algido professore può farsene anche un merito, ma che indica uno stato delle cose tra governo nazionale e territori che non ha mai assunto questi aspetti. Il governo Monti non è anti-siciliano – come d’altronde non potrebbe dirsi antimarchigiano o antiveneto –, ma con molta semplicità è assolutamente, totalmente, completamente avulso dai territori regionali. Tecnicamente può definirsi nazionale, e a questo titolo tratta in Europa per l’Italia, ma mentre siamo assolutamente convinti che la Merkel pensa alle sue banche regionali e ai suoi Lander quando discute di fiscal compact e di unione bancaria, siamo altrettanto convinti che Monti pensa a delle astrazioni, o a delle cose che però nessuna attinenza hanno coi territori, e certo non solo con la Sicilia [con la sua agricoltura, i trasporti, la disoccupazione giovanile ecc ecc]. Quanto più è nazionale – in questa accezione europeide che ha assunto il termine – tanto più è antiregionale. Le elezioni in Sicilia accadono dunque nel periodo più antiregionalista si sia mai avuto in Italia da parte di un governo – e bisogna dire anche da parte di molta campagna di opinione di una certa stampa “montiana”. Perciò, la prima domanda alla quale si dovrebbe trovare risposta nei risultati di domenica e si sarebbe dovuta trovare, ma non ce n’è traccia, nelle campagne delle varie liste è: può esistere ancora in Italia una politica siciliana? Una Sicilia politica? Credo che una domanda analoga potrebbe porsi per le prossime elezioni nel Lazio e in Lombardia.
Quello che voglio dire è che le “ripartenze” nella storia d’Italia sono accadute sempre intorno – da e contro – un’area regionale, una regione. Per limitarci al Risorgimento, senza perderci nel Duecento o nel Rinascimento, fu il Piemonte – tra parentesi, il ruolo del Piemonte è stato fondamentale anche nella contemporaneità, per via della Fiat, e si può imputare a Marchionne la sua definitiva de-regionalizzazione, cioè l’assenza di un ruolo “italiano” – la terra politica dell’abbrivio all’unità nazionale e il Lazio – o meglio: gli stati pontifici – la terra dove si poté considerare praticamente concluso quel processo. La Lombardia, molto più della Padania, avrebbe potuto assumere un ruolo simile in una nuova costituzione materiale e formale centrata sul federalismo, invece s’è perduta nel leghismo e nel formigonismo – non saprei adesso dire se è “contro” la Lombardia che potrà darsi una nuova ripartenza nazionale. Di sfuggita, in un recente articolo su questo sito ho provato a collocare il “fenomeno” Matteo Renzi nelle sue radici politiche regionali e in una nuova importanza nazionale che potrebbe assumere la Toscana.
Dunque, le elezioni del 28 ottobre in Sicilia non ci diranno nulla sull’Italia che verrà – certo non basta considerarla esperimento per le possibili alleanze tra Udc e Pd, perché non è di questo che parliamo e credo stia a cuore al paese – dato che nessuno ha immaginato uno scenario che dai prossimi risultati ne possa ricavare sogni, speranze, passioni, e nessuno avrebbe potuto farlo.
L’altra pesante contingenza è che queste sono le prime elezioni che accadono nel pieno del big bang della politica: l’incerto passo indietro di Berlusconi ha accelerato la frana del centrodestra, lo scontro tra Renzi e Bersani va a collocarsi, scompaginandolo, in un fronte del Pd che era già lacerato, e il grillismo non sembra poter intercettare davvero la distanza coi partiti e svolgere perciò quel ruolo che proclama, di dovergli essere tutti grati perché il Movimento 5 stelle è l’ultima spiaggia della politica, è cioè l’arcipolitica e non l’antipolitica; se sono veri i primi sondaggi, e comunque lo si vedrà tra poco, l’astensionismo sarà fuor di ogni dubbio il primo partito dell’isola, con il rischio che tutti i partiti – vecchissimi e nuovissimi – assieme siano già di loro minoranza, un fenomeno mai accaduto. Se non quando non c’era il diritto di voto e si votava per censo o per genere [maschile].
Il big bang della politica, coi suoi aspetti più grotteschi in giravolte e cambi di fronte e inedite alleanze di una competizione circoscritta all’isola per cui la guerra contro il nemico è più importante dell’appoggio al nemico – fenomeno storicamente nazionale –, è quindi già accaduto. Quello cui assisteremo è l’inizio dell’entropia.
Mi pare perciò ci siano mille buone ragioni per vedere che cosa accadrà. Da lunedì siamo tutti un po’ più siciliani. Cioè puppi, cocainomani, fascistoni e pagliacci.

Roma, 27 ottobre 2012

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Perché Renzi ha già vinto

Renzi perderà, e probabilmente non ha mai messo in conto di vincere le primarie del Pd, sapendo che avrebbe avuto contro buona parte dell’apparato, che è per sua natura conformista e inerziale come ogni apparato, e che gli avrebbero cucito addosso regole su misura per metterlo in difficoltà. Ma ha acquisito una visibilità e una popolarità inimmaginabile da quando faceva i primi incontri alla stazione Leopolda. Adesso ha un patrimonio politico nazionale da curare, investire, spendere: in cosa non è certo affar mio capirlo né prevederlo, ma potrebbe diventare uno degli attori nazionali di cui si dovrà tener conto nei prossimi anni. E questa è una vittoria.

La candidatura di Renzi cade in un momento di trazione politica fortissima, favorevole ai cambiamenti e a un rimescolamento degli assi politici e sociali. Forse non si sta tenendo debitamente in conto quali trasformazioni stia comportando, non solo a livello complessivo ma nelle minute vite quotidiane, la crisi economica e sociale e la questione dell’Europa, di cui il governo Monti – appoggiarlo, sostenerlo o combatterlo – è solo un aspetto ancora transitorio. Credo, con le dovute cautele, che si possa trovare un momento storico simile nel passaggio dal 1914 al 1915, quando l’Italia prima neutrale in assoluto, poi relativamente, poi in guerra, vide uno scombussolamento degli schieramenti. La questione dell’Europa sta provocando, nelle sensibilità sociali e individuali, contraddizioni simili, magari solo percepite o ancora non affiorate, perché non politicizzate in questa maniera – tutto è appena sotto il pelo dell’acqua. Renzi, come Grillo d’altronde, come le implosioni del centrodestra e le difficoltà del centrosinistra – troppo spesso lette soltanto in ottica politicista, cioè solo autoreferenziale – sono spie di questi scombussolamenti in atto e a venire. L’estrema disponibilità sociale a ascoltarli, che certo non può ancora essere interpretata come una fiducia a sostenerli, dipende però proprio dalla temperie del momento. Renzi, rispetto a Grillo che è uno prestato alla politica, ha tutto il vantaggio di essere praticamente già un “ex”, perché il tempo degli scombussolamenti e dei passaggi politici sottosopra è proprio quello degli ex – come lo fu il periodo tra il 1914 e 1il 1915.

Berlusconi esce definitivamente di scena – al di là del fatto che adesso stia traccheggiando aspettando di vedere il risultato delle primarie del Pd – perché Renzi è giovane e incarna caratteri diversi dalla nomenclatura del Pd, ex Ds ex Pci: contro Bersani sarebbe potuto pure scendere in campo – i soliti comunisti, e figurarsi contro un’eventuale vittoria di Vendola – ma non contro Renzi. L’errore politico di Berlusconi, la sua impasse, sta nell’essersi convinto, nell’essere costretto a aspettare: Renzi sta già macinando oltre l’orizzonte del Pd, è un soggetto politico al di là delle primarie del Pd. Inoltre, Berlusconi, benché in verità spodestato da una decisione di vertice europeo e dall’inconsistenza delle proprie truppe parlamentari e dirigenziali, ha perso agli occhi sociali ogni qualità di combattente proprio nel momento in cui di un leader combattente c’è bisogno – per la crisi, per l’Europa – e questo ha già affossato la sua immagine. Ha accettato di dimettersi e ora non può tornare rovesciando i tavoli: è uno sconfitto.

Escono di scena D’Alema e Veltroni, e Bersani non fa una piega: inimmaginabile senza Renzi o come effetto del grillismo: Grillo, l’antipolitica, avrebbe dato ancora più frecce all’arco di chi continua a ritenersi la Politica, anzi l’argine ultimo contro il populismo. È un errore di Bersani avere accettato la sfida del rinnovamento e della rottamazione, guidato probabilmente non da una dimostrazione di cambiamento ma dall’idea di potere finalmente prendersi il partito e liberarsi dalle tutele e dai condizionamenti. I corpi intermedi del Pd si riposizioneranno verso di lui – come sta già accadendo – ma buona parte delle opinioni, e delle catene alimentari, che invece stavano intorno ai vecchi leader del partito cercheranno altri lidi. Come anche buona parte delle interlocuzioni politiche e istituzionali che i vecchi leader avevano in dotazione. In termini di potere reale, il Pd sta guadagnando come coesione interna ma sta perdendo nella società. Dove andranno queste situazioni al momento in attesa?

Persino il centrodestra è costretto a fibrillazioni e a una rincorsa al mutamento: Alfano era un segretario di continuità, una creatura di Berlusconi per curare il passaggio sotto stretta sorveglianza, ma i caratteri di popolarità di Renzi, costringono il centrodestra a dei mutamenti. Non hanno un leader che possa competere con Renzi: Renzi non è Rutelli; forse lo è sul piano “ideologico” – se mai Rutelli abbia avuto una ideologia – ma mentre l’ex radicale era un convertito, e sul piano della confessione religiosa e sul piano politico, uno che Berlusconi, pur temendolo sul piano dell’immagine, poteva sospingere nel “teatrino della politica”, Renzi invece viene via dal mondo di appartenenza, al contrario di Rutelli, e questo appeal del transfuga, inverso al dispregio che ogni convertito si porta dietro, è fortissimo.

La proposta di Vendola mostra la corda: accettare la partita del Pd per spostarlo da dentro verso sinistra lo ha inchiodato sinora, nelle primarie, a una figura un po’ barbina. Fa il controcanto a Bersani quando si tratta di dare addosso a Renzi, ma non possono che sfuggire le sue sfumature e le sue accentuazioni di posizione. In più, la sua candidatura poteva giocare sulle cordate differenti interne al Pd e alle loro ammoine per fare pressione su Bersani, e adesso con l’uscita di scena di Veltroni e D’Alema non si aprono praterie, ma si chiudono tutti gli spazi, perché per istinto di conservazione si avvicineranno al segretario. Bersani a sua volta aveva stimolato la partecipazione di Vendola proprio per sistemare le sue cordate interne, tenendo fuori Di Pietro con un gesto incomprensibile se non come rivalsa contro la precedente decisione veltroniana – che tenne fuori Sel e imbarcò l’Idv. Vendola ha deliberatamente perso due occasioni straordinarie che gli si presentavano: la prima, di muoversi da governatore di una importante regione del Sud per costruire una alleanza strategica fra amministratori e genti meridionali in grado di levare una voce autonoma, insieme alle altre che dal Mediterraneo si vanno levando, contro il rigore protestante dei paesi nordici; la seconda, di sciogliersi dall’immagine “comunista” – e alcune occasioni come l’incontro con l’imprenditoria del nord-est c’erano state –, che invece ha voluto poetizzare o personalizzare puntando sulla propria personale complessità, e andare incontro a una modernità complessa da gestire con una proposta politica fortemente innovativa. Per quanto nessuno possa cucirgli addosso una immagine trinariciuta e sia davvero una personalità sfaccettata, Vendola è “vecchio”, e comunque non pronto alle sfide imposte dall’accelerazione della crisi. Sembra avere accettato di stare meglio dov’è, una costola della socialdemocrazia. Contro Renzi, che ormai comunque c’è, questo potrebbe essere costretto a rappresentare.

In tutto questo gioco assolutamente autoreferenziale, in cui Bersani rimanda ogni chiara decisione sulla crisi e l’Europa – in una posizione di neutralità relativa – a quando potrà essere il candidato premier della sinistra per poi andare a patteggiare col centro, il centrosinistra si distingue solo per non avere la determinazione necessaria a questa fase e a quella che verrà. L’usato sicuro, che dovrebbe essere la sua immagine di possibile premier, non ha alcun appeal, e si rivela piuttosto una Trabant lenta, farraginosa e fumosa in un momento di accelerazioni.

Di scalpi, quindi Renzi può già fregiarsene: che vinca le primarie del Pd può davvero essere l’ultima delle sue ambizioni. Che potrebbe farsene di un partito che gli remerebbe contro per una buona metà e pensa che Consorte e l’Unipol siano meglio di Algebris e Serra? Che va implodendo, proprio come il centrodestra, in cui c’è la corsa a accaparrarsi quel po’ – po’ po’ – di eredità che ne rimane [d’altronde, perché mai avrebbero dovuto regalarla a Vendola?]. Con Grillo, Renzi rappresenta l’unica novità degli ultimissimi anni, e come già accaduto con il berlusconismo e con la Lega è sciocco leggere questi smottamenti in termini solo antropologici e psicologici – in buona parte dandone colpa all’ignoranza e alla volubilità delle masse – e non anche strutturali, legandoli ai passaggi della condizione economica e sociale.

Che Renzi abbia già vinto, non significa che si sia costituita una proposta forte all’altezza delle sfide del tempo – la crisi, l’Europa. Non dovrebbe esserci necessità di dirlo, però. Forse, di scombussolamenti c’è ancora bisogno, anzi non possiamo che augurarcene, sperando che producano qualcosa di straordinariamente positivo.

Nicotera, 21 ottobre 2012

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