Il governo spenge le luci per risparmiare: torneremo a vedere le lucciole?

«Nei primi anni sessanta, a causa dell’inquinamento dell’aria, e, soprattutto, in campagna, a causa dell’inquinamento dell’acqua (gli azzurri fiumi e le rogge trasparenti) sono cominciate a scomparire le lucciole. Il fenomeno è stato fulmineo e folgorante. Dopo pochi anni le lucciole non c’erano più». È l’incipit fulminante del famoso articolo di Pier Paolo Pasolini sul Corriere della Sera dell’1 febbraio 1975, “Il vuoto del potere” ovvero “l’articolo delle lucciole”. La scomparsa delle lucciole servirà per spiegare il passaggio traumatico fra l’Italia prearcaica e l’omologazione dell’industrializzazione, una “mutazione” decisiva – che ci ha resi «un popolo degenerato, ridicolo, mostruoso, criminale» – di cui Pasolini accusa il potere democristiano e «specialmente Aldo Moro: cioè colui che appare come il meno implicato di tutti nelle cose orribili che sono state».
Da qui partirà Leonardo Sciascia nell’Affaire Moro [Sellerio, 1978], l’anno del suo sequestro e della sua uccisione, in un dialogo con Pasolini «di una fraternità senza confidenza, schermata di pudori e, credo, di reciproche insofferenze». Sarà questo il suo incipit: «Ieri sera, uscendo per una passeggiata, ho visto nella crepa di un muro una lucciola. Non ne vedevo, in questa campagna, da almeno quarant’anni: e perciò credetti dapprima si trattasse di uno schisto del gesso con cui erano state murate le pietre o di una scaglia di specchio; e che la luce della luna, ricamandosi tra le fronde, ne traesse quei riflessi verdastri. Non potevo subito pensare a un ritorno delle lucciole, dopo tanti anni che erano scomparse».
Quel dialogo fra i due grandi scrittori in un passaggio cruciale della storia del paese intorno le lucciole mi è venuto in mente leggendo del provvedimento elaborato da Enrico Bondi, commissario alla spending review, e inserito dal governo Monti nella legge di stabilità che recita così: «Standard tecnici di fonti di illuminazione e misure di moderazione del loro utilizzo», dove si legge dello «spegnimento dell’illuminazione ovvero suo affievolimento, anche automatico, attraverso appositi dispositivi, durante tutte o parte delle ore notturne, e l’individuazione della rete viaria ovvero delle aree, urbane o extraurbane, o anche solo di loro porzioni, nelle quali sono adottate le misure dello spegnimento o dell’affievolimento dell’illuminazione, anche combinate fra loro».
Che, pur non pretendendo che nel pensiero d’un governo si possa dire di rogge trasparenti e schisti del gesso, di azzurri fiumi e di scaglie di specchio, fa tanta tristezza. Soprattutto se ci troviamo nel mezzo d’un passaggio che si vuole epocale: abbiamo scialacquato vivendo sopra le righe, dobbiamo tirar d’un bus la cinghia: è una nuova resistenza, un nuovo piano di rinascita. Spengere le luci di paesi e città servirà a misurare la tempra d’un popolo. Per questo suonano stonate le preoccupazioni di sindaci e amministratori: parlano di lampioni e sicurezza, ma non intendono il registro del wattaggio, la tecnica che taglia gli sprechi, la misura del riscatto.
Ma qui, sull’illuminazione e le lucciole misuriamo piuttosto la distanza tra due paesi, due nazioni, due mondi, che sono sempre una e pure mai più la stessa Italia: quella d’allora, lacerata dentro una guerra civile, travolta essa stessa da una modernizzazione selvaggia che non sapeva trovare eguale modernità politica, eppure ricca di passioni e invenzioni, di lingue e produzioni, inzeppata di conflitti; quella d’oggi, che è figlia d’essa e della sua sconfitta, volgare o impettita, misera nei sentimenti e nei provvedimenti, svuotata di paure.
Le lucciole non ci sono più, e da tempo. Non torneranno più, neppure se un decreto del governo lo volesse. Lo spengimento delle luci non potrà farle vedere, non potrà nemmeno farcele rimpiangere, sono espulse dalla nostra lingua o travisate ormai in qualcosa d’altro. Non può che esserci un fantasma di paese dove ormai c’è solo assenza e privazione. Dove ormai non c’è letteratura.

(foto National Geographic)
Nicotera, 12 ottobre 2012

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Casaleggio è meglio di Gori, vuoi mettere la traversata dello stretto con il camper?

Anzitutto, chapeau a Grillo e alla sua performance natatoria, sono davvero impressionato. Traversare lo stretto a nuoto non è proprio cosa facile – fatevelo dire da uno che quei mari li ha frequentati da ragazzino, c’è cresciuto –, le correnti sono forti e fredde, non è come fare mille vasche in piscina. Grillo è tonico, in forma, in uno straordinario momento di grazia e nonostante i medici e le barche di appoggio, che sono di prammatica considerato il gran traffico che c’è di navi-crociera e navi-container e traghetti e barche e spatare che magari lo infilzavano, “lu pisci, lu pisci, pigghia la fiocina, tira”, mostra una determinazione, che è cruciale in imprese di questo genere, davvero notevole. Certo, uno si chiede, ma era proprio necessario? Fosse arrivato su un traghetto o con l’aliscafo non gli avrebbero voluto bene lo stesso i suoi sostenitori? Non sarebbe partita eguale la sua campagna elettorale per le regionali in Sicilia, con i suoi temi, le sue battaglie?
Certo che sì, ma vuoi mettere? Grillo deve aver messo in conto l’ironia a valanga che avrebbe suscitato – c’è un tal Lehner che lo sfida da Ladispoli verso Roma, «a rana, a dorso, a crowl, a delfino, con appendice di braccio di ferro e mietitura a torso nudo, e chi arriva primo se la prende», insomma la peronata populista –, e forse a gioco virale nei suoi stessi: il candidato del M5S, Cancellieri, dice che non sa i motivi della nuotata e che «probabilmente da genovese avrà voluto risparmiare sul biglietto del traghetto».
E non parliamo neppure di quello che potrebbero sibilare tra i denti gente come D’Alema, che invece in mare aperto ci va con il suo Icarus con le scarpe giuste e su questo ci ha costruito tutto un immaginario da capitano che sa governare, oppure in porto costruisce patti delle acciughe, come con Buttiglione a Gallipoli che fece cadere il primo governo Berlusconi.
Però, è una genialata, questa della traversata, che starà facendo morire d’invidia uno come Berlusconi, che sulle sue performance e sulla sua tonicità ha costruito un immaginario nazionale di virilità, dandogli il colpo di grazia nella decisione a uscire di scena – che è poi sempre la cosa più difficile e dove si vede la differenza fra il grande attore e il guitto. È una guasconata, sicuro. Come quella che molti di noi ormai anagraficamente in mezza età capita che facciano le domeniche – dai, che scaliamo sin lì, dai che pedaliamo sin lì, dai che solleviamo sin lì – ma nell’intimità della propria cerchia di amici, e col viso paonazzo e le mogli che si preoccupano per il coccolone in arrivo, e invece qui è davanti le televisioni di mezzo mondo, che ormai se lo coccolano, come le testate più importanti. E insomma, siamo tutti un po’ guasconi, gli italiani che hanno le bici con shimano pazzeschi o la multipiattaforma dei pesi che nemmeno i personal trainer di Los Angeles e cose così. È insomma un’italianata. Siamo in piena autobiografia nazionale.
La Sicilia ne ha bisogno? Non saprei. La Sicilia vive dell’immaginario altrui più che del proprio o almeno si intrecciano. È un po’ come la storia dello sbarco di Garibaldi che era convinto – lo avevano convinto – che torme di picciotti lo stessero aspettando, perché già si sollevavano in armi e così non era – Crispi manipolava le news e Nicotera e La Farina, che pure mal si sopportavano col generale – però poi è accaduto davvero. E magari succede che davvero i Forconi – che si sono intanto divisi in tre – o meglio il loro elettorato potenziale si riversa su Grillo, che insomma si convincano, i siciliani, che davvero è giunta la loro ora di riscatto, vai a saperlo. L’immaginazione dei siciliani è sconfinata, come si potrebbe altrimenti vivere impestati di mafia?
Di sicuro, Grillo ha fatto a pezzi Renzi, o meglio: Casaleggio, il suo guru, ha fatto a pezzi Gori, il guru del sindaco di Firenze, che è uno a modino, con un immaginario che vola proprio basso. E che magari fa strame di quel corpaccione insonnolito del Pd che non ci vuole poi un’arca di scienza ma a navigare nel mare aperto dell’immaginario degli italiani, e dei siciliani poi, ce ne vuole e non basta rispolverare il camper – invece che il bus – di Prodi. Non so certo, a petto di ste cose, uno come Monti potrebbe guadagnarci, uno che sembra dover fare fatica pure a mettersi la giacca, così poco italiano – pure fra manager e professori, dico –, così imbalsamato, così travet. Che tristezza, e che dolore pure, però, se la politica e i programmi sono quelli di Monti l’austero.
Epperciò, se questo è il livello della politica, la spettacolarizzazione ormai irreversibile – che non l’ha introdotta Berlusconi, vorrei precisarlo, ma il terrorismo con il rapimento Moro e la mafia con Capaci, e grazie a dio ne siamo lontani anni luce – forse faremmo bene a metterci seduti e goderci le puntate.
Il presidente Mao traversò il Fiume Giallo – era in età avanzata ma tonico pure lui – per dire ai cinesi, che con le acque in genere c’avevano poco rapporto abbarbicati da secoli com’erano per lo più nelle campagne, che fosse necessario coraggio per il gran balzo in avanti. Il Grande Timoniere fu per un giorno anche il Grande Nuotatore.
Beh, i cinesi in trent’anni hanno fatto miracoli inimmaginabili. Hai visto mai, i siciliani.

Nicotera, 10 ototbre 2012 (foto ansa)

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