Fuori i negri dalla Lombardia. Maroni come Bennett, Mississippi, 1962.

James_Meredith_OleMissIl governatore Maroni non vuole i negri in Lombardia. Che stiano altrove. Non dove c’è lui. Che altri ci facciano lingua in bocca. Non dove c’è lui. Non c’è posto per i negri in Lombardia. Il governatore della Lombardia, Roberto Maroni, ha detto che ha deciso di «scrivere una lettera ai prefetti per diffidarli dal portare qui nuovi clandestini e scrivere ai sindaci per dirgli di rifiutarsi di prenderli».
Il governatore Maroni sembra Ross Bennett, il governatore dello Stato del Mississippi che non voleva assolutamente consentire ai negri di entrare all’università negli anni Sessanta. Bennett disse: «No school in our state will be integrated while I am your Governor. I shall do everything in my power to prevent integration in our schools», nessuna scuola nel nostro Stato vedrà l’integrazione razziale finché io sono governatore. Farò qualsiasi cosa in mio potere per impedire l’integrazione nelle scuole. È così che inizia una delle pagine più dolorose e straordinarie degli Stati uniti.
James Meredith aveva servito con dignità nell’Aviazione degli Stati uniti. Dal 1951 al 1960. Dieci anni della sua vita. Quando smise di essere un soldato, pensò che fosse giunto il momento di darsi una sistemazione per la vita. Nel 1954, la Corte Suprema aveva dichiarato che in tutte le scuole pubbliche dovesse essere permesso l’accesso a qualsiasi cittadino. Le scuole pubbliche erano pagate dalle tasse di tutti, tutti dovevano avere la possibilità di frequentarle. Questa era la legge. In Mississippi, nel Sud, la legge era un po’ diversa. Nelle scuole, i neri potevano entrare, ma erano separati tra “white” e “colored”. In tutte le cose erano separati tra “white” e “colored”, sui bus, alle fontanelle dell’acqua, nei bar, nei ristoranti. Meredith, comunque, si era diplomato a Jackson, Mississippi. Poi, era partito militare. Quando era tornato, nel 1961, aveva deciso che era il momento di iscriversi all’università del Mississippi, a Oxford. La “Ole Mess”. Disse poi che si era sentito ispirato dalle parole del presidente Kennedy. Solo che a Oxford, Mississippi, benché fosse un’università pagata dalle tasse di tutti, accettavano solo bianchi.
La domanda di ammissione di Meredith venne respinta. Due volte. In entrambe le volte, era stato aiutato da attivisti del NAACP (National Association for the Advancement of Colored People), l’organizzazione che tanta importanza aveva avuto e avrà in quegli anni nella battaglia per i diritti civili. A questo punto, Meredith si rivolge alla Corte distrettuale del Mississippi sostenendo di essere stato escluso per motivi razziali. È maggio, maggio del 1961. Dopo infinite audizioni, la Corte decide che Meredith ha il diritto di frequentare l’università. Sostiene questo facendosi forte anche di un parere della Suprema Corte, cui si era rivolta.
È settembre, settembre del 1962. La Corte ingiunge al board dell’università di accettare la domanda di ammissione di Meredith. È a questo punto che si scatena l’inferno. Il parlamento dello Stato approva rapidamente una legge che impedisce l’ammissione all’università a chi abbia dei reati. Meredith aveva dei reati: era stato arrestato per aver violato le leggi sul voto, ovvero per poter esercitare un proprio diritto. Ma la Corte insiste, e decide l’arresto del governatore e gli commina una multa, a meno che non esegua quanto prescritto, entro il 2 ottobre.
Bennett è un democratico. Come i Kennedy. E è proprio un Kennedy che continua a parlargli. Solo che non è il presidente John, è il fratello Bob. Che è ministro della Giustizia. Bob aveva iniziato a farsi le ossa al Dipartimento di Giustizia, nel 1952. Poi era passato come consigliere giuridico nella Commissione McCarthy, quella che perseguitava “i rossi”. Si dimise presto, anche per seguire la carriera politica di John, e poi si era distinto nella Commissione anti-racket, soprattutto contro quel controverso personaggio che era Jimmy Hoffa, il boss del sindacato. Quando John diventa presidente, lui va alla Giustizia. È intransigente, è intelligente, è preparato. Progressivamente, è diventato sempre più democratico. Ha abbracciato la causa dei diritti civili.
Bob Kennedy convince Bennett a non insistere oltre. Bennett sembra cedere. Si mettono d’accordo. La domanda di Meredith sarebbe stata accettata dall’università del Mississippi, ma di domenica, quando nessuno l’avrebbe visto. Lui avrebbe salvato la faccia. Lui promise che non avrebbe fatto scoppiare disordini. Kennedy però non se la beve. Manda cinquecento sceriffi federali a accompagnare Meredith. Ma sottovaluta la situazione, la durezza dello scontro.
È il 29 settembre. Tutti i razzisti del Mississippi, dell’Alabama, di ogni buco di culo dell’America sembrano convergere su Oxford. Tutto il Klu Klux Klan, e i cavalieri bianchi con le loro croci di fuoco sembrano convergere su Oxford. La notte scoppiano sommosse, i federali vengono accolti con pietre, bottiglie, macchine incendiate, colpi di pistola. Non c’è un soldato in giro. I federali hanno tutti un elmetto bianco, per riconoscersi. Sembrano, nelle foto, inviati dell’Onu. Inviati dell’Onu a mettere pace, a fare i peacekeepers in una guerra. No, non in Congo, non in Ruanda, no, a Oxford, Mississippi, Stati uniti d’America. Tra l‘uomo bianco e l’uomo nero. Tra americani. Gli scontri durano per tutta la notte e il giorno dopo. Ci sono anche i militari adesso. Li hanno mobilitati i Kennedy, John e Bob. Due uomini rimangono a terra. Due morti.
L’uno ottobre del 1962, circondato dai federali con l’elmetto, dai Marshall, James Meredith presenta la sua domanda all’università del Mississippi, che viene accettata. È il primo nero a entrare in un’università del Mississippi. Un passo di straordinaria importanza per la lotta dei diritti civili.
Il governatore Maroni dice che scriverà ai sindaci che se qualcuno di loro dovesse accogliere i negri lui ridurrà i trasferimenti regionali, «come disincentivo, perché non devono farlo e chi lo fa, violando la legge, subirà questa conseguenza». C’è una legge “speciale” in Lombardia? La Lombardia ha una legge diversa dal Lazio, dalla Calabria, dall’Emilia Romagna? La Lombardia è come il Mississippi? C’è la segregazione razziale nella Lombardia del governatore Maroni?
E allora si mandino tutti i prefetti d’Italia, a scortare i migranti. I negri. Se è il caso con l’elmetto. Bianco. Si mandino tutti i prefetti a eseguire un ordine del governo, che è poi una decisione del parlamento e un accordo con l’Europa. Il ministro dell’Interno ha il polso per far rispettare una sua decisione? La Lombardia del governatore Maroni si trova in un altro Stato diverso dall’Italia?
Si mandi l’esercito, se è il caso. O l’esercito si mobilita solo per far rispettare la legge al Sud, a Reggio Calabria, a Palermo? Si mandino i soldati che tornano dall’Afghanistan. Quelli che la guerra l’hanno vista, quelli che lo sanno cosa significa dover fuggire e lasciare ogni cosa. Che siano loro a scortare i migranti. Clandestini, li chiama Maroni. Per renderli colpevoli di un reato, per negare loro dignità, cittadinanza. Se non hanno diritti, se sono solo nuda vita, non possono essere accolti. Se non sono cittadini non possono essere accolti. Se sono portatori di reato, e se sono “clandestini” lo sarebbero, non possono essere accolti. Questa è la legge del governatore Maroni. I shall do everything in my power. Farò qualsiasi cosa in mio potere. La “sua” legge.
Beh, governatore Maroni, puoi chiamare a raccolta tutti i tuoi “cavalieri verdi”, potete mettervi tutte le felpe che volete e strillare tutti i vostri cori razzisti del cazzo. La novità è che stiamo arrivando. Noi, e i negri, e i clandestini. La novità è che con noi ci saranno i marshall e l’esercito. La novità è che canteremo una canzone: «I’ll sing you a song about a town where the devil had his rule», canteremo la storia di un luogo dove governava il diavolo. We shall overcome. Stiamo arrivando. Insciallah.

Nicotera, 8 giugno 2015

Pubblicato in società | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento

Dalla Roma di Argan a quella di Alemanno

rutelli_veltroni_alemannno copiaUna volta c’era Petroselli. Forse si dovrebbe dire meglio: una volta c’erano Giulio Carlo Argan, Luigi Petroselli e Ugo Vetere. Perché c’è continuità nei loro mandati come sindaci di Roma e perché disegnano un arco temporale politico segnato dalla fine dell’era dei sindaci democristiani e dall’avvento dei sindaci di sinistra. Argan viene eletto sindaco nel 1976, e Petroselli, capolista per il Pci prende una valanga di voti, superando persino Andreotti. È questa l’onda lunga. Renato Nicolini è il suo assessore alla Cultura e Vetere è il suo assessore al Bilancio. Lo rimane anche quando Petroselli subentra a Argan, nel 1979. E diventa anche vice-sindaco. Anche Nicolini rimane a fare l’assessore alla Cultura. Quando Petroselli scompare improvvisamente, nel 1981, al suo secondo mandato, Vetere diventa sindaco. Durerà fino al 1985. È questo decennio, che ha cambiato Roma.
Non fu solo l’Estate romana; con Antonio Cederna, venne realizzato il progetto per il ripristino dei Fori e dell’area archeologica centrale. Il Campidoglio si riunisce al Foro Repubblicano, e il Colosseo all’area dell’Arco di Costantino e al tempio di Venere e Roma. È in quel periodo che si completa la continuità dell’area archeologica, dal Colosseo al Campidoglio. È in quel periodo che si aprono la Linea A e la linea B della metro. Soprattutto, periferie e borgate “si avvicinano” al centro della città: centinaia di migliaia di cittadini delle borgate ottengono l’allacciamento alla rete idrica e fognaria. Roma diventa a un tempo centro di attrazione mondiale e città senza più la vergogna delle borgate come favelas. È il tempo delle grandi contestazioni sociali e politiche, dei grandi movimenti, con il centro continuamente invaso da manifestazioni e barricate. È anche il tempo dell’attacco del terrorismo.
Ma è sicuramente il periodo in cui Roma ha uno splendore straordinario, in cui si rende conto della sua impareggiabile grande bellezza.
Curiosamente, Argan, che era torinese, Petroselli, che era di Viterbo, e Vetere, che era di Reggio Calabria, non erano romani di nascita. Allora contava davvero poco, la “romanità” la dava il partito, bastava essere comunisti. Soprattutto, benché avessero, per formazione culturale o per ruolo nel partito, una “visibilità”, Argan, Petroselli e Vetere erano ben contenti di essere sindaci di Roma. Guidare e amministrare la città di Roma, e ciascuno dedicò cura e attenzione secondo il proprio inclinamento, bastava e avanzava.
Quand’è che cambiano le cose? Quando “prendere Roma” diventa il trampolino di lancio verso incarichi più ambiziosi, quando ci si rende conto che da Roma si può passare direttamente a governare il paese, l’Italia. È con Rutelli che inizia questo “salto”. È con Veltroni che questo passaggio si rafforza, è con Alemanno che prende la via del piano inclinato. Ciascuno a modo suo, Rutelli incrociando il Giubileo, Veltroni che fa di Roma il luogo di mille “case” – della cultura, del cinema, del jazz e via cantando –, e Alemanno che punta direttamente al “familismo amorale”, reclutando vecchi sodali di destra e loro parenti, amanti, amichetti, facendo, o perfezionando, le municipalizzate come la Grande Vacca da mungere. È in quest’arco temporale che nasce il “sistema Roma”: la sindacatura di Roma come balzo per coltivare le proprie ambizioni politiche verso la presidenza del Consiglio. Per realizzare questo “sogno” ci vuole una marea di soldi, ci vuole una “macchina di soldi”, che sia in grado di stabilizzare consenso, voti, visibilità. Che coinvolga e taciti, nella spartizione, anche l’opposizione («So’ quattro lotti, uno va all’opposizione», dalle intercettazioni di Mafia Capitale). Dirigenti centrali della macchina amministrativa, politici di quartiere e di circoscrizione, tutta la macchina politica – una volta per l’uno, una volta per l’altro – deve essere in grado di macinare denaro per costruirsi consenso sociale.
È in questo arco temporale che Roma diventa “ladrona”, cioè in grado di far pesare la sua impareggiabile grande bellezza, la sua eccezionalità verso il governo centrale e di “costruire” un bilancio pubblico che non avrà alcuna regola. Che verrà sanato, di anno in anno, di sindacatura in sindacatura dalle elargizioni “generose” dello Stato.
Badate, non sto mica dicendo che Rutelli, Veltroni e Alemanno abbiano rubato. Non è il mio mestiere, questo. Sto dicendo che questo “sistema” è arrivato al punto di autonomizzarsi. È arrivato al punto di ritrovarsi con una montagna di denaro, con una continua riproduzione di denaro, e di non avere più il “modo politico” di spenderlo. L’ambizione politica di spenderlo. Rutelli si è bruciato con Berlusconi, come Veltroni e come, per altro verso, Alemanno. Il “progetto” di fare di Roma il trampolino verso il governo del paese è fallito in tutti e tre i casi. Ma la macchina, il “sistema” è rimasto e ha continuato a funzionare.
È questo “sistema” che spiega la formazione delle cooperative di Buzzi e Carminati, tra le cento altre, e la loro trasversalità tra le giunte di centrosinistra e quelle di centrodestra. È questo “sistema” che spiega la versatilità dei dirigenti della macchina amministrativa, ora al servizio dell’uno ora al servizio dell’altro, fino a essere al servizio di se stessi. È questo sistema il “burattinaio”, non Buzzi e Carminati. Buzzi e Carminati sono il bancomat, lo sportello a cui attingono tutti. A piene mani. Soprattutto quando la macchina gira a vuoto. Quando la macchina deve solo mangiare per essere munta. Ma non sono la Banca centrale. Non sono loro i “burattinai”, benché siano convinti che «l’avemo tutti in mano» e che «con questo se magnamo tutta Roma». Non sono Buzzi e Carminati a stampare moneta. Sono “impiegati allo sportello del denaro pubblico”, distributori di mazzette. Arubbeno, pure loro. Come l’artri. Si sa, il popolo rubba.
Più soldi arrivano dal governo centrale, che certo non può far fallire Roma, e si inventa qualsiasi cosa per certificare bilanci che un ragioniere appena diplomato rimanderebbe indietro, e meno si investe sulla città. Il degrado della città – le buche, l’abbandono delle periferie, la coatteria diffusa, l’arroganza e la cialtroneria ormai caratteri sociali – è direttamente proporzionale all’afflusso di denaro: più soldi arrivano – per i profughi, per i rom, per il verde, per “il decoro” – e più soldi vengono ingoiati direttamente dalla macchina, lasciando briciole per l’amministrazione e la cura di Roma. Persino ogni “emergenza” – la neve, e viene da ridere solo già a pronunciarla – diventa occasione di far girare moneta. Manco fosse arrivato il tornado a New Orleans. L’impareggiabile grande bellezza di Roma può essere vista solo all’alba, in assenza d’umanità, quando non c’è nessuno, oppure dall’alto delle magnifiche terrazze romane, lontano da quel che succede in suburra, proprio come nei colori della fotografia di Bigazzi per il film di Sorrentino.
Roma ha goduto della sua straordinaria eccezionalità, della sua lunga onda di cambiamento, e a un certo punto il “sistema” si dev’essere convinto che la città bastasse da sé, che non fosse più necessario curarla, starci dietro, manutenerla. S’è messa a galleggiare su quella montagna di denaro pubblico che continuamente si riproduceva, come per miracolo. Manco fosse la neve – ancora – d’agosto.
L’impareggiabile inchiesta di Pignatone & co. della procura rovescia questo dato di fatto. I “burattini” diventano i mafiosi in grado di condizionare la politica e l’amministrazione della città, dentro la quale ci sono dei corrotti. Arrestati gli uni e gli altri, Roma tornerà sana. “Politicamente” – e questa è un’inchiesta tutta “politica” – sembra il ragionamento dei Cinquestelle: cambiamo gli uomini e cambia il sistema. Mettiamo quelli onesti e poi cambiano le cose. Non è così. È da Tangentopoli che si sente sta solfa. E poi ci siamo ritrovati con Fiorito-Batman. Di uomini ne abbiamo cambiati, e il sistema si è riprodotto. Gli uomini non reggono alla forza del sistema. Vaglialo a spiegare a Marino, che è tutto contento perché Pignatone sta facendo il lavoro per lui.
Cosa voglia davvero Pignatone, o chi per lui – intanto, avere la città “sotto schiaffo” non è un potere da poco –, non è forse importante. Quello che ci si dovrebbe chiedere, per chi ama l’eccezionalità di Roma, per chi crede sia davvero in grado di riprodursi autonomamente, di poter bastare a se stessa, di poter rappresentare un “laboratorio politico” straordinario di democrazia e libertà – lo è stato, può tornare a esserlo e di più –, è come trasformare questa crisi in una opportunità. Non saranno le manette a risolverlo, non saranno i commissariamenti di questo o quel partito, non saranno le intercettazioni – e tutto quel sopracciò moralisteggiante che suscitano.
Sembra d’essere in un passaggio del Risorgimento: Roma non sembra più la capitale, Milano porta ancora i segni della sconfitta, Torino è troppo d’antan. Che si sposti il parlamento a Firenze?

Nicotera, 6 giugno 2015

Pubblicato in politiche | Contrassegnato , , , , , , , | Lascia un commento