I porchettari di Mafia Capitale.

giuseppe-pignatoneQuando che Romolo Catenacci, marchese di Cazzuola, inaugura il nuovo complesso “residenziale” dei cento e cento che hanno già cementificato Roma, e ci stanno tutti, operai e preti, avvocati e notabili, e la gru cala dall’alto la porchetta avvolta nella bandiera tricolore, mentre una tromba suona l’inno, l’avvocato Gianni, che ne è il genero, avendo sposato la figlia Elide, già partigiano, già di sinistra, ora al soldo del suocero e del denaro che gira vorticoso, pensa: «Furono anni tranquilli e proficui per tutti». La gru cala il carico sulla lunga tavolata e tutti si buttano sulla porchetta.
È una scena di C’eravamo tanto amati, di Scola, con Aldo Fabrizi, nella parte del marchese di Cazzuola («’E fognature? E er Tevere che ce sta’ ‘a fa’?»), Vittorio Gassman, nella parte del genero Gianni, e Giovanna Ralli in quella di Elide, che per seguire i consigli del marito e evitare di ingrassarsi declina il panino imporchettato perché «non può mangiare idrocarburi».
Leggo le intercettazioni di Mafia Criminale, e sembra di leggere le battute di Furio Scarpelli. Le avrebbe potuto scrivere lui. L’avrebbe potuto “inventare” lui uno come Salvatore Buzzi, marchese della ‘Sola. La volgarità ostentata non nasconde le origini, le origini sono esibite. Sono il marchio di fabbrica. Lì come qui. Dice Carminati a Buzzi, da Palombini all’Eur: «Je’ dico: tu lo sai chi sono io? Lo sai da dove vengo?» La porchetta è diventata mucca, perché è una metafora, e le metafore sono fatte di linguaggio che gira per come gira il mondo.
I fagottari non abitano più Roma, perché nessuno va più in fraschetta a portarsi la roba da casa e sedersi a ordinare il mezzo litro “di quello bbono”. Ma quando che arriva la porchetta, tutti se buttano a mangiare, che tanto è aggratise.
Il denaro è pubblico. Nel senso letterale del termine, non in quello dell’economia keynesiana o dei bulletti di Chicago. Il denaro è pubblico, per Buzzi e Carminati, per Gramazio e Coratti, e via di questo passo. Chi arriva primo se lo pija. Nessuno sa da dove viene, nessuno se lo chiede. Il denaro gira vorticoso. Va all’asta. Non vanno all’asta appalti, cose, gare, verde da sistemare, centri per immigrati da costruire o migliorare, no è il denaro che va in appalto. Si appalta il denaro. Chi se lo prende, lo distribuisce. Il denaro non si consuma, perché è sacro. La sacralità verso il denaro di Buzzi – che di suo, si assegna come stipendio quattromila euro, una cosa ridicola considerando le decine di migliaia di euro che paga a destra e sinistra – è di chi viene dalla gavetta, come il marchese di Cazzuola. Di chi capisce che il denaro non si può sprecare. È la stessa sacralità che pensa Carminati, il Cecato, che disprezza Pulcini, il costruttore ora ai domiciliari, che stava a Porto Cervo a divertirsi: «Cazzo gli frega a lui, quello, quello mica… mica sta come noi che dovemo sta sul pezzo pe’ magnasse un pezzo de caciotta». Per generare altro denaro, Carminati e Buzzi devono sta’ sul pezzo, instancabili lavoratori del nulla, perché il denaro deve essere distribuito, parcellizzato e messo in circolazione. È l’economia di Sraffa, l’amico di Gramsci che stava a Cambridge – mi si conceda un pensiero colto, un po’ come all’avvocato Gianni di Gassman – che scriveva Produzione di merci a mezzo di merci, solo che ora, nelle mani di Buzzi, Carminati & soci, è Produzione di denaro a mezzo di denaro. Si può scrivere così, con un’equazione: equazione_sraffa.
Oppure, si può dire: «La mucca deve magna’, pe’ da’ latte».
L’interpretazione, diciamo così keynesiana, del denaro pubblico di Buzzi – scavare buche per poi riempirle: «L’amo messa ‘a raccolta differenziata, una fica da paura, un metro e settanta, c’ha du’ zinne» – non è poi tanto diversa da quella dei Lehman Brothers e dei suoi derivati e dei subprime. Nessuno sapeva da dove venivano quei derivati, nessuno ci capiva niente, nessuno li spacchettava per vedere cosa contenessero, e se anche l’avessero fatto non sarebbero mai risaliti a niente. Quello che importava era farli girare. E chi li comprava li faceva girare a sua volta – fossero banche centrali o fondi privati, fondi sovrani o merchant bank. Poi, li abbiamo pagati noi. Li stiamo ancora pagando noi. Certo, lì si andava nei locali raffinati di Manhattan e Dubai, di Londra e Singapore. Ma era poi così diverso?
Era poi così diverso Sepp Blatter e la corruttela con la Fifa di milioni di euro, di qua e di là, con prostitute d’alto bordo e suite in alberghi di lusso? Da dove veniva il denaro, tutta quella montagna d’oro della Fifa? La Fifa si comprava i governi – il Sudafrica non aveva i soldi per la mazzetta e li anticipava la Fifa. Carminati, nel suo piccolo, si compra il municipio di Ostia o qualcosa di simile, che non ha i soldi per la mazzetta da far girare per l’appalto e l’anticipa lui. Trecentomila. «Li ha ripijati?», chiede Buzzi a un sodale. E quell’altro: «Sì, sì, co’ l’interessi». È che loro, «c’avemo ‘a credibbilità, una grandissima credibbilità».
Cambia qualcosa se stai spaparanzato a Mayfair o alla Romanina? L’aura di signorilità redime, e la puzza di volgarità, di zozzoneria condanna? O sono i numeri, le quantità che cambiano le carte?
Chiariamoci: Ozzimo e Odevaine e compagnia cantando so’ dei puzzoni. Ma non ce li vedo come “mafiosi”. Sono “crimini finanziari” i loro? Non saprei. C’è tanta truffa, tanta spartizione del bottino. Ai lavoratori, le briciole. E sono loro a cui dovremmo pensare adesso. Le attività devono essere mantenute. Gli stipendi devono essere pagati. Il Comune emetta dei voucher, intanto, che servano per comprare, per pagare. Che si accolli le nuove spese. Paghiamo noi, tanto, cittadini. Come pagamo quell’artri. I Cinquestelle, che rimandano indietro parti di stipendio politico, li diano ai lavoratori delle cooperative. Ma “mafiosi” Buzzi e Carminati e compagnia cantando? Non viene riportato – nelle migliaia di registrazioni ambientali, dentro gli uffici, dentro le case, nei bar, per strada, nei cessi, una cosa pazzesca quanto sarà costato tutto – una sola volta, una, che qualcuno dica “Ma come ti permetti?” Nessuno parla mai di qualcuno da piegare. Solo di tariffari, quello che voleva quindici ora ne vuole quaranta, quello che ne voleva quaranta ora ne vuole cento, e via così. A rate, all’estero, a piccole porzioni. Ma uno che avesse detto “col cazzo”. Uno che l’avesse preso a schiaffi a Buzzi? Nisba. Per paura? Ma che davero? Piuttosto, «furono anni tranquilli e proficui per tutti». La porchetta è servita.
Tutta l’operazione giudiziaria è politica. La scelta dei tempi, il primo jab e ora il destro diretto – bontà di Pignatone, non quando c’era ancora l’effetto degli “impresentabili” della Bindi, ma dopo le regionali, così che tutta l’attenzione sia per lui, per il sacco di Roma –, e quello che rimane ancora da vedere, da sfoderare, se qualcuno non getta prima l’asciugamano sul tappeto e fa finire la storia. Si dimetterà Marino? A che serve d’altronde? Volete una nuova campagna elettorale, e per fare che?
C’è già un nuovo sindaco a Roma: si chiama Giuseppe Pignatone, fa il procuratore capo della Repubblica. Ma è un lavoro di copertura.

Nicotera, 5 giugno 2015

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Ma quale mafia? È solo un inguacchio romano.

mafia_capitaleIo so i nomi. Io so i nomi delle cinque persone cinque che hanno votato Alemanno alle Europee a Limbadi, Calabria. So anche i nomi delle quattordici persone quattordici che lo hanno votato a Nicotera, Calabria. Questa è terra pure mia. Cinque voti su mille, quattordici voti su millecinquecento. Questi sono i voti che Alemanno ha raccolto alle Europee attraverso l’interessamento del clan Mancuso, che sarebbe stato interessato da Salvatore Buzzi. L’avrebbero votato comunque. È che so’ fasci. E delle due l’una. O dice imbecillità il dottor Gratteri – e le decine di ordinanze che hanno mandato in carcere quasi tutta la “famiglia” – che considera il clan Mancuso la più potente organizzazione criminale d’Europa, oppure, se questa è una prova provata della capacità criminale di Buzzi e Carminati, siamo alla bufala, al millantato credito. E siccome il dottor Gratteri come investigatore non è male, vedete voi.
Quarantaquattro arresti per Mafia Capitale 2, la vendetta. I cui cardini “concettuali” sono due. «Qui rubbeno tutti». E uno. «La mucca deve esse’ foraggiata pe’ da’ latte». E due. Migliaia di intercettazioni in cui si parla di tutto, in cui ti pare di vederli, che stanno lì a ingrassare, a millantare, a spaparanzarsi, a filosofeggiare. A togliersi la carne dai denti con lo stuzzicadenti. Certo, la truffa c’è, certo, la corruzione c’è. Grave, l’una e l’altra, soprattutto pensando alle persone che dovevano essere aiutate. Ma questa non è un’organizzazione criminale. Questa è una lunga gita fuoriporta di scrocconi e arruffoni, di truffatori e papponi.
Quarantaquattro arresti in Sicilia, Lazio e Abruzzo per associazione per delinquere, corruzione e altri reati. Sarebbero ventuno gli indagati a piede libero. Il business era quello dei flussi migratori e della gestione dei campi di accoglienza per migranti.
I carabinieri hanno fatto scattare le manette a Roma, Rieti, Frosinone, L’Aquila, Catania e Enna. Nell’ordinanza di custodia cautelare, emessa su richiesta della procura distrettuale antimafia di Roma, vengono ipotizzati a vario titolo i reati di associazione di tipo mafioso, corruzione, turbativa d’asta, false fatturazioni, trasferimento fraudolento di valori e altro.
Per gli investigatori c’è prova dell’esistenza «di una struttura mafiosa operante nella Capitale, cerniera tra ambiti criminali e esponenti politici, amministrativi e imprenditoriali locali». Gli inquirenti lo definiscono un «ramificato sistema corruttivo finalizzato a favorire un cartello d’imprese, non solo riconducibili al sodalizio, interessato alla gestione dei centri di accoglienza e ai consistenti finanziamenti pubblici connessi ai flussi migratori».
Stavolta ci sono di mezzo le cooperative bianche («Qui rubbeno tutti»). Al centro di molti passaggi dell’ordinanza c’è infatti La Cascina, cooperativa bianca che fa riferimento a Comunione e Liberazione. Secondo l’accusa, la cooperativa garantiva un premio mensile a Luca Odevaine che, dal Tavolo nazionale per l’emergenza immigrazione, gestiva gli appalti per i centri profughi e immigrati. Una volta che La Cascina ha ottenuto l’appalto del Cara di Mineo (aprile 2014), il premio per Odevaine è stato portato a ventimila euro mensili. «Un euro a migrante», questo era il tariffario. Più o meno erano cose che già lo stesso Odevaine aveva ammesso, ricavandone gli arresti domiciliari. Sembra che il giudice Flavia Costantini non abbia dato il via libera a una nuova richiesta di arresto. Due. La vendetta.
E poi ci stanno di mezzo consiglieri comunali, burocrati del Campidoglio, della Regione, politici della Regione. Stavolta si arriva vicino anche a Zingaretti. Buzzi e Carminati davano soldi a tutti, mazzette a destra, mazzette a sinistra, decine, centinaia di migliaia di euro. «La mucca deve esse’ foraggiata pe’ da’ latte».
«Il procuratore Pignatone non riceve i giornalisti e tutti i pm coinvolti, l’aggiunto Prestipino, i pm Luca Tescaroli, Giuseppe Cascini e Paolo Ielo, declinano gentilmente dichiarazioni e commenti». Così, riportano i giornali. Tanto, parlano gli arresti e l’impatto mediatico sulla politica.
Tanto delicato è stato Pignatone che, pur risalendo la richiesta a marzo, ha firmato l’ordinanza solo il 29 maggio. Per non intervenire nella lotta politica, si lascia capire. Dopo la bufera sollevata dalla Bindi, con l’elenco degli “impresentabili”, ci mancava solo sta tornata di arresti. Hanno aspettato qualche giorno, che passassero le regionali, che fossero praticamente digerite, e vai con i titoloni. Pignatone non muove foglia se non ha le prime pagine prime. Se non sconquassa la politica.
Il sindaco Marino – che Dio l’abbia in gloria – è contento. Dice che «Pignatone sta svolgendo, in un certo senso, lo stesso tipo di compito che noi svolgiamo nell’amministrazione». E delle due l’una: o Marino è proprio scemo, o è talmente furbo da pensare che li fotte tutti. Tanto, lui è pulito, e ci pensa Pignatone a eliminargli ogni opposizione. Stavolta, non saprei verso quale delle due propendere, ma la seconda mi sembra troppo lambiccata.
A Salvini non pare vero. A Roma non conta un cazzo, e si è imbarcato quei quattro fuori di testa di Casa Pound per fare un po’ di numero. Con la Meloni, che conta ancora meno benché vada sempre in giro per talk show e dica d’essere la Le Pen d’Italie – bastasse solo tingersi i capelli di biondo – sono passati all’attacco. Dimissioni immediate di Marino, elezioni subito. Per Salvini vorrebbe essere l’occasione per mettere un piede a Roma. L’infame intanto prende di mira i migranti e i centri di accoglienza, come se fosse colpa loro che c’è chi si è fatto d’oro sulla loro pelle.
A soffiare sul fuoco anche i Cinquestelle: «La vergogna non basta. Chi ha fatto da palo e non da commissario dovrebbe dimettersi all’istante», twitta il deputato Di Battista. Che ce l’ha col Pd tutto.
Chi ruba paga, dice Renzi. Che ha un senso della giustizia e della legittimità a corrente alternata, proprio come è scritto, nel senso che se la corrente gli conviene si erge a difensore contro gli abusi, e viceversa. Del Lazio, a Renzi, non gliene fotte proprio, come partito. Ha provato a commissariarlo, peggio mi sento. Marino non è dei suoi, e Zingaretti potrebbe pure essere una spina nel fianco, prima o poi. Si può perdere Roma, per il Pd di Renzi? Intanto, tenerlo sotto botta non gli dispiace, poi si vedrà.
Ci lavorava pure tanta gente nelle cooperative. Volano gli stracci. Massì, chissenefrega. Al rogo, al rogo. Ma quante volte si può bruciare lo stesso colpevole?

Nicotera, 4 giugno 2015

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