Referendum Grecia: dovremmo votare tutti in Europa.

referendum-greciaLa Grecia mi deve 623 euro. Seicentoventitré euro sono la cifra che la Grecia deve a ciascun italiano. Io non ho autorizzato il ministro Padoan, che sta lì a rappresentarmi, a trattare i miei 623 euro, non l’ho autorizzato a costringere la Grecia a restituirmi subito quanto mi deve. Io, anzi, vorrei che il ministro Padoan sapesse che non voglio subito i miei 623 euro, vorrei che il ministro Padoan sapesse che la Grecia può restituirmi quanto mi deve quando ne avrà la possibilità. Tra un anno, tra due, quando si saranno rimessi in carreggiata. Vorrei fare un gesto di generosità. Di solidarietà verso i greci. Verso altri europei.
Il ministro Padoan, che sta lì a rappresentarmi, ha deciso, con altri suoi diciassette colleghi, di continuare la riunione dell’Eurogruppo – il coordinamento che riunisce i ministri delle finanze dei 19 Stati membri che adottano l’Euro, ovvero l’Eurozona – il 25 giugno, quando la Grecia rifiutò di sottoscrivere l’ennesimo accordo-capestro e Tsipras annunciò il referendum in Grecia, senza il ministro Varoufakis. Io non ho autorizzato il ministro Padoan a escludere il ministro Varoufakis dall’Eurogruppo. Io, anzi, vorrei che il ministro Padoan sapesse che per quanto mi attiene va riconvocata d’urgenza una riunione dell’Eurogruppo e il ministro Varoufakis vi deve partecipare come è suo solito, come è solito accada. Almeno se esiste ancora un Eurogruppo e un’Eurozona. Se esiste ancora un’Europa.
Il ministro Padoan ha dichiarato che «Non è l’Europa che sta facendo fallire la Grecia, ma caso mai sono le scelte del governo greco che non sono a mio avviso adeguate alle necessità della Grecia». Io vorrei che il ministro Padoan sapesse che queste sue parole non corrispondono in nulla al mio pensiero, e che le considero un’ingerenza indebita nei processi politici di un’altra nazione europea. Io, anzi, vorrei che il ministro Padoan, che sta lì a rappresentarmi, ritirasse subito questa sua dichiarazione e ne rilasciasse un’altra che dovrebbe suonare così: «È l’Europa che sta facendo fallire la Grecia, e non le scelte del governo greco che sono a mio avviso adeguate alle necessità della Grecia».
Ministro Padoan, Not in my name. Sulla Grecia, lei non può parlare a mio nome.
Il 18 giugno del 1989 si tenne in Italia un referendum consultivo sull’Europa, contestualmente alle elezioni per il nuovo Parlamento europeo. Il quesito era il seguente: «Ritenete voi che si debba procedere alla trasformazione delle Comunità europee in una effettiva Unione, dotata di un Governo responsabile di fronte al Parlamento, affidando allo stesso Parlamento europeo il mandato di redigere un progetto di Costituzione europea da sottoporre direttamente alla ratifica degli organi competenti degli Stati membri della Comunità?». Sì, lo riteniamo, risposero in 29 milioni e 158.656 italiani. L’ottantotto per cento dei voti – la partecipazione fu peraltro altissima: l’80,68 percento degli aventi diritto. Sì, lo riteniamo. Ecco, io là sono fermo. Sono fermo al procedere dell’Europa verso una effettiva Unione. Io non ho dato mandato al ministro Padoan di procedere altrimenti. Non ho votato perché il ministro Padoan si senta autorizzato a procedere altrimenti.
Qui dobbiamo fare a capirci: o Dijsselbloem, presidente dell’Eurogruppo, intende comportarsi come don Vito Corleone e Padoan come Luca Brasi – l’uomo di mano –, che puntano una pistola alla testa di Tsipras, Varoufakis e della Grecia per un’offerta che non si può rifiutare, oppure i meccanismi e i procedimenti della democrazia vanno salvaguardati, curati, valorizzati.
E dato che la decisione di estendere un programma di aiuti alla Grecia oppure no è una decisione che coinvolge tutta l’Europa, il referendum che Tsipras ha deciso di tenere il 5 luglio in Grecia, in realtà lo dovremmo tenere anche noi italiani, e i francesi, e i tedeschi e gli olandesi, e gli europei tutti, e quelli che stanno nell’Eurozona e quelli che ancora no. Dovremmo porre un quesito sobrio, stringato, essenziale. Tipo, così: «Ritenete voi che si debba procedere nei negoziati con Atene fino a trovare un accordo sostenibile?»
Un sondaggio condotto dall’Alco polling institute per il quotidiano greco Prototema riporta che 57 percento degli intervistati sono a favore di un accordo, mentre il 29 percento vuole rompere con i creditori.
Un altro sondaggio, condotto dalla Pollsters Kapa Research per un altro quotidiano greco, To Vima, dice che 47,2 percento degli intervistati è favorevole a un accordo mentre il 33 percento è contrario. Più o meno, i dati sembrano collimare.
L’agenzia Reuters riporta un altro sondaggio ancora, che viene fatto periodicamente tra gli investitori tedeschi, anche istituzionali, dal Sentix research group e che è stato ripetuto dopo l’annuncio di Tsipras del referendum. Benché da maggio a adesso la percentuale sia aumentata, solo il 50 percento degli intervistati sembra convinto di un’uscita della Grecia dall’Europa. Uno su due. Stiamo parlando dei tedeschi che ci mettono i soldi.
Ora, nessuno può credere che don Vito Corleone e Luca Brasi – pardon, l’Europa – vogliano costringere i greci a uscire dall’euro perché non accettano che l’aliquota sulle aziende con profitti superiori ai 500mila euro stia al 28 invece che al 29 (è al 26), come chiesto da Tsipras. La questione è l’Iva – Tsipras la vuole ridurre – per i prodotti alimentari? La questione è l’Iva – Tsipras la vuole ridurre – per i prodotti farmaceutici? O la questione è l’età pensionabile? Beh, su questa c’è stato un accordo, i greci andranno in pensione a 67 anni – proprio come noi – a partire dal 2022 (Tsipras, esagerato, all’inizio aveva proposto il 2036).
Nessuno può credere che la controversia dirimente sia l’Ekas, un assegno integrativo per pensionati indigenti. È vero, molti analisti facendo le pulci ai conti del sistema pensionistico greco sostengono che per il 50 percento sia a carico dello Stato. Sostengono che le pensioni siano una sorta di reddito minimo garantito, elargito con troppa disinvoltura. Qualcuno ha idea anche di cosa sia il “sistema impresa” della Grecia, frammentato in piccole e piccolissime imprese, quasi sempre a conduzione familiare – certo, si evade, e tanto, pure lì, Tsipras ha proposto un piano – che in buona parte vivono di turismo? Qualcuno ha idea di cosa sia il mercato del lavoro in Grecia? Qualcuno ha idea di quanto sia alta la disoccupazione, soprattutto giovanile in Grecia? Qualcuno ha idea di cosa sia l’assistenza sanitaria, l’assistenza sociale in Grecia? Qualcuno ha idea, insomma, di come il “sistema pensionistico” della Grecia sia in realtà il sistema welfare della Grecia?
Qualcuno ha idea di come tutto questo somigli tremendamente a molte realtà del nostro “sistema Italia”? Alla situazione di quasi tutto il Meridione? A molte realtà sparse qui e là in Europa? Qualcuno non potrebbe farsi venire in mente un reddito minimo garantito per gli europei tutti, invece che solo per i greci?
I primi sondaggi perciò dicono che i greci voteranno a maggioranza Sì. È possibile. Si ha paura, tutti, di quello che non si conosce, di quello che può accadere, e non basta un convincimento politico, o uno scatto d’orgoglio. C’è da mettere assieme il pranzo con la cena. Tsipras, che ha chiesto un No, ovviamente, ha detto che vorrà rispettare l’esito della consultazione referendaria. L’Eurogruppo dice che in realtà il referendum è se restare o meno in Europa, ma le cose non stanno così. Le cose stanno che per cinque anni – dal primo insediamento della troika a Atene – non si è fatto altro in Grecia che seguire le indicazioni dell’Eurogruppo. Alla lettera. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Un disastro. Dice che altri – Spagna, Portogallo, Irlanda – ce l’hanno fatta. Mica è tanto vero. E il costo pagato è salatissimo. I greci cos’hanno, sono tonti? Sono tutti figli di puttana che vogliono campare alle nostre spalle?
Il debito pubblico greco è al 175 percento del loro Pil. Una cifra enorme, detta così. Il debito pubblico greco assomma a 320 miliardi di euro. Voi lo sapete, no?, a quanto ammonta il debito pubblico italiano? A 2.194,5 miliardi di euro. Almeno fino a ieri, oggi non saprei dire. Ecco, adesso fate un paragone. Per capire davvero l’entità della questione, vista in termini europei. E i due grandi creditori dei greci sono la Banca centrale europea, che possiede gran parte dei titoli di Stato scambiabili, e il Fondo monetario internazionale, istituzioni monetarie “votate” allo scambio, allo sviluppo, alla stabilità, alla crescita, agli investimenti. Il Fondo ha detto Niet. La Bce non ha potuto dare una mano, anche se strumenti ce ne sarebbero, non solo l’immissione di liquidità, il QE, ma anche l’Omt (Outright Monetary Transactions) ovvero gli acquisti, potenzialmente illimitati, dei titoli di Stato dei Paesi dell’Eurozona in difficoltà. Furono annunciati durante la tempesta degli spread, quando Draghi disse che avrebbe fatto «whatever it takes», qualunque cosa necessaria per difendere l’euro. Non fu mai necessario. Adesso si potrebbe, adesso «it takes». Però i tedeschi stanno coi fucili puntati su Draghi.
Perché ministri e capi di Stato d’Europa hanno tirato la corda fino a far saltare i tavoli delle trattative? Davvero vogliono cacciare via la Grecia di Tsipras?
Davvero pensano di mettere un Monti qualunque al posto di Tsipras? Davvero pensano che possa andargli liscia come da noi? Non è irresponsabile, questo?

Nicotera, 29 giugno 2015

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T day: il giorno del terrorismo globale.

attentato_kuwait_cityHanno cominciato quelli di al-Shabaab, la milizia islamica somala legata a al Qaeda. All’alba di ieri hanno lanciato un’autobomba carica di esplosivo contro la base delle truppe di peacekeeping dell’Unione africana a Leego, un centinaio di chilometri a sud della capitale Mogadiscio. Ci sono stati almeno trentacinque morti. La forza di peacekeeping dell’Unione africana, conosciuta con l’acronimo Amisom, è composta principalmente da soldati di Kenya, Uganda e Burundi e la maggior parte delle vittime sarebbero di quest’ultimo paese. Noi, qui in occidente, non ci avremmo fatto caso, a quest’attentato, se non ci fossero stati gli altri.
Moschea sciita, al-Imam al-Sadeq, a Kuwait City. Era la preghiera del venerdì e è mese di ramadan. La moschea era affollata. Il “martire” Abu Suleiman al-Muwahhid si è fatto saltare in aria. Sotto la veste nascondeva una cintura esplosiva. Ci sono stati venticinque morti e centinaia di feriti. L’attentato è stato rivendicato dalla “Provincia di Najd”, che si è di recente autodefinita la branca saudita dell’Is. A maggio, la “Provincia di Najd” aveva rivendicato altri due attacchi contro la comunità sciita. I terroristi sauditi non amano gli sciiti di Kuwait City, li considerano “negazionisti”. E poi il Kuwait ha donato 9,5 milioni di dollari alle Nazioni Unite per gli aiuti in Iraq, un sostegno poco più che simbolico. Noi, qui in occidente, non ci avremmo fatto gran caso, che fosse esplosa la moschea sciita, al-Imam al-Sadeq, a Kuwait City, se non ci fosse stato anche l’attacco a Sousse, in Tunisia, e a Lione, Francia.
Un mese fa, il “martire” Abu Amer Al-Najdi si era fatto esplodere nella moschea sciita di Qatif, nell’est dell’Arabia saudita. Era giorno di preghiera, e la moschea era affollata. Ci furono una ventina di morti e decine e decine di feriti. L’Esercito islamico – un’organizzazione terrorista che fa riferimento allo Stato islamico – aveva rivendicato l’attentato. Non era il primo attentato contro la minoranza sciita del paese. Non è facile spiegare la situazione: in Arabia saudita, paese “custode” della tradizione islamica e a maggioranza sunnita c’è una forte minoranza sciita. Il regime di Riad guida una coalizione di Paesi sunniti contro la ribellione in Yemen degli Houthi sostenuti invece dall’Iran sciita. E Riad partecipa anche alla coalizione internazionale a guida americana contro l’Is – attacchi aerei contro l’Is in Siria. Il governo saudita ha donato 100 milioni di dollari al Centro anti-terrorismo delle Nazioni Unite e 500 milioni di dollari sotto forma di assistenza sanitaria. L’attentato mirava a spaccare ulteriormente il fronte religioso, tra sunniti e sciiti. Lo Stato islamico non ama il regime Riad – che ha sempre giocato su più tavoli, anche quelli segreti e inconfessabili, per conquistare e mantenere un ruolo di potenza regionale. Noi, qui in occidente, non ci abbiamo fatto gran caso, che fosse esplosa la moschea sciita di Qatif.
Noi, qui in occidente, sappiamo poco dell’Esercito islamico saudita – che si richiama al Califfato – o della Provincia di Najd, che si considera il ramo saudita dell’Is.
Non è facile spiegare la situazione del mondo arabo. E anche quella del mondo occidentale. Per dire: Regno Unito, Danimarca e Belgio partecipano agli attacchi aerei contro l’Is ma solo in Iraq; in Siria ci sono solo Stati Uniti e alcuni paesi arabi. Per dire: non si sa neppure quante e quali siano le nazioni che facciano parte della Coalizione. Un giorno, Barack Obama ha detto: «Più di quaranta Stati si sono offerti di unirsi alla coalizione». Il giorno prima, il segretario di stato americano John Kerry aveva invece detto che più di cinquanta Stati avevano accettato di entrare nella Coalizione. Lo stesso giorno, in un documento diffuso dal dipartimento di Stato ne figuravano sessantadue.
Ieri era l’anniversario della presa di Mosul da parte dell’Is. È passato un anno da quando il Gran Califfo dell’Orrore ha issato la sua bandiera nera. Pochi giorni fa erano andati di nuovo all’attacco di Kobane, la città sul confine tra Siria e Turchia, che è stata per mesi al centro di una durissima battaglia, casa per casa, tra i miliziani dell’Is e i combattenti curdi. Sembrava fossero stati sconfitti, gli uomini del Califfo. Invece, sono tornati. Non in massa, ma con un’autobomba e attacchi suicidi. Però, nel centro della città, di quello almeno che è rimasto. Venticinque morti e decine e decine di feriti. I curdi sono convinti che siano entrati dal confine turco, lo stesso che si sono trovati sbarrato quando forze fresche hanno provato a rientrare. I turchi dicono che no, che sicuramente erano arrivati da Jarablus, in Siria. Non è facile spiegare la situazione.
Ieri, ancora, l’attacco clamoroso contro i resort turistici a Sousse in Tunisia, dopo quello di marzo contro il museo del Bardo. Sono arrivati con un gommone dalla spiaggia, in bermuda e maglietta e si sono messi a sparare contro i lettini e gli ombrelloni. Quasi trenta morti e decine e decine di feriti. Uno dei due attentatori l’hanno ammazzato subito, l’altro l’hanno preso poco dopo. Quello ucciso è uno studente non conosciuto alle forze dell’ordine, originario di Kairouan, nel centro del Paese, una delle città sante dell’Islam e sede della più antica moschea del Maghreb.
E ieri ancora a Lione un tizio fuori di testa, Yassin Salhi, ha ucciso il proprio datore di lavoro, lo ha decapitato, ha issato la sua testa sul palo di un recinto e poi si è scagliato contro una fabbrica, dove faceva consegne, cercando di far esplodere delle bombole. Aveva un drappo nero jihadista a casa, e hanno arrestato la moglie, e sono a caccia di un complice.
Forse non c’è niente che lega l’attacco a Leego in Somalia e quello a Lione, l’attentato alla moschea di Kuwait City e quello contro i resort turistici a Sousse, Tunisia. Miliziani dello Stato islamico, terroristi somali legati a al Qaeda, uno studente che veniva dal centro religioso della Tunisia, un operaio in Francia – chissà quali motivazioni potrebbero mai legare queste storie. Odiano noi, odiano l’occidente. È il lascito delle nostre guerre, del nostro sistema. Ma odiano – ricambiati – anche gli sciiti, e non si amano tra sunniti di questa o quella nazione, a volte sono in guerra gli uni con gli altri, o appoggiano le guerre degli uni contro gli altri, o di organizzazioni terroriste, le une contro le altre. In Yemen c’è una guerra civile, in Siria c’è una guerra civile. In Libia c’è il caos. Il Medioriente è terreno di giochi, a volte segreti a volte inconfessabili, delle potenze regionali.
Gli unici che sembrano avere le idee chiare sono i miliziani del Gran Califfo dell’Orrore. Anche i terroristi di al Qaeda sembrano avere le idee chiare. In certi periodi si combattono gli uni con gli altri, in certi periodi sembrano prendere le distanze gli uni dagli altri, in certi periodi sembra che possano anche costruire un’alleanza. Spesso per spiegarsi gli uni con gli altri fanno saltare in aria moschee oppure uccidono un po’ di occidentali o di africani, direttamente o per interposto terrorista.
Non è facile capirci qualcosa – e forse pure gli analisti strategici cominciano a avere il mal di testa e a non raccapezzarsi più. La geopolitica è andata smottando e gli interessi che prevalevano sinora – il petrolio, le materie prime, la divisione in blocchi ideologici – si sono moltiplicati e diffusi. Nessun califfo, per quanto le sue parole richiamino l’esatto rigore del verbo del Profeta, potrebbe festeggiare un anno di orrore se non potesse contare sul nostro imbambolamento – la Libia ne è mostruoso esempio – e sulle complicità ora di questo ora di quello. Dopo la guerra – e gli esiti non proprio felici – non abbiamo più saputo cosa fare, se non l’inerzia dei bombardamenti.
Quelli che qui da noi sembrano avere le idee chiare come i miliziani del Gran Califfo sono quelli che ci spingono a considerare ogni musulmano un nemico, che vorrebbero adesso non solo rimandare indietro, anche sparando anche bombardando, quelli che cercano di fuggire dall’orrore, ma tutti quelli che stanno qui. I nemici interni, la Quinta colonna. I musulmani. All’ingrosso.
L’unico sguardo sulle cose che dovremmo tenere è quello delle vittime, lo sguardo di quelli che scappano dalle guerre, dagli attentati nelle moschee, dalle autobombe, dagli sgozzamenti, dai divieti, dalle prediche, dall’oscurità.
Più ci chiuderemo, più respingeremo, più ci faremo prendere dall’intenzione di escludere, di tenere lontano da noi il carico di dolore che questo tempo comporta, più saremo condannati al fallimento. Forse vinceremo contro i terroristi dello Stato islamico, o quel che diavolo sono, ma perderemo noi stessi.

Nicotera, 26 giugno 2015

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