La gran invidia di Angela verso Alexis

merkelDa ieri, Angela Merkel forse prova un pizzico di invidia verso Alexis Tsipras. Sì, ne ha dette di tutti i colori, prima e dopo il referendum, di quel giovane leader con quella camicia bianca sempre fresca di bucato, e il sorriso stampato in faccia, come sapesse di essere spinto dagli dei che si divertono a giocare con le vicende degli uomini. Sì, ne ha dette peste e corna di tutti quei greci che non si possono permettere quello che si sono permesso, bere ouzo e stare all’ombra mentre il sole spacca tutti quei monumenti e i loro millenni di storia. Ah, la rabbia. Da mordersi le mani. Sì, ieri mattina aveva la faccia spiegazzata di chi aveva dormito male e si era dovuta alzare presto, per discutere di Grecia e d’Europa. Ma un pizzico di invidia deve provarlo pure. Non per la popolarità di un leader nell’elettorato del proprio paese – se lo sarà chiesto, ma se faccio io un referendum in Germania, lo prendo il 61,3 percento? –, né per la giovane età né per quel suo giocare d’azzardo e vincere, che solo a chi è baciato dal destino può succedere.
Invece, proprio per quel suo controverso, narcisista, dilettante ministro delle Finanze, quel Yanis Varoufakis che tante volte, nell’Eurogruppo, si è messo di traverso. Avercelo lei, un ministro delle Finanze che ti consegna la propria testa su un piatto d’argento! Avercele lei, le dimissioni di Wolfgang Schäuble. Invece, è da quindici anni che se lo tiene con il fiato sul collo. Da quando Schäuble era destinato a diventare il successore di Kohl, a capo della CDU, Unione Cristiano-Democratica di Germania. Il grande Kohl, l’unificatore della Germania, l’uomo che dalla sera alla mattina decise che un marco della Germania dell’Est – che valeva più o meno come un tappo di birra tedesca – si poteva cambiare con un marco della Germania dell’Ovest. Il grande Kohl, l’ultimo di una razza di statisti tedeschi – Willy Brandt, Helmut Schmidt – che amavano l’Europa. Il grande Kohl, finito nel tritacarne del moralismo – come fosse un tangentaro qualunque – per un finanziamento di cui non volle mai rilevare la provenienza, perché aveva dato la sua parola che non l’avrebbe mai fatto. E invece, sul filo di lana, con un colpo di scena e uno di mano, ce la fece lei, das Mädchen, la ragazza. Una protestante che veniva dell’Est, su cui nessuno avrebbe scommesso un soldino bucato, a capo del più potente e conservatore partito cristiano d’Europa. Schäuble, lambito anche lui da storie di finanziamenti, da allora, condannato a vita a fare il ministro, non fa che muoversi come se fosse lui il vero capo del governo. E non dev’essere facile fare squadra con lui – ah, quei due greci che sembravano Achille e Patroclo, ah, quei due greci che sembravano Eurialo e Niso. Non dev’essere facile nemmeno avercelo come compagno a tressette, uno come Schäuble.
Da una decina d’anni, la rivista «Time» o forse è «Newsweek» o forse «Forbes», insomma un’americanata, indica la Merkel come la più potente donna del mondo. E pensare che il giorno della caduta del Muro di Berlino – era un giovedì – , quando il mondo cambiò il suo corso, “la ragazza” era andata a fare la sauna. Come ogni giovedì. Non dev’essere stato facile crescere a Templin, regione del Brandeburgo, ottanta chilometri da Berlino, aperta campagna, periferia della Germania del «socialismo reale» di Walter Ulbricht prima e di Erich Honecker poi. Già, quelli che si baciavano in bocca con Breznev. Lei, ragazzina, era iscritta ai Giovani pionieri. Crescendo, con i suoi compagni di scuola, riusciva a sottrarsi a alcuni degli obblighi più penosi imposti dal partito. Sotterfugi di ragazzi. Qualche anno fa, Oskar Lafontaine, il vulcanico fondatore della Linke, lasciò trapelare che la Merkel – beh, si chiamava ancora Kasner, che Merkel è il cognome del primo marito, da cui poi si è divorziata, risposandosi ma mantenendo quel cognome – era stata funzionaria della Gioventù comunista, la Fdj, come segretaria per l’agitazione e la propaganda a partire dal 1981. Oltre a ciò, faceva parte della direzione sindacale dell’azienda. Che poi era l’Accademia delle Scienze della Ddr. Lei non nega, lei dice che era “cultura”, non propaganda. Eppure, non hanno mai trovato una nota, un appunto, una trascrizione “compromettente” sulla giovane figlia del pastore protestante che da Amburgo – dove la Merkel è nata nel 1954 – era stato mandato dalla sua chiesa in partibus infidelium, nella terra dei miscredenti. Proprio l’anno in cui nacque Angela.
Che il pastore Horst per esercitare il proprio lavoro di dirigente del seminario a Templin abbia dovuto sviluppare buoni rapporti con le autorità è un ragionamento che ci può stare. Forse le cose si son fermate qui. Quella dei pastori evangelici risultò essere la categoria più infiltrata dalle spie, sia da quelle che lo facevano di mestiere sia, soprattutto, dagli IM (Informelle Mitarbeiter), i collaboratori volontari. Eppure, le cose sono sempre più complesse. Alcuni teologi protestanti, nel socialismo vedevano una alternativa al capitalismo occidentale, e nel 1958 avevano fondato a Praga un’organizzazione cristiana internazionale denominata Conferenza cristiana per la pace. Horst Kasner vi aveva aderito. Però, magari, come molti altri, il pastore Kasner viveva nella zona grigia tra la «non opposizione» e il consenso al regime. Lui badava alle anime e alle preghiere. E anche per i pastori protestanti vale il discorso che don Abbondio fa per i preti cattolici, che «il coraggio, uno non se lo può dare».
Li hanno spulciati, gli archivi della Stasi, l’onnipotente polizia politica, che non si può neppure credere. E di roba ne è saltata fuori. A camionate, a tonnellate. Su questo e su quello. Ma sulla Merkel, nicht. Sul suo primo mentore, quello che l’avviò alla politica, il fondatore del movimento «Rinnovamento democratico», Wolfgang Schnur, sì. Forse non era un agente della Stasi, forse era solo un informatore occasionale, però, si dimise. E la Merkel andò avanti. Poi, saltò fuori che l’ultimo primo ministro della Ddr liberamente eletto – è il 1990 –, Lothar de Maizière, del cui governo la Merkel era diventata portavoce, era pure lui coinvolto. Forse non era un agente della Stasi, forse era solo un informatore occasionale, però, si dimise. E la Merkel andò avanti.
Bizzarrie della storia – o sono sempre gli dei a giocare? – le uniche intercettazioni in cui è coinvolta la Merkel sono quelle della Cia, o di qualche altra americanata di agenzia federale, quelle che ha rivelato poco tempo fa Assange con la sua Wikileaks. Qualcuno fece trapelare che si infuriò come mai, quella volta. E a pensare alla sua storia, c’è da crederci.
Forse ha ragione Kohl, che quando ebbe motivi di risentimento – la Merkel lo fece fuori in nome del “ringiovanimento” – disse di lei che «non ha visione», non è una statista ma una brava politicante e guarda non all’Europa ma al proprio elettorato. Parola più, parola meno, è lo stesso pensiero che alla Merkel dedica Helmut Schmidt. Forse.
E forse è ancora valido quello che scrisse la «Neues Deutschland» l’organo ufficiale del Sed, il Partito socialista unificato che comandava nella Germania dell’Est, quando la Merkel fu nominata portavoce del governo di Lothar de Maizière: «Grazie alla sua intelligenza e alla sua affidabilità è arrivata a farsi una reputazione che la proietta verso più alti incarichi». Pragmatica, fredda, capace di decidere calcolando pro e contro. D’altronde, sarà cresciuta chiedendosi di chi puoi fidarti.
Di chi puoi fidarti, Angela Merkel, oggi nella tua Germania? Di chi potremmo fidarci noi, Angela Merkel, oggi della tua Germania?
Quei due greci con la loro passionale amicizia – quella cosa come l’amore che ti basta essere in due per cambiare il mondo – devono esserle rimasti nel cuore.

Nicotera, 6 luglio 2015

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Destra e sinistra pro-Tsipras, sinistra e destra anti-Tsipras.

referendum_greciaLa Grecia sta facendo venire il mal di testa agli scommettitori. Il referendum imminente ha fatto saltare il coperchio. William Hill, il primo bookmaker inglese, non accetta più scommesse sull’uscita della Grecia dell’euro quest’anno. La motivazione è che la «situazione è così volatile da essere imprevedibile». Prima dello stop, William Hill aveva portato la scommessa da 5/1 a 3/1, cioè se puntavi un euro, un dollaro, una sterlina te ne davano 3, mentre prima te ne davano cinque. In realtà, negli ultimi giorni la maggior parte delle scommesse si concentravano sulla Grexit. E non avendo un numero sufficiente di scommesse sulla permanenza della Grecia nell’euro per poter bilanciare, William Hill rischiava il default. C’è stato, insomma, il rischio di avere già una prima “vittima economica” della fluida situazione in Grecia: i bookmaker.
Il fatto è che la partita è truccata. Troppo divario tra le squadre in campo: da una parte la grande Germania, e il Fondo monetario e la Banca europea; dall’altra, la piccola Grecia, che fece sì un miracolo portandosi a casa il campionato europeo di calcio del 2004, però, appunto, i miracoli non accadono mai due volte nello stesso posto. Da una parte i dollaroni, la grande finanza internazionale che comanda il mondo, dall’altra una squadra di generosi e volenterosi e radicali, intestarditi nel fatto che prima viene la politica, e la società e i bisogni e i desideri, e poi viene l’economia e la finanza.
È un criterio che suona bizzarro, di questi tempi. Anzi, per la verità, suona bizzarro da un po’. Almeno da quando è stata conclamata la “fine della storia”, dopo la caduta del muro di Berlino, ovvero che nessun altro orizzonte possibile c’è, in questo mondo, se non il dominio del capitalismo. E il fatto è che, lungo la strada che porta da allora a qui, il capitalismo ha ritenuto potesse ormai pure fare a meno di quella forma che sembrava appartenergli di diritto, la democrazia. A che mai poteva servire ora la democrazia, visto che tutti stavano dentro il capitale, la grande finanza, o quel che l’è, e non c’erano più linee di fuga, strani pensieri?
Il governo del mondo appartiene sempre più a un’élite e sempre meno al diritto di voto. Davvero non si capisce lo “scandalo” del referendum voluto da Tsipras se non si capisce questo. Siamo a quasi quattro anni addietro, quando Papandreou, primo ministro greco, che tratta in Europa per risolvere la crisi greca e ha varato dure misure di austerità contestate a forza di scioperi e manifestazioni di protesta, a ottobre 2011 ventila la possibilità di tenere un referendum per accettare i termini del “salvataggio”, tra dicembre e l’inizio del 2012. Apriti cielo, musi lunghi in Europa, neanche la prendessero sul piano personale. Non ha fatto in tempo a dire “ba” che Papandreou cade e diventa primo ministro Lucas Papademos, già vice presidente della Banca centrale europea. Uno dei “loro”, insomma.
D’altronde le cose da noi non è che siano andate diversamente, con la famosa “letterina” a Berlusconi, i giochetti di Tremonti, i sorrisini di Sarkozy e della Merkel, la nomina overnight di Monti come senatore e l’incarico di formare il governo conferitogli successivamente.
Berlusconi come Tsipras? Dev’essere quello che pensa Renato Brunetta, almeno stando alle sue dichiarazioni: «Io sono d’accordo con Tsipras, magari avessimo fatto la stessa cosa in quel maledetto novembre del 2011. Se l’Europa è questa, io dico quest’Europa non mi piace e dico viva Tsipras paradossalmente, essendo lontanissimo da me per quanto riguarda i contenuti, ma viva Tsipras perché resiste in nome della democrazia».
Forse dovremmo scandalizzarci di meno e ragionare di più. La più sfegatata nella difesa di Tsipras è stata Marine Le Pen, che c’è andata giù pesante. «Se la Grecia dovesse fallire sarebbe tutto per colpa della troika. State umiliando il suo popolo. È chiaro a tutti che i greci starebbero molto meglio fuori dall’euro». E poi l’affondo diretto a Juncker: «La verità è che stai agendo con l’obiettivo di far cadere il governo di Alexis Tsipras».
L’ineffabile Bernard-Henry Levy sul «Corriere della Sera» se la prendeva con Tsipras perché si era fatto sostenere dai voti di Alba Dorata per far passare in parlamento la proposta del referendum. Come se li avesse chiesti lui, quei voti. Come se nel suo governo non ci fosse di già una piccola formazione di centro-destra, i Greci indipendenti, Anel, con pochi ma determinanti voti, da sempre contro l’euro e l’austerità.
È curioso lo schieramento in Europa sulla Grecia. Martin Schulz, che è stato presidente dell’intero gruppo parlamentare socialista al Parlamento europeo e ora è presidente del Parlamento europeo, sembra fare il verso alla Merkel: «Il popolo greco voti ‘sì’ al referendum». Ha detto. «Eravamo molti vicini all’intesa. Ma Tsipras ha deciso di lasciare il tavolo per proporre il referendum». Ha detto. Insomma, tu ti aspetteresti una qualche parola di comprensione, invece la Grande Coalizione – socialdemocratici e popolari – che governa “costituzionalmente” in Germania si ripropone per l’Europa. Renzi non ha fatto che mettersi allineato e coperto.
Allora, tu pensi: la sinistra “riformista” è contro Tsipras e la destra invece l’appoggia. Ma Paulo Portas, che è viceministro portoghese e è anche il leader del Partito popolare, il più a destra nella coalizione che sostiene il governo conservatore di Lisbona, spara a palle incatenate: «Nessun confronto è possibile tra i due Paesi. Il Portogallo è riuscito a chiudere il programma con la troika a maggio del 2014 e al primo colpo, avendo la possibilità di chiedere più tempo e più soldi». Poi, gonfiando il petto, Portas ha sottolineato che Lisbona mira a “rimborsare in anticipo” il prestito del Fondo monetario internazionale.
E allora tu dici, no, no, le cose stanno come devono stare, la destra è contro Tsipras. Poi senti Salvini, che fa la somma di tutte le contraddizioni. Di mattina si mostra prudente sul referendum greco, quasi a voler prendere le distanze. «Io non tifo Tsipras», dice. Poi, di sera, cambia registro: «Fossi ad Atene, voterei no: potrebbe essere l’inizio di una nuova era».
Il più roboante è stato Pablo Iglesias, leader del movimento spagnolo Podemos, che ha parlato di una «operazione mafiosa di terrorismo finanziario, contro un governo che ha dimostrato di essere pienamente disponibile a un accordo». Iglesias è in piena campagna elettorale – le elezioni politiche saranno a novembre – e non si è risparmiato una stoccata a Rajoy, premier spagnolo, che avrebbe “stranamente” appoggiato il Fondo monetario e la Merkel che «chiedono al governo greco che tagli le pensioni, aumenti l’Iva, l’elettricità, il latte».
La verità è che lo “scandalo” di Tsipras – la sua ferma opposizione alla linea di austerità a Berlino, in nome della politica a Atene – rimescola le carte degli schieramenti in Europa. Rimette in moto la politica, non più come un servizio alla finanza. Tempo fa, un giorno Monti disse che «la crisi della Grecia sarà ricordata come il più grande successo dell’Europa». Chissà cosa intendeva dire, a pensarci oggi.
Intanto, succede che ieri Tsipras, rispondendo a Juncker, ha chiesto un accordo di due anni con l’Esm (European Stability Mechanism, il fondo salva-Stati) per coprire le necessità finanziarie elleniche e nel frattempo ristrutturare il debito. Sembra un’ultima possibilità di parlarsi ancora. Mica di rimettere in discussione il referendum. Allora, Dijsselbloem, presidente dell’Eurogruppo ha fissato una nuova riunione, una extraordinary teleconference. La Merkel ha risposto a breve giro: «Non c’è alcuna novità. Ci incontreremo dopo il referendum».
Va bene, signora Merkel, ci incontreremo dopo il referendum.

Nicotera, 30 giugno 2015

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