Laura Antonelli: sassate sul moralismo.

Laura-Antonelli«Per concludere: se qualcuno avesse da fare, qui a Milano, una rivoluzione, io ho un idea da proporgli… Mi occorrono mille uomini spregiudicati, decisi, ben addestrati… Mille uomini disposti a scendere dal tram in corsa, a passare col rosso, a cantare nei giorni feriali, a far capannello nelle vie del centro.. Disposti ad attraversare via Manzoni in canottiera, a entrare in ditta con mezzora di ritardo, a uscire dopo l’orario… Mille uomini, dico, disposti a far all’amore la notte del lunedì, verso l’alba… Datemi questi mille spericolati, e vi prometto che in mezza giornata la città sarà nostra: bloccata, congelata, esterrefatta, intasata, allibita, come se dagli spazi celesti fossero calati i marziani».
È un articolo di Luciano Bianciardi, del 1956, per «l’Unità». E si intitola Rivoluzione a Milano.
Bianciardi, anarchico spericolato, straordinario intellettuale e scrittore, non aveva ancora pubblicato La vita agra, che è del 1962, in cui si scagliava contro l’oppressione sociale di una vita regolata dalla dedizione e dall’ossessione del lavoro. Ma tutte le sue idee stanno già in quest’articolo. Anche quelle sul sesso, come via della liberazione – ne scriverà anche nella Vita agra.
«Mille uomini, dico, disposti a far all’amore la notte del lunedì, verso l’alba…». Nell’articolo, per tornare sulla questione, citava – una delle sue paradossali invenzioni del momento, dette come fossero cose provate: «So di una giovane signora che al marito troppo espansivo un mercoledì sera, ebbe a dire: Ehilà, giovanotto, impazzisci? Siamo appena a mercoledì e domattina ho la nota di cassa!»
Se si è schiavi del lavoro si uccide la vitalità, e la sessualità che la rappresenta, in nome della produttività economica.
Lo stretto rapporto tra sessualità e rivolta venne sviluppato anche in Aprire il fuoco, che è il suo ultimo romanzo, in cui rivisita l’insurrezione antiaustriaca delle Cinque giornate di Milano, situandola però nel marzo 1959, e mescolando realtà e finzione, passato e presente. Per dire: «Pare che vi fossero pubblici accoppiamenti nei giardini e nei parchi, verso mezzogiorno, ma questo non è del tutto sicuro, può anche essere che il Bianciardi abbia raccontato qualche balla». Per dire: «Secondo le statistiche del comune di Milano, approssimative per difetto, i casi di gravidanza salirono in quei giorni del settantadue per cento».
Perché vi parlo di Luciano Bianciardi? Perché Il merlo maschio, film di Pasquale Festa Campanile, in cui Laura Antonelli appare per la prima volta nella sua sfolgorante bellezza, è tratto da un suo racconto, Il complesso di Loth. Siamo a Verona, e c’è un violoncellista, Niccolò Vivaldi, che si sente frustrato. Inizia a fotografare la moglie in pose sempre più audaci. Ne prova piacere. Mostra le foto della moglie ai colleghi. Lei ne è partecipe. Finché, in un’esibizione all’Arena, lei non appare sul palco, nuda, a suonare il violoncello. Vennero giù i cinema. La Antonelli era meravigliosa. Bianciardi volle fare una piccola particina nel film, e Lando Buzzanca – che era il protagonista maschile – lo ricorda sempre ubriaco e ossessionato dalle giovani fanciulle. Fedele alla linea.
È vedendo Il merlo maschio che Samperi decide di affidare all’Antonelli – e alle sue generose forme – la parte della serva di casa in Malizia. Erano due anni che andava in giro con il copione pronto, ma non c’erano produttori convinti. Poi, uno decide di accettare ma vuole la Melato. Samperi non molla: Angela La Barbera – la serva che arriva il giorno del funerale della signora, e fa perdere la testa a tutti i maschi di casa, il padre e i due figli, e diventa, lei, “la signora” – è l’Antonelli. Samperi veniva da una buona e ricca famiglia, ma aveva incontrato il ’68 e il movimento studentesco. Molla tutto e fa il regista. E il suo primo film è Grazie zia, con Lou Castel e Lisa Gastoni. Uno scandalo. Il film è del ’68 e va a Cannes. Ma scoppia il maggio francese e il festival viene annullato. Magari avrebbe vinto la Palma d’oro, chissà.
La famiglia, le sue ipocrisie, le sue viltà, i suoi rancori, i suoi tabù, sono al centro dei racconti di Samperi. Lo aveva già fatto con Grazie zia, lo ripete con Malizia. Sono al centro della vita di quegli anni. Sesso, famiglia, rivolta. È un’Italia ipocrita e piccola quella di quegli anni. Gli anni del boom e del miracolo economico, anni di lavatrici e di frigoriferi, di migrazioni e di vita agra, sono immediatamente alle spalle. Siamo diventati ricchi, col duro lavoro, con le miniere e non si affitta ai meridionali. Ma la testa è meschina. Forse è tempo di riposare. Forse è tempo di svariare. Forse è tempo di riprendersi la vita.
E per magia tutte queste cose si incarnano in un volto e in un corpo: Laura Antonelli. È l’oggetto del desiderio degli italiani. Malizia si svolge nella Catania degli anni Cinquanta – la Milano del sud – ma potrebbe essere un posto qualunque della provincia italiana, un posto qualunque d’Italia. Non solo i siciliani sono affamati di sesso. Non solo i siciliani sono affamati di trasgressione. Non solo i siciliani sono affamati di rivolta – è da Avola che partì tutto.
«È una prospera cittadina, a pochi chilometri da Siracusa, al centro di una ricchissima zona di orti e di agrumeti. Fino a ieri era noto come il “posto delle mandorle”, le buone, dolcissime, tenere mandorle di Avola. Da oggi non si potrà più nominare senza venir colti da un senso di sgomento e di profonda amarezza». Inizia così Volevano solo trecento lire in più, il pezzo di Mauro De Mauro – il giornalista che scomparirà a Palermo nel 1970 inaugurando la stagione dei misteri mai risolti – sui “fatti di Avola”. C’era stato uno sciopero dei braccianti contro le gabbie salariali. Solo che non protestavano contro il fatto che ci fosse una differenza di salario tra Milano e Siracusa, ma contro il fatto che a Avola venissero pagati meno che a Lentini. C’era una Zona A e una Zona B. Avola era Zona B. E allora, sciopero. I grandi latifondisti non ne vogliono sapere di incontrare i rappresentanti dei braccianti. Lo sciopero continua. Si fanno i blocchi stradali. I latifondisti chiamano la polizia. La polizia arriva da Catania con le camionette. Hanno i candelotti fumogeni, hanno i mitra. Lunedì 2 dicembre, tutta Avola è bloccata. La strada statale è bloccata. Ci sono le motociclette e le biciclette dei braccianti. C’è un mucchio di pietre. I braccianti lanciano pietre contro la Celere. I poliziotti sparano i candelotti. Solo che il vento è contrario. E i fumogeni vanno verso la polizia. Non vedono nulla. Le pietre arrivano dal cielo. I poliziotti sparano. Due morti, quasi cinquanta feriti. Due chili di bossoli – qualcuno li raccolse e li pesò. È così che comincia il 1968. In Sicilia.
In Sicilia, a Acireale, Samperi gira il suo Malizia. Chissà se lo ha fatto perché era a uno sputo da Avola. La Antonelli – un’istriana, nata a Pola, di cognome era Antonaz – recita in siciliano. Chi ci faceva caso?
La sua parabola di vita – il desiderio collettivo, l’immaginazione accesa, l’erotismo come forma di democrazia popolare, e poi il lento declino, i disastri, i guai, il ritiro, il silenzio – sembra un po’ la parabola di quegli anni e dell’Italia tutta.
Era bella l’Italia tra la fine degli Sessanta e l’inizio dei Settanta. Era bella e desiderabile. Mai volgare. Bella e desiderabile come non lo è stata mai più. Mai volgare come è diventata poi.

Nicotera, 22 giugno 2015

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Lunedì si decide: o la borsa o la Grecia.

«I have decided to convene a Euro Summit Monday. Time to discuss the situation of Greece at highest political level». Con questo tweet, Donald Tusk, presidente del Consiglio europeo, ha informato della convocazione di un incontro per lunedì, per mettere intorno un tavolo i capi di governo. L’ennesimo meeting dell’Eurogruppo – che riunisce i ministri dell’Economia e delle finanze degli Stati membri che adottano l’Euro – non aveva concluso nulla. Tusk ha spiazzato tutti, a cominciare proprio dal presidente dell’Eurogruppo, l’olandese Dijsselbloem. Si rincorrono voci di “ristrutturazione del debito”, e Dijsselbloem ha subito negato, poi si è un po’ ammorbidito, mentre la Lagarde, per il Fondo monetario, ha escluso decisamente: «Si tratta solo se siamo rimborsati». È la solita solfa.
«Time to discuss the situation of Greece at highest political level». La questione della Grecia, finalmente, si sposta su un piano politico europeo. La questione della Grecia, finalmente, viene affrontata a livello politico da tutti i capi di governo europei. Basta incontri “bilaterali” tra il ministro delle Finanze tedesco, Schäuble, e la Merkel con Tsipras e Varoufakis, basta troika, basta Fondo monetario, basta Juncker e Commissione, con i loro “piani di salvataggio” che sembrano fatti apposta per allargare ancora di più le falle della nave che imbarca acqua.
È quello che ha sempre pensato e detto Tsipras. Salvare la Grecia è una decisione politica. Affondare la Grecia è una decisione politica. Schäuble ha detto che l’uscita della Grecia non è oggi più un problema? Schäuble ha detto che se Tsipras indice un referendum e i greci decidono di lasciare l’Europa non è un problema? Bene, vogliamo sentirlo dire dalla Merkel. Bene, vogliamo sentirlo dire da Hollande, da Rajoy, primo ministro spagnolo, da Mark Rutte, primo ministro olandese, da Charles Michel, primo ministro belga, da Renzi, e compagnia cantando. Vogliamo sentirlo dire dall’Europa che non vogliono politicamente più tenere dentro la Grecia.
I tecnici dovevano trovare un accordo, dovevano limare, dovevano cercare i punti di convergenza. Era questo che dovevano fare i ministri delle Finanze e tutti gli sherpa. Varoufakis ha presentato un piano, poi un altro, poi un altro. Non andavano mai bene. Lo hanno messo in discussione, gli altri ministri delle Finanze, che era troppo arrogante, che era troppo disinvolto, che era troppo arruffone. Che forse era meglio cambiarlo, trovarne uno con cui si potesse ragionare, che Varoufakis faceva “tirate politiche” e non portava mai i numeri precisi. Non portava mai i numeri che volevano loro, questo era. Gli incontri si concludevano con un nulla di fatto, poi Tsipras chiamava la Merkel – i leader politici si parlavano – e si provava a presentare un nuovo piano. Ora questo “livello politico” si sposta su un piano generale, su un piano europeo. L’Europa parla di politica parlando della Grecia. Non presenta carte e scartoffie, non prospetta tagli delle pensioni, riduzione dei salari e rimborsi immediati delle tranche di debito. Qui o si fa l’Europa o si muore.
I mercati stanno scommettendo, e da mo’, su un’uscita della Grecia. Come una profezia che si autoavvera, i risparmi – i capitali sono volati via da un bel pezzo – vengono ritirati: niente scene di panico alla Northern Rock, banca inglese, quando la crisi che veniva dai mutui americani e dal crollo della Lehman Brothers soffiò sulla Manica e i clienti si misero tutti in fila a ritirare i depositi. Crac. No, in Grecia usano il bancomat – e d’altronde i risparmi si sono assottigliati da mo’. In quattro giorni tre miliardi di euro. Li metteranno sotto i materassi, scaveranno buche sotto il Partenone, li metteranno in bottiglie di vetro e li caleranno nel mar Egeo, chissà. Alla Banca centrale greca hanno visto dimezzarsi il livello dei depositi: erano 250 all’inizio della crisi, sono la metà. Il capo della Banca centrale greca ha chiesto alla Bce almeno tre miliardi di liquidità, che servono per rifornire le banche di urgenza. Draghi – che tiene la testa sulle spalle e sta gestendo la situazione con rigore e apertura – ne ha messo a disposizione uno e otto. Più in là non si spinge, che sennò chi li sente i tedeschi. Ma ne ha messa di liquidità sul mercato, per aiutare i greci, eccome. Lui, la sua parte “tecnica” da europeista convinto l’ha fatta fino in fondo. Poi, devono decidere i primi ministri, se continuare a dare ossigeno o staccare la spina.
Qualcuno aveva “suggerito” di impedire il ritiro dei depositi, che poi si chiama “controllo dei capitali”. Lo hanno già fatto a Cipro. Crac. Non è che sia poi sto gran suggerimento. Se volete creare il panico, ditelo. C’è sempre chi ci guadagna con il panico, c’è sempre chi ci scommette.
Sarà un pensiero malizioso, ma il fatto che Tsipras sia volato a Mosca e abbia stretto con Putin un accordo per il passaggio dell’oleodotto di Gazprom, e soprattutto per avere un sostanzioso anticipo rispetto le royalties future – insomma per garantirsi un po’ di agibilità immediata e non trovarsi stritolato da rimborsi e banche vuote –, forse ha un pochino a che fare con l’urgenza improvvisa della politica europea di mettersi a discutere sul serio della Grecia e non lasciarlo fare agli sherpa della finanza, ai “signori dei numeri”. Tispras ha un po’ calcato la mano. L’ombelico del mondo non è l’Europa, ha detto. Il mondo si sposta verso oriente, ha detto. Che è pure una cosa strana, perché la Russia appartiene fino in fondo alla storia dell’Europa, mica stiamo parlando del Tajikistan. Oh, è Mosca, mica Samarcanda. Però, magari era quello che voleva, ha fatto irritare i politici, quelli che bisogna continuare con le sanzioni contro la Russia e isolare Putin. Certo, se volevano allargare la Nato e mettergli i missili sotto il naso in Ucraina, ritrovarseli invece con la stella rossa sul Peloponneso, e puntati contro Parigi, non dev’essere un gran risultato.
Obama è da mo’ che sta provando a convincere gli europei che bisogna far di tutto per tenersi la Grecia dentro. Certe volte, sembra che sia quasi pronto a stamparli lui, un po’ di dollari, e mandarli al Fondo monetario o alla Bce, a saldo dei debiti greci. Magari non lo fa perché ha letto la Repubblica di Platone quando studiava alla Harvard Law School o perché Michelle va matta per la moussaka. Lo fa perché non è proprio un’idea geniale avvicinare troppo i greci ai russi.
Comunque, lunedì si parla di Grecia in Europa. At highest political level. Finalmente. E questa è una buona notizia. Magari, se ci prendono la mano, potrebbero discutere di come aiutare l’immigrazione, di Libia, di Ucraina, beh, di tutto il resto. Dell’Europa politica, insomma, no?

Nicotera, 19 giugno 2015

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