Destra e sinistra pro-Tsipras, sinistra e destra anti-Tsipras.

referendum_greciaLa Grecia sta facendo venire il mal di testa agli scommettitori. Il referendum imminente ha fatto saltare il coperchio. William Hill, il primo bookmaker inglese, non accetta più scommesse sull’uscita della Grecia dell’euro quest’anno. La motivazione è che la «situazione è così volatile da essere imprevedibile». Prima dello stop, William Hill aveva portato la scommessa da 5/1 a 3/1, cioè se puntavi un euro, un dollaro, una sterlina te ne davano 3, mentre prima te ne davano cinque. In realtà, negli ultimi giorni la maggior parte delle scommesse si concentravano sulla Grexit. E non avendo un numero sufficiente di scommesse sulla permanenza della Grecia nell’euro per poter bilanciare, William Hill rischiava il default. C’è stato, insomma, il rischio di avere già una prima “vittima economica” della fluida situazione in Grecia: i bookmaker.
Il fatto è che la partita è truccata. Troppo divario tra le squadre in campo: da una parte la grande Germania, e il Fondo monetario e la Banca europea; dall’altra, la piccola Grecia, che fece sì un miracolo portandosi a casa il campionato europeo di calcio del 2004, però, appunto, i miracoli non accadono mai due volte nello stesso posto. Da una parte i dollaroni, la grande finanza internazionale che comanda il mondo, dall’altra una squadra di generosi e volenterosi e radicali, intestarditi nel fatto che prima viene la politica, e la società e i bisogni e i desideri, e poi viene l’economia e la finanza.
È un criterio che suona bizzarro, di questi tempi. Anzi, per la verità, suona bizzarro da un po’. Almeno da quando è stata conclamata la “fine della storia”, dopo la caduta del muro di Berlino, ovvero che nessun altro orizzonte possibile c’è, in questo mondo, se non il dominio del capitalismo. E il fatto è che, lungo la strada che porta da allora a qui, il capitalismo ha ritenuto potesse ormai pure fare a meno di quella forma che sembrava appartenergli di diritto, la democrazia. A che mai poteva servire ora la democrazia, visto che tutti stavano dentro il capitale, la grande finanza, o quel che l’è, e non c’erano più linee di fuga, strani pensieri?
Il governo del mondo appartiene sempre più a un’élite e sempre meno al diritto di voto. Davvero non si capisce lo “scandalo” del referendum voluto da Tsipras se non si capisce questo. Siamo a quasi quattro anni addietro, quando Papandreou, primo ministro greco, che tratta in Europa per risolvere la crisi greca e ha varato dure misure di austerità contestate a forza di scioperi e manifestazioni di protesta, a ottobre 2011 ventila la possibilità di tenere un referendum per accettare i termini del “salvataggio”, tra dicembre e l’inizio del 2012. Apriti cielo, musi lunghi in Europa, neanche la prendessero sul piano personale. Non ha fatto in tempo a dire “ba” che Papandreou cade e diventa primo ministro Lucas Papademos, già vice presidente della Banca centrale europea. Uno dei “loro”, insomma.
D’altronde le cose da noi non è che siano andate diversamente, con la famosa “letterina” a Berlusconi, i giochetti di Tremonti, i sorrisini di Sarkozy e della Merkel, la nomina overnight di Monti come senatore e l’incarico di formare il governo conferitogli successivamente.
Berlusconi come Tsipras? Dev’essere quello che pensa Renato Brunetta, almeno stando alle sue dichiarazioni: «Io sono d’accordo con Tsipras, magari avessimo fatto la stessa cosa in quel maledetto novembre del 2011. Se l’Europa è questa, io dico quest’Europa non mi piace e dico viva Tsipras paradossalmente, essendo lontanissimo da me per quanto riguarda i contenuti, ma viva Tsipras perché resiste in nome della democrazia».
Forse dovremmo scandalizzarci di meno e ragionare di più. La più sfegatata nella difesa di Tsipras è stata Marine Le Pen, che c’è andata giù pesante. «Se la Grecia dovesse fallire sarebbe tutto per colpa della troika. State umiliando il suo popolo. È chiaro a tutti che i greci starebbero molto meglio fuori dall’euro». E poi l’affondo diretto a Juncker: «La verità è che stai agendo con l’obiettivo di far cadere il governo di Alexis Tsipras».
L’ineffabile Bernard-Henry Levy sul «Corriere della Sera» se la prendeva con Tsipras perché si era fatto sostenere dai voti di Alba Dorata per far passare in parlamento la proposta del referendum. Come se li avesse chiesti lui, quei voti. Come se nel suo governo non ci fosse di già una piccola formazione di centro-destra, i Greci indipendenti, Anel, con pochi ma determinanti voti, da sempre contro l’euro e l’austerità.
È curioso lo schieramento in Europa sulla Grecia. Martin Schulz, che è stato presidente dell’intero gruppo parlamentare socialista al Parlamento europeo e ora è presidente del Parlamento europeo, sembra fare il verso alla Merkel: «Il popolo greco voti ‘sì’ al referendum». Ha detto. «Eravamo molti vicini all’intesa. Ma Tsipras ha deciso di lasciare il tavolo per proporre il referendum». Ha detto. Insomma, tu ti aspetteresti una qualche parola di comprensione, invece la Grande Coalizione – socialdemocratici e popolari – che governa “costituzionalmente” in Germania si ripropone per l’Europa. Renzi non ha fatto che mettersi allineato e coperto.
Allora, tu pensi: la sinistra “riformista” è contro Tsipras e la destra invece l’appoggia. Ma Paulo Portas, che è viceministro portoghese e è anche il leader del Partito popolare, il più a destra nella coalizione che sostiene il governo conservatore di Lisbona, spara a palle incatenate: «Nessun confronto è possibile tra i due Paesi. Il Portogallo è riuscito a chiudere il programma con la troika a maggio del 2014 e al primo colpo, avendo la possibilità di chiedere più tempo e più soldi». Poi, gonfiando il petto, Portas ha sottolineato che Lisbona mira a “rimborsare in anticipo” il prestito del Fondo monetario internazionale.
E allora tu dici, no, no, le cose stanno come devono stare, la destra è contro Tsipras. Poi senti Salvini, che fa la somma di tutte le contraddizioni. Di mattina si mostra prudente sul referendum greco, quasi a voler prendere le distanze. «Io non tifo Tsipras», dice. Poi, di sera, cambia registro: «Fossi ad Atene, voterei no: potrebbe essere l’inizio di una nuova era».
Il più roboante è stato Pablo Iglesias, leader del movimento spagnolo Podemos, che ha parlato di una «operazione mafiosa di terrorismo finanziario, contro un governo che ha dimostrato di essere pienamente disponibile a un accordo». Iglesias è in piena campagna elettorale – le elezioni politiche saranno a novembre – e non si è risparmiato una stoccata a Rajoy, premier spagnolo, che avrebbe “stranamente” appoggiato il Fondo monetario e la Merkel che «chiedono al governo greco che tagli le pensioni, aumenti l’Iva, l’elettricità, il latte».
La verità è che lo “scandalo” di Tsipras – la sua ferma opposizione alla linea di austerità a Berlino, in nome della politica a Atene – rimescola le carte degli schieramenti in Europa. Rimette in moto la politica, non più come un servizio alla finanza. Tempo fa, un giorno Monti disse che «la crisi della Grecia sarà ricordata come il più grande successo dell’Europa». Chissà cosa intendeva dire, a pensarci oggi.
Intanto, succede che ieri Tsipras, rispondendo a Juncker, ha chiesto un accordo di due anni con l’Esm (European Stability Mechanism, il fondo salva-Stati) per coprire le necessità finanziarie elleniche e nel frattempo ristrutturare il debito. Sembra un’ultima possibilità di parlarsi ancora. Mica di rimettere in discussione il referendum. Allora, Dijsselbloem, presidente dell’Eurogruppo ha fissato una nuova riunione, una extraordinary teleconference. La Merkel ha risposto a breve giro: «Non c’è alcuna novità. Ci incontreremo dopo il referendum».
Va bene, signora Merkel, ci incontreremo dopo il referendum.

Nicotera, 30 giugno 2015

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