Voto in Spagna: hanno vinto tutti. Ora, deciderà re Angela, non Felipe.

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Alla fine, tutti possono rivendicare qualcosa, e anche lamentarsene. Il partito popolare di Rajoy non ha la maggioranza ma rimane il primo partito, imprescindibile. Il Psoe di Sanchez perde un pezzo di elettorato ma è il secondo partito e arresta un’emorragia che si prevedeva peggiore. Podemos di Iglesias ha un buon venti percento di elettori, che forse è un po’ meno di quanto speravano perché risultassero secondi ma anche più di quanto si è temuto, e così sono terzi, ma si è terzi significativamente se a concorrere sono in quaranta, ma se a correre si è in quattro sei pure penultimo. E ultimi, lo sono i Ciudadanos di Rivera che non sono riusciti a erodere ancora più voti a Rajoy ma si attestano come forza significativa e ormai nel grande giro; anche se, dato che non sono un’alternativa ma un complemento al Partito popolare, sembrano per un po’ condannati a una diretta proporzionalità: sale il Partito popolare scende Ciudadanos, scende il Partito popolare sale Ciudadanos. Madrid è un po’ il riassunto di questa tornata elettorale: la città della Puerta del Sol, del movimento degli indignados premia difatti Podemos più che altrove con settecentotrentanovemila voti, ma rimane la più “conservativa”, con il Partito popolare saldamente al primo posto, con un milione e quattrocentomila voti, Ciudadanos con il miglior risultato, con seicentosessantacinquemila voti, e i socialisti, in fanalino di coda, con seicentotrentatremila voti, però qui Rajoy potrebbe tranquillamente fare il suo governo, a due forni, coi socialisti, e pure con i Ciudadanos. Sarebbe interessante studiare la composizione del voto per età, oltre che per area geografica e sociale: per ora, superficialmente, il voto più giovane sembra andare ai nuovi partiti, e quello più agée ai partiti più tradizionali; d’altronde, siamo società in invecchiamento, e se in un qualche progetto di riforma del sistema elettorale – tipo uno Juvanilium – non si introdurrà, come per la patente di guida, per il diritto di voto, passata una certa età, una revisione annuale, che contempli anche la revoca per manifesta impossibilità, il voto anziano, di stabilizzazione, moderato, sarà sempre più significativo, anche nell’astenersi, oltre che nel partecipare. Il “modello Italia” dell’ultima tornata elettorale d’un tempo ormai lontano, che però nel frattempo è diventato anche il “modello Francia” – dove tre forze, i socialisti di Hollande, i républicains di Sarkozy e il front national di Le Pen, si spartiscono i voti – si è riprodotto anche in Spagna. Rimangono segnate dal bipolarismo – popolari e socialdemocratici, tories e labour – Germania e Inghilterra. Il sistema elettorale qui c’entra poco – il sistema inglese è il più semplice e secco possibile – e magari un po’ di più il fatto che siano le due nazioni più bipolari rispetto il senso dell’Europa – l’una perché la governa di fatto, l’altra perché ci sta dentro nel modo più anomalo possibile e discute di exit. Angela Merkel può tirare mezzo sospiro di sollievo, e anche le banche tedesche: Rajoy si fidava troppo dei sondaggi nel comunicarle che Podemos sarebbe arrivato secondo – destando la preoccupazione della Cancelliera – ma sembra chiaro che ora la partita si sposta a Berlino. Non sarà re Felipe a trovare la quadra, ma re Angela che darà le dritte giuste al “suo” popolare insieme ai “suoi” socialisti che daranno le dritte giuste al giovane Sanchez: l’unico modo di garantire stabilità alla Spagna – e allentamento di vincoli e liquidità europee per affrontare la disoccupazione che ha livelli italiani e consolidare un qualche segno di sviluppo – e d’altronde questo è un voto di stabilità, più che di cambiamento, è un accordo tra popolari e socialisti, e pazienza se questo non è antropologicamente e politicamente nella storia di Spagna. La Storia delle nazioni europee va cambiando, e da mo’.

Podemos è davvero uno strano movimento. Benché le rivendicazioni sociali siano parte costitutiva del loro bagaglio politico, sono precipuamente caratterizzate dalla battaglia contro la “vecchia casta” – che non è una questione di generazione, la Spagna ha il più giovane parterre des rois di nuovi leader politici, altro che battibecchi tra Boschi e Di Battista. Per dire, tra i suoi candidati a testa di serie, e che hanno passato il turno, a parte tante facce giovani, moltissime femminili, c’è il giudice Juan Pedro Yllanes Suárez, quello che ha in carico il procedimento per lo scandalo dell’Infanta. Che sarebbe un po’ come se Grillo e il Movimento 5Stelle candidassero a sindaco di Roma il procuratore Pignatone, quello che ha fatto scoppiare lo scandalo di MafiaCapitale. C’era anche il giudice Victoria Rosell, tra le teste di serie, portavoce fino a ieri l’altro di Giudici per la democrazia, indicata da Iglesias come futuro ministro della Giustizia, se avessero vinto loro e che ce l’ha fatta, a essere eletta. E c’è l’ex portavoce della Guardia Civil, Juan Antonio Delgado, un po’ come se da noi il rappresentante sindacale del Coisp o del Siap si fosse candidato coi 5Stelle. E c’è anche il generale dell’Aviazione José Julio Rodríguez Fernández, proposto da Iglesias come futuro ministro della Difesa, se avessero vinto loro. Podemos, cioè, è entrato nelle istituzioni della società civile, o è riuscito a diventare un veicolo credibile per rappresentanti di istituzioni della società civile e le loro legittime ambizioni politiche e di cambiamento. Il movimento 5Stelle qui non è riuscito a tanto, e non so se per la sua inaffidabilità o piuttosto per un maggiore conformismo di rappresentanti delle istituzioni. Che so, voi ve l’immaginate Raffaele Cantone, l’incarnazione propria dell’anti-corruzione, che si candida coi 5Stelle? Semmai, come fa, assorbe potere all’ombra del governo. La mossa vincente di Iglesias però a me sembra l’estrema disponibilità verso le rivendicazioni territoriali: in Catalogna, nella Comunidad Valenciana e in Galizia, Podemos si è presentata come alleanza con forze politiche regionali, rispettivamente: En Comú Podem, Compromís-Podemos-És el moment, En Marea, e ha ottenuto risultati brillanti. Anzi, in Catalogna e nei Paesi Baschi, Podemos è il primo partito, e stiamo parlando delle realtà più ricche e produttive della Spagna, oltre che di quelle più “indipendentiste”. Iglesias, che mostra una straordinaria flessibilità vincente, ha promesso che rispetterà le volontà di referendum: nenie, per le orecchie dell’indipendenza.

E qui va forse fatta la morale di questa storia. La sprezzanteria politica vigente tacciava prima di “populismo” ora di “antieuropeismo” nuove realtà politiche in aggregazione. In via di decadenza la prima – forse si è capito che piuttosto d’essere uno stigma finisce con l’assommare materiale combustibile – rimane la seconda. E qui dobbiamo fare a capirci: i movimenti indipendentisti che hanno forza e radicamento e programmi in Europa non sono contro l’Europa. Forse vale la pena andarsi a leggere i loro documenti, le loro proposte – parlo della Scozia, della Catalogna, della Navarra, della Corsica. Il “nemico” degli indipendentisti non è l’Europa, ma lo Stato nazionale, la forma-Stato. E l’Europa in quanto forma di aggregazione degli Stati nazionali. Il “cuore” delle rivendicazioni indipendentiste è in genere un’autonomia fiscale e una ridistribuzione sociale decisa sulla base del proprio gettito e della propria realtà produttiva e sociale, assistenziale. La questione del welfare, che è anche, insieme, il ripensamento della propria vocazione produttiva, è quasi ovunque centrale. Ora, il welfare – quello di Beveridge e Keynes e Roosevelt – è fallito, va fallendo, non perché il debito pubblico degli Stati nazionali sia diventato insostenibile a causa sua, ma perché, viceversa, sono gli Stati nazionali che sono diventati insostenibili per il welfare. É il fallimento dello Stato nazionale che sta trascinando a picco il welfare. La questione che si va ponendo è se sia possibile salvaguardare il welfare – la sicurezza sociale dei cittadini – in un ripensamento del governo dei territori. La questione che si pone è quella dell’indipendenza dei territori, non per la finis Europae ma per un suo nuovo assetto: il resto – le classi, vecchie e nuove, il sopra e il sotto, il dentro e il contro – è, spero perdonerete la franchezza anche se può suonare brutale, un fraintendimento.

Nicotera, 21 dicembre 2015

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L’abbiamo scampata bella con Le Pen. E ora chi ci scampa da Hollozy e Sarkande?

Ha funzionato. Lo starnazzare delle oche, l’allarme per l’arrivo dei barbari, nel segno di una possibile guerra civile, ha funzionato. Rispetto al primo turno, un tot percento in più di elettori francesi si è mobilitato. Una parte minore – ottocentomila voti, mica bruscolini – si è sentita in dovere di ergersi a difesa della Le Pen, o si è irritata per il tipo di campagna elettorale melodrammatica impostata da Valls; la più parte ha sostenuto i candidati desistiti, o quelli che avevano più possibilità di vincere contro il Front National. In certi casi, la vittoria è striminzita, sia in percentuali che in voti, e in più regioni il voto è tripartito, con percentuali vicinissime, ma come suol dirsi in democrazia conta chi prende un voto in più – successe anche con Bush il giovane contro Al Gore, e la Florida, ricordate? – e il resto lo fa il sistema elettorale: il criterio della rappresentanza da tempo è virato verso il criterio della governabilità d’abord. La resa dei conti è perciò rimandata al 2017: Le Pen, per sedimentare l’accumulo di consensi mai raggiunto prima, ha subito lanciato i Blu marine, ovvero una qualche forma di organizzazione sul territorio della disponibilità ampia che ha intercettato, oltre il partito; Valls, da parte sua, ha detto che il pericolo non è mica scampato, e che da qui al 2017 si tratterà di battersi giorno per giorno. Sarkozy – che non è per nulla scontato sia il candidato della destra, e dovrà guadagnarselo, contro Juppé e Fillon – ha detto che bisognerà capire perché la gente vota Le Pen, e che quindi si occuperà di Europa, disoccupazione, sicurezza e identità nazionale, come se ci voleva la zingara, ci voleva. La realtà, perciò, già emersa durante la campagna elettorale e che i risultati esacerbano, è che l’agenda politica di Francia è dettata dal Front National. Da qui al 2017. E è sul terreno dei “temi” su cui il Front National e Marine Le Pen hanno costruito, non da oggi, il loro serbatoio elettorale, che si misureranno gli altri contendenti. A parte la guerra che è prerogativa del presidente, e su cui la patria unita marcia compatta – vuoi per difendere l’art de vivre, vuoi per interessi più prosaici, geopolitici e di energia -, sulle questioni sociali – disoccupazione, sicurezza, immigrazione – non ci saranno visioni contrapposte, che so, per dirla facile facile di apertura da un lato e di chiusura dall’altro, ma proposte restrittive o più restrittive, e probabilmente giocherà soprattutto, come ha giocato nei ballottaggi, la percezione che chi è già al governo può fare di più di chi non c’è ancora andato, un pragmatismo schietto e cinico. Da qui al 2017 – con una cambiale in bianco data dagli elettori – o socialisti e républicains insieme e desistibili e per conto proprio mostreranno i denti più di Le Pen, o sanno che non avranno chance alle presidenziali. Contro Le Pen hanno vinto Hollande e Sarkozy, contro Le Pen da qui al 2017 lavoreranno Hollozy e Sarkande.

La si può leggere così: da una parte, Le Pen, le François; dall’altra, i socialisti e le destre repubblicane, le Citoyen. I Francesi, anzitutto, la Nazione, la comunità nazionale, il Front contro la mondialisation, da una parte; il Cittadino, i diritti universali, lo Stato, diritti di proprietà e libertà di mercato, dall’altra. È uno schema politico-ideologico molto europeo, continentale, intraducibile nella lingua anglosassone, e, per alcuni tratti, molto novecentesco (anche se, per inciso, è una chiave di lettura che può far capire qualcosa di quello che è successo in Russia, dopo la crisi del 1991, la defenestrazione di Gorbaciov, l’eredità di Eltsin, e poi l’arrivo di Putin, l’uomo che restituisce alla Grande Madre il suo orgoglio, la sua storia e il suo ruolo, e pure un pezzo dei suoi confini perduti: la Grande Guerra Patriottica – che così si chiama là la Seconda guerra mondiale – è diventata il pilastro di questa storiografia). Alcuni tratti: se si fa riferimento agli accadimenti storici, la memoria va alle esperienze di Léon Blum in Francia e di Largo Caballero in Spagna, cioè governi fortemente improntati da un carattere proletario e popolare, prima d’essere spazzati via da militari e nazionalisti fascisti. Entrambi, Blum e Largo Caballero, erano a capo di un Fronte, la Storia fa rovesciamenti così. Però, Hollande e Sarkozy non hanno mai guidato governi improntati da un forte carattere proletario e popolare, e è difficile pensare che accada adesso, quando questo tipo di opzione politica è finita con il Novecento. Così, la figura trasversale al François e al Citoyen e contesa da entrambi e su cui poggiano entrambi è le Bourgeois. Meglio: quello che ne rimane dopo la Grande accumulazione degli anni Novanta e la Grande crisi del 2007, un borghese piccolo piccolo. La cui grandezza sta solo nell’essere rimasto senza nemico, senza qualcuno che lo ossessioni, lo incalzi, lo minacci. Nell’essere diventato, malgré soi, il padrone assoluto del mondo, l’unica specie rimasta. Mort à crédit. Grosso modo, da un lato, i valori républicains, lavori legati ai servizi, alle cure, alle persone, all’informazione – professionisti, scuola, assistenza medica e sociale -, in cui non hai rapporto alcuno con le cose ma con gli individui, e il tuo mestiere stesso ti fa per obbligo empatico, gli altri sono cittadini uguali e solidali come te: questi cercano sicurezza per la coesione sociale, lo Stato, l’ordine costituito, che dà loro di che vivere, oltre che un senso alla propria vita. Dall’altro, quelli che hanno perduto rapporti con le persone, con la società – operai, artigiani, piccoli imprenditori, agricoltori – gente che maneggiava cose solo “insieme”, e che insieme poteva esercitare un giudizio, un potere, e che è completamente espropriato, o perché non esistono più i luoghi o perché sono stati sostituiti da macchine: costoro vogliono ripristinare un qualche loro ruolo, una qualche illusione di contare, e non potendo più esercitarlo nel mercato e nella società, si rivolgono alla comunità nazionale, all’insieme degli insieme, pensando così di avere forza per trattare con il potere del mondo, le banche, le élite, il complotto pluto-giudaico-massonico, gli americani. Il “popolo” è questa roba, caotica e indistinta, di qua e di là. Senza faglie di rottura, travasabile. Da decanter della democrazia. Non più plebe, ma borghese.

I comunisti, quelli del Novecento, i comunisti insomma, a un certo punto pensarono che fosse una cosa buona che le democrazie fossero costrette a mostrare il loro vero volto, fascista, perché così la coscienza proletaria avrebbe capito che non c’era trippa per gatti nel sistema capitalista, svolgilo come lo vuoi, e che l’unica alternativa fosse la dittatura del proletariato. Non è che si dessero da fare per favorire l’avvento dei fascismi, ma non si sporcavano le mani a salvare le democrazie liberali, quando se ne mostrasse l’occasione. Folle, sicuro. Un disastro sanguinoso. La coscienza proletaria non solo non si risvegliava, ma si tingeva di nero, e di rosso-bruno. Era però un’idea. Una strategia, una tattica, schieramento, battaglie, ideologia, e tutte quelle cose lì che è stato il Movimento operaio, tragiche, drammatiche, meschine, spietate, grottesche, abiette, eroiche. E invece lo starnazzare comune per la scalata di Le Pen da quale punto di vista si manifesta, quale schieramento difende, quale soggetto storico e politico, quale organizzazione, quale potere, quale potenza? L’orrore comune è per i valori repubblicani e democratici che verrebbero calpestati; più o meno, insomma, quel che dicono Hollozy e Sarkande. Una sacrosanta verità, un potere reale, detta da loro, e da chi li sostiene. Un’occasione, se si pensa che si aprano delle possibilità, in un compromesso, e hai modo per portare a casa qualcosa, se c’è lo spiraglio per portare a casa qualcosa – ora che la zingara ha parlato di immigrazione, disoccupazione, questioni sociali – in uno scambio di favori. Melénchon, del Front de Gauche, sembra orientato così, ma ha pure un dieci per cento di voti, non proprio una bazzecola, e responsabilità vuole che una qualche indicazione la dia. Una banalità, invece, se detta da chi non ha niente da spartire con l’uno o trattare con l’altro e entrambe le cose. Detta da chi non conta nulla, non può contare nulla, una tifoseria. Detta da chi non ha niente in comune con le Bourgeois, e le sue fisime e i suoi interessi. Di qua e di là. Certe volte, quando la Storia si smarrisce, è più decoroso il silenzio. Oppure, se proprio non vuoi sembrare un catastrofista, un disfattista, puoi dire che ti suona interessante che in Corsica abbiano vinto gli indipendentisti, perché è una contraddizione che sembra andare contro la Nation e contro l’État. Che, di questi tempi, non è poca cosa. L’Europa bourgeois va slabbrandosi. E domenica si vota in Spagna.

Nicotera, 16 dicembre 2015

nota, illustrazione: La Commune, 1871, Une pétroleuse, © Gettyimages – ma come vi permettete?

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