Perché se c’è una cosa ormai che identifica con notevole approssimazione il genere maschile è l’uccidere donne. Lo fa l’intellettuale raffinato e l’esperto carrozziere, lo studente modello e l’immigrato irregolare, l’aristocratico dal sangue estinto e l’impiegato scansafatiche, l’addestratore militare e il geometra dei condoni. Lo fa quello in cura farmacologica per oscure ossessioni e il padre esemplare, il marito che-aiuta-nei-lavori-di-casa, il figlio che ha dato tante soddisfazioni. Ogni volta lasciando sbigottiti, ogni volta la conferma di un teorema inesorabile: se le cose prendono una piega, noi possiamo sempre ucciderle.
Vorrei che in questo paese ogni volta che una donna muore per mano d’un uomo, che ogni volta suonasse una sirena per un lungo minuto. Vorrei che questa sirena si sentisse da Pachino a Tolmezzo, da Santa Maria di Leuca a Ventimiglia, da Termoli a Oristano. Vorrei che ci fermassimo tutti, chi sta cliccando sui moduli di una pratica, chi sta acquistando un farmaco, chi sta portando i ragazzi con lo scuolabus, chi sta servendo le tazzine di caffè in un bar. Vorrei raccogliessimo per un minuto i nostri pensieri – chi vuole può pregare, a chi non importa nulla se ne stia in paziente attesa, un minuto corre via veloce -, e salutassimo con consapevolezza la vita che è stata strappata, a noi che neppure la sapevamo, proprio perché non la sapevamo. Che per un minuto ci sentissimo vicino a chi la piange, a chi non si dà pace, a chi rimane come sospeso sull’orlo di un abisso. Forse non servirebbe, ma cosa sta servendo?
Vorrei funerali di Stato in questo paese ogni volta che una donna muore per mano d’un uomo, che suonasse la fanfara dei carabinieri e corone istituzionali venissero deposte. Vorrei un decreto presidenziale per questo, un ddl del governo, una riforma d’un qualche titolo della Costituzione. Vorrei che ogni Comune dichiarasse lutto cittadino, a Pachino se la donna era di Tolmezzo, a Santa Maria di Leuca se era di Ventimiglia, perché ogni donna ci appartiene, ogni vita ci appartiene. E la seduta della Camera si aprisse dicendo il nome della donna che è stata uccisa per mano di un uomo, e ogni Consiglio comunale iniziasse la sua seduta dicendo il suo nome. Forse non servirebbe, ma cosa sta servendo?
Vorrei che in ogni scuola di questo paese si dicesse il nome della donna uccisa per mano d’un uomo all’inizio delle lezioni, se oggi tocca il giorno della scoperta dell’America, o Gallia est omnis divisa in partes tres oppure abbiamo come incognita una funzione y(x) che leghi fra loro la variabile x e la funzione y(x). Prima, il nome della donna uccisa. Vorrei che i loro nomi finissero nei sussidiari, con le biografie, le date e tutto, possiamo metterle al posto di Mazzini e Garibaldi, di Curtatone e Montanara, di Teano, su cos’altro dovremmo oggi riconoscerci? E che in ogni sacrestia, in ogni oratorio, prima delle omelie e prima dei giochi, prima, si dica quel nome. E che in ogni sala delle slot machine, in ogni tabaccheria dove troneggia lo schermo dei numeri al lotto, un qualche software scriva quel nome. Forse non servirebbe, ma cosa sta servendo?
Il vescovo emerito Giovanni Scanavino nella sua omelia ai funerali di Ashley ha detto che spera «possa presentarsi al Signore con cuore contrito». Il cuore contrito di Ashley, questo può servire? L’ambasciatore statunitense in Italia, John Phillips, ha detto che «è una lezione per tutti: bisogna stare attenti quando si esce la sera e con persone che non si conoscono», una lezione per tutti, questo può servire? Una ha scritto su facebook: «Un cazzo in meno e avremmo una vita in più», un cazzo in meno, questo può servire?
Certo, niente sembra servire perché ogni uomo avrebbe potuto uccidere Ashley – un pugno, una spinta, non volevo -, c’è sempre un uomo ogni giorno che uccide una donna, un pugno, una spinta, non volevo.
Una sirena potrebbe ricordarcelo, un decreto del presidente potrebbe costringerci a ricordarlo, una scritta su ogni monitor potrebbe aiutarci a ricordare.
A fermarci. Questo, a fermarci. A ridurre il danno, almeno.
Nicotera, 17 gennaio 2016
