Uno c’è sempre.

quadrato_neroUno c’è sempre, almeno uno.
A My Lai, nel Vietnam, quando i soldati a stelle e strisce massacrarono un intero villaggio, e stuprarono e uccisero donne bambini vecchi neonati e papere e scavarono buche e li seppellirono, uno c’era e questo era il suo nome: Ron Ridenhour. Disse degli ordini del tenente, disse dei suoi commilitoni che ridevano uccidendo, disse dell’orrore. Indicò dov’erano i corpi, e li contarono: erano trecentoquarantasette.
Uno c’è sempre.
C’era nella notte di Erode, e c’era in quella degli Ugonotti, anche se non sappiamo i loro nomi. C’è quando gli eserciti avanzano e ammazzano e stuprano ogni cosa che vive e che è rimasta perché non può fuggire. Sono i suoi fratelli quelli che uccidono, i suoi compagni, quelli con cui ha combattuto, ha spezzato il pane e la fame, quelli con cui condivide bandiera e lingua. Sono i suoi fratelli, le bestie. Può essere un carrista, o un cecchino, o un artigliere, ma uno c’è sempre, che non può fermarli, che vorrebbe morire lui, lì, in quel momento.
Uno c’è sempre, perché l’umano non scompaia per sempre, anche nel momento in cui dovrebbe.
A Colonia, uno deve esserci stato.
Almeno uno.
Forse il suo nome è questo: Latif, gentile. Oppure quest’altro: Nasim, nobile. O quest’altro ancora: Wadi, pacifico.
Latif ha visto i suoi fratelli diventare bestie. Nasim ha visto i suoi compagni commettere ignominie. Wadi ha visto i suoi amici compiere l’orrore.
Uno dev’esserci stato, uno gentile d’animo, nobile di cuore, pacifico nei gesti.
Quando tutto è diventato buio, quando le mani sono diventate predatorie, quando i gesti sono diventati assassini, e frugavano, e rubavano, il suo animo dev’essersi spezzato.
Perché questo succede, dalla notte dei tempi.
Uno rimane umano. Dentro i fiumi di sangue. Perché l’umano non scompaia.
Ora, io questo spero.
Colpiremo, certo. Perché è così che funzionano le cose.
Ma questo non cambierà nulla.
Non c’è mai risarcimento per chi è stato vittima: i tribunali, le condanne esemplari, le espulsioni. Sarà così, certo, e niente restituirà serenità a chi ha subito quella violenza.
Ma io questo spero.
Che venga Latif a raccontarci cosa è successo. O Nasim, o Wadi. Che si strappi il cuore dal petto.
Che sia Latif a indicare dove sono i corpi, chi ha colpito, e li conteremo.
Che sia Nasim a sputare sul viso dei suoi fratelli, dei suoi compagni.
Che sia Wadi a urlare il dolore.
Perché se non succede questo, rimane solo l’orrore.

Nicotera, 10 gennaio 2016

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