Trump-l’oeil: il trumpismo non è una caricatura.

trumpJll Stein, candidata del Green party alle presidenziali americane che hanno incoronato Donald Trump, si è fatta portavoce di una campagna di controllo dei voti in Wisconsin. Dei 2.975.313 milioni di voti in Wisconsin, 1 milione e 404mila sono andati al miliardario di New York e 1 milione e 382mila alla rivale democratica. Il libertario Gary Johnson e la Stein si erano divisi gli altri. Insomma, il margine tra Trump e la Clinton è stato davvero esiguo. Il Wisconsin ha il sistema elettorale più decentralizzato degli Stati Uniti, un vanto, ma anche un possibile varco per manipolazioni sulle macchine elettorali – i voti per email, a esempio.
Gli exit poll avevano dato Clinton vincente in quattro Stati cruciali: North Carolina, Pennsylvania, Wisconsin e Florida. In North Carolina ci sono 5.8 punti di discrepanza tra exit poll e risultati effettivi, in Pennsylvania, 5.5; in Wisconsin, 4.8; e in Florida, 2,7. Troppi, per non destare sospetti. In America gli exit poll sono una cosa seria. Se Clinton avesse vinto in questi Stati, sarebbe ora lei il presidente degli Stati uniti. Se avesse vinto in Florida e in uno qualunque degli altri tre Stati, oggi sarebbe Clinton il presidente degli Stati uniti.
Intanto, il presidente reale degli Stati uniti, Donald Trump, denuncia brogli elettorali. Lo riscrivo: intanto, il presidente reale degli Stati uniti, Donald Trump, denuncia brogli elettorali. Ecco i suoi ultimi tweet. «In addition to winning the Electoral College in a landslide, I won the popular vote if you deduct the millions of people who voted illegally / Oltre a avere vinto a valanga nei Collegi elettorali, ho vinto anche il voto popolare, se togli quei milioni che hanno votato illegalmente». E uno. «Serious voter fraud in Virginia, New Hampshire and California – so why isn’t the media reporting on this? Serious bias – big problem! / Gravi brogli elettorali in Virginia, New Hampshire e California – perché i media non ne parlano? Gravi pregiudizi, grosso problema!» E due.
Ci fa? Ci è? Finora è prevalsa, nella narrazione di prima delle elezioni, una versione caricaturale di Donald Trump. I suoi modi, la sua sintassi, il suo gesticolare, il suo ciuffo, la sua volgarità esibita. Uno spauracchio. Poi, ha vinto le elezioni. E ora mette paura. Il «New York Times» si è battuto il petto per non avere capito cosa stava succedendo. Ecco, ma cosa sta succedendo?
Quando vinse Ronald Reagan in un certo senso ci fu una reazione eguale all’inizio. L’attore di secondo piano, una comparsa anzi, e di film western di serie B, non aveva la tempra per fare il presidente. Sarebbe stato un ventriloquo. Non andò così. Reagan ha segnato, e pesantemente, la storia degli Stati uniti e quella del mondo, per almeno un ventennio. La reaganomics non era una barzelletta da comparsata, alle spalle aveva la Scuola economica di Chicago, il monetarismo, il convincimento che andasse smantellato in ogni modo il Welfare e lo statalismo che soffocavano l’economia: meno tasse, soprattutto per le imprese, e la riduzione del potere di veto sindacale e operaio – il primo braccio di ferro fu contro i controllori di volo, e lo vinse. Insomma, c’era, con Reagan e attraverso Reagan un blocco di potere e un apparato concettuale che faceva i conti con il keynesismo – quella “teoria economica” che aveva disegnato il mondo per i gloriosi trent’anni dopo la Seconda guerra mondiale. Reagan vinse anche contro il comunismo, con le sue guerre stellari, con il salto nel know how tecnologico – la Silicon Valley nacque sotto la sua presidenza – che ne aumentavano tremendamente il gap con il capitalismo, e con l’ostinata e determinata azione contro l’Unione sovietica, sfiancata dai mujaheddin dell’Afghanistan e dai polacchi di Solidarnosc, gli uni e gli altri a libro paga.
Quando vinse George W. Bush fu lo stesso. Un ex ubriacone, cristiano rinato, che non era neanche il più intelligente di famiglia e neppure il designato per ereditare il ruolo di guida del casato – petrolieri texani, eh, mica coltivatori di noccioline – non aveva certo la tempra per fare il presidente. Non andò così. Bush tenne botta durante il momento più drammatico per il paese – l’attacco alle Torri Gemelle. E lanciò le sue guerre «per esportare la democrazia». E Bush aveva alle spalle non soltanto un blocco di potere ma anche “intellettuali militanti”, i neocon, che erano cresciuti alla Scuola di Leo Strauss – ex trotzkisti che consideravano ora la democrazia americana come la migliore delle democrazie possibili e il resto del mondo un guazzabuglio di democrazie deboli, troppo occhieggianti alla socialdemocrazia, ai comunismi, a questo o quel dittatore, e comunque sempre, a prescindere, contro l’America.
Qual è il blocco di potere, se lo ha, che sostiene Trump? Qual è il “sistema teorico”, se c’è, che sostiene la presidenza Trump? Sinora, l’analisi delle cose si è soffermata sullo sversamento di voti – i maschi bianchi della Rust belt, gli sfigati lasciati indietro dalla globalizzazione, oppure all’inverso quelli che guadagnano un pacco di soldi l’anno a Wall Street e che ascoltano un’unica sirena, la riduzione delle tasse, oppure ancora, quella middle class che non ne può più di pagare un’assicurazione sanitaria che non protegge del tutto loro e che forse non riesce neppure a coprire un poco quelli che non possono permetterselo.
L’analisi cioè si sofferma sul “populismo” di Trump, la capacità di intercettare voti promettendo una cosa a questi e la cosa opposta a quegli altri, ma intanto dando la netta sensazione di voler mandare all’aria tutto quello che c’è – la plebe non ne può più di tutto quello che c’è.
In molti, negli Usa e in Europa, hanno richiamato la figura di Berlusconi – entrambi magnati, entrambi scesi in campo come controvoglia ma tirati per i capelli per salvare il proprio paese, entrambi conoscitori del mezzo televisivo. Però, facendo la tara alle stupidaggini più viete del berlusconismo e dell’antiberlusconismo, quando Berlusconi scese in campo un “messaggio” ce l’aveva, eccome, un programma ce l’aveva, eccome. Si chiamava: il liberismo in un paese che non l’ha mai avuto. Significava attaccare il capitalismo di Stato – che, per chi non lo ricordasse, era al tempo buona parte della struttura economica e industriale del paese, anche se ne iniziava la dismissione – e per questa via lo statalismo e i suoi “rappresentanti”, i comunisti e i catto-comunisti. Parlava di mercato, di concorrenza, di impresa, di artigiani e commercianti soffocati dalle tasse, di internet. Conquistò gli intellettuali che erano fuggiti dal “comunismo italiano” – come i Saverio Vertone, i Lucio Colletti, i Piero Melograni, per non fare dei nomi – e l’area degli intellettuali socialisti, qualche libertario ex radicale, e la sparuta pattuglia dei convinti liberali – come i Marcello Pera con il suo Popper, per non fare dei nomi. Che poi questo “programma liberista” non abbia avuto neppure inizio, forse qualche timido accenno, e si sia trasformato in un pantano di sopravvivenza, tra la spinta padana della Lega e quella “nazionalista” di Alleanza nazionale, dove l’unico principio-guida rimaneva la salvaguardia dell’impresa di famiglia, questo è un altro discorso.
E allora, ritorna la domanda: qual è il blocco di potere che sostiene Trump? Quale il suo programma, che gli elettori hanno ascoltato e capito, illudendosi magari, certo, e i commentatori ancora non si capacitano esista?
Forse, come era per Reagan e W. Bush, anche Trump è solo una macchietta. Però, magari, come è stato per Reagan e Bush, quello che conta è il campo di forze che lo sostiene e che vuole davvero fare a pezzi il mondo com’era.

Roma, 28 novembre 2016
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 30 novembre 2016

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Quando la Vandea si ribellò a Parigi.

vandeaA Roussay, dove era stato mandato dai vescovi in missione, Luigi Maria Grignion de Montfort un giorno interruppe la predica che stava tenendo, entrò nella taverna vicina, rovesciò tutti i tavoli, e costrinse i clienti a seguirlo in chiesa. A La Rochelle, andò in una casa di tolleranza e prese a calci clienti e prostitute. Lui era così. Per questo lo avevano mandato nell’ovest della Francia, in Bretagna e in Vandea, dove c’erano sacche di presenza protestante. Per sradicarle, Luigi usava l’azione febbrile, costruiva chiese e calvari, restaurava cappelle, edificava piccoli ripari dove si poteva recitare insieme il rosario, ci si confessava spesso, e poi si cantavano inni che lui stesso componeva. E si pregava la Vergine. Perché, quello, il culto della Vergine e del Sacro Cuore di Gesù e Maria era una sua fissazione. Lo era anche di papa Clemente.
Fu così che la Vandea divenne radicalmente cattolica. Con Luigi Maria. A calci e rosari. Cattolica e monarchica, che poi allora – è l’inizio del Settecento – era la stessa cosa. Eppure, quando scoppia la Rivoluzione, la Vandea non è apertamente ostile. Aspetta, è incerta, non sa bene cosa fare. Parigi, d’altronde, è lontana. Quando l’Assemblea nazionale decide l’espropriazione dei beni del clero e l’emanazione di una Convenzione che i preti avrebbero dovuto giurare, si incrinano i rapporti. Ci tenevano, i vandeani, ai loro preti. E poi il re, benché deposto, è ancora in vita. Si può sperare sempre nel ritorno della monarchia. Intanto, però, le diocesi e le parrocchie sono fortemente ridotte; e i vescovi verranno eletti dai parrocchiani, e così anche i preti. Ci manca poco e i sanculotti pretenderanno che si debba eleggere persino Dio. Il giuramento da prestare all’Assemblea è solenne: «vegliare con cura sui fedeli della diocesi, che siano leali verso la nazione, alla legge e al re e mantenere il potere della Costituzione decretato dall’Assemblea nazionale e accettato dal re». Almeno il re c’è ancora. È lui la speranza.
Solo che il re si dà da fare e complotta per convocare l’Austria e le potenze straniere contro la Rivoluzione. E allora la Rivoluzione – è il 1793 – gli taglia la testa. Il mondo è tutto – chi più, chi meno – contro la Rivoluzione. Marciano contro Parigi, Parigi può cadere. Servono uomini per resistere. Servono soldi per resistere. E le tasse aumentano. La coscrizione obbligatoria toglie uomini alle campagne, ai lavori della campagna. Lì, a Parigi, nei café dove la Rivoluzione è stata pensata, organizzata, promossa, queste cose non le capiscono. Lì, a Parigi, dove gli avvocati parlano a nome del popolo e si stampano e leggono fogli e gazzette per le strade, queste cose non le capiscono. Lì, si trasformano le chiese in luoghi di culto della Ragione, dove una fanciulla discinta prende il posto della Vergine. Lì non si predica più Gesù e Dio, e i Vangeli e il Verbo, ma l’Essere supremo.
La Vandea insorge. Contro la scristianizzazione della Francia e l’aumento delle tasse. In nome del Sacro Cuore di Gesù e Maria e delle virtù delle aree rurali. Contro il cosmopolitismo della metropoli e le élite della capitale. Sono piccoli contadini e commercianti, ambulanti e nobili in disarmo, qualche soldato reduce di guerra con esperienza d’armi. Un popolo.
La Rivoluzione manda qualche truppa – c’è da far fronte agli stranieri e non si possono distogliere uomini. Funziona quasi dappertutto, perché quasi dappertutto ci sono rivolte e insurrezioni, ma serve a poco in Vandea. Anzi, qui i repubblicani vengono sbaragliati. Da guardacaccia e taglialegna, spesso senza armi, ma che sanno usare il bosco e le scaramucce. Conoscono ogni angolo del paesaggio, sanno come nascondersi e dove. La Repubblica è irrisa. Dal Sacro Cuore di Gesù e Maria.
È Robespierre che prova a placare gli animi – c’è da non credere. A Parigi stanno vincendo gli estremisti che vogliono tagliare la testa a tutti, persino al Comitato di Salute pubblica. Quello che lui predicava – «La terreur n’est autre chose que la justice prompte, sévère, inflexible / Il terrore non è altro che la giustizia rapida, severa, inflessibile; esso è dunque emanazione della virtù» – gli si sta rivoltando contro. Gli estremisti vogliono ateizzare la Francia, vogliono centralizzare ancora di più il potere: lo Stato è uno, e c’è una sola religione, lo Stato. Robespierre non ama l’ateismo, e teme che insistere finirà con l’alienare alla Rivoluzione le campagne. Non ama neppure la piega che stanno prendendo gli eventi. L’Assemblea decreta una prima legge contro la Vandea e manda un primo esercito. Non basterà. Ormai l’Armata Cattolica e Reale conta decine di migliaia di uomini, dall’iniziale spontaneismo si è data una organizzazione gerarchica, ha un generalissimo e un comando militare che sovrintende i diversi distretti. Ci vorrà una seconda legge – in cui il massacro viene legittimato – e un secondo esercito. Circondata dai nemici esterni e destabilizzata dalla guerra civile interna, la République divorerà la Vandea. Per sopravvivere. D’altronde divorerà i suoi stessi capi, ogni Comitato di Salute pubblica finirà sul patibolo, seguito da un altro Comitato di Salute pubblica che finirà, a sua volta, sul patibolo. Ma la Vandea è rasa al suolo. Non ne esiste più nulla, neppure il nome: ora è una provincia Vengée, terra vendicata. S’è compiuto quello che si proponeva il cittadino dell’Assemblea Jean-Baptiste Carrier – «Nous ferons un cimetière de la France plutôt que de ne pas la régénérer à notre manière et de manquer le but que nous nous sommes proposé / Faremo un cimitero della Francia piuttosto che non riuscire a rigenerarla alla nostra maniera e di fallire in ciò che ci siamo proposti». La Vandea è un cimitero. Carrier, mandato in missione in Vandea («missionario del Terrore», lo definirà lo storico Jules Michelet), cadrà insieme a Robespierre: arrestato il settembre 1794, processato in novembre, ghigliottinato a dicembre. Il Terrore è prompte, sévère, inflexible.
Tra il novembre e il dicembre 1793, vennero ghigliottinate centinaia di persone con l’accusa di essere complici dei vandeani e vennero fucilati migliaia di vandeani (con una media di duecento fucilazioni al giorno). Si sprecavano pallottole e Carrier pensò, allora, di trovare un metodo più rapido per giustiziare in massa i condannati, così ideò le Noyades, cioè legavano i condannati per le mani e per i piedi, quindi li caricavano su una barca e una volta raggiunto il centro del fiume Loira, l’affondavano aprendo delle falle sotto la linea di galleggiamento. Li annegavano. Vivi. Cominciarono di notte, che un po’ si vergognavano, poi ci presero la mano e le fecero pure di giorno. In certi casi li raccolsero in luoghi chiusi e poi gli diedero fuoco. Li bruciavano. Vivi.
Donne e bambini vennero passati a fil di spada, e insomma non si fecero mancare nulla di tutto l’orribile armamentario delle guerre civili. Fecero persino le fumigation, scioglievano l’arsenico e ne liberavano i gas in una stanza chiusa.
Gli storici racconteranno: da una parte i Lumi, la Ragione, i Diritti dell’Uomo, la Cittadinanza universale; dall’altra il Sacro Cuore di Gesù, la Fede, i Valori della Tradizione, Dio Re e Famiglia. Da una parte il Progresso, dall’altra la Reazione. Da una parte la Rivoluzione, dall’altra la Restaurazione. Sarà la lettura imperante. La Vandea diventerà un lemma, un’espressione metaforica. Poi, l’orribile paradosso che solo la spada può portare la libertà, che solo i massacri possono rigenerare la società e costruire l’uomo nuovo metterà in nuova luce le memorie, i racconti, i diari del tempo: la Vandea fu un populicide – la strage di un popolo.
Un paradosso che si ripropone spesso nella Storia. Come lo scontro tra metropoli e “sacro cuore” delle nazioni.

Roma, 23 novembre 2016
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 26 novembre 2016

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