Il governo manciuriano di Trump-l’oeil.

putin_trumpThe Manchurian Candidate è un film del 1962 che uscì in Italia con il titolo Va e uccidi, diretto da John Frankenheimer e interpretato da Frank Sinatra (sì, proprio, The Voice), Lawrence Harvey (che aveva una sola espressione, convinto di dover fare sempre Amleto perché veniva dal teatro elisabettiano), Janet Leigh (che aveva fatto Psycho di Hitchcock), e Angela Landsbury (che sarà poi il volto indimenticabile de La signora in giallo). Insomma, un cast di tutto rispetto. Un po’ british e un po’ american, insomma da Patto Atlantico. Nel 2004 ne fu fatto un remake diretto da Jonathan Demme, con Denzel Washington e Meryl Streep, ma era già un’altra cosa, con l’Iraq di mezzo eccetera. Nel film originale invece c’è tutto il clima della Guerra fredda tra Stati uniti e Russia, tra il mondo libero occidentale e la cortina di ferro.
La storia è questa: durante la guerra di Corea, un gruppo di militari americani viene catturato dai comunisti e subisce un pesante lavaggio del cervello (il titolo veniva da un campo di internamento effettivamente esistito, in “zona rossa”). Liberati, uno di loro è considerato un eroe, e gli altri confermano nei loro ricordi questa versione. Tranne uno. In realtà l’eroe è ormai un agente comunista dormiente che viene attivato con un comando a voce, il cui obiettivo è uccidere un candidato alle presidenziali e favorirne così un altro. Poi la storia si risolve, e tutto è bene quel che finisce bene: i comunisti sono cattivi ma noi occidentali riusciamo a sistemare le cose.
A ricordare il plot del film in un articolo dal titolo The Manchurian Cabinet a proposito delle recenti polemiche innescate dalle affermazioni della Cia – che ci sia stato un intervento di hacker russi sotto la guida del Cremlino durante la campagna presidenziale a favore di Trump – e delle nomine effettuate dal nuovo presidente, è Nina L. Khrushcheva, professore di International Affairs. La vita può imitare, se non superare, la finzione. Ovviamente, la Khrushcheva non pensa che Trump e gli uomini della sua amministrazione abbiano subito il lavaggio del cervello da parte dei comunisti, a meno di non considerare l’amore per il denaro una forma di brainwashing. Però, questa improvvisa Cremlinofilìa – una parola molto in voga nel vocabolario della Guerra fredda – sembra proprio un-American.
Trump, con il suo stile, ha scatenato un fuoco di tweet contro le affermazioni della Cia sugli hacker, rovesciando la frittata e accusando l’Agenzia di essere ancora sotto l’influenza della Clinton e dei Democratici. Il suo nuovo di zecca numero 2 al Dipartimento di Stato, John Bolton, si è spinto più in là, dichiarando che sia l’hackeraggio delle mail della Commissione nazionale democratica – quello che costò il posto alla sua presidente, per aver favorito Clinton e danneggiato Sanders durante le primarie – sia quello ai danni del responsabile della campagna di Clinton, John Podesta, fossero in realtà dei “falsi”, creati ad arte, per incolpare un Cremlino evidentemente innocente.
Questa “relazione amorosa” tra un’amministrazione americana e i russi è uno scenario davvero inedito. E anche bizzarro. Ma la nomina contemporanea di Rex Tillerson a nuovo Segretario di Stato e del generale in pensione Michael Flynn a Consigliere per la Sicurezza nazionale lascia abbastanza perplessi.
Tillerson non è nuovo nel suo “approccio amichevole” con la Russia. Quando scattarono le sanzioni, volute da Obama, dopo l’intervento russo in Crimea nel 2014, Tillerson, che è stato a lungo Ceo della ExxonMobil, la più importante compagnia americana di petrolio, e che aveva investito decine di milioni di dollari in Russia, mandò al Saint Petersburg International Economic Forum il capo delle relazioni internazionali della compagnia, contro il parere del presidente. E invece di restituire la medaglia dell’Ordine dell’Amicizia – probabilmente il più importante riconoscimento russo verso personalità straniere – avuto qualche mese prima della Crimea come gli era stato chiesto, ha continuato a dichiarare la sua indefettibile amicizia con Putin.
Flynn, come Tillerson, è un altro che ha buoni agganci economici con i russi. Dopo essere stato rimosso da Obama da capo della Defense Intelligence Agency per le divergenze in politica estera – Flynn criticava l’accordo sul nucleare con l’Iran, Flynn criticava la politica di Obama per la Siria, Flynn diceva che Obama stava perdendo terreno nella guerra al terrorismo, Flynn era apertamente anti-islamico – il generale a riposo si mise a fare affari con i russi. «Russia Today», il quotidiano che durante le presidenziali sciorinò una valanga di accuse contro Clinton, lo ritrasse sorridente e gongolante in una foto accanto Putin, definendolo “Russia loving”.
Ma c’è un altro personaggio curioso in questa storia, e è Paul Manafort, per mesi responsabile della campagna presidenziale di Trump. Manafort fu l’uomo dietro la campagna durante le elezioni del 2010 di Viktor Yanukovych – l’uomo di Mosca, in quel complesso mosaico che fu l’Ucraina di quel tumultuoso passaggio fino alle rivolte di piazza Maidan – e quando Yanukovych si rifugiò in Russia, il suo governo cadde e scomparve e le carte saltarono fuori, si scoprì che aveva ricevuto un fiume di denaro in milioni di dollari da Yanukovych. E in cash.
C’è in questo intreccio tra Trump e la Russia una spiegazione “politica”, forse meno suggestiva del Manchurian Cabinet, e molto più reale. La politica estera della nuova amministrazione sembra dettata dal business. Il petrolio, anzitutto. Trump, che in campagna elettorale è sempre stato beffardo e cinico riguardo la politica di Obama sui cambiamenti climatici, che considera una bufala cinese per deprimere l’industria manifatturiera americana, e che si oppone a una politica basata sulle risorse rinnovabili e sostenibili – il nuovo capo dell’Agenzia per l’ambiente è Scott Pruitt, paladino della crociata contro i sostenitori del Climate Change – punta a un rilancio dell’industria automobilistica, la sola in grado, secondo lui, di rilanciare l’occupazione: questa è la sua idea di «Make America Great Again». Petrolio, gas, carbone.
Il rapporto speciale con Vladimir Putin – e gli uomini, con relazioni forti d’affari sedimentate negli anni con la Russia, messi in posti-chiave dell’Amministrazione – è forse il dato più significativo di questo scenario.
Joschka Fischer, che è stato tra i leader dei Verdi tedeschi dopo una lunga militanza nelle formazioni radicali degli anni Settanta, e ministro degli Esteri e vice primo ministro in Germania negli anni dal 1998 al 2005, quelli segnati dall’intervento in Kosovo nel 1999, che lui appoggiò, rifiutandosi invece di partecipare alla guerra in Iraq, prova a leggerlo questo nuovo scenario geo-politico dell’era Trump.
L’Ovest – dice Fischer – rischia di non esserci più. L’Ovest è una cosa diversa dall’Occidente, la cui culla e le cui coordinate culturali, normative, religiose fu il Mediterraneo, anche se è lì che ha le sue radici. L’Ovest è un prodotto delle due guerre mondiali – solo quando intervennero gli Stati uniti, la Prima, che era europea, divenne mondiale – del Novecento e della lunga Guerra fredda durata più di quarant’anni. È in questo arco di tempo che l’Occidente si è trasformato in Ovest. Anzi, è proprio nel 1941, quando i nazisti invadono la Russia, che si ha il suo battesimo, quando Churchill e Roosevelt si incontrano e stabiliscono le linee del Patto Atlantico, che poi sarebbe diventato la Nato, una cosa che sola a nominarla a Trump vengono i pruriti. L’Ovest si basa sull’impegno americano a difendere i suoi alleati: l’Ovest non esisterebbe senza questo ruolo cruciale dell’America.
Ora, dice Fischer, noi non abbiamo ancora alcuna idea di come possa svilupparsi questa presidenza Trump. Però possiamo assumere due cose: la prima è che ha un carattere dirompente sia per la politica interna che per quella estera. Ha vinto le elezioni non solo battendo i Democratici e Clinton, ma anche contro tutto l’establishment repubblicano; insomma, le regole fin qui prevalse – e gli scenari geopolitici – sono andate all’aria.
La seconda è che anche Reagan promise di “fare l’America di nuovo grande”, ma il suo approccio era ancora “da impero”. Scommise sulle Guerre stellari e su un riarmo spinto al paradosso, provocando il collasso dell’Unione sovietica che non riuscì a stargli dietro. Trump non ha un approccio imperiale: non vuol saperne delle guerre in Medioriente, e i suoi supporter chiedono che l’America si faccia i suoi affari, in splendido isolamento. Ha dichiarato che non ritiene utile l’accordo fra dodici nazioni della Trans-Pacific Partnership, come anche il Nafta con Messico e Canada, e ha seri dubbi sulla World Trade Organization, e vuole ridurre l’impegno americano nel Mar della Cina, e per quel che riguarda la Siria ha praticamente consegnato, mollando ogni sostegno alle opposizioni siriane, la “soluzione” della guerra nelle mani di Putin e dell’Iran che sostengono Assad. Un cambiamento che avrà ripercussioni notevoli nella regione. E non c’è motivo di ritenere che la sua posizione sull’Ucraina o sull’Est europeo – quanto sono lontani i tempi anche dell’amministrazione Bush, quando Rumsfeld dichiarava che agli americani stava a cuore “la nuova Europa” e non “la vecchia” – possa essere diversa dal disinteresse.
Il punto è che senza il sostegno americano, l’Europa è troppo debole e divisa – e intanto il vaso dei nazionalismi si è aperto e i suoi demoni corrono per l’Europa e, come sempre, correranno per il mondo. Il punto è che senza il ruolo degli Stati uniti l’Ovest non esisterà più.
È probabile che in Fischer giochi un ruolo importante la “visione tedesca” delle cose, soprattutto dopo che Putin ha ridato alla Russia un ruolo internazionale. Ma è fuor di dubbio che l’approccio “isolazionista” di Trump possa mandare in fibrillazione paesi come il Giappone e la Corea del Sud – che pure sono Ovest. E che nei Paesi baltici (Lettonia, Lituania, Estonia e Polonia sono sotto “l’ombrello” dell’articolo 5 della Nato) o nell’Europa dell’Est Putin si ritrovi in un ruolo “minaccioso”, quanto meno perché in assenza di un altro ruolo “forte” – anche se la Russia continua a ripetere che non ha alcuna intenzione “imperiale” e vuole solo non sentirsi minacciata a sua volta. E, spesso, non è che abbia avuto tutti i torti. Però, qualcuno riesce a immaginare cosa possa significare che una corsa all’armamento nucleare – nell’indifferenza americana – prenda corpo in Medioriente?
Angela Merkel, all’annuncio della vittoria elettorale di Trump, ha dichiarato: «La Germania e l’America sono legate dai valori della democrazia, della libertà, e del rispetto per la legge e la dignità dell’uomo, indipendentemente dall’origine, dal colore della pelle, dalla religione, dal genere e dall’orientamento sessuale». È sulla base di questi valori che – ha detto – lavorerà con l’amministrazione Trump.
Ma la Merkel lo sa che avrà a che fare con un’amministrazione manciuriana?

Nicotera, 15 dicembre 2016
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 16 dicembre 2016.

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Erano giovani, socialisti, arrembanti. E ora, nella polvere.

giovani_socialisti_europeiEra il settembre 2014 e alla Festa dell’Unità a Bologna Matteo Renzi aveva riunito il socialismo europeo. Erano venuti: dalla Francia, Valls; dalla Spagna, Sánchez; dalla Germania, Post; dall’Olanda, Samsom; e, benché invitati, avevano dovuto rinunciare Miliband, dalla Gran Bretagna, alle prese con il referendum scozzese, e, dalla Grecia, Tsipras, alle prese con le questioni del debito e della trattativa con la Germania del rigore. C’erano trenta gradi ma Renzi li aveva voluti insieme alla stessa tavola davanti a un fumante piatto di tortellini in brodo e poi, eccoli lì, in camicia bianca sfavillante per la foto di gruppo. Giovani, arrembanti, determinati a prendersi l’Europa: Matteo, Manuel, Pedro, Achim e Diederick. Dovevano far paura, con quella loro forza e giovinezza, ai mercati, ai vecchi padroni dei partiti socialisti, alle destre e ai movimenti populisti in ascesa. Dopo poco più di due anni, quella foto fa solo quasi tenerezza.
Il primo a cadere fu Ed Miliband. Il 7 maggio 2015 si votava in Gran Bretagna per il rinnovo del parlamento. Fino alle dieci di sera della giornata elettorale, Ed era dato come uno dei probabili candidati a varcare la soglia di 10 Downing Street. La campagna era stata dura ma Miliband era cresciuto, conquistandosi il rispetto e il timore degli avversari, a cominciare dal conservatore Cameron. Cinque anni prima, Miliband era stato scelto, dentro il Labour, per mettere pace tra le due anime del partito: l’ala più blairiana che ricordava ancora con nostalgia i successi elettorali dell’era Blair – e beh forse sì, il partito aveva ormai perso ogni identità storica – e l’ala più intransigente e radicale che voleva tagliare con quella destra interna del business e tornare a guardare al lavoro, agli operai, alle periferie. Si era mosso con abilità, senza forzare da una parte o dall’altra, nell’insieme però cercando di ritrovare l’anima laburista. Aveva battuto anche il fratello, candidato alle primarie: aveva appena quarant’anni, il più giovane leader laburista dalla Seconda guerra mondiale. Lo avevano soprannominato Ed il Rosso. Alle dieci e un minuto della sera, ai primi dati di quella giornata elettorale Ed il Rosso era un politico finito. Cameron gli aveva inflitto una sonora sconfitta e, soprattutto, nell’area storica del voto laburista, la Scozia, i nazionalisti si erano mangiati letteralmente il partito. Eppure, Miliband aveva parlato di riduzione delle tasse universitarie, di finanziamenti miliardari al sistema sanitario nazionale, di aumento del salario minimo, di congelamento delle bollette, di borse di studio per studenti meritevoli, di asili nido per giovani coppie lavoratrici. Come era stato possibile preferire i tory ai solidali laburisti? Forse il programma non era credibile: Cameron aveva parlato di lacrime e sangue (aveva fissato in dodici miliardi di sterline il taglio alle spese sociali) e era sembrato responsabile e maturo. Il messaggio, chiaro, era passato, quello, indeciso, di Miliband no. Nel partito si riaprì la guerra fra fazioni e alla fine prevalse Jeremy Corbyn. Corbyn era un uomo della vecchia guardia. Oggi, dopo il voto del Leave, ha anche lui i suoi guai.
A cadere è stato anche Pedro Sánchez, el Guapo. Pedro Sánchez, in carica dal 2014, aveva firmato cinque sconfitte storiche per i socialisti, in altrettante elezioni: due politiche, poi le catalane, le basche e le galiziane. Il Psoe è precipitato dal 48 percento che aveva negli anni Ottanta al 22 virgola qualcosa. È stato l’uomo del ribadito no – «No è no! Che parte del no non capisce, signor Rajoy?», disse di fronte all’ipotesi di appoggiare un governo di minoranza guidato dal leader popolare Mariano Rajoy, vincitore delle politiche ma senza maggioranza assoluta, che avrebbe permesso di fare uscire la Spagna da una paralisi istituzionale che durava ormai da dieci mesi. Dal voto del dicembre 2015. Quelle elezioni avevano sancito la fine del bipartitismo spagnolo: il risultato delle urne aveva premiato sì i popolari di Rajoy, primo partito con il 27,8% dei voti e 123 seggi, ma non abbastanza per governare da soli. I socialisti di Sánchez avevano ottenuto invece il 22,02% dei voti e 90 seggi, mentre gli anti-casta di Podemos guidati da Pablo Iglesias erano diventati il terzo partito, con il 20,65% dei voti e 69 seggi. Uno stallo. Che portò a vari incarichi da parte del re e a un nulla di fatto e che obbligarono a nuove consultazioni. Medesimo risultato: tripartitismo e nessuna coalizione possibile. Dentro il Psoe cresce l’insofferenza per il “no” di Sánchez, a guidarla una vecchia volpe, Felipe González, il “magico” leader che aveva guidato la Spagna dal 1982 al 1993 – un record di stabilità. E così, di fronte alle dimissioni di mezzo Comitato esecutivo del partito, e il no alle sue proposte del Comitato federale, Sánchez si è dimesso. Rajoy ha potuto formare un suo governo, la Spagna non andrà alle terze elezioni in un anno.
A cadere, adesso, dopo il referendum del 4 dicembre è stato Matteo Renzi. E gli altri?
Pochi giorni fa è arrivato l’annuncio di Valls. «Sì, sono candidato alla presidenza della Repubblica». Valls, primo ministro socialista, lo ha annunciato da Evry, città alla periferia di Parigi di cui è stato sindaco per oltre dieci anni: «È arrivato il momento di andare più in là nel mio impegno. Il senso dello Stato mi fa ritenere che non posso essere più primo ministro». Hollande si è tirato indietro, «con alto senso dello Stato», certo, ma soprattutto perché qualsiasi sondaggio lo dava senza alcuna chance. Valls dovrà passare per le primarie del partito a gennaio. Bisogna fare presto, perché intanto il centrodestra ha scelto il suo candidato, François Fillon, e Marine LePen continua a crescere nei sondaggi. Le possibilità di risalita, per un Partito socialista dato in caduta libera, sono davvero risicate.
Alexis Tsipras continua a navigare a vista nella sua Grecia alle prese con i problemi legati al rientro dal debito – ovvero, con i tagli sociali imposti dalla Germania – e quelli legati all’impatto dei continui sbarchi sulle sue coste. La sua popolarità, che aveva raggiunto un livello incredibile durante il referendum che aveva lanciato per chiedere al suo popolo se accettare o no il ricatto dell’Europa, è in continua discesa. Sembra un personaggio in declino, con una forte drammaticità – la rottura con Varoufakis fu un momento intenso – e un senso di responsabilità che si è caricato sulle spalle. L’errore più grave di Tsipras fu quello di essere stato abbandonato al suo destino – da solo contro il potere economico e politico della Germania. Non lo aiutarono i socialisti francesi, né quelli spagnoli, né quelli olandesi, né quelli tedeschi, né quelli inglesi, né quelli italiani.
La sconfitta di Tsipras fu forse il momento in cui quella foto alla Festa dell’Unità di Bologna del 2014 in camicia bianca sfavillante era già solo un ricordo di belle speranze e nulla più.

Nicotera, 7 dicembre 2016
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 9 dicembre 2016

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