I democrats Usa provano a riorganizzarsi.

michelle_obamaMancano 1441 giorni alle elezioni presidenziali americane. Le prossime, per decidere il quarantaseiesimo presidente degli Stati uniti d’America. Ma, più ravvicinato, si vota in alcuni Stati nel 2017 e nel 2018. Sarà la prima trincea dell’era trumpista.
Mentre il Partito repubblicano, ancora sottosopra, si rimodella intorno l’impetuosa presidenza di Trump, il Partito democratico deve fare i conti con la sua eclatante sconfitta – non solo del frontrunner Clinton, ma alla Camera e al Senato. I dati sono lì, impietosi: si sono persi voti, a milioni, si sono persi segmenti di classi sociali, si sono persi Stati cruciali. S’è persa una narrazione credibile e convincente. E una faccia, credibile e convincente.
L’era dei Clinton è tramontata. Hillary soprattutto sembra non voler capire che la sconfitta con Trump è politica. In una conferenza, tenuta con i sostenitori economici della sua campagna, ha additato la causa della sconfitta nella lettera al Congresso del direttore dell’Fbi, James Comey, in cui si annunciava di avere riaperto l’indagine sulle e-mail, a undici giorni dal voto: era il suo momentum, e fu bloccato. Fu un complotto, insomma: questa è la sua lettura. Certo, c’è un pizzico di verità in questa considerazione – ci si continua a chiedere perché Comey abbia agito così, rompendo una convenzione. Ma la lettura degli eventi pilotati da un complotto – quello contro Al Gore fu un complotto, alla luce del sole, peraltro – non è sufficiente.
Obama, a esempio, dice altro. Nel suo viaggio in Europa è passato da Atene – era un viaggio programmato da tempo e probabilmente era diversa l’aria che Barack avrebbe voluto respirare. Ma nel “dopo la sconfitta democratica”, Obama sta mostrando la sua tempra da grande leader mondiale. È un uomo ancora giovane ma con un carisma indiscutibile, e avverte la preoccupazione democratica in un mondo che, ovunque, sembra slittare verso i protezionismi, le barriere, le etnicità, i fondamentalismi, i tribalismi. Nella sua conferenza alla Stavros Niarchos Foundation – dopo aver reso omaggio alla storia della Grecia, «this small, great world» e aver tracciato un arco tra l’Acropoli e l’America, tra Pericle e i Padri Fondatori – Obama ha fatto un’analisi dura del momento. «Nelle economie avanzate, se la gente sente che sta perdendo il controllo del proprio futuro, prova a tornare indietro. Lo abbiamo visto in Grecia. E ovunque in Europa. Lo abbiamo visto negli Stati uniti». È una lettura politica del successo di Trump. È a quella gente che ha paura che bisogna dare una risposta.
Anche Michelle, che si è spesa molto nella campagna per Hillary, viaggiando per le piazze più difficili e provando a mobilitare soprattutto afroamericani e minoranze, sta cercando un proprio ruolo. Ufficialmente non ha alcuna intenzione di impegnarsi in politica – Obama è stato molto chiaro su questo, pur apprezzando, e molto, il talento della moglie. Nei social network, dopo la sconfitta, è già partita una campagna #Michelleforpresident, da molti considerata l’unica risposta possibile e vincente a Trump. Pochi giorni fa, a un’iniziativa per i veterani homeless alla Casa Bianca, mentre stava per prendere la parola dal fondo della sala qualcuno ha gridato: Run for president. Lei ha sorriso, e poi ha detto: Be quiet back there – state buonini, lì in fondo. Ha una grazia rara, un fascino straordinario, e trasmette un’idea di intelligenza e forza fuori dal comune. È una risorsa importante, si vedrà.
Anche zio Bernie è in pieno dinamismo. Ha scritto un libro, Our revolution, e lo sta presentando. Davanti le librerie si formano le file, per ascoltarlo e farsi firmare una copia del libro – in alcune città i biglietti per partecipare sono andati presto sold out. In 464 pagine Sanders racconta la sua campagna per le primarie, ricordando di avere vinto in 22 Stati, di avere raccolto più di 13 milioni di voti tra primarie e caucus, di avere organizzato eventi a cui ha partecipato almeno un milione e mezzo di persone. E tutto con l’ostilità aperta del Partito democratico. È a tutta questa gente che zio Bernie parla, di lavori, sanità, ambiente, finanza. Come volesse fondare una nuova organizzazione. La campagna politica è finita, la lotta è appena cominciata.
Subito dopo le elezioni, in un hotel di Washington si è riunita per tre giorni la Democracy Alliance Donor Club, il gruppo dei munifici sostenitori delle campagne democratiche. Ne è membro influente George Soros, che da tempo ha sconfinato dall’essere uno dei più potenti gestori di fondi finanziari per assumere un ruolo politico a tutto campo – nel senso proprio geopolitico, la sua organizzazione è attiva da anni soprattutto nell’Est europeo – anche se non direttamente impegnato. La DA, come è comunemente nota, ha assunto un piglio combattivo: c’è da affrontare i primi cento giorni della presidenza Trump, e le sue minacce di rovesciare molti successi dell’era Obama, a cominciare dal Medicare. Il presidente della DA, Gara LaMarche non fa però sconti: «You don’t lose an election you were supposed to win, with so much at stake, without making some big mistakes, in assumptions, strategy and tactics / Non perdi un’elezione che tutto dice vincerai, con così tanto in ballo, senza aver fatto grandi errori, nei presupposti, nella strategia e nelle tattiche».
Al seminario al Mandarin Hotel si sono viste alcune star del mondo democratico, il senatore Nancy Pelosi, capogruppo democratico, Elizabeth Warren, senatore amata dal movimento Occupy per le sue posizioni dure contro Wall Street e che molti avrebbero voluto vedere in corsa per le primarie, e l’astro nascente, il deputato Keith Ellison del Minnesota. Ellison è considerato una delle figure che può ricostruire un rapporto con la working class – la sua voce è stata sinora una sorta di populismo democratico in grado di competere dove Trump ha mietuto consensi. Intanto è candidato alla presidenza del Democratic National Committee, rimasta vacante dopo le dimissioni di Debbie Wasserman Schultz per via delle e-mail venute alla luce in cui era evidente che favoriva Clinton ai danni di Sanders nella corsa per le primarie. Pochi giorni dopo l’incontro al Mandarin, la Warren ha espresso il proprio endorsement per la corsa di Ellison. È un asse di posizioni più radicali.
E poi c’è il sindaco di New York, Bill De Blasio. Pochi giorni fa ha dichiarato che non consegnerà il database che custodisce l’identità degli immigrati illegali nella Grande Mela a Donald Trump. Trump, in campagna elettorale ha promesso che espellerà tutti i migranti illegali presenti sul territorio degli Stati Uniti e sono più di dieci milioni. «Non abbiamo intenzione di sacrificare gli 850 mila immigrati che vivono con noi, che fanno parte della nostra comunità, ha dichiarato De Blasio parlando ai giornalisti nella City Hall. Non vogliamo dividere le famiglie e quindi faremo di tutto per resistere a questo». E questo è un uomo.
La casa dei Democratici americani è in fiamme, dopo la sconfitta – d’altronde, dove il mondo non brucia? C’è una squadra che non molla e si va riorganizzando – Barack, Michelle, zio Bernie, Elizabeth, Bill. È un dream team della democrazia mondiale. Basterà?

Nicotera, 18 novembre 2016
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 22 novembre 2016

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Ku Klux Klan: il fiume carsico del razzismo.

ku_klux_klanForse si può partire da due storie, da come si raccontano le cose.
La prima: Tom è uno schiavo nero, ma un uomo di fiducia del suo buon padrone bianco. Viene venduto insieme a un’altra schiava, perché la piantagione è in difficoltà. Lei scappa, e finisce in una comunità di quaccheri in Canada. Lui, Tom, no. Lui è fedele al suo padrone, sa che è stato venduto per necessità. Il figlio del padrone, il tredicenne George, che gli è affezionato, gli promette che un giorno lo libererà. Tom passa di disavventura in disavventura, ma è sempre docile. Una sola cosa si rifiuta di fare: l’aguzzino di altri neri. E pagherà caro questo rifiuto. Quando George, ormai adulto, lo ritroverà, Tom morirà tra le sue braccia. È questa, stringata, la trama di La capanna dello zio Tom, il fortunato – vendette trecentomila copie solo quando apparve, il 1850, vero best-seller dell’Ottocento – libro di Harriet Stowe. La guerra civile è ancora lontana – ci vorranno altri dieci anni – ma la Stowe è una convinta abolizionista. Il libro fu amato nel Nord degli Stati uniti – quando Lincoln incontrò la Stowe, la abbracciò commosso –, e odiato nel Sud.
La seconda storia: gli Stoleman sono una famiglia del Nord (Austin, il capofamiglia, è un politico abolizionista), mentre i Cameron sono una classica famiglia del Sud. Si conoscono, si frequentano, i rispettivi figli – maschi e femmine – intrecciano storie di amicizia e amore. La guerra civile li divide, e scava un solco fra loro. Mentre Austin Stoleman diviene sempre più potente, il Sud è in un crescendo di caos, con i neri sempre più arroganti, rozzi e brutali, appoggiati da corrotti politici repubblicani del Nord. L’Era della Ricostruzione sta mostrando un volto di tragedia: tutti i valori sono rovesciati, il mondo è sottosopra. Le elezioni sono una farsa, che finisce con il moltiplicare il desiderio di vendetta dei neri e la povertà dei bianchi. Dopo un ennesimo tentativo di violenza e stupro di un nero ai danni di una donna bianca, sarà uno dei giovani Cameron a chiamare a raccolta altri bianchi e costruire un’armata di cavalieri che ristabilisca l’ordine e i valori tradizionali del Sud: sono i Clansmen. The Clansmen è il libro di Thomas Dixon – pubblicato nel 1905 – che dieci anni dopo Griffith userà come sceneggiatura per l’epopea di Nascita di una nazione, vero capolavoro cinematografico (è il primo film in cui il plot fa da protagonista) che servirà per prestare un “codice d’onore” all’oscuro movimento del Ku Klu Klan che era stato smantellato dopo la fine della Guerra civile e favorirne la riorganizzazione, e anche per rifondarne l’immaginario simbolico – le tuniche bianche con il cappuccio, le croci sulle maniche, le croci bruciate per incutere timore, tutto questo è “opera” di Griffith. Il film – che ebbe un successo straordinario, restando per decenni in testa alla classifica delle pellicole più viste nella storia del cinema e una di quelle che produsse maggiori guadagni (il più ricco risultò proprio Dixon che accettò di prendere il venticinque percento degli incassi invece di un saldo per l’acquisto della trama) – provocò tumulti negli Stati uniti, con il boicottaggio in molti cinema del Nord e accoglienze entusiaste al Sud. Dixon disse sempre che lui non condivideva le azioni del Ku Klux Klan, anche se ne apprezzava le motivazioni. Griffith diede un colpo alla botte, dopo quello al cerchio, con il suo successivo capolavoro, Intolerance, in cui si schierava apertamente contro il razzismo.
E forse si può partire dalla storia, dalle cose come sono. La Prima sezione del XIV Emendamento della Costituzione degli Stati uniti d’America recita così: «All persons born or naturalized in the United States, and subject to the jurisdiction thereof, are citizens of the United States and of the State wherein they reside / Tutte le persone nate o naturalizzate negli Stati uniti e soggette alla loro giurisdizione sono cittadini degli Stati uniti e dello Stato in cui risiedono». E prosegue: «Nessuno Stato potrà legiferare o rafforzare leggi che limitino i privilegi e le immunità dei cittadini degli Stati uniti; nessuno Stato potrà privare qualsiasi persona della vita, della libertà o della proprietà senza un regolare processo; né negare a qualsiasi persona sotto la sua giurisdizione l’eguale protezione delle leggi».
Il Quattordicesimo Emendamento, votato nel 1868, mirava soprattutto a fare piazza pulita dei Black Codes nel Sud, quell’accozzaglia di disposizioni che, dopo la Guerra Civile, impedivano ancora la piena libertà dei neri, sia nel lavoro sia nella cittadinanza, ristabilendo la supremazia dei bianchi. Strenuo oppositore ne fu il Partito Democratico, che basava la sua strabordante rappresentatività negli Stati del Sud e quindi nel Congresso sull’esclusione dei neri dall’esercizio del diritto di voto. Da allora, è stato la base per diverse e controverse decisioni della Corte Suprema fino ai nostri giorni (a esempio, sull’aborto, sulla scuola, sul voto).
Allora, comunque, non bastò. E ci vollero, tra il 1870 e il 1871, gli Enforcement Acts di Ulysses Grant, il generale che aveva vinto la Guerra civile e che ora era presidente, per cercare di sistemare le cose. Furono tre leggi; la prima: «An Act to enforce the Right of Citizens of the United States to vote in the several States of this Union, and for other Purposes / per rafforzare il diritto di voto»; la seconda era sostanzialmente simile alla prima, ma veniva irrobustita perché divenisse effettiva – prevedeva una possibilità di controllo da parte federale su elezioni di stato e locali se anche solo due cittadini in città con più di ventimila abitanti l’avessero chiesto e più severità per chi ne impedisse l’applicazione, con multe più salate e in alcuni casi la prigione. La terza, formalmente: «An Act to enforce the Provisions of the Fourteenth Amendment to the Constitution of the United States, and for other Purposes / per l’applicazione del Quattordicesimo Emendamento» è anche nota come Ku Klux Klan Act. La legge consentiva al presidente di far intervenire l’esercito per ristabilire l’ordine e di sospendere l’habeas corpus, se fosse servito a fermare la violenza del Klan. Era ormai guerra dichiarata. Fu grazie a questa legge che il Klan venne portato davanti ai tribunali del Sud e molti suoi membri condannati, fino a perdersene le tracce.
Fondato nel 1866 da un pugno di veterani confederati come un social club in Pulaski, Tennessee, e estesosi in molti Stati del Sud, divenne ben presto un’altra cosa. L’anno dopo, in un convegno delle numerose branche locali, si decise che da quel momento si sarebbero chiamati «l’Invisibile Impero del Sud», con Maghi, Dragoni, Titani e Ciclopi a costituirne la gerarchia. La crescita del Klan coincise con la seconda fase della Reconstruction Era, che aveva assunto caratteri più duri: il Sud era stato diviso in cinque distretti militari e a ciascun Stato era stato intimato di convalidare il Quattordicesimo Emendamento. Molti neri cominciavano a partecipare alla vita pubblica, vincendo le elezioni locali e anche quelle per il Congresso: ovviamente, erano sotto le bandiere del Partito repubblicano. È a questo punto che iniziano le intimidazioni e le violenze del Klan, rivolte contro leader e elettori bianchi e neri repubblicani, con il tentativo di ripristinare la supremazia dei bianchi. Il Klan si unisce a altre organizzazioni simili: i Cavalieri della Bianca Camelia, della Louisiana, e la Fratellanza Bianca. Almeno il dieci per cento dei politici repubblicani eletti diventa vittima di atti di violenza: sette vengono uccisi. Bianchi repubblicani (derisi, per essere dei traffichini della politica, dei tappetari, carpetbaggers) e istituzioni nere, come chiese e scuole, sono colpiti.
Nel 1870, il Klan è ormai diffuso in quasi tutti gli Stati del Sud: ma non ha una struttura centrale o una gerarchia riconosciuta, e ogni branca locale agisce di testa propria. Una delle zone di maggior radicamento è il South Caroline, dove nel gennaio 1871 cinquecento uomini mascherati assaltano la prigione e linciano nove neri detenuti.
Sebbene successivamente – quando le azioni clamorose e clandestine del Klan divennero un boomerang, perché portavano sempre più truppe dell’Unione e sempre più controllo del Nord – i leader democratici dipinsero gli appartenenti al Klan come i bianchi più poveri del Sud, i membri dell’organizzazione attraversavano invece tutte le classi sociali: dai piccoli coltivatori ai semplici lavoratori, dai padroni delle piantagioni a avvocati, commercianti, medici, pastori. Nelle aree dove l’attività del Klan era più forte, i rappresentanti locali della legge erano iscritti o si rifiutavano di intraprendere azioni contro, e anche i membri che, arrestati, confessavano non trovavano poi testimoni che ne corroborassero le prove. Ma la durezza di Grant non si fermò; per la fine degli anni Settanta dell’Ottocento il Klan era smantellato. Solo che i suoi obiettivi – frenare l’avanzata dei neri – si erano realizzati attraverso l’immissione in massa nel Partito democratico.
Fu il film di Griffith a far rivivere il Klan. Bianchi, protestanti, la prima riunione si svolse a Atlanta, Georgia, nel 1915. Stavolta non ce l’avevano solo con i neri, ma con la Chiesa cattolica, gli ebrei, gli alcolizzati, le prostitute, quelli dalla dubbia e doppia moralità, gli immigrati, le organizzazioni sindacali e il comunismo: era il razzismo moderno. Lo sviluppo di questo secondo Klan fu impetuoso, allargandosi verso il Midwest e il West. Nel Michigan, a Detroit, c’erano quarantamila membri, lavoratori e middle class che lottavano contro gli immigrati dell’Est europeo e gli ebrei. Al Sud la maggioranza erano Democratici, altrove erano sia Repubblicani che democratici. Nel 1924, si contavano tra l’un milione e mezzo e i quattro milioni di iscritti – qualcosa che stava tra il quattro e il quindici per cento della popolazione elettorale. In Indiana, un elettore su cinque era del Klan. Ma il Klan cresceva anche nelle grandi città del Sud, come Dallas. Era un movimento di massa, il razzismo come ideologia politica. Il “colpo di genio” del nuovo fondatore, Simmons, era stato affidarsi a due pubblicitari di mestiere, Elizabeth Tyler, detta Bessie, e Edward Young Clarke; lei, sposata la prima volta a quindici anni e dopo risposatasi tre o quattro volte, lui, un puttaniere: hanno una storia ma la tengono clandestina. Prendono le quote di iscrizione e ne versano una parte all’organizzazione centrale e ne trattengono l’altra. Combattono l’immoralità, ma si danno alla bella vita. Li scoprono, scoppia lo scandalo. Ma il colpo di grazia è il processo al Grande Dragone dell’Indiana, per il sequestro, lo stupro e l’orribile assassinio – «il corpo sembrava masticato» – di una ragazzina di sedici anni. L’eccessiva infatuazione verso il nazismo tedesco diventa poi una condanna quando l’America entra in guerra. Di nuovo, il Klan scompare.
Per riapparire quando il movimento per i diritti civili diventa una realtà forte nel Sud. È allora che tornano le croci di fuoco, la violenza, l’assassinio contro i neri e contro i bianchi venuti per aiutarli a registrarsi per il voto. Nel 1965, sarà il presidente Lyndon Johnson – un uomo del Sud, Texas – a rivolgere un discorso pubblico, in televisione, contro il Klan, dopo l’assassinio di una giovane donna bianca che organizzava le lotte per i diritti civili in Alabama.
Dagli anni Settanta in poi il Klan è solo una piccola struttura insieme a altre micro-organizzazioni di estrema destra: nel 1990 se ne stimano tra i cinque e i diecimila membri, soprattutto nelle aree del profondo Sud. Vi si iscrive anche un giovane democratico, David Duke, a appena diciassette anni, fino a diventare Gran Mago. Duke tenta più volte l’elezione con il Partito democratico, ma non ci riesce. Così, entra nel Partito repubblicano, proprio come Steve Bannon, anima nera di Breitbart News e ora consigliere strategico di Trump, prima democratico e poi repubblicano, per essere finalmente eletto. Poi, esce dal Klan. Poi chissà.
Il Klan è così, scompare e poi riappare. Come il fascismo.

Nicotera, 16 novembre 2016
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 17 novembre 2016

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