No, Giorgia Meloni, Mattei non sta nel tuo album di famiglia.

Il 27 ottobre di sessant’anni fa, l’aereo su cui volava Enrico Mattei verso Milano proveniente da Catania, un Morane-Saulnier MS.760 Paris, piccolo bireattore di uso prevalentemente militare, si schiantò nella campagna pavese, esattamente di Bascapè, mentre era in avvicinamento all’aeroporto di Linate. Morirono tutti gli occupanti: Mattei, il pilota Irnerio Bertuzzi e lo statunitense William McHale, giornalista della testata «Time-Life», incaricato di scrivere un articolo su Mattei.
Mattei aveva trascorso la mattina in Sicilia, insieme al presidente della Regione D’Angelo, a Gagliano Castelferrato (Enna), nella zona del metano. Mauro de Mauro, inviato de «l’Ora» di Palermo, scrisse un reportage dell’incontro, che descrive come “calorosissimo”, con la gente che non voleva lasciarlo andar via e alla quale Mattei aveva promesso: «Noi ci impegniamo con tutte le nostre forze a dare tutto il contributo necessario per lo sviluppo e l’industrializzazione della Sicilia»*.
Nel giorno dell’insediamento del nuovo governo, Giorgia Meloni ha, impropriamente e indebitamente, citato Mattei «un grande italiano, capace di stringere accordi con Nazioni di tutto il mondo»; indebitamente, perché Mattei, tra i sette uomini alla testa del corteo del CLN il giorno della Liberazione di Milano, non aveva simpatie per le destre, nonostante – come molti italiani – una adolescente adesione; impropriamente, perché “il caso Mattei” – ovvero, il “mistero” della sua morte – va cercato nei conflitti che la sua azione a capo dell’ENI provocò nel mondo internazionale di “dominio sul petrolio” ma anche, e forse soprattutto, all’interno.
È in Sicilia, dove l’ENI aveva trovato il petrolio, il bandolo della storia. Mattei aveva trovato un impensabile “alleato” in Raniero Panzieri, segretario siciliano del PSI, dopo l’insegnamento universitario a Messina, dove era stato chiamato da Galvano della Volpe, e le lunghe lotte per l’occupazione delle terre, che scriveva: «Lo sviluppo economico della Sicilia, regione sottosviluppata, si risolve mediante un processo di industrializzazione, intesa questa come processo di trasformazione della economia siciliana, alla cui base è imprescindibile, nel caso concreto assicurare l’utilizzazione regionale e nazionale delle fonti di energia, naturali e artificiali, e la costruzione in loco delle industrie di trasformazione delle materie prime siciliane» [da: Nell’alternativa socialista rinascita e autonomia per la Sicilia, in «Propaganda socialista», nn. 17-18, 1955].
Panzieri punta sull’industrializzazione per sottrarre la Sicilia, in quanto regione sottosviluppata ma fonte di considerevoli giacimenti di idrocarburi, alla penetrazione dell’impero americano e delle “Sette sorelle” – una locuzione inventata proprio da Mattei per indicare le statunitensi Exxon, Mobil, Texaco, Standard oil of California, Gulf oil, l’anglo-olandese Royal Dutch Shell e la britannica British Petroleum. Questa posizione, che fa perno sulla costituzione di un Ente siciliano idrocarburi, articola una seria motivazione per avviare una industrializzazione locale in accordo con la Sicindustria.
E così Mattei trova un altro “alleato” in La Cavera, presidente di Sicindustria, che era stato il primo presidente della prima federazione regionale di industriali, e aveva appoggiato quella “strana” operazione che fu il “milazzismo”, durato lo spazio di un anno (il 1958), ovvero il governo in Sicilia di PCI e MSI tenendo fuori la Democrazia cristiana, e ingaggiò una memorabile lotta contro Confindustria: Mattei e La Cavera convergevano nell’obiettivo di limitare la calata del grande capitale italiano e americano in Sicilia, che con successo avevano tenuto l’Eni fuori, almeno sino al ’54, dalla titolarità dei permessi di ricerca e coltivazione degli idrocarburi.
Va ricordato che la legge regionale sugli idrocarburi del 1950 pur avendo un impianto liberista tuttavia escludeva tassativamente la costituzione di monopoli. ma già a cinque anni dalla scoperta del petrolio, a Ragusa, Edison e Montecatini gulf di fatto costituivano un forte monopolio teso a escludere l’Eni di Mattei.
Ma l’acquiescenza e la subordinazione dello Stato centrale agli interessi del grande capitale italiano e di quello americano, per attuare una industrializzazione senza sviluppo che sarà la cifra della politica nazionale per il Mezzogiorno, è già in piena attuazione.
Perse Mattei, perse Panzieri e perse La Cavera. Il resto – ovvero l’aereo precipitato nella campagna pavese – è “mistero”. Un mistero che perdurò, se è vero che Petrolio di Pasolini – l’incompiuto romanzone a cui aveva lavorato per anni – di quello parla: di come intorno al petrolio si fosse avviluppato tutto il potere politico di questo paese: «Io so. Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato “golpe” (e che in realtà è una serie di “golpe” istituitasi a sistema di protezione del potere). Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi».
Noi pure non abbiamo prove e neppure indizi – sul misterioso “incidente” di Bascapè. C’erano stati dei “segnali”: l’8 gennaio 1962 Mattei era atteso in Marocco per l’inaugurazione di una raffineria, ma il pilota del suo aereo personale, accorgendosi di una lievissima sfumatura sonora da uno dei reattori, scoprì un giravite fissato con del nastro adesivo a una delle pareti interne del motore. I russi, con cui Mattei aveva stabilito intensi scambi commerciali – a cominciare proprio da Nikita Krusciov – gli avevano più volte riferito di possibili piani per eliminarlo. Il contadino Mario Ronchi (che in seguito ritrattò la sua testimonianza) disse che aveva visto esplodere l’aereo in volo. «La sera del 27 ottobre 1962 passavo sul ponte del Po quando sopra la mia testa vidi un aereo. Poco dopo sentii un’esplosione, alzai lo sguardo, in lontananza notai in cielo una palla di fuoco». Questa volta, chi racconta è Gabriele Macelli, un altro contadino, che trent’anni fa si fece avanti. Non aveva mai parlato. Le indagini che furono istruite dalla Procura di Pavia anni dopo la immediata archiviazione del caso «perché il fatto non sussiste» confermano l’esplosione dell’aereo. Ma ammettono l’impossibilità di trovare le prove e individuare i colpevoli. Vincenzo Calia, il sostituto procuratore di Pavia che riaprì le indagini, in un libro di pochi anni fa racconta le sue convinzioni: l’aereo di Mattei sarebbe stato sabotato la sera precedente con una piccola carica di esplosivo, mentre era parcheggiato nell’aeroporto di Fontanarossa, a Catania. A fare da innesco sarebbe stato il sistema di apertura dei carrelli azionato quando il piccolo jet era già allineato alla pista di Linate, pronto per l’atterraggio. Rimane però il “mistero”.
Come “misterioso” fu il sequestro e la scomparsa, il 16 settembre 1970, del giornalista de «L’Ora», Mauro de Mauro, che si occupava di mafia e stava seguendo proprio una pista mafiosa per il caso Mattei.
Secondo Tommaso Buscetta, Giuseppe Di Cristina, elemento di spicco della cosca mafiosa di Riesi, ebbe un importante coinvolgimento nell’assassinio di Mattei. Sempre stando alle rivelazioni di Buscetta, Di Cristina fu coinvolto anche nel rapimento e successivo omicidio di Mauro De Mauro. E Buscetta era uomo d’onore.

* Molte delle citazioni vengono da: Alberto Violante – Come si può essere siciliani? – XL, Roma, 2011.

27 ottobre 2022.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 28 ottobre 2022.

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