Il mondo conta le vittime, Wall Street si gode i profitti.

L’ILO – International Labour Organization, agenzia delle Nazioni Unite – ha rilasciato un report che riguarda l’impatto della pandemia sul lavoro. E i dati, che attengono al primo quadrimestre dell’anno, comparato con lo stesso del 2019, sono terrificanti: l’81 percento di occupati e il 66 percento di lavoratori in proprio vivono e lavorano in paesi dove sono in vigore misure di confinamento, con pesanti conseguenze su salari e attività – è qualcosa che somma a 300 milioni di posti di lavoro. Le Americhe (12,4 percento), l’Europa e l’Asia (11,8 percento) potranno subire il maggior numero di perdita di posti di lavoro. Nel primo quadrimestre di quest’anno s’è perso circa il 4,5 percento di monte-ore lavoro, che corrisponde a 130 milioni di posti di lavoro. Mettendo assieme occupati e lavoratori in proprio, la cifra di posti di lavoro a rischio arriva a 436 milioni – che si trovano di fronte a gravi difficoltà. Più o meno la metà si trova nel commercio all’ingrosso e al dettaglio – e qui i lavoratori in proprio costituiscono circa il 45 percento di questo segmento a rischio. Se aggiungiamo a questo quadro il lavoro “informale”, arriviamo alla cifra di un miliardo e seicento milioni di persone, che si trovano in gravi difficoltà nei paesi che hanno applicato misure di lockdown e che lavorano nei settori più colpiti dalla crisi. Il World Food Programme parla di un picco della fame nel mondo – e il «Washington Post» titola che “Hunger could be more deadly than coronavirus in poorer countries / nei paesi poveri la fame potrebbe essere più mortale del coronavirus” – e prevede lo scivolamento di circa cento milioni di persone, nelle città più grandi del mondo, verso il livello di povertà.
Negli Stati uniti 36 milioni di persone hanno fatto domanda per un sussidio di disoccupazione – venti milioni circa solo nel mese di aprile, 3 milioni nell’ultima settimana. La disoccupazione ha raggiunto il 14,7 percento, la cifra più alta dalla Grande Depressione del 1929 – per avere un’idea, fu al 10,8 percento negli anni immediatamente successivi alla Seconda guerra mondiale e era al 10 percento dopo la crisi finanziaria del 2008. A marzo, la disoccupazione era al 4,4 percento e a febbraio al 3,5 percento, il più basso da cinquant’anni – probabilmente, la vera “carta vincente” che Trump si sarebbe giocato per le elezioni presidenziali di novembre. I settori più colpiti sono quelli dell’industria dell’ospitalità e del divertimento, con una perdita di 7,7 milioni di posti. Ristoranti e bar hanno riportato un calo di occupati di 5,5 milioni. Educazione e servizi alla salute 2,5 milioni. L’industria manifatturiera ha perso 1,3 milioni di posti, il settore dettaglio e della grande distribuzione 2,1 milioni.
In questo quadro a fosche tinte, il mercato azionario, che era scivolato giù nelle prime settimane della crisi da Covid-19, ha recuperato buona parte delle perdite, e più o meno si trova al punto in cui stava nell’autunno scorso, quando la chiacchiera comune era di quanto bene stesse l’economia. Qualcuno ha calcolato che aprile sia stato, per la borsa, il mese migliore dal 1987.
Come è possibile questa “distanza sociale” tra economia reale e mercato azionario? Paul Krugman, Nobel per l’economia e opinionista del «New York Times», dice che bisogna sempre tenere a mente tre regole quando si parla del mercato azionario: la prima, che il mercato azionario non è l’economia; la seconda, che il mercato azionario non è l’economia; la terza, che il mercato azionario non è l’economia.
Dice anche che c’è un’altra ragione: gli investitori non hanno dove altro mettere i propri soldi; gli interessi sui bond a dieci anni del Tesoro americano sono dell0 0,6 percento, ben lontano dal 3 percento che assicuravano alla fine del 2018. E la debolezza delle imprese, in un’economia sfibrata, che si rispecchia nella debolezza delle loro azioni, è un buon motivo per comprarle. Krugman però confessa candidamente alla fine di non avere la più pallida idea di dove possa andare il mercato. Ma suggerisce che sia più importante guardare i numeri terribili della perdita di posti di lavoro, piuttosto che il Dow Jones.
Più crudamente, Bernard Harcourt che è professore di Diritto e Scienze politiche all’università di Columbia, New York, e direttore di Studi all’École des hautes études en sciences sociales a Parigi, testimonia di aver sentito, con le proprie orecchie, un magnate newyorkese del settore immobiliare che, ricordando le grandi espropriazioni delle Adirondack negli anni Trenta, esclamava, immaginando le “occasioni” che il Covid fornirà: «La Grande Depressione non fu così grandiosa!» Che è un po’ la materializzazione del libro di Philip Mirowski, storico e filosofo del Pensiero economico all’Università di Notre Dame, Souh Bend, Indiana, che nel sintetizzare il pensiero neo-liberale a petto della Grande recessione del 2008, recita: Never Let a Serious Crisis Go To Waste / non sprecare una “buona” crisi. I grandi investitori non sprecheranno questa “buona crisi”.
La realtà è – dice ancora Harcourt – che Trump e i senatori repubblicani stanno facendo di tutto per salvare le società a grande capitalizzazione e questi continui salvataggi le metteranno in una condizione di vantaggio per eliminare i loro concorrenti più piccoli, “garantendo” una futura posizione monopolistica. I repubblicani hanno largheggiato in vantaggi fiscali per i milionari: secondo il Joint Committee on Taxation – organo non-partisan del Congresso – di queste misure profitteranno in maniera sproporzionata circa 43mila contribuenti nella fascia di imposizione più elevata (quella di più di un milione di dollari di rendita) che ne ricaveranno, per una prima tranche, almeno un milione e 630mila dollari a testa.
Si rischia, quando usciremo dalla pandemia, non solo di ritrovarci nello stesso mondo di diseguaglianze, ma in un mondo in cui la “distanza sociale” tra i più ricchi e i più poveri è aumentata e si è ancora più aggravata. Va detto che non è certo solo un problema del “trumpismo” e della società americana.
In Italia, la categoria “famiglie” dei conti finanziari possedeva alla fine del 2017 un patrimonio netto di 9,7 trilioni di euro, pari a quasi quattro volte il debito pubblico e oltremodo concentrato. Nonostante il ventennale ristagno dell’economia, in rapporto al reddito disponibile una tale ricchezza resta la più elevata fra i paesi del Gruppo dei 7. La parte facente capo al 10% più agiato delle famiglie italiane è pari al 44% del totale (4,3 trilioni), quella detenuta dall’ulteriore 10% più agiato al 18% (altri 1,7 trilioni). Il 20% più ricco detiene quindi un patrimonio netto di sei trilioni di euro (due terzi del totale). Eppure, come chiunque sa, la pressione dei detentori di questa ricchezza per avere sconti e aiuti e sostegni finanziari è stata forte – di certo incomparabilmente più forte di quella esercitata da chi ha una piccola azienda. Rischiamo – anche per le misure necessarie e obbligatorie che si prevedono per le riaperture – di vedere scomparire quel panorama di artigianato, commercio al dettaglio, piccoli negozi e imprese che pure hanno da sempre costituito il “panorama” non solo politico ma anche sociale di questo paese.

Nicotera, 15 maggio 2020.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 16 maggio 2020.

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