l’istat, l’iss e il covid.

l’istat, insieme dall’istituto superiore di sanità, ha rilasciato i dati sull’impatto mortale del covid-19 in italia. sono messi a confronto i dati dei primi tre mesi del 2020 e dello stesso periodo nella media degli anni 2015-19. e presi in esame i dati di 6.866 comuni (87 percento dei 7.904 complessivi). e le informazioni anagrafiche, i dati su domicilio e residenza, alcune informazioni di laboratorio e altre sul ricovero e stato clinico (indicatore sintetico di gravità della sintomatologia), sulla presenza di alcuni fattori di rischio (patologie croniche di base) e l’esito finale (guarito o deceduto). i decessi passano da 65.592 (media periodo 2015-2019) a 90.946, nel 2020. l’eccesso dei decessi è di 25.354 unità, di questi il 54 percento è costituito dai morti diagnosticati covid-19 (13.710). degli altri 11.600 decessi ora è possibile soltanto ipotizzare tre possibili cause: una ulteriore mortalità associata a Covid-19 (decessi in cui non è stato eseguito il tampone), una mortalità indiretta correlata a Covid-19 (decessi da disfunzioni di organi quali cuore o reni, probabili conseguenze della malattia scatenata dal virus in persone non testate, come accade per analogia con l’aumento della mortalità da cause cardiorespiratorie in corso di influenza) e, infine, una quota di mortalità indiretta non correlata al virus ma causata dalla crisi del sistema ospedaliero e dal timore di recarsi in ospedale nelle aree maggiormente affette. il 91 percento dell’eccesso di mortalità riscontrato a livello medio nazionale nel mese di marzo 2020 si concentra nelle aree ad alta diffusione dell’epidemia: 3.271 comuni, 37 province del nord più pesaro e urbino. la grande maggioranza dei decessi si registra nelle province definite a diffusione alta (89%), laddove è dell’8% nelle aree a diffusione media e del 3% in quelle a diffusione bassa. le province più colpite dall’epidemia hanno pagato un prezzo altissimo in vite umane, con incrementi percentuali dei decessi nel mese di marzo 2020, rispetto al marzo 2015-2019, a tre cifre: bergamo (568%), cremona (391%), lodi (371%), brescia (291%), piacenza (264%), parma (208%), lecco (174%), pavia (133%), mantova (122%), pesaro e urbino (120%). sono cifre spaventose. nelle aree a media diffusione dell’epidemia (1.778 comuni, 35 province prevalentemente del centro-nord) l’incremento dei decessi per il complesso delle cause nel periodo 20 febbraio-31 marzo è molto più contenuto, da 17.317 a 19.743 (2.426 in più rispetto alla media 2015-2019); il 47% è attribuibile ai morti risultati positivi al covid-19 (1.151). infine, nelle aree a bassa diffusione (1.817 comuni, 34 province per lo più del centro e del mezzogiorno) i decessi del mese di marzo 2020 sono mediamente inferiori dell’1,8% alla media del quinquennio precedente. ripeto: inferiori. ci sono stati meno morti quest’anno al sud della media dei cinque anni precedenti. per dare un numero: mentre in lombardia la variazione percentuale tra il marzo 2020 e la media 2015-19 è di un + 186,5 percento, in sicilia è di un -2,7 percento
ora, a meno che qualcuno non voglia davvero pensare che il governatore musumeci sia un novello padre pio e quindi che l’introduzione del lockdown non solo ci abbia salvato dall’estensione del contagio ma addirittura ci ha guarito da altre malattie, tanto che quest’anno si muore di meno dei cinque anni precedenti – miraculu! miraculu! – potreste finalmente farvela qualche domanda sul senso e l’efficacia del confinamento al sud?

Nicotera, 5 di maggio 2020.

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