Dans ces moments / J’essayais d’écrire un discours.

Il governo giallo-verde ha portato a casa i due provvedimenti sui quali s’era giocata la faccia: reddito di cittadinanza e quota 100. Sono sgangherati, incompleti, insufficienti, a termine, capestro – ma la percezione sociale è di attesa e sostegno: vivo in un piccolo paese del sud, e è dal voto di marzo che la chiacchiera pubblica di piazza ci gira intorno, ci si prepara a ‘sto reddito, si fanno calcoli sopra, si bussa a tutti gli uffici, qualcuno già immagina come fregare i controlli e mettersi d’accordo con i “dispensatori” autorizzati, qualcuno già lo “investe” – cento per questo, cento per quest’altro. È giusto denunciarne la miserabilità (in senso politico), ma contare sulla delusione sociale – per chi ne rimane fuori o per gli obblighi mi pare illusorio: anzitutto, nessuno è in grado di dire al momento che cosa accadrà esattamente e come (considerare i centri per l’impiego come i regolatori tra domanda e offerta è proprio una boutade: però, ci saranno assunzioni e la corsa per entrarvi) e in ogni caso si acchiappa quel che arriva, e passeranno mesi prima di eventuale frustrazione e anni prima della consapevolezza che se c’è questo si può avere di più. Iprovvedimenti del governo partiranno a aprile – e, a mio parere, saranno applicati con “generosità” iniziale, poi si vedrà. Per le europee di maggio, saranno i due cavalli di battaglia. Se avessero potuto – diranno – sarebbero stati ancora più munifici, è l’Europa che ce l’ha impedito, e avremo più fondi se vinciamo, perciò andiamo a farle il culo. D’altronde, se hanno onorato degli impegni, perché non dovrebbero onorarne un altro?
Tutte le preoccupazioni sulla mancata crescita e sull’assenza di investimenti, sul credito che non esiste per via di un sistema bancario sull’orlo del fallimento, sui mercati in calo, sul debito pubblico che aumenta – diciamo tutte le preoccupazioni “ragionevoli” – non attingono minimante “il popolo”. Il quale, peraltro, se non gongola per le esibizioni muscolari su Battisti o sui migranti cacciati dai vari centri o sui decreti corruzione o sulla prescrizione, se ne fotte bellamente delle preoccupazioni liberali e garantiste tanto quanto delle ragionerie generali di Stato e Bankitalia. Peraltro, le parate e le sparate “autoritarie” sono non solo rivolte al popolo, ma ai corpi di giustizia, militari e di polizia: questo governo è la loro chioccia. Questi apparati dei poteri dello Stato si sono andati (non da ora) trasformando in una sorta di “corpi intermedi” tra governo e società (custodi di valori) e al momento in grande spolvero sono proprio loro, i corpi di giustizia, militari e di polizia, gli unici che funzionano. Se non c’è una saldatura tra governo e popolo sull’autoritarismo necessario, di sicuro c’è una nervatura illiberale che passa attraverso magistrati e militari e fa da collante di opinione ma anche da esibizione di forza e rassicurazione verso i ceti “legalitari e securitari”.
Sui migranti la partita con l’Europa è perduta da tempo, e questa cosa va detta: se una politica anti-migratoria è possibile a livello nazionale (chiudere le frontiere, schierare l’esercito, innalzare muri e reti, varare leggi persecutorie), una politica capace di affrontare il carattere epocale delle migrazioni è possibile solo a livello di macroarea geopolitica. E sono più di vent’anni che l’Europa gira la faccia da un’altra parte. La chiusura di Riace ne è stata la tomba simbolica. L’attacco alle Ong da parte dei cinquestelle prima, mescolando interessato interesse umanitario e denuncia della corruzione, le indagini e le sparate della magistratura dopo e infine la violenza di Stato perpetrata da Salvini – una triangolazione “perfetta” – hanno chiuso la partita. E comunque l’unico soggetto “teorico” e pratico in grado di frenarne e contrastare l’argomentazione e le regole governative è la chiesa cattolica e la sua costellazione di associazionismo. Non credo si possano dire denunce più potenti di quelle della chiesa – sul piano della carità – e, per quel che si vede, impotenti. Si può solo fare, fare qualcosa, aiutare, come fanno le Ong in mare, sempre più in difficoltà.
Tutte le ipotesi di crisi governativa sono saltate: l’Europa non poteva spingersi oltre fino alla procedura d’infrazione e, a breve, non sarebbe cambiato granché; la linea “entrista” (da Mattarella a Tria e a dirigenze ministeriali o di istituzioni e enti) cerca solo di salvare il salvabile, aspettando momenti migliori e sperando comunque in forze e condizioni esterne – che chissà se e quando arriveranno; lega e cinquestelle congelano, dopo essersi posizionati anche su fronti opposti, ogni motivo di frizione reale (il tav, a esempio) intanto aspettando maggio, ma anche confidando in uno sfoglio a cipolla delle questioni. Una parte consistente delle élite è preoccupata, ma i motivi delle preoccupazioni (mancati provvedimenti a loro favore, fondi stornati verso “il popolo” piuttosto che alle imprese) non sono proprio nobili. E comunque, per sfatare ogni leggenda, i “poteri forti” non hanno voti e in genere preferiscono comprare partiti già bell’e fatti o leader – ovvero, trattare con il potere politico qual è, e questo sta già accadendo nelle fasce intermedie e nella catena di comando.
È difficile immaginare che dopo maggio queste frizioni precipitino: la mia personale idea – posso sbagliarmi – è che Salvini sarà il principale beneficiario alle europee, perché in grado di sforare al centro e al sud, dato che i “collettori di voti” (ovvero, il “potere territoriale” di quel personale politico che cambia casacca seguendo il vento che tira) si vanno posizionando più su di lui che sui cinquestelle, che continuano a essere visti come inaffidabili, qual sono: Salvini è più “classico”, più comprensibile. La trasmigrazione da forza italia verso Salvini sta diventando un esodo. L’inverso (sforare al nord) non può accadere per i cinquestelle, anche perché al nord già comanda la lega e può solo ampliarsi (Emilia, Toscana). Perché dovrebbe finire questa alleanza se Salvini prendesse molti voti? Perché i cinquestelle dovrebbero andare all’opposizione se subissero una (relativa) sconfitta? E con chi mai, l’uno e gli altri potrebbero fare un altro governo con questo stesso consenso, e, soprattutto, aprendosi al fuoco nemico dell’ex alleato? Il ruolo politico dei cinquestelle è completamente rovesciato da quando sono al governo – fino al giorno prima avevano un ruolo come forza di opposizione nel non far chiudere il quadro di governo, nel tenere cioè aperte le contraddizioni nel quadro politico e istituzionale, e oggi hanno un ruolo di stabilizzazione. È un vero capovolgimento – e qualunque analisi, valutazione, tattica non può prescindere da questo.
Questo è il quadro fosco: fosco, ovviamente, per chi considera, come me, che questo è il governo più autoritario e illiberale dal dopoguerra, soprattutto perché non c’è mai stata, dal dopoguerra, una tale debolezza di opposizione. Sono abbastanza agée da ricordare gli anni in cui la DC viaggiava sopra il 40 percento da sola e oltre il 60 con vari governi a composizione variabile e con una destra fascista sempre a due cifre – e le lotte c’erano. Sono abbastanza agée da ricordare gli anni del compromesso storico – e le lotte c’erano. Ma in un tempo e nell’altro il “nemico” o era politico e ideologico – la “lotta al comunismo” e ai cosacchi – o v’era una suprema esigenza economica – le compatibilità e l’austerità – ma mai etico (la corruzione e l’onestà) o fisico, proprio per quella somaticità (i migranti e l’invasione) come adesso: è questo lo scarto, la nuova (e così antica) “forma dello Stato”. Supremazia etica dello Stato e fisicità del nemico in base alle caratteristiche somatiche: la governance del liberismo è in soffitta.
Certo, questo governo non è il frutto di una “rivoluzione”, e quindi non si distribuiscono olio di ricino e manganellate, ma di un progressivo deterioramento di tutto il quadro istituzionale (l’esautoramento del parlamento, per dire, o dei “contrappesi” tra poteri, per dire) e sociale (i diritti del lavoro, del welfare) che data da tempo; questo governo è anche il frutto di una “vittoria linguistica” della falsità, della menzogna programmata, dell’insinuazione a arte, della giustapposizione di cose mezze vere e tutte finte: modi non nuovi nella battaglia politica, certo, la cosa nuova è la “lingua spezzata” dell’opposizione. Tutte questioni in cui la “sinistra” ha avuto un ruolo non secondario. Anche se trovo abbastanza puerile – se non per creare delle linee di distinzione tra ciò che andrebbe fatto – continuare a menarla “contro la sinistra”, che oggi, francamente, è residuale, proprio nel potere politico e quindi nel farsi riferimento al potere economico o, per dirla gramscianamente, si attesta in casematte. Chi è al governo oggi ha le leve del potere, o le va progressivamente conquistando (le nomine apicali negli enti sono una non ultima spia). Quadro fosco, ovviamente, per chi considera, come me, che la “soddisfazione” parziale o ampia di “bisogni materiali” del popolo non sia da sola lo spettro di lettura della qualità di un governo, se quei bisogni non vanno in una progressiva civilizzazione della società: lo «statuto dei lavoratori» era – benché in un quadro di equilibri – una soddisfazione di bisogni e anche una redistribuzione di potere in un quadro di civilizzazione del paese, cosa che di certo non è questa elargizione di elemosine. Certo, funziona. Tutti i regimi autoritari fondano il loro consenso sulla soddisfazione di bisogni materiali del “popolo” – dopo averne distrutto ogni coscienza e rappresentanza politica e ogni ambizione di potere o possibilità di contropotere. Devo aggiungere di non essere stupito che un certo marxismo “letterale”, strutturale, economicista guardi con entusiasmo a questo governo: si sovrappongono letture dell’odiato globalismo, un mai celato disprezzo verso i diritti e l’umanitarismo, una sconfinata passione per l’autorità dello Stato centrale.
Si può anche dire altrimenti: che questo è un quadro “drogato” della realtà, perché le contraddizioni materiali della società rimangono forti e anzi si approfondiscono – salari infimi, condizioni di ricatto sul lavoro, disoccupazione giovanile estesa, emigrazione, condizione femminile mortificata sul lavoro, sul salario, nella vita quotidiana – ma la propaganda nazionalista ha funzionato nell’ammassare tutte le responsabilità e indirizzare tutte le frustrazioni contro “la sinistra” – un sentimento peraltro largamente condivisibile e condiviso. D’altronde, Trump è stato capace a indirizzare contro i dem (Clinton) tutti i guai del declino americano (per dire: la globalizzazione, la vogliono i democratici, e così perdiamo posti di lavoro eccetera eccetera). Ora, quando la destra (variamente declinata) smantella la sinistra, non è che “il popolo” si indirizza verso la sinistra radicale, che di suo ha sempre criticato la “sinistra” – va verso l’”ordine nuovo”, “la forza” (semmai, storicamente, è accaduto che la sinistra radicale sia riuscita a trovare un ruolo importante e a volte egemone quando si è combattuta la destra). E quanto a quadro drogato, Trump per un anno e mezzo non ha fatto che vantarsi dei numeri buoni dell’economia – effetto in parte di misure di Obama e in parte della sua manovra di alleggerimento fiscale per i ricchi – e appena hanno iniziato a scricchiolare ha cominciato a attaccare la banca centrale, i cinesi, le cavallette.Bisognerà aspettare un anno e mezzo per veder scricchiolare il “racconto” del governo giallo-verde? E intanto, considerare non proprio un’opzione peregrina (ma una lettura cinica e lucida dei rapporti di forza) quella di stare a guardare e consumare pop-corn? Per decenni ha funzionato in Italia un anomalo combinato disposto tra capitalismo di Stato (a modo suo), capitalismo familista (amorale) e assistenzialismo diffuso – perché non potrebbe, cambiati soggetti e quantità, reggere di nuovo qualche anno? È ipotizzabile il riproporsi qui di una situazione americana, con i dem che riorganizzano le proprie fila, si riposizionano su un’opposizione dura, aprono a una nuova generazione – spesso volti femminili – in grado di suscitare nuove passioni e riportare al voto chi vi si era disaffezionato o conquistare nuovi voti giovani? Anche augurandoselo – e se ne avrebbe motivo di discutere – quanto meno perché mobilizzerebbe un quadro politico che sembra inesorabilmente bloccato, non sembra stia nelle cose ravvicinate.
La differenza con altre situazioni sta nel fatto che quei regimi hanno “passato il segno”: valga per l’eccesso di zelo liberista di Macron, che ha dato fuoco alle polveri, o per la sensazione di onnipotenza di Orbàn che ha “strafatto “ (con la legge sugli straordinari in Ungheria); oppure, per la sicumera e la prepotenza fino alla violenza politica e all’omicidio in Polonia e Serbia contro ogni opposizione. Ma qui siamo in una situazione completamente diversa: il governo ha passato il segno e ha strafatto e è prepotente e violento contro i poveracci, i migranti, in mare e in terra, o contro “nemici potenziali” (i corrotti) calpestando il buon senso e le norme – ma in un caso e nell’altro gode di largo consenso, di indifferenza, di impotenza.
Dire che siamo in un periodo di resistenza (non, quell’altra) può suonare persino banale e offensivo per chi giorno dopo giorno continua a sbattersi nei luoghi di lavoro, nei quartieri, nelle scuole per mantenere un livello di dignità della vita e delle relazioni sociali, per conquistare condizioni migliori di salario e di agibilità politica. Dire che siamo in un periodo di resistenza, perciò non significa nulla. Però, questo è. Può accadere – è accaduto – che la tracotanza del potere, anche qui, “passi il segno” (anche se è difficile immaginare quale linea di orrore ancora debba oltrepassare), innescando una reazione improvvisa e inattesa. Però, lucidamente, bisogna dire che viviamo in un tempo di resistenza. E di attesa.
Per quanto i nazionalismi in Europa possano credere di trasformare le europee di maggio in un armageddon, è difficile pensare che il nuovo parlamento veda un tracollo dell’asse tra popolari e socialdemocratici. O comunque, che i sovranisti possano rappresentare una maggioranza. È uno scenario difficile da configurare: gli esiti della Brexit – caos politico, incertezza economica – funzionano da deterrente per qualsiasi ipotesi di exit dall’Europa, e immaginare che Bruxelles si lasci sopraffare da Visegrad non sta in piedi. Anche la tentazione di un’Europa a due velocità (cosa, in parte, già reale) o di ritornare alla dimensione iniziale ristretta e ripartire da qui (il trattato di Aquisgrana tra Macron e Merkel) è molto labile: i nazionalismi non sono solo forti in singoli paesi “marginali” e con pochi deputati (Ungheria, Slovacchia, per dire) ma si configurano in forti opposizioni “a macchia” in paesi centrali: in Francia con il Rassemblement national, in Germania con l’Afd, in Italia con Salvini, in Spagna con Vox. E d’altronde, la vittoria dell’asse popolari-socialdemocratici non è che sarebbe il migliore dei mondi possibili (doppia ipotesi di fantascienza, quella di una Europa in cui i socialdemocratici si alleino alle sinistre se queste raccogliessero grandi consensi). Le europee sono davvero una partita aperta, ma con alcuni risultati già bloccati.
In un tempo di resistenza, in questo tempo di resistenza non è che scompaiano le contraddizioni e i conflitti – è che non hanno la forza di veicolarsi, riprodursi, moltiplicarsi. Semplificarsi. Organizzare una lotta sembra un’impresa così complessa, titanica. E difatti, lo è. Anche quando si addensano e si accumulano in un unico momento – una “manifestazione nazionale” – tensioni territoriali decentrate o chiamata alle armi, sono una somma matematica di resistenze, ma non hanno un effetto di ritorno verso le provenienze.
In questo tempo di resistenza, bisogna ripartire dai fondamentali, dalle tensioni morali, da un’idea di mondo, di giustizia, di umanità.
Un tempo di resistenza, è il momento giusto per reinventare la propria progettualità politica. Che è proprio il presupposto per attraversare il deserto senza schiattarci dentro sapendo che stiamo andando proprio dove finirà.

Nicotera, 23 gennaio 2019.

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Una risposta a Dans ces moments / J’essayais d’écrire un discours.

  1. all ha detto:

    Dici:
    per noi va male. Il buio
    cresce. Le forze scemano.
    Dopo che si è lavorato tanti anni
    noi siamo ora in una condizione
    più difficile di quando
    si era appena cominciato.

    E il nemico ci sta innanzi
    più potente che mai.
    Sembra gli siano cresciute le forze. Ha preso
    una apparenza invincibile.
    E noi abbiamo commesso degli errori,
    non si può negarlo.
    Siamo sempre di meno. Le nostre
    parole d’ordine sono confuse. Una parte
    delle nostre parole
    le ha stravolte il nemico fino a renderle
    irriconoscibili.

    Che cosa è errato ora, falso, di quel che abbiamo detto?
    Qualcosa o tutto? Su chi
    contiamo ancora? Siamo dei sopravvissuti, respinti
    via dalla corrente? Resteremo indietro, senza
    comprendere più nessuno e da nessuno compresi?

    O contare sulla buona sorte?

    Questo tu chiedi. Non aspettarti
    nessuna risposta
    oltre la tua.

    Bertolt Brecht
    Poesie (Einaudi, 2014), a cura di G. D. Bonino

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