Quando Mitterrand accolse gli esuli politici italiani.

La “dottrina Mitterrand” non è mai stata una dottrina. A meno di non considerare come fonte del diritto e produzione di normativa le dichiarazioni di un presidente della Repubblica. Il che, molto probabilmente, nel caso della Francia – nazione che ha una venerazione sacrale per l’autorità istituzionale repubblicana – e, soprattutto, nel caso di Mitterrand, un vero “sovrano” della politica, ha un suo fondamento.
Nei fatti, però, piuttosto che di “dottrina” si dovrebbe parlare di “prassi di Mitterrand”. Che a un certo punto – lo ricordava anni fa Sergio Romano sul «Corsera» –, visto che fra i governi della Comunità europea, e prima di Schengen, anche per l’insistenza dell’Italia era stata preparata una convenzione sul modo di affrontare collegialmente il problema del terrorismo si trovò di fronte all’obbligo di dover scegliere «fra due possibilità: estradare il terrorista o processarlo nei suoi tribunali. La soluzione sembrò a prima vista semplice e giusta, ma le difficoltà, al solito, insorsero quando fu necessario definire dettagliatamente i reati che avrebbero fatto scattare l’applicazione della convenzione. Anche quando dicevano di essere favorevoli a regole comuni, i governi consideravano l’estradizione una prerogativa sovrana di cui non intendevano privarsi, e vedevano con preoccupazione la prospettiva di dovere processare persone che avevano commesso i loro reati in un altro Paese. Temevano che una condanna li avrebbe esposti al rischio di rappresaglie».
Mitterrand, d’altro canto, appena eletto nel 1981 aveva mantenuto fede agli impegni assunti per l’abolizione della pena di morte e per un’amnistia politica generale. V’era, cioè, in Mitterrand stesso e in diversi uomini del suo governo una “cultura politica” attenta e sensibile alla “cultura giuridica”. Il caso dell’Italia – di “operazioni” di arresti e processi in cui la legislazione d’emergenza faceva strame di ogni cultura giuridica – era una situazione ben conosciuta, non solo per la visibilità mediatica che alcuni di questi, come il 7 aprile, avevano avuto e per l’eco in Francia, ma anche per la presenza di centinaia di militanti che si erano rifugiati oltralpe, proprio confidando in quella cultura giuridica e nel diritto d’asilo.
Mitterrand definì la sua “dottrina” durante un discorso al Palais des Sports di Rennes a febbraio 1985. E lo fece escludendo da ogni protezione tutti quelli che avevano commesso un «terrorismo sanguinario, attivo, reale». Nel suo discorso, Mitterrand dichiarava: «Sì, ho deciso l’estradizione, senza il minimo rimorso, di un certo numero di uomini accusati d’aver commesso dei crimini. Non ne faccio una politica. Il diritto d’asilo, essendo un contratto tra chi ne gode e la Francia che l’accoglie, è sempre stato e sempre sarà rispettato. Ma io dico chiaramente: la Francia è e sarà solidale coi suoi alleati europei, nel rispetto dei suoi principi, del suo diritto: sarà solidale, rifiuterà ogni protezione diretta o indiretta del terrorismo attivo, reale, sanguinario».
A aprile, al 65° Congresso della Lega dei diritti umani, Mitterrand metteva a punto la sua “prassi”: «Ma il caso particolare che viene ora sottoposto è quello di un certo numero d’italiani giunti in Francia, per la maggior parte, da molto tempo. Sono circa trecento e più di un centinaio erano già qui prima del 1981. Hanno evidentemente rotto con il terrorismo. Anche se si sono resi colpevoli in passato – in molti casi è probabile – sono stati ricevuti in Francia, non sono stati estradati, si sono inseriti nella società francese, vivono qui, si sono molto spesso sposati (…) la maggior parte di essi ha chiesto la naturalizzazione».
E concluse: «Ho detto al governo italiano e ripetuto recentemente al capo del governo Craxi, nel corso di una conferenza stampa tenutasi in occasione della sua visita, che il centinaio d’Italiani che hanno partecipato ad azioni terroristiche, approdati successivamente in Francia dopo aver rotto con la macchina infernale e avviato una seconda fase della loro vita, inserendosi nella società francese, trovandovi lavoro e fondando una famiglia, che questi italiani sono al riparo da ogni sanzione per via d’estradizione».
Si costituì un gruppo di lavoro (composto da consiglieri dell’Eliseo e del governo, alti ufficiali di polizia, magistrati e avvocati dei rifugiati) e una sorta di “spazio informale” in cui potevano continuare a vivere in Francia quei militanti. D’altra parte, le richieste di estradizione e i fascicoli che arrivavano dall’Italia lasciavano davvero perplessi; nel 2004, l’avvocato Jean-Pierre Mignard, che fece parte di quel “gruppo di lavoro”, dichiarò a «Libération»: «I fascicoli giudiziari che il gruppo di lavoro esaminava rivelavano lacune nelle procedure, impossibilità fattuali, contraddizioni evidenti e persino affermazioni ideologiche da parte dei giudici italiani. Mi ricordo di una sentenza in cui il magistrato denunciava “l’impostura di quanti si richiamano alla dittatura del proletariato”. Tutto ciò era talmente insolito, mal fatto, frettolosamente arrangiato, che i dossier giunti dall’Italia non potevano far fede. Obbedivano a una logica di vendetta e somigliavano più a indagini di polizia che a testi giuridici. Inoltre, nella maggior parte dei casi le procedure italiane erano fondate su una responsabilità penale collettiva introdotta nella legge italiana col Codice Rocco, dal nome di un ministro di Mussolini, per lottare contro i crimini di mafia. In Francia, nello stesso periodo, il Parlamento abrogava la legge di responsabilità penale collettiva nota come “legge anti-casseurs”. Insomma, nessuno poteva fidarsi [di quei dossier], nemmeno quelli che non nutrivano alcuna simpatia per i rifugiati. Se non si comprende questo, non si comprende la decisione presa all’epoca dallo Stato francese».
Nell’estate del 2002, la destra francese riconquistò il potere. In Italia l’attentato a Marco Biagi fornì l’occasione per ripartire all’assalto della dottrina Mitterrand: un’ipotesi investigativa spingeva verso la cosiddetta “pista francese”, basandosi sull’ipotesi che tra gli “esuli” e gli autori dell’omicidio Biagi esistesse un legame “quanto meno ideologico”.
Fu in quell’estate che finì la “dottrina Mitterrand”.

Nicotera, 14 gennaio 2019.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 15 gennaio 2019.

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