Quando c’era il “delitto d’onore”.

Art. 377. «Per i delitti preveduti nei capi precedenti, se il fatto sia commesso dal conjuge, ovvero da un ascendente, o dal fratello o dalla sorella, sopra la persona del conjuge, della discendente, della sorella o del correo o di entrambi, nell’atto in cui li sorprenda in flagrante adulterio o illegittimo concubito, la pena è ridotta a meno di un sesto, sostituita alla reclusione la detenzione, e detenzione da uno a cinque anni». È il codice penale Zanardelli, questo, quello del Regno d’Italia – 1889.
Ma quando il fascismo ci mette mano, le cose non cambiano granché: Art. 587 codice penale: «Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell’atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da tre a sette anni. Alla stessa pena soggiace chi, nelle dette circostanze, cagiona la morte della persona che sia in illegittima relazione carnale col coniuge, con la figlia o con la sorella». È il codice Rocco, questo – Regio Decreto 19 ottobre 1930.
Il 18 maggio 1928 Annibale Mazzone uccide la moglie Carmela Cimarosa, colpevole, a suo giudizio, di averlo tradito con un maestro di musica durante la sua permanenza in America per motivi di lavoro. Il processo si svolge al tribunale di Gerace, nella Locride – il delitto era accaduto in Calabria. Nell’arringa conclusiva difensiva, l’avvocato Casalinuovo, gran principe del foro, si rivolge così ai giudici: «Il disonore ci sconvolge, ci devasta, ci annienta: ci rende folli ed irresponsabili. C’è da noi come un imperativo categorico più forte di noi: “Se sei tradito, uccidi!”. Te lo gridano i tuoi avi da tutti i millenni; te lo gridano i tuoi morti da tutte le fosse; te lo grida la tua gente da tutte le case prossime e lontane. – Uccidi, ché se no, sei disonorato due volte!». E disse ancora, ai giurati, non chiedendo di «assolvere per una ragione d’onore o di assolvere perché dovete credere al disonore. Assolvete, noi vi diciamo, come assolvereste dei pazzi! Per aver l’uomo che agisca volontariamente, è necessario trovare in lui libertà e padronanza di volontà: chi è tutto pieno di veleno, ha dentro di sé il tossico che l’uccide, non la volontà che lo dirige. E chi è senza volontà, è senza colpa. Compiangetelo, signori Giurati. Compiangetelo: ed assolvetelo». Annibale Mazzoni andò assolto. Oggi diremmo, un femminicidio protetto dalle leggi, un femminicidio di Stato.
Quando Giovanni Arpino pubblica il suo Un delitto d’onore nel 1960, lo ambienta proprio negli anni del fascismo: Gaetano, un nobilotto terriero della provincia avellinese, si incapriccia di Sabina, di appena diciassette anni, conosciuta per caso durante una processione. La madre, vedova, è contraria al rapporto, perché Sabrina è di classe inferiore. Ma tanto fa Gaetano, che si arriva alle nozze. Quando scopre che Sabrina non è più vergine, e gli confessa di essere stata presa con la violenza da Vincenzo prima e dopo lusingata da Elena, la sorella di Vincenzo, con promesse di matrimonio riparatore, Gaetano uccide prima Sabrina e poi Elena e poi si costituisce. Al processo, l’avvocato – giocando anche sull’interesse del fascio locale che vuole Gaetano come prossimo sindaco – lo farà assolvere.
Il romanzo ebbe un gran successo – e è ancora tradotto e venduto. A Pietro Germi piacque tantissimo. Era nelle sue corde malinconiche e un po’ moralistiche. Così, nel 1961, riunì la sua “squadra” di sceneggiatori, Ennio De Concini, con cui aveva lavorato a Un maledetto imbroglio, del 1959, adattamento di Quer pasticciaccio brutto di via Merulana, e Alfredo Giannetti con cui aveva lavorato, oltre che al “maledetto imbroglio”, a Il ferroviere nel 1956, e a L’uomo di paglia nel 1958. Questo era il cinema di Germi – che vi aveva anche recitato: storie di operai che faticano duramente e che vengono messi di fronte a una svolta drammatica dalla vita (nel Ferroviere, il suicidio di un uomo sotto il treno da lui pilotato, di cui si sente colpevole, e ne L’uomo di paglia, il suicidio della giovane donna con cui ha intrapreso una relazione adultera, di cui si sente colpevole); poi la vita si ricompone ma mai del tutto. Germi era un militante socialdemocratico e la “critica comunista” non glielo perdonava; scriveva Aristarco: «appartiene a un populismo storicamente sorpassato con idee risalenti all’epoca del movimento socialista esordiente con i turatiani del primo dopoguerra…»; scriveva Barbaro: «Cari amici, a me questi operai di Germi che si comportano senza intelligenza e senza volontà, senza coscienza di classe e senza solidarietà umana – metodici e abitudinari come piccoli borghesi – la cui socialità si esaurisce in partite di caccia domenicali o davanti ai tavoli delle osterie – che non hanno né brio né slanci, sempre musoni e disappetenti, persino nelle cose dell’amore – che ora fanno i crumiri e ora inguaiano qualche brava ragazza, spingendola al suicidio – e poi piangono lacrime di coccodrillo, con le mogli e dentro chiese e sagrestie – questi operai di celluloide, che, se fossero di carne e ossa, voterebbero per i socialdemocratici e ne approverebbero le alleanze, fino all’estrema destra, non solo sembrano caricature calunniose ma mi urtano maledettamente i nervi».
Però, al pubblico Germi piaceva, eccome: ogni film un successo. Perciò, Germi riunì i suoi sceneggiatori. Solo che a un certo punto, qualcuno disse, ma perché non ne facciamo una commedia? È così che nacque Divorzio all’italiana, scrivendo una storia completamente inventata, che traeva origine da una “questione sociale” vera – c’erano centinaia e centinaia di omicidi l’anno che passavano per delitti d’onore – che era stata ispirata da un libro durissimo, e che si risolse nel voler trattare con un linguaggio e personaggi che avrebbero spinto al sorriso, al comico, al grottesco, costringendo a pensare, a riflettere. Nacque così – proprio da quel titolo – la “commedia all’italiana” di cui Divorzio è il primo tassello e che avrebbe fatto la fortuna del nostro cinema. Germi stesso completò una sua “trilogia morale”, con Sedotta e abbandonata nel 1964, sul “matrimonio riparatore”, altra piaga dell’epoca, sempre ambientato in Sicilia e sempre con Stefania Sandrelli, e con Signore & Signori, nel 1966, ambientato in Veneto, sulle ipocrisie della vita della borghesia di provincia tra tradimenti, pettegolezzi e meschinità.
Il Divorzio è stato ripresentato pochi giorni fa a Bologna, nella cornice de Il cinema ritrovato, straordinaria iniziativa della Cineteca di Bologna che ogni anno, da tutto il mondo, porta in piazza appassionati cinefili e pubblico – tanto, tanto pubblico – con una programmazione colta e popolare. A vedere il cinema – con lo schermo grande, il buio, e insieme a altri spettatori. Quest’anno, sul palco, è stato anche invitato e intervistato Martin Scorsese, il primo cineasta – come ha ricordato il direttore de Il cinema ritrovato, Farinelli – «a dire a voce alta che per i cineasti, per gli artisti di oggi è importantissimo il patrimonio cinematografico, è importantissimo il cinema del passato, quel cinema che ispira il cinema di oggi». Scorsese ha costituito una organizzazione, la Film Foundation, che raccoglie fondi per preservare e restaurare i film ma anche per programmi scolastici che insegnino a “vedere il cinema”.
Divorzio, che vinse a Cannes nel ’62 il premio per la miglior commedia e l’Oscar per la migliore sceneggiatura originale del ’63, si avvalse di uno strepitoso Matroianni – Federico Cefalù detto Fefè, con i suoi tic, la sua indolenza, la sua aria sognante, la sua sigaretta col bocchino – e delle magnifiche Sandrelli, nella parte della giovanissima cugina Angela, concupita da Fefè, e Daniela Rocca, nella parte di Rosalia, la moglie assillante di Fefè. Ambientato in una Sicilia specchio delle convenzioni del paese, che pure cercava un’impellente modernizzazione, il film mette in scena l’architettura di un omicidio pensato da Fefè per liberarsi della moglie e impalmare la giovane cugina. Un delitto immaginato e sognato a lungo, la cui idea gli era venuta andando a Catania a sentire un’udienza al processo contro Mariannina Terranova, la giovane donna che aveva ucciso a colpi di pistola, all’uscita di un cinema, il suo marito fedifrago. E qui, all’udienza, aveva ascoltato le “alte” parole dell’avvocato difensore di Mariannina: «Ma l’onore, signori miei, l’onore, che cos’è l’onore? Terremo ancora per valida la definizione che di esso dà il Tommaseo, nel suo monumentale dizionario della lingua italiana, quando lo definisce come “il complesso degli attributi morali e civici che rendono un uomo rispettabile e rispettato nell’ambito della società in cui vive”, o lo butteremo noi tra il ciarpame delle cose vecchi, inutili, sorpassate? [mostrando poi le lettere anonime ricevute da Mariannina] Lettere, lettere vergate da anonime ma simboliche mani, lettere illeggibili, che offenderebbero l’attività di quest’aula, tacitiane tal’altre come questa, in una sola parola compendio la sorte dell’infelice Mariannina: “cornuta!” O come questa, che addirittura affida alla icasticità di un’immagine l’espressione del pensiero [mostrando il disegno di una mano che fa il gesto delle corna]». Assolta, tra le ovazioni del pubblico. Agghiaccia pensare alle assonanze con l’arringa dell’avvocato Casalinuovo del 1928.
Insomma, Fefè alla fine riesce a far fuori la moglie e sposa la sua bella giovanissima cugina. Eppure, l’ultima scena – su uno yacht, mentre Fefè sussurra parole dolci alle orecchie di Angela, il piedino della Sandrelli va a cercare quello del giovane timoniere, lasciando immaginare, sperare che la maliziosità del gesto possa dirci che Fefè non l’ha proprio vinta tutta.
Germi, qualche sassolino dalla scarpa se lo tolse. Così, inscenò il comizio del politico comunista, venuto dopo la scomparsa di Rosalia, che era fuggita con l’amante, un intrigo propiziato e favorito da Fefè: «Perché è ormai storicamente accertato che anche qui da voi, nel vostro bel sud che io ho il piacere di visitare per la prima volta, è giunto alfine il momento di affrontare il secolare problema dell’emancipazione della donna, così come esso è stato affrontato e risolto, per esempio, dai nostri confratelli cinesi. Pertanto, io vi invito a esprimere il vostro democratico parere sul fatto, cioè a dire quale giudizio sereno ed obiettivo merita la signora Cefalù». E gli uomini del paese che lo stavano ascoltando: «Buttana! Buttana! Buttanaaa!!»
Il “socialdemocratico” Germi, insomma, si prendeva gioco della distanza dei comunisti dal paese reale.
Eppure, ci fu il referendum sul divorzio nel 1974, ma il “delitto d’onore” fu cancellato dai nostri codici soltanto nel 1981. Vent’anni dopo il Divorzio. Le leggi sono sempre lente a recepire i cambiamenti del costume. E le donne continuano a essere uccise.

Nicotera, 29 giugno 2018.
pubblicato su “il dubbio”, 30 giugno 2018.

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