Il dramma dei Graham ferisce il mito del «Post».

L’obituary sul «Washington Post» è sobrio e compunto. «William W. Graham, avvocato, investitore e filantropo, membro della famiglia che è stata proprietaria e editore del “Washington Post” per molti anni, è morto il 20 dicembre nella sua casa di Los Angeles. La causa è stata una ferita auto-inflitta da arma da fuoco, ha detto suo fratello Donald E. Graham, che a sua volta è stato editore del “Post” e chief executive. Mr. Graham era un avvocato in un prestigioso studio di Washington negli anni Settanta, prima di trasferirsi a Los Angeles, dove ha insegnato diritto alla sua alma ater, l’università della California di Los Angeles.
Successivamente fondò una società di investimenti, che diresse per vent’anni prima di scioglierla nel 2001. Da quel momento si concentrò in attività filantropiche, nel campo dell’educazione, della ricerca medica e nel supporto ai veterani.
Mr. Graham si era laureato nel 1966 presso la St. Albans School in Washington e poi nel 1970 aveva preso un altro titolo in Storia presso la Stanford University, dove fu attivo nel movimento contro la guerra protestando contro il coinvolgimento degli Stati uniti in Vietnam».
E qui il sobrio necrologio tocca la storia, la storia della famiglia Graham, la storia degli Stati uniti degli anni Settanta, la storia di tutti noi. E anche il nostro immaginario. Pochissimi giorni fa è stata proiettata la prima di The Post, il film con Meryl Streep e Tom Hanks che ripercorre tutta la vicenda dei Pentagon Papers, della guerra del Vietnam e del coinvolgimento dell’amministrazione Nixon e del ruolo del giornale in tutta la vicenda. Siamo – per rimanere nell’immaginario – al prequel di Tutti gli uomini del presidente, lo strepitoso film del 1970 diretto da Alan Pakula e interpretato da Dustin Hoffman e Robert Redford, rispettivamente nella parte di Carl Bernstein e di Bob Woodward, i due giornalisti del «Post» che rivelarono il Watergate, lo scandalo del 1972 che costrinse il presidente Nixon alle dimissioni nell’agosto del 1974.
Il film The Post, rilasciato come un docudrama, ruota intorno ai Pentagon Papers, la storia segreta del governo americano sulla guerra del Vietnam fatta di settemila pagine e quarantasette volumi. I documenti furono passati al «New York Times» e sebbene il film si concentri su «The Post» e il suo editore, Katharine Graham, era stato il «Times» a sudare tre mesi a studiarsi le carte, iniziando a pubblicare articoli dal 13 giugno 1971. Il «Times» sfidò un avvertimento dell’amministrazione Nixon che li spingeva a fermarsi ma rispettò un’ingiunzione preliminare concessa il 15 giugno. In questo vuoto arrivò il «Post» e la sua versione dei Papers cominciò a essere pubblicata il 18 giugno. Il 30 giugno, la Corte Suprema degli Stati Uniti votò 6 a 3 per togliere l’ingiunzione contro entrambi i quotidiani, perché il governo non era riuscito a giustificare in modo convincente una restrizione preventiva alla pubblicazione.
«Non siamo più un giornale locale» – è la frase che, il capo della redazione, Ben Bradlee (interpretato da Tom Hanks), pronuncia nel film, dichiarando la fine del “rapporto intimo” tra il giornale e Washington. Negli anni precedenti alla sua nomina a vicedirettore nel 1965, «The Post» era rimasto indietro rispetto a altre pubblicazioni nella capitale, come «The Evening Star» e «The Washington Daily News». La società, infatti, si preparava a mettersi sul mercato quando arrivarono i Papers del Pentagono. Fu Ben Bradlee a dire, successivamente, che l’esperienza dei Pentagon Papers aveva reso possibile al giornale la copertura dello scandalo Watergate. Andò così: che il «Post» aprì la strada sul Watergate; il «Times» aveva dominato la copertura dei Papers.
Bradlee era un “bostonian” che aveva frequentato Harvard, e prima di diventare l’irascibile, implacabile e irriverente capo della redazione del «Post» era stato un giornalista di «Newsweek». Era stato un intimo dei Kennedy e aveva subito un mare di critiche in seguito per non aver riferito sugli affairs del presidente, da cui si difese dicendo che non ne aveva la più pallida idea. Era ossessionato dall’idea di essere visto come “spalla” del «Times». Bradlee è morto nel 2014.
“Il personaggio” del film è Katharine Graham, interpretata dalla Streep: suo padre, Eugene Meyer, aveva comprato «The Post» nel 1933 e quando era morto, nel 1946, suo marito, Phil, ne era stato il successore designato. Phil Graham guidò il giornale fino al 1963, quando si tolse la vita – incredibilmente nello stesso modo attuato dal figlio William pochi giorni fa – dopo alcune settimane passate in una casa di cura psichiatrica. A quel punto fu miss Graham a prendere il posto di editore. «Avevo 45 anni e non avevo mai avuto un lavoro nella mia vita», dice nel film. Nel film, il personaggio si evolve, come probabilmente accadde nella vita reale, da un socialite di Washington innamorata, come Bradlee, dell’aura John F. Kennedy in un editore esperto e risoluto; fu la prima donna amministratore delegato a entrare nella classifica di Fortune 500.
In questa storia, e nel film, hanno un ruolo diverse altre persone, come Daniel Ellsberg: un ex marine disilluso che aveva redatto lo studio, che McNamara, segretario alla Difesa sotto Kennedy e Lyndon Johnson, aveva commissionato per «senso di colpa piuttosto che per coraggio». Ellsberg lavorava come analista per la Rand Corporation, un gruppo di ricerca sotto contratto con il Dipartimento della Difesa, e contattò il «Times» dopo che diversi membri del Congresso si erano rifiutati di rendere pubblici i Papers. Fu accusato ai sensi dello Spionage Act e pendeva sulla sua testa una condanna a 115 anni di prigione, ma il caso si concluse con un annullamento del processo perché il governo aveva raccolto illegalmente prove – tra l’altro, svaligiando l’ufficio del suo psichiatra.
Poi, c’è Ben Bagdikian, l’assistente capo redattore degli affari nazionali del «Post» che aveva lavorato anche alla Rand, e persuase Ellsberg, il suo ex collega, a dargli un’altra copia dei Pentagon Papers dopo che al «Times» era stato ingiunto di non pubblicare più.
E poi c’è Richard Nixon, il presidente paranoico – che come candidato nel 1968 aveva cercato di sabotare le iniziative di pace di Johnson in Vietnam – e affermò che la pubblicazione dei documenti segreti del Pentagono avrebbe messo a repentaglio la sicurezza nazionale. La campagna governativa per screditare gli informatori prefigurò l’irruzione del Watergate un anno dopo. Nel film, la voce è proprio quella di Nixon, dalle conversazioni registrate della Casa Bianca con il capo dei suoi “idraulici” – gli uomini di mano per il lavoro sporco – che lo inchiodarono alle sue responsabilità.
Katharine Graham è morta nel 2001 a 84 anni. Il «Washington Post» è stato comprato dal fondatore e capo di Amazon, Jeff Bezos, insieme a tutto il gruppo editoriale, per 250 milioni di dollari nel 2013.

Nicotera, 27 dicembre 2017.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 28 dicembre 2017

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