1948: Dio nelle urne, Bartali in bici, e la Dc stravinse.

In Sicilia alle regionali dell’anno prima, aprile del 1947, il Blocco del Popolo era andato forte. Socialisti e comunisti insieme, e quel che restava degli azionisti. Il primo partito nell’isola. Dieci punti avanti la Democrazia cristiana. A Nenni questo parve la conferma che la sua linea era quella giusta – unità d’azione tra socialisti e comunisti. Anche perché Saragat, la minoranza socialista che, convinta d’essere ormai solo massa di manovra dei comunisti aveva fatto la spaccatura a Palazzo Barberini fondando il PSLI – lavoratori italiani –, aveva raggranellato solo il 4 percento. Perciò, Nenni si preparò alle elezioni dell’aprile ’48 per rafforzare la lista del Fronte popolare, il bel faccione bianco di Garibaldi con il suo berretto rosso incastonato in una stella verde – socialisti e comunisti ancora insieme, e la bandiera dei tre colori era salva.
L’anno comincia alla grande. 1 gennaio: entra in vigore la Costituzione, fatta da 139 articoli e 18 disposizioni transitorie e finali. Era stata approvata dall’Assemblea Costituente il 22 dicembre 1947 e promulgata dal capo provvisorio dello Stato De Nicola il 27 dicembre seguente. È una costituzione fortemente riformista e progressiva, i settantacinque membri della Commissione hanno lavorato a lungo: erano stati eletti il 2 giugno del 1946, come tutti i parlamentari dell’Assemblea costituente, lo stesso giorno che gli italiani avevano scelto la repubblica e affondato definitivamente la monarchia. Poi si erano divisi in sottocommissioni: la prima, sui diritti e doveri dei cittadini, era presieduta da Umberto Tupini della Dc; la seconda, sull’organizzazione costituzionale dello Stato, era presieduta da Umberto Terracini, del Pci; la terza, sui rapporti economici e sociali, era presieduta da Gustavo Ghidini del Psi. Poi, un più ristretto Comitato di redazione (o Comitato dei diciotto) si era occupato di redigere letteralmente la costituzione, coordinando e armonizzando i lavori delle tre commissioni. Poi, c’era stato il dibattito d’aula parlamentare, ma l’impianto era rimasto quello: antifascista e democratico.
Eppure, lo strappo tra i tre grandi partiti della nuova democrazia italiana era già avvenuto l’anno prima: De Gasperi, nel gennaio 1947, era volato a Washington, dove era considerato un leader carismatico e assolutamente affidabile, su cui contare per gestire la delicata situazione politica in Italia, crocevia strategico nel centro del Mar Mediterraneo. Il segretario della Dc aveva riportato a casa considerevoli aiuti economici, la concessione di crediti a condizioni molto favorevoli e l’assicurazione che non sarebbero mancati rifornimenti di carbone e grano. A maggio, De Gasperi forma un esecutivo senza i socialisti e i comunisti. Ha pagato il suo biglietto.
Il 5 giugno del 1947 George Marshall (allora Segretario di Stato, dopo aver fatto il soldato in due guerre e essere diventato generale, aveva lavorato prima con Roosevelt e ora con Truman, che lo sosteneva, ma non era democratico né repubblicano, un non-partisan) aveva parlato alla cerimonia delle lauree di Harvard di un Piano per l’Europa. Era convinto della bontà ecumenica dell’iniziativa, senza l’intenzione di escludere nessuno. Compresi quei dannati comunisti. «La nostra politica non è diretta contro un paese o una dottrina, ma contro la fame, la povertà, la disperazione e il caos», disse Marshall. Ma aggiunse, subito dopo: «Governi, partiti politici o gruppi che si provassero a perpetuare la condizione umana di miseria per approfittarne politicamente, incontreranno l’opposizione degli Stati uniti».
Era questa la preoccupazione americana: che l’influenza dei partiti comunisti d’occidente crescesse mentre le difficoltà economiche continuavano e gli aiuti fino allora forniti dagli americani si dimostravano un fallimento. La propaganda comunista stava funzionando. E secondo la “teoria del domino”, se cadeva un paese strategico – nel mirino c’erano Grecia e Turchia – poteva cadere l’intero impianto faticosamente messo assieme dopo la guerra a Jalta. Il fatto è che non era facile convincere gli americani che dovessero sborsare denari per gli europei. C’era stata una guerra in Europa – cavolo – e ora bisognava pure tirare fuori i dollari?
Eppure, ovunque in Europa c’era carenza di prodotti di ogni tipo (materie prime, macchinari, parti di ricambio) – la guerra aveva inghiottito tutto. Solo gli Stati Uniti erano in grado di fornire beni di consumo, non avendo riportato danni agli impianti produttivi. Ma per comprare i prodotti americani ci volevano i dollari, e di quelli, proprio, non c’era traccia in Europa.
La durata del Piano era prevista in cinque anni e all’inizio del 1952 nel complesso aveva distribuito 13 miliardi di dollari (un fiume di denaro), sotto forma di prestiti e sovvenzioni statunitensi all’Europa. Con quei dollari, l’Europa iniziò a importare merci americane. All’inizio si trattò soprattutto di beni commestibili e fertilizzanti, poi di beni capitale, materie prime, combustibili e attrezzature. E tecnologie. In due anni si era già raggiunto e superato il livello di produzione pre-bellico. È così che nacque il “miracolo” della ricostruzione. Per fermare i comunisti.
Il pericolo incombente diventò l’ingerenza straniera sul suolo nazionale e non vennero risparmiate accuse reciproche di servilismo a Mosca e a Washington. Da una parte la Dc, appoggiata dagli Stati Uniti e dal Vaticano, dall’altra il Fronte Popolare, fortemente voluto dal segretario del Psi Nenni, e sostenuto, soprattutto il Pci, dall’Unione Sovietica di Stalin. Togliatti, durante un comizio tenuto a Imperia, accusò la Dc di voler dare realtà ai «bramosi imperialismi americani». È il tempo dei Cosacchi che fanno abbeverare i cavalli alla fontana di piazza san Pietro; oppure, del “trinariciuto” comunista, ideato da Giannino Guareschi, quello della saga di Don Camillo e Peppone («tre volte idiota moltiplicato tre», lo aveva definito Togliatti), una sorta di uomo scimmia, con un naso a tre narici, poiché una era utilizzata «per scaricare tutto il fumo che aveva nel cervello». Questa è la campagna elettorale del ’48: «Nel segreto della cabina, Dio ti vede, Stalin no». La Dc si ebbe il sostegno decisivo dai Comitati Civici, sorti due mesi prima delle elezioni del 18 aprile, per opera di Luigi Gedda, che aveva studiato con Pio XII. In un’udienza del gennaio 1948, il pontefice, riferendosi alle imminenti elezioni, si era confidato con Gedda: «Si tratta di una lotta decisiva. Perciò è il momento di impegnare tutte le nostre forze». Trecentomila volontari, organizzati in oltre ventimila comitati parrocchiali, queste furono le loro forze. E decisive. La Democrazia cristiana vinse e netta fu la sconfitta del Fronte Democratico Popolare: con circa il 30 percento dei voti il fronte della sinistra fu fortemente ridimensionato.
Poi, a luglio, l’attentato a Togliatti.
«Hanno sparato a Togliatti». È un attimo e tutta l’Italia sa la notizia. È un attimo e le fabbriche si fermano, le piazze si riempiono di operai, si assaltano e distruggono sedi dei partiti. È un attimo e i partigiani vanno a prendere i mitra Sten che hanno tenuto nascosto. Genova, Milano, Torino sono già in fiamme, ma anche Napoli e Taranto. È il 14 luglio del 1948, un’estate torrida. Un’estate da insurrezione, da guerra civile. In poche ore ci sono quattordici morti e trecento feriti, e saranno di più nei giorni successivi.
Un giovanotto catanese, Antonio Pallante, se n’è partito dalla sua città siciliana e se n’è venuto a Roma per sparare a Togliatti. L’ha aspettato davanti a Montecitorio, e quando il leader comunista ne è uscito con al fianco Nilde Iotti ha tirato fuori il suo revolver comprato al mercato nero per millecinquecento lire e gli ha tirato quattro colpi: uno alla schiena, uno alla nuca, uno al braccio, l’altro finito in un cartellone. Le pallottole sono di tipo scadente e a bassa penetrazione, e non saranno mortali. Ma questo si saprà dopo. Adesso Togliatti è a terra in una pozza di sangue. Sono le undici e trenta. I giornali escono in edizione straordinaria con titoli a 9 colonne: «Togliatti colpito a morte in Piazza Montecitorio».
Il ministro dell’Interno, il democristiano Scelba, mostra i muscoli e manda l’esercito a presidiare strade e piazze: fa sapere che è pronto alla guerra. Ma Alcide De Gasperi, il capo del governo, telefona in Francia. C’è il Tour in Francia.
– Monsieur Bartalì, au telephone s’il vous plait…
– Pronto?
– Pronto, Gino, ciao, sono Alcide De Gasperi, ci davamo del tu una volta…
È il 14 luglio 1948, e il Tour quel giorno riposa. Bartali è sulla spiaggia davanti all’albergo a Cannes. Seduto sulla sdraio fuma una sigaretta dopo l’altra e disegna sulla sabbia la tappa del giorno dopo, le salite, i punti in cui avrebbe potuto attaccare.
Bartali sapeva dell’attentato a Togliatti, tutti lo sapevano e poi quasi tutti gli inviati dei giornali erano stati immediatamente richiamati in patria.
De Gasperi venne subito al punto.
– Gino, puoi vincere il Tour?
Bartali non stava andando bene, in classifica era indietro e venti minuti di distacco lo separavano da Louis Bobet. Ha trentaquattro anni, non è più un ciclista di primo pelo, e milioni di chilometri nelle gambe. Gino fu schietto, come era la sua natura.
– Eccellenza, il Tour non lo so, ma la tappa di domani la vinco.
La “tappa di domani” sono in realtà due tapponi massacranti consecutivi: la Cannes-Briancon e poi la Briancon-Aix les Bains. Quello che combina Bartali su quelle salite è ormai leggenda, mito, storia. Vola da solo sull’Izoard e lascia a bocca aperta i francesi. Il giorno dopo vince nuovamente, conquistando la maglia gialla. Oh, quanta strada nei miei sandali / quanta ne avrà fatta Bartali / quel naso triste come una salita / quegli occhi allegri da italiano in gita / Io sto qui aspetto Bartali / scalpitando sui miei sandali / da quella curva spunterà / quel naso triste da italiano allegro.
La notizia arriva in Italia nel pomeriggio. Il deputato Tonengo, piemontese, democristiano, annuncia a Montecitorio che Bartali ha stravinto la tappa decisiva del Tour: applausi, evviva, la tensione sembra attenuarsi. Nel paese ci sono cortei festosi. Togliatti, appena sveglio dall’intervento che lo ha salvato, chiede come sia andata la tappa al Tour: è un appassionato di ciclismo, e di calcio – tifa per la Juventus – come tutti gli italiani.
Il 16 luglio del 1948 esiste una sola notizia per i giornali italiani: Gino Bartali ha vinto al Tour De France.
La guerra civile è scongiurata. Gino Bartali ha salvato la patria.

Nicotera, 4 gennaio 2018
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 5 gennaio 2018

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