Ecco come funziona la repressione preventiva di Gabrielli.

«Quelli che hanno più di quarantacinque anni possono restare sul pullman, gli altri scendano. E portate i documenti di identità e gli zaini». Siamo all’autogrill di Tremestieri, sull’autostrada che porta da Messina a Giardini – andiamo alla manifestazione contro il G7. Partiti con un’ora di ritardo, bloccati da due ispettori al punto di raccolta, solo quando hanno deciso di scortarci, volante 1 e volante 2 – come fossimo degli ultras in pericolo o, al contrario, che avessimo tutti un provvedimento Daspo – ci siamo messi in movimento. Per essere dirottati dopo pochi minuti a Tremestieri. Un muro di poliziotti ci accoglie. Sale un ispettore, è rilassato, casual. È sua la frase sui quarantacinquenni. Penso: ho più di quarantacinque anni – non cercano me, me la sono scampata. È un pensiero orribile, me ne rendo subito conto. Un’alzata di ingegno, forse, magari per fare prima – ma suona come un terribile arbitrio. Avrebbe potuto dire, tutti quelli con gli occhi chiari rimangano, gli altri scendano. Oppure: quelli con le scarpe marroni, rimangano, gli altri scendano. Tu di qua, vivo, tu di là, morto. O più prosaicamente: tu di qua, innocente, tu di là, colpevole.
I ragazzi e le ragazze scendono – anche le donne: chi di loro potrebbe mai ammettere pubblicamente di essere ormai agée secondo i parametri biomedici della polizia? Uno alla volta – ci sono solo una fotografa e un videomaker, e lavorano contemporaneamente, per cui si va uno alla volta. La carta d’identità contro il petto, sotto il viso – scattano, filmano, i poliziotti, immagini da questura, da foto segnaletica. Poi rovistano negli zaini, si è costretti a spargere le proprie cose per terra, felpe, bandiere. Filmano e fotografano ogni maglietta, davanti e di dietro. Come fossero corpi di reato. Noi, come fossimo già corpi di reato.
Penso – certo, la polizia deve garantire sicurezza a uomini e proprietà. Ma non dovrebbe anche garantire il mio diritto a manifestare? Perché siamo già considerati devastatori, facinorosi pronti a mettere a ferro e fuoco Giardini? Uccideteli tutti, Dio saprà riconoscere gli innocenti.
Il nostro capo pullman ci invita a stare calmi, ma non ce n’è bisogno: siamo tutti mansueti. È così che succede, è così che succedeva. Chini la testa e arriva il colpo alla nuca. Certo, se hai meno di quarantacinque anni.
Tutte queste informazioni, questi dati sensibili dove vanno a finire? Chi li raccoglie, chi li controlla, chi li usa? Dovrebbero andare distrutti, subito. Altrimenti è il più enorme dossieraggio che si conosca dai tempi del generale De Lorenzo.
Il capo della polizia Gabrielli si dà un bel dieci in condotta per come sono andate le cose. È una dichiarazione sopra le righe, che bisogno c’è? Dovrebbe allora, per onestà, riconoscere che un senso di responsabilità l’hanno avuta anche i manifestanti, quando, dopo la scaramuccia davanti, all’improvviso un’automobile della Guardia di Finanza risale tutto il corteo e va dirigendosi proprio là, dove c’è appena stato lo scontro e ci si è di nuovo compattati, ciascuno per la propria trincea. Che ci faceva quell’automobile? Cosa voleva? S’era sperduta? Non era un’assurda provocazione? Basta guardare nei filmati le facce dei carabinieri, quando la vedono arrivare, e a loro volta si aprono, per capire che i più sconcertati sono proprio loro: dei manifestanti, nessuno muove un dito, nessuno dà una pedata – solo qualche frase, e vabbè. Poteva succedere un putiferio.
Ma qui non siamo a Genova, dove un’automobile della Guardia di finanza l’avrebbero sollevata e rovesciata come un calzino. Sono passati quindici anni. E noi piangiamo ancora. Qui siamo a Giardini. E c’è un solo black bloc che è sfuggito alle maglie di controllo che da settimane tra Villa e Messina fermava e perquisiva e filtrava e rimandava indietro: Donald Trump.

Nicotera, 29 maggio 2017
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 30 maggio 2017

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