Nomine Cei: papa Francesco si prende la Curia.

Il ruinismo è finito. O almeno sembra. O almeno si spera. Il cardinale Gualtiero Bassetti è il nuovo presidente della Conferenza episcopale italiana. Papa Francesco ha scelto. Per dieci anni – due mandati – il presidente della Cei è stato il cardinale Angelo Bagnasco, “uomo” del cardinale genovese Siri – “icona” di una chiesa fortemente conservatrice –, nominato da Benedetto XVI nel 2007, che andava a sostituire Camillo Ruini. Ruini era anche vicario di Roma, una insolita accumulazione di cariche e poteri che ne faceva un personaggio potente, quanto meno molto influente. Anche perché Ruini, uomo di estrema sensibilità verso la politica, è stato “l’inventore” dei “valori non negoziabili”, quelli che avrebbero dovuto dettare l’agenda di ogni parlamento italiano e attorno i quali, ogni volta che se ne dava l’occasione, una destra rumorosa e inconcludente ergeva delle barricate. Dal referendum sulla fecondazione assistita al Family Day, c’era l’impronta di Ruini. Un modo di d’intendere la Chiesa lontano da papa Bergoglio.
Che si era forse pure legata al dito quella curiosa gaffe fatto dall’ufficio di comunicazione della Cei che, al momento della fumata bianca, mandò per prima le sue congratulazioni e le fece diffondere urbi et orbi, solo che si rallegravano per l’avvenuta salita al soglio pontificio… del cardinale Angelo Scola. Si spiegò, che era stato un errore informatico, che si erano preparati già dei profili e che poi un maledetto copia-incolla aveva finito col nominare il nome sbagliato. Ma la gaffe rimase e qualcuno malignò che fosse un modo per esprimere disappunto.
In realtà, Bergoglio ha più volte sottolineato come la Chiesa non debba intrattenere rapporti con il mondo politico italiano. Solo che questo è stato il pane quotidiano della Cei negli ultimi decenni. Francesco ha quindi scelto – nella terna di nomi consegnati dalla Cei – quello che sembra più vicino al suo modo. Ha dovuto aspettare qualche anno: voleva rimuovere Bagnasco, “prodigo” di dichiarazioni quanto meno controverse sui diritti degli omosessuali, già tempo addietro, ma è poi sceso a più miti consigli. Due anni fa lo scontro era venuto allo scoperto. invitato a parlare all’assemblea annuale della Cei, il papa era stato “messo in scaletta” per ultimo. Il comunicato della Cei diceva: «Sarà Papa Francesco a concludere la prossima assemblea generale, offrendo il dono della sua parola e della sua disponibilità ai membri della Conferenza episcopale italiana». Ma quando aveva letto il programma, Francesco era saltato sulla sedia: «Il papa non parla per ultimo» – e aveva invertito l’ordine dei lavori; avrebbe aperto lui, e non Bagnasco, l’assemblea dei vescovi. Sia chiaro, non è uno scontro “ideologico” tra una chiesa riformista e una reazionaria, non c’è nel consesso dei cardinali questo tipo di schieramento. È solo che le priorità e le sensibilità di Francesco sembrano altre – l’attenzione agli ultimi, agli indifesi, ai migranti –, e anche il suo “modo” di guidare la chiesa. Francesco non fa gerarchie tra i valori non negoziabili – ma questo non significa che abbia curvato il pensiero della chiesa sulle questioni più controverse. Però, anche questo “modo” non è neutrale.
Francesco aveva invitato i vescovi italiani a fare come tutti gli altri: eleggetelo voi, il presidente della Conferenza episcopale – succede proprio così in tutto il mondo. Solo che il papa è anche il primate d’Italia – e quindi per riguardo si lasciava che fosse lui a nominarlo. Fatto storico, la Conferenza ha allora proposto una terna da sottoporre al papa, perché fosse comunque lui a decidere alla fine. Va tenuto conto che in questi anni Bergoglio ha nominato cento vescovi, che non sono la maggioranza, ma di certo un numero rilevante. I nuovi vescovi non sono necessariamente “bergogliani”, e in molti casi Francesco non ha potuto o voluto scegliere quelli che sembravano più attagliarsi a un profilo desiderato. Però, sono cambiate le procedure per l’individuazione e sono cambiate anche le domande per la selezione dei “papabili”. I voti raccolti dai candidati della terna esuberano quelli “bergogliani”, ma è come se i vescovi si fossero sforzati di individuare quelli che potevano risultare più graditi al papa.
Di sicuro, Bassetti lo era, gradito al papa. Che, intanto, lo aveva nominato cardinale a Perugia, sede dove non c’era mai stata una “berretta rossa”, anche se in quella terra dal 1846 al 1878 fu vescovo Gioacchino Pecci e cioè papa Leone XIII, estensore di quell’enciclica Rerum novarum, che formulò i fondamenti della Dottrina sociale della Chiesa. Bassetti è molto sensibile alle problematiche sociali, al mondo del lavoro e ai poveri. E poi, quando aveva raggiunto i 75 anni, che sono la soglia, secondo “regola”, che dovrebbe significare la messa a riposo, Bergoglio aveva acconsentito che rimanesse al suo posto «donec aliter provideatur» (finché il Papa non dispone diversamente). Insomma, un modo di manifestare predilezione. I vescovi non hanno fatto grande sforzo.
E anche un altro dei candidati (il terzo, il più giovane, era Franco Giulio Brambilla, vescovo di Novara), il cardinale Francesco Montenegro, vescovo anche lui di una terra, Agrigento, che non aveva mai avuto “berrette rosse”, ha un profilo fortemente “sociale”: è stato presidente della Caritas e lo è stato della Fondazione Migrantes. Ma soprattutto è l’uomo che ha accompagnato il papa nella sua prima “uscita”, quando si recò a Lampedusa.
Insomma, la terna non era proprio composta da quelli che Francesco stesso definì i “pappagalli bergoglisti” – coloro che ripetono come un mantra le sue parole, ma non le comprendono davvero.
Bergoglio aveva chiesto ai vescovi italiani un confronto franco: «Senza dialogo c’è il chiacchiericcio». Le prime parole di Bassetti come nuovo presidente sono state queste: «Bergoglio ci ha chiesto collegialità e di camminare insieme: è la cifra che ci permetterà di interpretare la realtà». Buon lavoro.

Nicotera, 24 maggio 2017
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 25 maggio 2017

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