Dopo il G7 di Taormina: l’unico no-global molesto è Trump.

Alla fine della fiera, il più determinato antagonista del G7 di Taormina, il più molesto, non è stato il corteo che ha sfilato sul lungomare di Giardini-Naxos, ma Donald Trump. Lui il black bloc, lui il Casarini (vecchia maniera) della situazione. Il bullo americano, alla sua prima uscita in un consesso internazionale, s’è preso tutta la scena. Niente accordi sul clima, niente patti sulle migrazioni, il cui controllo viene demandato alle politiche nazionali e alle misure che ciascuno vorrà prendere sulla base della difesa dei propri confini, generiche promesse sugli scambi e i relativi trattati, vicendevole interesse nella lotta al terrorismo ma senza alcuna pianificazione, né di intelligence – che sarebbe cruciale – né di intervento. Fanculo tutto. D’altronde, pochi giorni prima al vertice NATO di Bruxelles non si è risparmiato frecciate e dispetti verso i paesi membri, ripetendo un mantra che va avanti fin dalla sua campagna elettorale: se non pagate, e non state pagando da un sacco di tempo, gli americani non staranno qui a proteggervi. Insomma, dal suo punto di vista, il presidente americano ha ben ragione di cinguettare felice: «Hard work but big results / lavoro faticoso, ma ottimi risultati». Il risultato è tenersi le mani libere, e affermarlo di fronte al mondo, oltre che a casa propria: Donald Trump non ha alcuna intenzione di sottoscrivere accordi internazionali né di sostenere quelli vigenti. Semmai, proverà a costruire rapporti e relazioni con ciascun paese, in base al principio dell’America First. I G7 sono cosa morta. Certo, c’è il fatto che già adesso essi rappresentino solo il 47 percento del Pil mondiale, e che nel 2020 saranno solo il 41. Ma se sono 8 o 10 o 20 (come saranno a Amburgo il 7 e l’8 luglio) i G-qualcosa, non è che cambi poi molto. Forse ha proprio ragione Ian Bremmer, il politologo americano: siamo al tempo del G-Zero.
Per la verità, non è che fosse necessaria la notificazione del certificato di morte presunta rilasciato dal presidente americano, per rendersi conto che questi incontri di governo mondiale non sono da tempo capaci di produrre alcunché. È in crisi da tempo, almeno dal massacro in Ruanda del 1994, l’ONU; è in crisi da tempo, almeno della guerra in Kosovo del 1999, la NATO. E le guerre al terrorismo globale, che sembravano avere ricompattato il mondo occidentale – «Siamo tutti americani», per l’Afghanistan, l’Iraq prima, la Libia dopo, la Siria adesso – hanno visto invece approfondirsi divisioni e disimpegni: troppi gli interessi geopolitici in gioco, e troppo diversi.
La realtà è che la “globalizzazione” che tutti davamo ormai per scontata, un processo inarrestabile che vedeva il mondo sempre più interconnesso, e che veniva ferocemente criticata da chi ne sottolineava la drammatica spaccatura tra una minoranza sempre più ricca e potente e una quasi universalità sempre più povera e impotente («We are 99%», ricordate?), additando una “governance globale” senza razza, religione e patria se non quelle del Dio Mammona, fatta dal capitale finanziario che muoveva come marionette governi e nazioni, questa globalizzazione s’è arrestata da tempo.
Perché la globalizzazione non è la macchina a vapore e non è l’elettricità, che sono scoperte scientifiche che si applicano anzitutto alla produzione – fu questa l’industrializzazione – e sono inarrestabili. La globalizzazione non è tecnologia, ma una “forma” dello scambio delle cose, del commercio. La globalizzazione non l’abbiamo scoperta noi, come il motore diesel o la trasmissione di dati binari – è sempre stata un segno di questo o quell’impero, nei secoli dei secoli. E a ogni tecnologia corrisponde una globalizzazione. Non è il viceversa. Oggi, la “nostra” globalizzazione è in crisi, non la nostra tecnologia.
Anzi, la tecnologia in realtà è molto più avanti delle sue applicazioni. Che non vengono messe in opera perché comporterebbero, adesso, modificazioni a cui non siamo pronti, e provocherebbe sconvolgimenti sociali imprevedibili. Credete che già oggi, adesso, non potrebbe ridursi, a mezzo di automazioni, il lavoro e la fatica? Certo che sì. Ma quanti posti di lavoro si perderebbero, quanti investimenti richiederebbe, quali modifiche della vita, dell’assistenza, della sanità, della formazione si innescherebbero? E chi è pronto – quali politiche sono pronte – per affrontare tutto questo? La verità è che oggi la tecnologia è rallentata. Non per un “complotto”, ma perché nessuna politica lungimirante, nessuna “governance” è in grado oggi di assicurarne la gestione dei mutamenti. E il suo rallentamento provoca effetti deleteri sulla vita sociale, in uno stillicidio continuo.
Ecco, è questo che accade: allo stallo delle politiche in grado di governare una tale trasformazione del mondo, subentra un rinculo nei confini nazionali. Se non siamo in grado di governare il mondo, saremo almeno in grado di farlo a casa nostra. Questo è il “populismo nazionale”: un’altra forma del capitalismo. Qualcuno crede davvero ancora alla favoletta che Trump sia stato eletto dall’elettore bianco operaio frustrato del Midwest e non dal complesso “militare-industriale e politico” che già Eisenhower citava nel discorso d’addio alla nazione del 1961? Quale sia la “manina” dietro lui s’è visto presto: 59 missili contro la Siria, super-bomba Moab sull’Afghanistan, un contratto da 110 miliardi di dollari di armi all’Arabia saudita. I generali gongolano. I costruttori di armi, pure.
È cambiato il mondo, dalla crisi finanziaria del 2008. E la critica radicale, ma anche quella riformista, è spiazzata da una lettura univoca delle cose. Così, siamo stretti oggi tra un ritorno del capitale nazionale, dove tra le nazioni vince chi ha più dominio e forza, costruendo consenso tra il proprio popolo – è la “forma” del trumpismo –, e chi prova ancora – è il caso di Macron – a rilanciare un progetto di governance sovranazionale, quanto meno in Europa. Forse, non è un caso che il “nemico politico” di Trump – e lo va ripetendo sin dalla campagna elettorale – sia la Germania. Sfaldare l’Europa, ancora di più, sarebbe per il bullo americano la scomparsa di un competitor.
Solo che l’Europa si va già sfaldando di suo. Almeno sinora.

Nicotera, 29 maggio 2017
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 30 maggio 2017

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