Settant’anni fa, iniziava il Piano Marshall e il “miracolo economico europeo”.

Quando Molotov, l’ambasciatore sovietico, arrivò a Parigi nel giugno del 1947 per un incontro con i ministri degli Esteri di Francia e Gran Bretagna a cui era stato invitato per discutere dell’offerta americana di aiuti economici, cominciò subito a fare obiezioni, critiche e controproposte. E non si poteva includere la Germania, perché la Germania era stata nemica e ora poi era divisa e Berlino era frazionata in protettorati e non c’era un governo. E sarebbe stato meglio, invece di un piano che prevedeva un bilancio unificato, che era una “evidente ingerenza” negli affari interni dei paesi europei, che ciascuna nazione preparasse una richiesta dettagliata delle necessità da consegnare a un “ente terzo” che avrebbe gestito i finanziamenti necessari. E questo e quello. Più o meno, a Molotov andava bene proseguire il piano UNRRA, che fino allora aveva riversato a pioggia aiuti americani in tutta l’Europa, compresa l’Unione sovietica e i suoi paesi satelliti. Solo che agli Stati uniti non andava più bene fornire il 75 percento degli aiuti che venivano poi stabiliti nella redistribuzione da diciassette paesi, un caos. Solo che agli Stati uniti non andava più bene aprire il portafoglio e pagare a babbo morto. Gli americani furono lapidari: «He who pays the piper, calls the tune / chi ha pagato l’orchestra, sceglie la musica». Insomma, chi mette i piccioli, ha il potere di decidere. Molotov andò subito via, sbattendo la porta e urlando: «È un complotto imperialista». Era proprio quello che andava bene agli americani. Togliersi dai piedi i sovietici. Ma furono costretti a togliersi dai piedi anche Finlandia, Polonia e Cecoslovacchia, che invece avevano mostrato interesse a discutere dell’offerta di aiuti americani, perché Stalin temeva che gli Stati uniti finissero, a mezzo degli aiuti economici, con l’influenzare e governare l’economia di questi paesi. Fu così che Baffone decise di istituire, pochi mesi dopo, il COMECON – una sorta di mercato unico dei paesi dell’Est. Proprio una bella pensata.
Eppure quando George Marshall parlò, settant’anni fa, alla cerimonia delle lauree di Harvard, il 5 giugno del 1947, non era stato ancora pianificato nulla. Anzi, per tutto il discorso, Marshall (era allora Segretario di Stato, dopo aver fatto il soldato in due guerre e essere diventato generale, aveva lavorato prima con Roosevelt e ora con Truman, che lo sosteneva, ma non era democratico né repubblicano, un non-partisan) si preoccupò di convincere l’auditorio, e chiunque avrebbe ripreso quel discorso – un’occasione, questa delle lauree, a cui era stato più volte invitato e che più volte aveva rifiutato e che si premurò questa volta di accettare perché per un verso era di basso profilo e non creava immediato allarme tra i politici del Congresso e per l’altro bisognava fare presto nell’informare l’opinione pubblica americana – della bontà ecumenica dell’iniziativa, senza l’intenzione di escludere nessuno. Compresi quei dannati comunisti.
«Our policy is directed not against any country or doctrine but against hunger, poverty, desperation and chaos / la nostra politica non è diretta contro un paese o una dottrina, ma contro la fame, la povertà, la disperazione e il caos», disse Marshall. Ma aggiunse, subito dopo: «Governments, political parties, or groups which seek to perpetuate human misery in order to profit therefrom politically or otherwise will encounter the opposition of the United States / Governi, partiti politici o gruppi che si provassero a perpetuare la condizione umana di miseria per approfittarne politicamente, incontreranno l’opposizione degli Stati uniti».
Era questa – forse non aveva tutti i torti Molotov – la preoccupazione americana: che l’influenza dei partiti comunisti d’occidente crescesse mentre le difficoltà economiche continuavano e gli aiuti fino allora forniti dagli americani si dimostravano un fallimento. La propaganda comunista stava funzionando. E secondo la “teoria del domino”, se cadeva un paese strategico – nel mirino c’erano Grecia e Turchia – poteva cadere l’intero impianto faticosamente messo assieme dopo la guerra a Jalta.
Marshall era stato Mosca nella primavera del 1947, per seguire i negoziati su un trattato di pace accettabile con Germania e Austria, e era rimasto sconcertato dal comportamento dei sovietici. Li definì “Troublemakers”, piantagrane, e si convinse che non negoziassero in buona fede. Qualcosa doveva essere fatto subito. Il fatto è che non era facile convincere gli americani che dovessero sborsare denari per gli europei. C’era stata una guerra in Europa – cavolo – e ora bisognava pure tirare fuori i dollari?
Disse Marshall a Harvard: «Per dieci anni, le condizioni sono state completamente anormali. L’attività febbrile della preparazione alla guerra, e quella più febbrile del mantenimento dello sforzo bellico, hanno inghiottito tutti gli aspetti delle economie nazionali. I macchinari sono caduti in rovina o diventati completamente obsoleti. Sotto le regole arbitrarie e distruttive del regime nazista, ogni impresa che fosse possibile sfruttare, è stata utilizzata per la macchina da guerra tedesca. I rapporti commerciali, le istituzioni private, le banche, le compagnie di assicurazioni e di trasporti, sono scomparse a causa della perdita del capitale, assorbite attraverso la nazionalizzazione, o semplicemente distrutte. In molti paesi, la fiducia nella moneta locale è severamente compromessa. Durante la guerra, il crollo della struttura europea degli affari è stato completo». Insomma, i dati visibili delle distruzioni provocate dalla guerra – le perdite umane, città, fabbriche, miniere e ferrovie a pezzi – erano probabilmente meno gravi dei danni subiti dall’intero sistema economico europeo. Non calcava la mano, nel descrivere la situazione, Marshall.
L’inverno del 1946–47 era stato molto rigido, poi era venuta una lunga siccità, e i raccolti erano stati molto scarsi. I contadini peraltro neanche vendevano tutta la loro produzione, perché in città non c’erano i soldi per comprare e ammassavano e a volte decidevano di non seminare e preferivano tenere i loro terreni a pascolo. C’era carenza di prodotti di ogni tipo (materie prime, macchinari, parti di ricambio) – la guerra aveva inghiottito tutto. Solo gli Stati Uniti erano in grado di fornire beni di consumo, non avendo riportato danni agli impianti produttivi. Ma per comprare i prodotti americani ci volevano i dollari, e di quelli, proprio, non c’era traccia in Europa. Gli aiuti che nei due anni immediatamente successivi alla guerra erano stati mandati dagli americani erano finiti in un pozzo di bisogni senza fine.
In realtà, al Dipartimento di Stato americano c’erano due linee, una più cauta che prevedeva due fasi di intervento, a partire dalla produzione di carbone, e lasciando dopo l’iniziativa agli europei; l’altra più diretta e massiccia, in cui fosse evidente il ruolo degli Stati uniti. Erano state istituite più commissioni e si produsse una quantità di documenti e dati. Si temeva l’opposizione del Congresso, dove – sia tra i Democratici che i Repubblicani – si trovavano “isolazionisti” (che si opponevano al Piano) che “internazionalisti” (che lo appoggiavano). In realtà, poi l’opposizione fu abbastanza minoritaria, e il problema semmai fu convincere la pubblica opinione: ma si costituì una Commissione inzeppata di tecnici e professori e i sondaggi rilevarono presto che l’appoggio sociale era alto. Solo la sinistra americana – come quella europea e i russi – continuò a considerare il Piano Marshall una “manovra ideologica”.
La durata del Piano era prevista in cinque anni e all’inizio del 1952 nel complesso aveva distribuito 13 miliardi di dollari (un fiume di denaro), sotto forma di prestiti e sovvenzioni statunitensi all’Europa. Con quei dollari, l’Europa iniziò a importare merci americane. All’inizio si trattò soprattutto di beni commestibili e fertilizzanti, poi di beni capitale, materie prime, combustibili e attrezzature. E tecnologie. In due anni si era già raggiunto e superato il livello di produzione pre-bellico. Intanto erano arrivati, aggratis, grano, farina e medicine – quanta penicillina, quanta streptomicina.
Fu questa la base del “miracolo economico”. A partire dalla Germania, dove peraltro fu abolito lo svalutato Reichmark con l’introduzione del Deutschmark – e quanto protestarono Molotov e Stalin, per questo. Tra il 1947 e il 1970 si verificò il periodo più lungo di crescita ininterrotta dei paesi industrializzati, al ritmo del 4,5 percento annuo, e il commercio mondiale crebbe a un tasso medio annuo dell’8 percento, il più elevato della storia. Gran parte di questa crescita si sviluppò naturalmente in Europa, ma anche l’America poté sostenere una produzione elevata.
Sarebbe naturalmente una forzatura qualunque paragone storico fra l’allora e l’adesso: noi europei – e i giapponesi, anche loro fruirono del Piano – non veniamo da una guerra devastante come fu la Seconda. Per quanto il lento declino industriale prima e la crisi finanziaria del debito pubblico poi abbiano minato la nostra capacità produttiva e la qualità del livello di vita, non facciamo la fila per il pane, non compriamo le medicine al mercato nero e non rivoltiamo i cappotti lisi. E la geopolitica (con l’emergere di nuovi protagonisti) e lo scenario della produzione mondiale (con lo spostamento verso l’Asia) sono profondamente cambiati.
Quello che piuttosto può essere messo a confronto (e quanto ingeneroso) è l’atteggiamento della politica americana nei confronti dell’Europa dall’avvento di Trump e del suo America First. I ripetuti sgarbi contro la Germania (e vendono troppo negli Stati uniti, e il loro bilancio commerciale è troppo alto, e la moneta è tenuta bassa per avvantaggiarsene negli scambi), le dichiarazioni di insofferenza verso qualsiasi consesso e trattato internazionale, la dichiarazione di unilateralismo negli accordi e di contrarietà a qualunque “patto di cooperazione” – sembrano proprio il rovesciamento dei principi del Piano Marshall. Anche l’ammiccamento ai russi – come una funzione di minaccia verso gli europei, e la Germania in primis – sembra seguire questa logica di ribaltamento.
Trump (una versione tronca, monosillabica e aggressiva di “Truman”) invece di aprire l’America al mondo, vuole chiudere l’America dal mondo. E crede che riconquistare l’egemonia americana passi attraverso le cannoniere e non la condivisione dei beni di consumo e le merci e le tecnologie e lo sviluppo del benessere. Trasmette, infine, l’idea che la stabilità e la pace passino attraverso l’imposizione della forza e non la crescita della cooperazione.
Ma Trump non è la storia americana.

Nicotera, 2 giugno 2017
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 6 giugno 2017

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