Ecco, ci siamo, gli inglesi se ne vanno. E ci mancano già.

Vou nous manquez déjà! È così che ha titolato ieri il quotidiano francese «Libération», interpretando i timori e le preoccupazioni di buona parte dell’opinione pubblica continentale, che considera gli inglesi tanto bizzarri e irregolari quanto indispensabili a fare grande l’Europa, e quel dannato voto sulla Brexit una sciagura: Già ci mancate. E la cosa è appena cominciata. A mezzogiorno di ieri, sir Tim Barrow, l’ambasciatore britannico a Bruxelles, ha consegnato al Consiglio europeo la lettera del premier Theresa May che attiva l’articolo 50 del Trattato di Lisbona, la norma che regola l’uscita di uno stato membro dall’Unione Europea. Donald Tusk, presidente del Consiglio, ha dichiarato che questo non è un giorno felice e ha preparato una bozza di risposta in cui è contemplata anche la possibilità che i negoziati falliscano, anche se nessuno se lo augura, e in quel caso l’Unione avrà già in cantiere le vie d’uscita.
La lettera della May – in cui si comunica anche il ritiro dall’European Atomic Energy Community, l’Euratom, e che era stata tenuta in un luogo segreto, quasi si temesse un colpo di mano dei contrari alla Brexit e uno scoop che ne rivelasse il contenuto – ha un tono molto conciliante. L’uscita della Gran Bretagna, vi si dice, non ha certo lo scopo di indebolire l’Europa né i suoi valori. Anzi la Gran Bretagna si augura che l’Europa sia forte e prospera. Qui si tratta solo di regolare nel migliore dei modi e nel più breve tempo possibile questa “uscita” sì da dare certezze ai cittadini e al business. È proprio nei riguardi dei reciproci interessi economici e, soprattutto, della sicurezza che la May si augura che le difficoltà vengano affrontate con spirito di partnership riducendo al minimo i problemi. Intanto, quali che siano i cambiamenti legislativi che la Gran Bretagna adotterà, assicura la May, essi entreranno in vigore solo alla fine del percorso, fra due anni. Infine, prospetta la possibilità che si lavori alla costituzione di un Free Trade Agreement, un nuovo accordo di libero scambio tra la Gran Bretagna e l’Ue. Ma qualche sassolino dalla scarpa, la May se lo toglie. Era stata Angela Merkel che aveva tuonato, quando si profilava la possibilità che la Brexit si svolgesse senza una tempistica certa e con molta cautela, rammentando che gli inglesi non potevano fare il “cherry-picking”, la scelta della ciliegia migliore, tralasciando le altre. Il pacchetto o lo si prende tutto o lo si lascia. E, nella lettera, la May usa proprio quest’espressione – cherry picking – per dire che loro, gli inglesi, le sanno benissimo quali siano le libertà del mercato e che sono indivisibili. Nei commiati, la May si dice certa che il compito di questo passaggio è importante ma non è al di là delle capacità comuni. «Dopotutto, scrive, la leadership europea è stata in grado di trasformare un continente dilaniato dalla guerra in un consesso di nazioni unite dalla pace, guidando la transizione dalle dittature alla democrazia». Da quelle dittature che gli inglesi non hanno mai conosciuto e contro cui hanno combattuto. Come a dire, non venite a farci lezioni, e ricordatevi che la democrazia in Europa deve molto a noi.
Il 29 ottobre del 1971, la stampa britannica tutt’intera titolava trionfalisticamente sullo storico voto ai Comuni che aveva deciso l’ingresso nel Mercato comune: il «Daily Mirror»: YES to Europe; il «Sun»: In we go!; il «Daily Mail»: YES, we’re in business! Oggi, sembra tutto rovesciato: il «Sun» (che mette in copertina le scogliere di Dover): Dover & out; il «Daily Mail»: Freedom!; il «Daily Mirror»: Dear EU, it’s time to go.
Dal momento della consegna della lettera di Theresa May di notificazione del divorzio tra la Gran Bretagna e l’Europa al presidente della Commissione europea, Donald Tusk, l’orologio ha cominciato a ticchettare. L’articolo 50 prevede due anni di tempo. Cosa succederà adesso?
La lettera della May darà l’avvio a una intensa attività diplomatica a Bruxelles. Il presidente Tusk la girerà immediatamente con alcune indicazioni di linee-guida a tutti i diplomatici dei 27 stati membri; entro la fine di aprile, a un summit dei leader europei, le linee-guida verranno approvate. A questo punto, Tusk le girerà al rappresentante europeo per la Brexit, Michel Barnier, che dovrà, con il suo staff, redigere un piano dettagliato per le negoziazioni. Per metà maggio è previsto che queste note vengano presentate all’UE, e le vere e proprie negoziazioni dovrebbero cominciare per metà di giugno. Intanto gli inglesi dovranno impegnarsi in quello che Theresa May ha definito «the great repeal bill» – una legge di abrogazione di tutte le norme europee vincolanti («the acquis», quanto acquisito, vengono definite nella lettera della May) da sostituire con proprie altre regole. Tra maggio e dicembre di quest’anno le negoziazioni entreranno nel vivo, e in particolare ci sono tre aspetti che si presentano spinosi: la situazione di oltre quattro milioni di cittadini europei che si trovano dalla parte sbagliata della Brexit, il costo del divorzio, e il confine con l’Europa, che adesso sarà l’Irlanda. Le chiacchiere tra sherpa diventeranno sempre più tecniche e dovranno evitare numerose trappole legali – molti diplomatici considerano proprio la fine di quest’anno il periodo più rischioso. La conta finale sarà per ottobre del prossimo anno, in un summit tra i leader europei e quando ormai le negoziazioni dovrebbero essere concluse. All’inizio del 2019, i 751 membri del Parlamento europeo, inclusi gli inglesi, voteranno sugli accordi, sigillando il divorzio. Sir Barrow ha assicurato che la Gran Bretagna sarà fuori dall’Europa, sotto ogni aspetto legale, per il marzo del 2019, e in ogni caso prima delle elezioni parlamentari europee che sono previste tra maggio e giugno.
Per la primavera del 2019, una data non casuale, intanto, Nicola Sturgeon, primo ministro scozzese e leader del National Scottish Party, prevede che si possa tenere un nuovo referendum sull’indipendenza dal Regno Unito. Proprio lo stesso giorno della firma della lettera alla Ue della May – «We will negotiate as one United Kingdom, taking due account of the specific interests of every nation and region of the UK as we do so», negozieremo come un unico Regno unito, c’è rimarcato – con 69 voti a 59, il parlamento di Edimburgo ha approvato la richiesta del proprio governo di indire un nuovo referendum. La risposta di Theresa May è la stessa di sempre: «Questo non è il momento» – sostenendo che un referendum in Scozia sarebbe “al buio” perché non permetterebbe di esprimersi sul reale e concreto accadere dell’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea. Ma Nicola Sturgeon, che potrebbe far proprie le motivazioni della May nella lettera a Tusk («the referendum was a vote to restore our national self-determination / il referendum è stato un voto per ripristinare la nostra autodeterminazione nazionale») ribatte: «Lo terremo al momento giusto». E il momento giusto potrebbe essere proprio la primavera del 2019, quando ormai gli esiti della Brexit dovrebbero essere ben visibili e comprensibili.
Si profila adesso un braccio di ferro tra Londra e Edimburgo. Secondo i trattati, è il governo di Londra che deve acconsentire alla richiesta del parlamento scozzese, e quindi permettere che abbia luogo. Ma cresce in Scozia – come d’altronde anche in Irlanda del Nord – un sentimento che ponga fine alla London Rule, cioè a quei meccanismi che vincolano i rapporti con l’Inghilterra. Londra, perciò, si trova in una scelta difficile: se rifiuta, mostra di considerare il processo di devolution, su cui hanno tanto insistito i governi da Blair in giù, niente più che una formalità; se acconsente, rischia di perdersi un pezzo del puzzle britannico.
Tutto è precipitato con il referendum sull’appartenenza all’Unione europea del giugno scorso, voluto dall’allora primo ministro David Cameron. Vinse il Leave – quasi inaspettatamente – per 52 a 48 percento, ma in Scozia il Remain raggiunse il 62 percento contro il 38: gli scozzesi volevano rimanere nel mercato unico europeo.
Nel giugno del 2014 si è già tenuto un referendum sull’indipendenza, in cui la scelta di rimanere con la Gran Bretagna vinse per 55 percento contro il 45. E secondo diversi sondaggi gli “unionisti” sarebbero ancora in vantaggio, per 52 a 48. Ma il margine di differenza si fa sottile – e i sondaggi, negli ultimi anni, non sempre dicono come le cose accadono poi veramente. In ogni caso, la vera differenza tra il referendum del 2014 e quello a venire dovrebbe farla proprio la Brexit: nel 2014 si votò per restare legati alla Gran Bretagna, perché era il tramite per restare nell’Unione europea, ma adesso questo presupposto è venuto meno, e la Scozia vuole avere un rapporto diretto – benché non sarebbe proceduralmente immediato – con l’Europa.
Anche in Irlanda del Nord, dove vinse il Remain con il 56 percento e dove il parlamento di Stormont freme, comincia a farsi strada l’idea di tenere un referendum. Gerry Adams, presidente del Sinn Fein, il partito indipendentista cattolico che è stato per trent’anni il braccio politico dell’Ira, la pensa proprio così: «L’Unione Europea era il garante della pace in Irlanda. Senza la Ue, è venuto il momento di chiedere un referendum in tutta l’isola per la riunificazione di nord e sud». Cioè, perché le sei contee del Nord si riuniscano finalmente all’Irlanda. Non è un caso che la May, nella sua lettera alla Ue, scriva: «We must pay attention to the UK’s unique relationship with the Republic of Ireland and the importance of the peace process in Northern Ireland / dobbiamo prestare attenzione alla particolare partnership con la Repubblica d’Irlanda e all’importanza del processo di pace nell’Irlanda del Nord». Ma il rischio che la Brexit faccia della Great Britain una Little Britain, c’è proprio tutto.
C’è, infine, nella lettera della May un accenno importante. Scrive il primo ministro inglese: «In un periodo in cui la crescita del commercio globale sembra rallentare e ci sono segnali che gli istinti protezionisti crescano in molte parti del mondo, l’Europa ha la responsabilità di resistere sui principi del libero scambio nell’interesse di tutti i suoi cittadini». Ecco, è questo cenno ai «protectionist instincts» che spiazza. Ogni riferimento non è casuale, e tutti pensano a Donald Trump che, mentre sparava a alzo zero contro la Merkel che teneva basso l’euro a mezzo della Ue per profittarne e esportare di più negli Stati uniti, mentre dichiarava indifferenza riguardo la Nato e un probabile ritiro degli Stati uniti per un impegno gravoso che serviva a proteggere gli europei che invece non pagavano, è andato a omaggiare solo e proprio la May, dopo la Brexit, come a volere ricostruire quell’asse atlantico di ferro tra Reagan e la Thatcher. Io mi sono tirato fuori dal Tpp (Trans Pacific Partnership), tu ti sei tirata fuori dal mercato comune europeo, diamoci la mano. In quell’occasione si notò una May imbarazzata. Forse gli istinti protezionisti non sono proprio nelle corde di questa donna, oltre che della Gran Bretagna – e questo, in un giorno non proprio felice per l’Europa, non può che essere una buona notizia.

Nicotera, 29 marzo 2017
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 30 marzo 2017

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