The day before Apocalypse. Toccando ferro.

Nel Preambolo della Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati uniti d’America del 4 luglio 1776, c’è scritto: «We hold these truths to be self-evident, that all men are created equal, that they are endowed by their Creator with certain unalienable Rights, that among these are Life, Liberty and the pursuit of Happiness / Consideriamo acclarate queste verità, che tutti gli uomini sono stati creati eguali, che sono stati dotati dal Creatore di alcuni inalienabili diritti, tra cui ci sono la Vita, la Libertà e la ricerca della Felicità». È considerata, questa frase, una delle migliori in lingua inglese, per la potenza e la capacità di evocazione e coinvolgimento delle parole.
Non ce n’è una, di queste parole, che sia stata usata in campagna elettorale dai due candidati a ricoprire la carica di presidente degli Stati uniti. In una raffigurazione grafica della cloud di parole usate dai due candidati, nei loro comizi, nei dibattiti, negli incontri (l’ha fatta la NBC News e l’ha ripresa il «Corriere della Sera», aggiornandola) ci sono, per Clinton, nell’ordine: think, people, Donald, work, want / pensare, popolo, Donald, lavoro, volere; e per Trump: people, country, look, doing, Secretary / popolo, paese, guardare, fare, Segreteria di Stato (riferito alla Clinton). C’è peraltro insistenza su parole “nuove” che sono entrate di prepotenza nel dibattito: Clinton ha molto usato birtherism – che si può tradurre in un abborracciato e orribile nascitismo, che è quello strano “filone di pensiero” che considera Obama non nato negli Stati uniti, una cosa scandalosamente falsa e anche disgustosa, che Donald all’inizio ha bordeggiato; Trump ha molto usato stamina, energia, forza, per dire che a Clinton manca del tutto / She doesn’t have stamina to be president. E viene il cattivo pensiero che lui, sboccato com’è, l’avrebbe detto anche più crudamente. No Rights, niente diritti; No Equality, niente uguaglianza; No Happines, niente felicità; No Liberty, niente libertà.
Se davvero questa è la più velenosa, acrimoniosa, calunniosa, dirty – sporca, becera – campagna presidenziale, aggiungerei che è anche la più triste. Senza scomodare la Nuova Frontiera kennedyana e la sua forza immaginifica, basterebbe confrontarla con il Change di Obama. L’America non è felice, l’America è depressa, l’America è triste. È peggio, molto peggio di quando si ritrovò ferita a morte dall’attacco incredibile alle Torri Gemelle; lì venne fuori la fierezza dei pionieri, l’orgoglio di chi vede il proprio suolo, il proprio senso di sicurezza violato, assaggiando l’umiliazione. Chiedi alla polvere. È peggio molto peggio di quando scoprì di essere vissuta dentro una bolla di sapone – e dovette preparare gli scatoloni e metterci dentro le cose della propria scrivania e cercarsi un lavoro, addetto all’autolavaggio, friggitore di patatine, pulitore dei vetri di grattacieli, molti nella crisi finanziaria si adattarono, c’erano i mutui da pagare, e anche ore e ore di analista.
Non saprei dire se l’America è in declino, ma so dire con certezza che l’America fa tristezza – questa campagna presidenziale fa tristezza. No Happiness, niente felicità.
Detto questo, faccio mie le parole di Andrew Sullivan, blogger di prima grandezza, repubblicano, conservatore, gay dichiarato, cattolico osservante, che sul «New Yorker» magazine ha scritto: «The Clintons are flawed people, but they are our last hope, that’s all I need to know / I Clinton sono pieni di difetti, ma sono la nostra ultima speranza, e questo è tutto quello che ho bisogno di sapere». Sullivan voterà Clinton perché ha terrore, da repubblicano, di Trump.
L’ultima barriera – e per questo (what a sadness, che tristezza) sosteniamo Clinton – a petto di cosa? Scrive Sullivan: «A far more accurate account of the past year is that an openly proto-fascist cult leader has emerged to forge a popular movement that has taken over one of the major political parties, eroded central norms of democratic life, undermined American democratic institutions, and now stands on the brink of seizing power in Washington / Uno sguardo accurato sull’anno trascorso ci dice che un fanatismo apertamente proto-fascista nei confronti di un leader ha forgiato un movimento sociale che ha calpestato uno dei più importanti partiti politici, ha eroso le norme di base della vita democratica, minacciato le istituzioni democratiche americane, e adesso potrebbe prendere il potere a Washington». È questo, il voto a Clinton, una barriera a un movimento proto-fascista. In America.
Dopo aver elencato le posizioni di Trump (ha ricusato un giudice per la sua etnia; accusato il dipartimento di Giustizia e l’Fbi di complotto per proteggere Clinton; rifiutato di accettare il risultato delle elezioni se perdesse; richiesto un intervento giudiziario contro i giornali che non stanno dalla sua parte prevedendo l’apertura di un procedimento nei loro confronti; è stato il primo candidato a incitare all’odio contro i giornalisti, scatenando anche un lato antisemita nei suoi più folli sostenitori; è stato il primo candidato a assicurare che avrebbe mandato in prigione il suo avversario, appena avesse vinto; ha giocherellato con l’uso delle armi nucleari in conflitti regionali; ha sostenuto i poteri di polizia laddove hanno mostrato profili apertamente razziali; il suo leader straniero favorito è uno che ammazza i giornalisti e vuole smembrare la Nato e l’Unione europea; ha detto di appoggiare la tortura sui prigionieri “anche se non funziona” e di voler mettere in prigione i familiari dei sospettati di terrorismo; fino a dichiarare guerra a una intera religione, proponendo di monitorare tutti i suoi aderenti e di tenere lontano quelli che volessero entrare), Sullivan scrive: «We are told we cannot use the term fascist to describe this. I’m at a loss to find a more accurate alternative / Mi è stato detto che non si può usare il termine fascista per descrivere tutto questo. Non sono in grado di trovare un altro termine più circostanziato».
E così ci siamo. Di importante in queste ultime ore è accaduto che il capo dell’Fbi, James Comey, ha fatto sapere – dopo la verifica sulle email trovate nel computer di Anthony Weiner, ex-marito del braccio destro di Clinton, Huma Abedin – che il Bureau non ha cambiato le conclusioni già espresse a luglio per quanto riguarda le indagini sulle email di Hillary Clinton quand’era Segretario di Stato e usò un server privato. Rimane un mistero perché Comey avesse deciso di dare risonanza alla cosa, ma alcune “gole profonde” riferiscono che sia in corso una guerra dentro l’Fbi, e che Comey rischiava che le informazioni filtrassero verso Trump e un uso scriteriato della notizia. Trump, ha subito lanciato fuoco e fiamme contro il “sistema corrotto”. Succede poi che alcuni Stati considerati in bilico vengono ora assegnati dai sondaggi all’uno o all’altro, e che alcuni Stati sicuri per l’uno o l’altro ora vengono considerati in bilico. Succede che i latinos si sono presentati numerosi per il voto anticipato, anche se non massicciamente come i tempi di Obama, e questa è una buona notizia per Clinton, che gli ultimi sondaggi danno avanti di qualche punto sul piano nazionale. Ma per come accade l’elezione presidenziale americana questo può non significare assolutamente nulla.
Touch wood. Toccando ferro.

Nicotera, 7 novembre 2016
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano dell’8 novembre 2016

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