Complotto, tradimento: Valerio Onida dal No al Sì?

Valerio Onida, costituzionalista presso l'Universita' di MilanoValerio Onida – giudice costituzionale dal 1996 al 2005, presidente della Corte costituzionale dal 2004 2005, per trent’anni professore di Diritto Costituzionale presso l’università degli Studi di Milano, presidente del Comitato direttivo della Scuola Superiore della Magistratura, nonché Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al merito della Repubblica italiana – oltre che sdrucciolo ( la pronuncia è: O’nida) è un trojan?
Un trojan, in informatica, è un tipo di malware, che è l’abbreviazione di malicious software, software perfido. In sostanza, tu sei allettato a scaricare e eseguire un programma da cui presumi che trarrai un’utilità ma invece al suo interno si nasconde il programma maligno che penetra le difese del tuo computer: una volta partita l’installazione, sei fottuto, ruba i tuoi dati o li cancella, un disastro. Funziona proprio come un cavallo di Troia, che i Troiani fecero entrare nella città che fino allora aveva resistito, considerandolo un dono degli dei, e invece dentro c’erano gli Achei: è per quello che il malware si chiama così, Trojan horse. Onida è un trojan horse?
I fatti – in breve che ormai sono di pubblico dominio: un bel dì, il giudice Onida prende carta e penna e presenta un ricorso, al Tar del Lazio e al Tribunale di Milano, contro il referendum del 4 dicembre. Onida si oppone alla «formulazione di un unico quesito, suscettibile di un’unica risposta affermativa o negativa, pur essendo il contenuto della legge sottoposta al voto plurimo ed eterogeneo» e chiede l’annullamento, previa sospensione, del decreto del presidente della Repubblica di indizione del referendum.
Non bisogna essere costituzionalisti per capire che il ricorso coglie una questione di buon senso: al referendum si è costretti a votare un Si o un No su un pacchetto di riforme che però trattano materie diverse – l’abolizione del Cnel, la modifica del Senato, la riduzione del numero dei parlamentari eccetera – alle quali con ogni probabilità si risponderebbe in maniera articolata: la via d’uscita sarebbe lo spacchettamento.
E fin qui niente di strano. La cosa strana è che il professor Onida è stato, fin dall’inizio, uno dei più fervidi sostenitori del No. Perché mai uno dei più fieri oppositori della riforma Boschi-Renzi presenta un ricorso che sembra una via d’uscita – la sospensione, lo slittamento – per un fronte del Si che, secondo tutti i sondaggi, è in caduta libera? Già, perché mai? Per una questione di coscienza? Per una questione di giurisprudenza?
La risposta è nel vento (non senso di Dylan ma nel senso di Basilio, barbiere di Siviglia: «la calunnia è un venticello, un’auretta assai gentile che insensibile, sottile eccetera»): Onida è un cavallo di Troia. Lui sembrava che stesse dalla parte del No, e così è stato accolto nelle sue schiere, ma in realtà era malicious, e una volta che è partita l’installazione quelli del No sono rimasti basiti.
Sotto Onida-trojan c’è il software di Napolitano – è questa la tesi dei più sfegatati referendari, a cominciare dal giornale «Il Fatto». D’altronde, viene aggiunto, non fu proprio Napolitano a nominarlo fra i “saggi” – quando non si riusciva a formare un governo dopo le ultime elezioni politiche – che avrebbero dovuto fornire linee congiunte di agire per chiunque sarebbe stato poi incaricato? E non fu lui stesso, beccato dalla trasmissione “La zanzara” con una falsa telefonata, a dire che quella dei saggi era una mossa solo per prender tempo, una cosa di parata, inutile? Insomma, un recidivo dei complotti, un reprobo. Stava con noi, ma in realtà era un uomo dell’odiato nemico.
Onida diventa così una figura tragica, un uomo portato davanti al banco degli accusati dai suoi stessi compagni di schieramento. Per certi versi – è il verso del “complotto”, tutto il mondo trama contro di te – ricorda una qualunque delle vittime delle purghe di Stalin. Stalin si alleò con la destra per far fuori Trotsky, poi si alleò con il centro per fuori la destra, accusandola di trotskismo, e poi fece fuori il centro, accusandolo d’essere di destra, senza allearsi con nessuno perché non era rimasto nessuno. Tutto il vecchio gruppo dirigente bolscevico, tutti i generali che avevano guidato l’esercito rosso contro le guardie bianche, tutti vennero fatti fuori. Gli accusati si accusavano l’un l’altro, gli accusati ammettevano le accuse. Mogli, mariti, figli, fino alla settima generazione, vennero fucilati o mandati in Siberia per vent’anni. In un bel libro d’anni fa, Anna Larina, la giovane moglie di Bukharin ricordava la sua lunga sofferenza e l’ostinazione con cui aveva preservato il lascito del marito: un breve testamento imparato a memoria, dettato da Bukharin, che concludeva così: «Ricordate compagni che sulle vostre bandiere rosse al vento c’è anche una goccia del mio sangue».
Sulle bandiere del No, da oggi c’è anche una goccia del sangue di Onida.

Nicotera, 3 novembre 2016

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