Firenze, cinquant’anni fa. Nel fango iniziò il Sessantotto.

firenze_1966È il 3 novembre del 1966. Sono appena trascorse le feste di Ognissanti e della Commemorazione dei Defunti e ci si prepara per il 4 novembre, anniversario della vittoria nella Prima guerra mondiale. In tutt’Italia – dal Veneto alla Sicilia – la pioggia non dà tregua da giorni. Ma è in Friuli, Trentino, Veneto e Toscana che si manifesta con un’intensità inusuale. Sono i fiumi a impressionare, gonfi, il Piave, il Livenza, il Tagliamento, l’Adige – è ancora vivo il ricordo dell’allagamento del Polesine nel 1951.
E poi c’è l’Arno. I fiorentini lo osservano ma non ne sono ancora impauriti. È quasi rituale che in questo periodo dell’anno il fiume si ingrossi e vada a toccare i ponti, gli argini e le spallette. È un classico d’autunno. Poi passa. Però sta nevicando forte nel Casentino e nel Mugello. Arrivano prime notizie dalla provincia di Arezzo, i torrenti vanno crescendo. Dalla Toscana cominciano a segnalare la situazione a Roma, ma le risposte sono vaghe – non creare inutili allarmismi. Il centro di Firenze è allestito per la festa delle Forze armate, le vie sono piene di tricolori e stendardi con il giglio. Il sindaco e il Consiglio comunale sono a Palazzo Vecchio per discutere su una crisi politica. Si decide di inviare squadre di soccorso in Valdarno – Vigili del fuoco, carabinieri e polizia di Stato. La temperatura sale improvvisamente di cinque gradi, sciogliendo le nevi. La pioggia continua a cadere – in un solo giorno verranno giù quasi 200 mm, rispetto a una media di 823 mm di precipitazioni in tutto l’anno – e l’acqua continua a salire. È a questo punto che tutte le istituzioni entrano all’erta: il fiume ha rotto a nord, tratti dell’autostrada sono allagati. A mezzanotte, sugli argini ci sono gli ingegneri del Genio civile, il sindaco, il prefetto, ci si chiede se lanciare l’allarme o aspettare ancora. Si decide di aspettare. Firenze va a dormire, domani è festa – e, con la consapevolezza di dopo, non sarà mai abbastanza il ringraziamento per questa occasionalità, che le vittime sarebbero potute essere molte di più se fosse stato un giorno di lavoro qualunque.
Alle 3:48 del 4 novembre la prima notizia dell’ANSA: «La situazione in Toscana diventa sempre più grave. La pioggia non accenna a cessare e i corsi d’acqua, specialmente i più piccoli, sono notevolmente ingrossati. In provincia di Firenze, è emergenza a Incisa Valdarno e negli altri centri in prossimità dell’Arno, nel quale confluiscono altri torrenti. Le acque hanno invaso molte abitazioni».
Ma le cose sono già precipitate: tra l’una e le due di notte, l’Arno ha rotto tutti gli argini e la piena procede per i lungarni e sommerge tutti i quartieri storici. Alle nove anche Santa Croce e piazza del Duomo sono allagate. Il livello dell’acqua, che salirà fino oltre i cinque metri, supera di gran lunga tutte le precedenti inondazioni (compresa quella del 1844, una sorta di livello considerato mai più raggiungibile); i soccorsi oltretutto sono limitati perché intervenuti altrove; fra tutti, si è sottovalutata l’entità della piena, e ora la situazione è di completo caos. La priorità è mettere in salvo le vite: in molti, soprattutto anziani, sono rimasti intrappolati nelle case o saliti sui tetti. Ci si arrangia coi canotti. La marea impetuosa di acqua e fango, carica oltretutto della nafta raccolta dai diversi serbatoi cittadini, trasporta con sé detriti, automobili e tutto ciò che incontra sul suo cammino. Rischia di essere spazzato via il Ponte Vecchio, ma si teme anche per Palazzo Vecchio e gli Uffizi, mentre la Biblioteca Nazionale e Santa Croce sono già allagate.
È a questo punto che tutta la città trema per la sorte dei suoi monumenti e dei suoi capolavori artistici: si cerca di mettere al riparo il salvabile, nel terrore di perdere per sempre opere preziosissime. Nel Corridoio Vasariano, che unisce gli Uffizi a Ponte Vecchio – uno dei luoghi con la più alta concentrazione al mondo di opere d’arte – i dipinti, alcuni pesanti, vengono staccati dalle pareti e letteralmente trascinati sul pavimento in un luogo più sicuro: alcuni, i più grandi, vengono messi di piatto su delle piramidi improvvisate con delle scale e scatoloni, il più in alto possibile. I preti di Santa Croce corrono di qua e di là, anche gli anziani portano addosso tutto il prezioso e antico materiale ecclesiale, ma il Cristo del Cimabue è inamovibile – pesa troppo e è impossibile anche solo pensare di spostarlo. L’Arno si è preso Firenze.
ANSA, 6.51 del 5 novembre: «Firenze è un immenso lago immerso nelle tenebre di acque limacciose che si estendono per oltre sei chilometri quadrati nei quartieri a nord dell’Arno e in un’area imprecisata nei quartieri a sud del fiume. L’inondazione, la più grossa dal 1270, interessa due terzi della città. Manca l’acqua, manca il gas, l’energia elettrica è erogata soltanto in alcune zone, il telefono non funziona. La situazione è drammatica nelle case di abitazione e negli ospedali. Anche nelle zone risparmiate dall’inondazione scarseggiano i rifornimenti alimentari; nelle altre è impossibile l’approvvigionamento».
Un silenzio assoluto, così si dirà dopo. Chi si affaccia dalle finestre dei luoghi più alti rimane sgomento: decine di corpi galleggiano, si teme che le vittime siano centinaia; si scoprirà poi che sono manichini, e la triste conta dei morti si fermerà a trentacinque. Al carcere delle Murate i detenuti temono di fare la fine dei topi – il maresciallo continua a non dare l’ordine di aprire le celle; poi ci sarà una mezza rivolta e “convinceranno” le guardie a aprire i cancelli. Si fugge dove capita, qualcuno riuscirà a evadere, ma i più resteranno lì – e si prodigheranno per aiutare, e quando tutto sarà finito il presidente della Repubblica ne grazierà otto.
La situazione è grave in tutto il Veneto – il livello dell’acqua alta a Venezia raggiungerà una soglia mai più toccata – ma è Firenze che è completamente isolata. Quando dal governo – Moro è a Bari per il 4 novembre – si riuscirà a mandare qualcuno, ci metterà otto ore per arrivare.
Firenze è in ginocchio, tutte le attività artigiane, il motore e il carattere della città, sono completamente allagate. Ma la paura più grande è per le opere d’arte; racconterà un cronista de «La Nazione»: «Ero alla Cappella dei Pazzi e camminando nell’acqua si sentiva roba sotto, allora ho messo la mano e tirato fuori un Domenico di Michelino, una Madonna con degli angeli, e un mio collega un Neri di Bicci». Il fango, peraltro, comincia a asciugare in fretta, e questo provoca danni ancora maggiori dell’acqua.
È a questo punto che succede qualcosa di incredibile, che mai si era visto prima. Da tutto il mondo, ma soprattutto da ogni luogo d’Italia centinaia di giovani partono per dare il loro aiuto alla città. Ragazzi e ragazze – quante ragazze – arrivano per prestare soccorso. Avranno in dote un paio di stivali – li chiamano chantilly – e una pala per togliere il fango: non ci sono mezzi meccanici, niente ruspe, niente camion, niente trattori, Firenze è sola. Sola, con il sostegno del cuore e delle braccia di migliaia di ragazzi. Tanti, tantissimi andranno verso la Biblioteca nazionale, ci sono i libri da salvare. Al comando delle operazioni, un impiegato di minor rango, tutti, dirigenti, amministrativi, sono ai suoi ordini: le gerarchie sono saltate, quello che conta è la dedizione, la capacità di improvvisazione e la determinazione. Nei sotterranei della Biblioteca, ci sono ragazzi da tutto il mondo, una babele di lingue: si adotta il linguaggio del Codice stradale – divieto d’accesso, attenzione, strettoia, stop, e un’ondina o più a segnalare il livello dell’acqua.
Cinquant’anni fa. Firenze si riprese presto, i fiorentini sono di tempra forte, e non persero mai il gusto della battuta, dell’ironia. Davanti le trattorie – spesso dalle porte divelte – si affissero i menu del giorno: «Oggi, solo in umido». Venne Saragat, il presidente della Repubblica, e lo fischiarono. Venne papa Paolo VI, per la messa di Natale, e s’inginocchiò davanti il Cristo del Cimabue tutto spellato, irrimediabilmente rovinato, come fosse di nuovo giorno di crocifissione, e fu una scena di grande commozione.
In Italia nacque la Protezione civile e fu costituita la Commissione Interministeriale per lo studio della Sistemazione idraulica e della Difesa del suolo. Furono completamente inventati e messi a protocollo tutti i programmi di salvaguardia e restauro delle opere d’arte. Soprattutto, i giovani si affacciarono come soggetto sociale sulla scena pubblica. E questo – ovunque nel mondo la gioventù stava diventando soggetto di produzione culturale, musicale, dei nuovi consumi, e della politica – fu il vero spartiacque.
L’alluvione di Firenze del novembre 1966 accade tra la tragica morte di Paolo Rossi dell’aprile 1966 all’università di Roma e la Lettera a una professoressa di don Lorenzo Milani del 1967. Paolo Mieli, allora studente del liceo Tasso, ricorda: «Tutti, ma proprio tutti, quelli che parteciparono alla mobilitazione per Paolo Rossi si mobilitarono per Firenze sommersa dall’alluvione, erano gli “Angeli del fango”».
Era la mattina del 27 aprile del 1966. Cosa accadde? Lo raccontò Orietta, la sorella di Paolo Rossi, matricola, figlio di Tina e di Enzo, partigiano, cattolico e comunista, docente all’università di Perugia. «Era più attivo di me, era venuto per proteggere me che dovevo volantinare [c’erano le elezioni dei “parlamentini universitari” e i fascisti non si rassegnavano a perdere la maggioranza nell’ateneo romano]. I “Goliardi autonomi” di lettere [la lista della sinistra] stavano chiudendo la loro campagna elettorale. A fare gazzarra c’erano i fascisti della lista “Fuan Caravella”. A lettere poi, c’erano meno ragazzi e parecchi docenti di sinistra. C’erano diversi focolai di risse quella mattina. Noi dovevamo lavorare con le parole e non accettare le provocazioni». Ma i picchiatori fascisti menano con i tirapugni, e colpiscono al petto Paolo più volte. Paolo si rialza, tranquillizza i compagni. «Non è nulla, ora sto meglio». Ma non dura. Paolo si accascia e cade da un muretto in cima alla scalinata della facoltà. Non si sveglierà più. Dopo quindici ore di agonia si spegne all’ospedale. Assemblee improvvisate nei licei di Roma decidono di andare alla Sapienza, l’università viene occupata. Poi sgomberata, poi di nuovo occupata. Ancora Paolo Mieli: «Fu un apprendistato, la prova generale del ’68. Era un altro modo di fare politica, all’università circolavano giornali e i primi gruppi dove erano finiti i nostri ex compagni di liceo. Adesso sembra normale ma allora era la prima volta che migliaia di persone riempivano ogni spazio per discutere di politica. Al di là del lutto ci fu una riscoperta di valori». Quella occupazione in risposta alla morte di Paolo Rossi fu la nostra Berkeley.
E poi, c’è don Lorenzo Milani. A Barbiana, paesino di montagna nel Mugello, era sacerdote il fiorentino don Lorenzo Milani. Era stato mandato lì “per punizione”. Ma quel prete aveva portato avanti il suo impegno civile e sociale, la scuola aperta a tutti 365 giorni all’anno, la disobbedienza civile. Per uno dei suoi scritti in difesa dell’obiezione di coscienza era stato processato nel 1966 per apologia di reato. Era un prete scomodo, don Lorenzo, ma il suo lavoro sulla scuola che denunciava il sistema scolastico e il metodo didattico che favoriva l’istruzione delle classi più ricche (i cosiddetti “Pierini”), lasciando la piaga dell’analfabetismo per i più poveri, divenne un manifesto del 1968 – Lettera a una professoressa verrà pubblicato subito dopo la sua prematura scomparsa nel 1967. È durante l’alluvione del 4 novembre che don Lorenzo si prodiga perché anche da Barbiana, paese poverissimo, partano aiuti alla volta di Firenze – acqua e pane.
Il ’68 era appena cominciato. Nel fango e tra le botte.

Nicotera, 2 novembre 2016
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 3 novembre 2016

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3 risposte a Firenze, cinquant’anni fa. Nel fango iniziò il Sessantotto.

  1. Monica Mazzitelli ha detto:

    Mi sono commossa! Bellissimo!!

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