L’email-gate fermerà la corsa di Hillary?

h_clintonMeno sette. Mancano sette giorni all’otto novembre, giorno in cui si voterà per il quarantacinquesimo presidente degli Stati uniti d’America. E i sondaggi sembrano impazziti. C’è chi continua a mantenere un distacco tra Clinton e Trump attorno ai dieci punti e chi lo riduce fino a due, chi lo azzera, persino chi vede le cose rovesciarsi e dà in testa il candidato repubblicano. A che punto stanno le cose?
In verità, è da un pezzo che si va votando, dato che negli States si può votare prima del giorno stabilito, recandosi negli uffici elettorali o anche per posta: in una qualche forma è permessa in ciascuno dei cinquantuno Stati. Le schede vengono poi scrutinate tutte insieme nell’election day, quando si chiudono i seggi. Negli ultimi anni queste forme di voto anticipato stanno avendo successo: alle elezioni del 2000 solo il 16 per cento dei voti è stato consegnato prima delle elezioni; ma nel 2012 la percentuale è salita al 36 per cento, più di un terzo dei voti complessivi. Allora, fu molto sostenuto il voto anticipato degli afro-americani, ma si votava Obama e questo spiega molte cose.
Robby Mook, che è il campaign manager della Clinton, si dice soddisfatto dell’andamento del voto anticipato, che è – stando almeno ai dati raccolti da oltre cinquantamila volontari sparsi per l’America – a favore di Hillary. I numeri, ha rilevato, mostrano una «partecipazione senza precedenti». Anche se non c’è una relazione diretta tra voto anticipato e risultato, che il voto anticipato favorisca il candidato più organizzato sembra un dato di fatto. E in molti Stati il partito Democratico ha una “macchina elettorale” più efficiente di quella dei Repubblicani: significa battere le città quartiere per quartiere, strada per strada, invitando le persone a andare a votare e portandocele fisicamente. Sia Obama che Sanders che Michelle hanno insistito molto su questo. E, per inciso, Michelle è intanto emersa come personaggio di grande spessore, oratoria e carisma: è stata lei a “battere” per Hillary gli Stati in bilico – dove la battaglia è più dura e può essere determinante: North Carolina, Pennsylvania, Virginia e anche quell’Arizona tradizionalmente repubblicana –, è stata lei a trascinare di entusiasmo donne, afro-americani e minoranze. Impressionati, in tanti hanno ipotizzato un futuro politico per Michelle, ma proprio pochi giorni fa, Barack ha dichiarato a Sway in the Morning, un radio show: «She will never run for office / non correrà mai per un incarico politico. È una donna di talento, una persona brillante – ha continuato – e io non potrei essere più orgoglioso di lei. Abbiamo un sacco di lavoro da fare. Lo faremo in un altro modo». Vedremo. Gli Obama hanno ancora tanto da dire.
Mook, il campaign manager di Hillary, forse ostenta un po’ troppo entusiasmo per rassicurare che nulla, neanche l’e-mailgate, può inceppare la corsa di Hillary. Perché quello che ha riaperto i giochi in una campagna che sembrava ormai inevitabilmente segnata dalla pochezza di Trump, e dalla sua personalità debole, impulsiva e controversa, è stata l’Fbi. Breve riassunto.
Succede che qualche giorno fa, James Comey, capo dell’Fbi, scrive al Congresso, e dice: «Durante un’indagine su un caso non collegato a questo, l’Fbi ha appreso dell’esistenza di e-mail che sembrano pertinenti a quell’indagine. Vi scrivo per informarvi che abbiamo intrapreso i passi necessari alla revisione di queste email, per capire se contengono informazioni riservate e se sono rilevanti ai fini dell’indagine. Per quanto non possiamo ancora dire se si tratti o no di materiale importante, né prevedere quanto tempo sarà necessario per esaminarlo, credo sia importante aggiornarvi alla luce della mia precedente testimonianza».
La “precedente testimonianza” cui Comey fa riferimento era l’indagine dell’Fbi dopo che si era scoperto che Clinton aveva cancellato oltre trentamila mail dal suo server di posta elettronica privata di cui aveva fatto uso durante l’incarico al Dipartimento di Stato e che si era conclusa con una dichiarazione che non c’era niente da nascondere e che non era stata mai messa a rischio la sicurezza. Per quanto censurabile, il comportamento di Clinton non era stato criminoso. Trump aveva fatto fuoco e fiamme dicendo che tutto era “rigged”, truccato, e che il comportamento dell’Fbi era servile e cose così. E Clinton non aveva fatto altro da allora che scusarsi, che ripetere che oggi certo non si comporterebbe allo stesso modo, e che comunque, come aveva dimostrato l’indagine, non c’era niente da nascondere.
Cosa è successo nel frattempo? Che indagando su Anthony Weiner, l’ex deputato e ex marito di Huma Abedin, personaggio di primo piano da anni nello staff di Clinton, l’Fbi si è ritrovata parte di quelle e-mail in un computer sequestrato. Ora, a ben vedere Comey non dice nulla, non dice se queste “nuove” e-mail siano da incriminare, non dice se siano state già esaminate o meno: mette le mani avanti, in un modo che definire “inusuale” sarebbe riduttivo. Non è mai accaduto nella storia delle elezioni presidenziali americane che un ente governativo facesse una mossa simile a pochissimi giorni dal voto.
Trump ha gongolato, ha magnificato il comportamento di Comey, e ha lasciato intendere che se s’è spinto a questa dichiarazione vuol dire che chissà cosa c’è sotto. E che – come lui ha sempre sostenuto – Clinton è una persona inaffidabile, bugiarda, cattiva, nasty. In un confronto televisivo arrivò a dire che per questa storia delle mail se lui fosse diventato presidente l’avrebbe mandata in galera.
Cambierà l’orientamento di voto questa “nuova” storia delle e-mail di Clinton? È difficile dirlo, e per quel che sinora si è capito una parte consistente degli elettori – in un campo e nell’altro – non votano un candidato per scelta, ma perché detestano l’altro. E sinora hanno avuto più che occasioni per convincersene, non pare che questo nuovo capitolo possa cambiare granché.
Però, intanto, Wikileaks ha annunciato l’imminente pubblicazione della «terza tranche del materiale sulle elezioni». Clinton ha accusato Assange d’essere al soldo dei russi, e ha quasi accusato Trump di “tradimento” per strizzare l’occhio a Assange e ai russi.
Cosa può esserci di così scottante? E davvero i russi stanno entrando a gamba tesa nella campagna presidenziale americana?

Nicotera, 31 ottobre 2016
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano dell’1 novembre 2016

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