Tom Hayden, quando l’America era radicale.

convention_chicago_1968Tom Hayden è morto ieri l’altro a Santa Monica, California, dopo una lunga malattia.
«Il primo giorno del processo, prima di entrare nel palazzo di giustizia, mi esibii in un salto mortale all’indietro. Da giovane ero abbastanza bravo in questo genere di acrobazie, anche se ultimamente tendevo a cadere spesso sulla faccia, ma quella volta mi dimostrai all’altezza e atterrai ben saldo su due piedi. Un fotografo scattò un’istantanea in cui compaio a metà volo, finita su tutti i giornali del paese. Quel processo era un circo, e quella foto ne era la dimostrazione. Il gesto plateale successivo arrivò quando il pubblico ministero ci presentò alla giuria. Venivo dopo Hayden, che si alzò a salutare i giurati con il pugno chiuso. Il giudice avvertì la giuria di non tenere in considerazione quel pugno minaccioso agitato nei loro confronti dall’imputato Hayden. Tom protestò, ma non c’era gara con un giudice di quel livello. Perciò, quando toccò a me, mi alzai e mandai un bacio ai giurati, così il magistrato li invitò a non tenere in considerazione il bacio soffiatogli dall’imputato Hoffman».
Questo è il racconto del processo – ne combinavano una al giorno: una mattina Hoffman e Rubin si presentarono vestiti da giudici, e quando venne loro intimato di togliersi le toghe, sotto avevano le divise della polizia – contro i Sette di Chicago, che fece Hoffman in un suo libro, Ho deriso il potere. I Sette erano accusati di conspiracy. Un complotto. Cospirazione contro lo Stato. In verità erano otto, l’ottavo era Bobby Seale, che insieme a Huey P. Newton aveva fondato il Black Panther. Ma Seale, che a Chicago c’era arrivato solo gli ultimi due giorni e per sostituire Eldrige Cleaver, fece un tale casino all’inizio, che i giudici decisero di stralciarlo – poi gli diedero quattro anni, per sedici violazioni di disprezzo della Corte –, e così gli otto divennero i Sette.
Che erano Abbie Hoffman, Jerry Rubin, David Dellinger, Tom Hayden, Rennie Davis, John Froines e Lee Weiner. Un monumento della storia democratica americana. Ora che è morto anche Hayden, ne sono rimasti solo tre: Davis, Froines e Weiner. Ancora attivisti.
La Convenzione nazionale del Partito democratico si tenne a Chicago dal 26 al 29 agosto all’International Amphitheatre. Era stato un anno particolarmente drammatico: il dottor Martin Luther King, leader del movimento per i diritti civili, era stato assassinato il 4 aprile al Lorraine Motel, Memphis, Tennessee, da James Earl Ray che aveva sparato dal balcone del secondo piano dell’hotel – appena la notizia s’era diffusa, c’erano state rivolte in più di cento città. E Robert Kennedy, fratello del presidente ucciso a Dallas e che aveva appena avuto uno straordinario risultato nelle primarie del Partito in California, era stato assassinato il 5 giugno nelle cucine dell’Ambassador Hotel, Los Angeles, da un ventiduenne palestinese, Shiran Shiran.
Lyndon B. Johnson, il presidente della Great Society, probabilmente il più importante e incisivo piano di riforme della società americana dal New Deal di Roosevelt, era anche il presidente dell’escalation della guerra in Vietnam, mandando soldati e intensificando i bombardamenti. Aveva deciso che non si sarebbe ricandidato. La Convention doveva stabilire chi, a quel punto, sarebbe stato il front runner democratico. E la guerra in Vietnam era il crinale. I delegati erano divisi tra sostenere il senatore McCarthy, che aveva un punto di vista molto critico sulla guerra, e il vice presidente Humphrey, che invece portava avanti la politica di Johnson.
Il fatto è che il National Mobilization Committee to End the War aveva deciso per quegli stessi giorni un festival della gioventù a Chicago. Anche l’Sds, Students for a Democratic Society, si era mobilitata. Richard Daley, che era il sindaco di Chicago, disse che «non sarebbero venuti in migliaia a invadere la nostra città e le nostre strade». A ogni buon conto, mobilitò ventitremila poliziotti e la Guardia nazionale.
Il 28 agosto al Grant Park iniziò la manifestazione dei giovani. Qualcuno ammainò la bandiera americana del parco e a quel punto la polizia intervenne caricando pesantemente. I protestanti resistevano «We won’t go / non ce ne andremo». È così che partirono i gas lacrimogeni. Fu proprio Tom Hayden a incitare i manifestanti a spostarsi. Se sparavano i gas, e allora che li sparassero per tutta la città. E i giovani arrivano all’Hilton Hotel, proprio dove si sta tenendo la Convention democratica. Le cariche non si fermano. Mazze, bastoni. I ragazzi gridano: «Kill. Kill, kill». E tutto accade sotto gli occhi delle televisioni. I ragazzi cantano: «The whole world is watching / tutto il mondo sta guardando». Diciassette minuti durano le riprese televisive. Il mondo guardava attonito. La città era in fiamme. L’America era in fiamme.
Ecco perché poi li trascinarono in processo, i Sette, che prima erano Otto. Poi, l’accusa di cospirazione cadde, e restò solo una qualche violazione – oltre le offese alla Corte in aula. Al processo di appello andarono tutti assolti.
Hayden aveva allora ventinove anni. Nel 1962 aveva scritto la bozza del manifesto di Port Huron – l’SdS si era riunito in una sede dell’associazione dei lavoratori dell’industria automobilistica. Il manifesto affrontava «the fundamental problems of American society and laid out a radical vision for a better future / le questioni fondamentali della società americana basandosi su una visione radicale per un futuro migliore». Parlava delle questioni dell’ambiente, propugnava una partecipazione democratica, credeva nella disobbedienza civile non-violenta, voleva che si smettesse il ricorso alla guerra e chiedeva una riforma del Partito democratico. Hayden era stato uno dei free riders, i giovani che partivano dal nord del paese per andare negli Stati del Sud e aiutare le lotte dei neri per la registrazione negli elenchi dei votanti e per abolire le forme più odiose della discriminazione razziale, sugli autobus, nei ristoranti, nelle scuole. Subivano agguati e pestaggi – anni fa, un bellissimo film, Mississippi burning, racconta una delle storie più drammatiche – da razzisti del Ku klu Klan spesso con la faccia delle istituzioni. Il manifesto parlava a lungo delle lotte dei neri. Nacque la New Left. La nuova sinistra. Una cosa pazza, per l’America, che già che ci fosse pure una vecchia sinistra. E pazzi erano loro, straordinariamente pazzi, i Rubin, gli Hoffman, gli Hayden.
Poi, Hayden era stato responsabile dell’Sds. Fu in Vietnam e il suo impegno contro la guerra si moltiplicò, anche affiancato dalla moglie, l’attrice Jane Fonda. E fu in prima fila nelle battaglie per i diritti civili. Ma dopo Chicago il movimento degli studenti si spaccò. La questione della violenza – peraltro affrontata pienamente anche dal Black Panther – divenne discriminante.
Non per Hayden, che mantenne sempre – per tutta la sua traiettoria di politico (è stato nel Parlamento e nel Senato della California), di accademico, di uomo pubblico – quel suo impegno per la non-violenza. Negli ultimi anni, Hayden si era speso molto a favore della presidenza Obama.
Di quanto quella controcultura abbia pesato nella storia americana, come abbia modificato vite, movimenti, aggregazioni sociali, immaginari, può aversene – proprio perché è di questi giorni – uno spaccato nel film che gira adesso nelle sale, American Pastoral, tratto da uno straordinario libro di Philip Roth.
Ma, a pensarci bene, sta anche nel Nobel a quel menestrello di Duluth, Minnesota. Bob Dylan.
How many roads must a man walk down before you call him a man?
La risposta nel vento – da oggi soffia anche Tom Hayden.

Nicotera, 24 ottobre 2016
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 25 ottobre 2016

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