Donald sfiducia Hillary: «Se vinci, non vale».

clinton_vs_trump_third_debateBeh, la notizia è questa: Madonna – la popstar – sul palco del Madison Square Garden di New York ha promesso un “blowjob”, un lavoro di bocca, a chi voterà per Hillary. E ha aggiunto: «I’m really good / sono davvero brava in questo».
Mancano circa venti giorni all’elezione del quarantacinquesimo presidente americano e la cosa si fa hot. A surriscaldarla, oltre a Madonna, ci ha pensato proprio Trump che nell’ultimo dibattito televisivo, all’University of Nevada, Las Vegas – praticamente casa sua – ha detto che non sa se accetterà il risultato del voto. Ci dovrà pensare.
Sei questioni poste da Chris Wallace di Fox News con due minuti per una prima risposta alla domanda e poi discussione aperta. La prima domanda era sul nuovo giudice da eleggere alla Corte Suprema, dopo la morte di Antonino Scalia, per il quale Obama ha un nome da tempo e da tempo i repubblicani bloccano.
Clinton ha detto che vorrebbe una Suprema Corte dalla parte dei diritti delle donne, delle minoranze LGBT, e che annulli la sentenza che permette ai privati di finanziare illimitatamente i candidati. Trump ha ricordato come la giudice Ginsberg si sia dovuta scusare per le sue dichiarazioni contro di lui e ha insistito per una Corte che difenda il Secondo emendamento, quello delle armi.
La seconda domanda è stata proprio sulle armi. Clinton ha detto che lei sostiene il Secondo emendamento – viene dall’Arkansas, rispetta la tradizione di chi detiene armi – ma che ci vuole una «reasonable regulation», una ragionevole regolamentazione. Trump si è vantato dell’appoggio della National Rifle Association, quella dei produttori di armi, probabilmente la lobby più potente d’America.
La terza domanda era sull’aborto. Trump ha detto che bisognerebbe tornare a far decidere ogni Stato per conto proprio e che è orribile che una donna possa abortire fino al nono mese. Clinton ha ricordato la sentenza Roe vs. Wade, che garantisce il diritto costituzionale alle donne di decidere da sole cosa fare.
Poi, si è passati all’immigrazione. Trump ha accusato Clinton di volere un’amnistia per tutti gli immigrati illegali e che invece sono necessari confini “strong”, forti. I want to buld the wall. We need the wall. Io voglio il muro. A noi serve il muro. Clinton ha raccontato la storia di Carla, una ragazza che è nata in America, ma i cui genitori rischierebbero di essere rimpatriati perché non sono americani. Ci sono undici milioni di immigrati non legalizzati, che lavorano duro. Con quattro milioni di bambini. Quindici milioni di persone. Clinton dice che non vuole vedere le famiglie separate, non vuole la deportazione. Controlli, certo. Leggi, certo. Ma siamo una nazione di immigrati.
Qui il conduttore ha alzato una bella palla a Trump. Perché ha citato a Clinton un suo intervento alla Banca del Brasile – sottolineando che era stata pagata per 225mila dollari – in cui si schierava per “open trade and open borders”. Quindi, riforme o meno sulle leggi per l’immigrazione, lei era per “open borders”, come l’accusa Trump. E allora, la Clinton ha subito attaccato WikiLeaks, da cui sarebbe arrivato il testo del suo speech alla Banca del Brasile, definito poco più che un bollettino di Putin, e Trump che gli corre dietro. Per Clinton, lui (Putin) preferirebbe avere una marionetta (a puppet) come presidente degli Stati uniti. E Trump ha risposto – No puppet! No puppet! Stiamo parlando di borders, e adesso che c’entra Putin? Che poi, ha aggiunto, è stato più capace di Clinton e Obama, in Siria. I never met Putin. This is not my best friend. But if the United States got along with Russia, wouldn’t be so bad / non ho mai incontrato Putin, e non è il mio miglior amico. Ma se gli Stati uniti facessero come la Russia, non sarebbe poi così male, ha concluso.
E qui i due si sono accapigliati, con Clinton che dice di considerare una sciagura che quest’uomo possa tenere i codici nucleari, e che ha un approccio che tende a dividere gli Stati uniti dai suoi alleati nel mondo. E Trump che snocciola i numeri di generali e militari che hanno espresso il loro endorsement nei suoi confronti, e che insiste sull’enorme quantità di denaro che viene speso per sostenere Arabia Saudita, Giappone, Germania, Corea del Sud. Se noi li proteggiamo, perché loro non pagano la loro parte?
Poi si è passati all’economia – ma si è parlato quasi solo di tasse. Clinton dice che il suo piano porterà a dieci milioni di posti di lavoro – una cosa che è stata certificata da analisti indipendenti. E che Trump vuole tagliare le tasse ai più ricchi, e che il suo piano porterà solo tre milioni di posti di lavoro in più. Trump, dal canto suo, ha detto che con Clinton le tasse aumenteranno e in alcuni casi raddoppieranno e che il tanto famoso piano non è che una riedizione di quello di Obama del 2009, dopo la crisi, e che non ha funzionato granché. Lui invece promette 25 milioni di posti di lavoro. Qui ha piazzato il suo cavallo vincente: «You look at all of the places that I just left, you go to Pennsylvania, you go to Ohio, you go to Florida, you go to any of them. Our jobs have fled to Mexico and other places. We’re bringing our jobs back / vai in Pennsylvania, in Ohio, in Florida, ovunque è lo stesso: i nostri lavori sono volati in Messico o in altri posti. Noi porteremo indietro i nostri posti di lavoro». Però qui, Clinton ha piazzato un bel colpo, perché ha detto a Trump che va in giro a spargere le sue lacrime di coccodrillo, che i nostri lavori volano in Cina, però la sua Trump Tower l’ha costruita con acciaio e alluminio cinesi.
Poi si è parlato delle rispettive fondazioni, e qui la Clinton è apparsa in difesa. E poi dell’ISIS – e della recente avanzata verso Mosul su cui Trump ha presentato delle critiche, per la verità, ragionevoli, anche se l’ha quasi considerata solo una forma di pubblicità per la campagna presidenziale di Clinton.
È stato in uno di questi passaggi che Trump ha parlato della “suspense” in cui ci terrà tutti, il giorno dopo il voto, perché non sa se ne accetterà il verdetto – le elezioni sono truccate, rigged. Ha detto così: «I will look at it at the time. I’m not looking at anything now. I’ll look at it at the time / non voglio pensarci adesso, ci penserò quando sarà il momento». Il che ha sconcertato anche il conduttore.
Poi si è passati a una domanda sul debito pubblico – un argomento di cui non si era mai parlato – e Trump ha detto che porterà il Pil americano almeno 4 punti più in su e che con questa macchina formidabile il debito non potrà che diminuire. Mentre Hillary si è lanciata in un azzardo: «I do not add a penny to the national debt / non aggiungerò un centesimo al debito nazionale».
I fact-checkers, quelli che controllano quante inesattezze e bugie hanno detto questo o quel candidato avranno di che lavorare. Peraltro, nel corso di tutte tre le occasioni di confronto, Trump e Clinton si sono rimpallati l’accusa di essere bugiardi matricolati. I due non si sono neanche stretti la mano, e la cosa non dovrebbe stupire, Trump, per ciliegina sulla torta, ha definito la Clinton nasty, cattiva, maligna.
Tutti i commenti dicono che Trump se la sia cavata meglio delle altre due volte, ma che oggettivamente anche stavolta è stata Clinton a prevalere. Ormai però gli elettori avrebbero già dovuto decidere per chi schierarsi, e il numero degli indecisi – ammesso che un dibattito televisivo abbia influenza su questi – si è ridotto notevolmente.

Nicotera, 20 ottobre 2016
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 21 ottobre 2016

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