Clinton vince il secondo confronto in tv. Ma Trump non molla.

second_debate_clinton_vs_trumpSi sta già votando per il prossimo presidente degli Stati uniti d’America. Si sta già votando in South Dakota, in Iowa e in Minnesota, in New Jersey e nel Vermont, in Nebraska e nel Maine; da oggi anche in New Mexico, da domani in Arizona, Indiana e Montana e Ohio; dal 17 in Georgia, dal 19 in Kansas, Tennessee e Oregon e anche in California, e dal 22 in Nevada, dal 24 in Alaska, Arkansas, Colorado, Illinois, Massachusetts e Texas, e nei giorni successivi in Florida, Louisiana, Maryland, Oklahoma, Utah. In America si può votare anche prima del giorno stabilito e sono trentasette gli Stati che consentono ai cittadini di non aspettare l’8 novembre per dire chi votano.
Nel 2012 il trenta per cento degli elettori statunitensi votò prima del giorno delle elezioni. Adesso, e manca ancora poco meno di un mese, abbiamo già raggiunto quella soglia. Un terzo degli americani ha già deciso chi sarà il quarantacinquesimo presidente. E questo può dare la misura del senso e del significato dei confronti televisivi tra i due candidati. Secondo me, non convincono nessuno degli indecisi e non vengono utilizzati dai candidati per questo. Servono per mobilitare il proprio schieramento, nelle elezioni – la definizione è dell’autorevole sito Politico.com – più cattive, nastiest, che si siano mai viste. Perché, in un campo e nell’altro, il problema è la riluttanza del proprio schieramento.
Nel campo repubblicano è il caos, intorno Trump, un ammutinamento. Ma non della ciurma, no, degli ufficiali. Otre a John McCain e Condoleezza Rice a chiedere a Trump di rinunciare alla corsa per le presidenziali, dopo lo scandalo dell’audio in cui si lanciava in sguaiate considerazioni sessuali sulle donne, si trovano i nomi di Lindsey Graham del South Carolina, Kelly Ayotte del New Hampshire, Mark Kirk dell’Illinois, tutti senatori repubblicani. E non si contano i big del partito contrari a Trump fin dal primo giorno della campagna elettorale: dall’intera famiglia Bush all’ex candidato presidenziale Mitt Romney, dall’ex governatore del Minnesota Tim Pawlenty all’ex candidata alle primarie Carly Fiorina, dall’ex numero uno di Cia e Nsa Michael Hayden al governatore dell’Ohio ed ex candidato presidenziale John Kasich, dall’ex segretario per la sicurezza nazionale Tom Ridge all’ex segretario al Tesoro Henry Paulson. Sono nomi pesanti, nomi che hanno fatto – basti pensare ai due presidenti Bush o alla Rice o a Paulson – la storia degli Stati uniti, e per una bella fetta, anche la storia del mondo. Per continuare sulla metafora all’incontrario dell’ammutinamento del vascello repubblicano è come se il terribile comandante William Bligh con tutto l’equipaggio restasse sul Bounty alla deriva, mentre i ribelli ufficiali e sottufficiali navigassero su una lancia a raggiungere Tahiti e la quiete. Insomma, un pasticcio. Ma l’idea che Trump possa essere sostituito mentre è ancora in corsa, magari dal suo vice Pence (che peraltro Trump ha liquidato criticandolo per le posizioni sulla Siria, una scusa come un’altra), non ha alcun fondamento reale, se non per una rinuncia dello stesso Trump. E non sembra proprio che questa sia una opzione: Trump vuole godersela fino in fondo, questa sfida. E poi, come è già accaduto durante le primarie, il fatto è che la base repubblicana continua a volerlo, The Donald, scandalo dopo scandalo o bugia dopo bugia: solo il dodici per cento degli elettori repubblicani sembra deciso a abbandonarlo. Ma gli altri, quelli che non lo mollano e lo spingono – durante questo secondo dibattito, i conduttori sono dovuti intervenire un paio di volte perché il pubblico non applaudisse, che non era proprio il caso: si parlava delle volgarità sessiste di Trump – e vedono Clinton come se gli agitassero davanti un drappo rosso, ce l’hanno con Washington, con i politicanti, con quelli che decidono “da lontano” le loro vite.
Quanto a Hillary, se il partito è compatto intorno la sua candidatura – per l’ultimo miglio della campagna, gira uno spot, molto bello, in cui sono schierati tutti, Obama, Michelle, Joe Biden, Elizabeth Warren e Bernie Sanders – è la base elettorale che non si scalda il cuore. Passare dalla trascinante retorica di Barack alla argomentazione di Hillary, puntuale certo ma piatta, da ragioniere che spiega i libri dell’azienda in tribunale, non è un guadagno. Il pericolo però – eccolo, il biondo ciuffone di Trump – è troppo grande.
Si voterà, insomma, a prescindere dai propri candidati. Dai programmi. Trump l’ha capito prima. Se gli chiedono di spiegare qual è la sua idea per risolvere le questioni della sanità sociale che tanto critica – A disaster! – ecco che risponde che lui attaccherà l’Isis. Se gli chiedono qual è la sua posizione sul clima e sulle energie, ecco che lui attacca Obama – A disaster! – e poi chiede conto delle e-mail scomparse di Clinton, e dice che se diventerà presidente darà incarico a un procuratore perché persegua il suo comportamento. In questo secondo dibattito, che si teneva alla Washington University di St. Louis e era in “town-hall-style” (le domande, già selezionate, erano poste da cittadini comuni), i due moderatori Anderson Cooper, della CNN, e Martha Raddatz, di ABC, hanno dovuto più volte invitare Trump a rispondere al tema presentato, senza divagare. Lui se n’è lamentato (It’s nice to – one on three; Siete tre contro uno), loro hanno smesso di stargli dietro.
Di nuovo come dopo il primo, tutti i commenti e le analisi su questo secondo confronto in tv danno la Clinton vincente. Ma Trump non è in rotta. È arrivato dopo quarantott’ore di fuoco per l’audio scovato dal «Washington Post» – «Sono chiacchiere da locker room, da spogliatoio», s’è difeso lui – e chiunque si sarebbe cosparso il capo di cenere. Non lui. Pur dichiarandosi imbarazzato e un uomo diverso, pur chiedendo scusa, aveva invitato in studio alcune delle “vecchie fiamme” di Bill Clinton, con alcune delle quali aveva già fatto una conferenza-stampa, e ha attaccato. «It’s just words, folks. It’s just words. If you look at Bill Clinton, far worse. Mine are words, and his was action / Erano solo chiacchiere. Ma se pensate a Bill Clinton, le mie erano chiacchiere, i suoi sono stati fatti. Bill Clinton sì, era uno che ha abusato delle donne».
Il gran circo mediatico delle elezioni americane non può fermarsi. Dopo i cento milioni incollati alla tv della prima volta, come in una finale di Superbowl, stavolta ci sono stati i 17 milioni di tweet, una concentrazione di traffico mai raggiunta, ha fatto sapere l’azienda. Trump sa che lui è il sale e il pepe di questa campagna. Perderà, perché gli Stati uniti d’America non possono avere Donald Trump come presidente. Ma non è facile fermare il bullo del cortile della scuola.
E, a pensarci, non è facile fermare tutti quei bulli delle strade d’America che in lui si riconoscono.

Nicotera, 10 ottobre 2016

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