«Sei meglio di me», Obama abbraccia Hillary.

obama-clinton-philadelphiaQuanto ci mancheranno i discorsi del presidente Obama, quanto ci mancherà quella sua voce profetica, quella sua narrazione biblica, quel suo parlare pacato, di chi ha visto tanto, a noi che stiamo raccolti intorno al fuoco. Obama è stato un grande presidente, ha affrontato la più grave crisi economica dal 1939, ha tirato fuori i soldati americani dal pantano dell’Afghanistan e dell’Iraq, ha ottenuto un trattato sul cambiamento climatico firmato dalla Cina, ha portato l’economia a avere il tasso di occupazione più alto dai tempi di Bill Clinton, ha modificato in meglio l’assistenza sanitaria e ha posto le basi per un sistema scolastico più inclusivo. Tutto questo è indiscutibile ma se sei un uomo prevenuto o uno dei bulli di Trump proverai a negarlo. Quello che non puoi mai negare è che sia un grande oratore – è un fine intellettuale che cita le Scritture, perché è un uomo religioso e perché sa che il popolo americano ha un rapporto speciale con la religione, lo avevano i Padri fondatori e lo avevano i pionieri della frontiera e i neri nelle piantagioni schiaviste. Quando senti i suoi discorsi senti la voce di Walt Whitman e senti la voce dei gospel, del reverendo King e di Kennedy – io adoro leggere e rileggere il suo discorso per il cinquantenario della marcia dei diritti a Selma. L’America è una società secolarizzata, forse la società più secolarizzata al mondo, ma questo non significa che sia una società senza religione.
Ieri, dando la propria investitura a Hillary Clinton, finalmente in carne e ossa sul palco, Barack ha certo difeso la propria presidenza: vincesse Trump sarebbe come ammettere, storicamente, che gli otto anni di presidenza Obama sono stati un disastro, così come la sua elezione metteva la parola fine ai disastri della presidenza Bush, capace di sperperare un enorme patrimonio di “americanismo” che in tutto il mondo, e in tutte le patrie politiche – a parte, certo, quei quattro matti che erano convinti l’attentato fosse opera del Mossad e della Cia e nessun aereo si fosse mai schiantato sul Pentagono – aveva suscitato l’11 settembre.
Ma non è stato solo questo, il suo discorso. Ieri ha parlato di audacity of hope, di audacia della speranza (Hope, come Change, sono stati i mantra delle sue due elezioni), e di “valori”. Oh, sì, di valori, di principi. Cos’è la politica senza valori, senza principi, a cosa si riduce? A avere i conti in ordine? A tagliare le spese sanitarie e scolastiche perché i bilanci vadano in pareggio? A mitragliare e cannoneggiare o lasciare affogare uomini e donne e bambini che vengono dal mare e da terra per vivere meglio? Essere onesti e lavorare duro. Gentilezza e cortesia. Umiltà, responsabilità, aiutarsi l’uno con l’altro. Erano questi i valori che i suoi nonni gli insegnavano e che lui ha tenuto sempre stretti nel cuore. Loro non amavano quelli che cercavano di “svoltare”, non amavano bulli e sbruffoni.
È a quest’America che Obama parla – a chi in Ohio ha lottato già due volte contro il cancro e vuole continuare a battersi per la riforma sanitaria; a quei genitori che hanno perso un bimbo di sette anni nella folle sparatoria di Newton e che si battono per il controllo delle armi; a chi gestisce un piccolo business giù in Colorado e si è tagliato il proprio salario per non essere costretto a licenziare i suoi operai, perché «questo non è lo spirito dell’America»; al conservatore del Texas che dice di essere in disaccordo con lui praticamente su ogni cosa, ma apprezza che, come lui, sia un buon padre; al ragazzo dell’Arizona che era dato per morto in una battaglia in Afghanistan ma è sopravvissuto e ha reimparato a parlare e camminare e quest’anno è arrivato allo Studio Ovale tutto da solo per stringergli la mano; è a ogni americano che crede si possa cambiare l’America in meglio, e si fa coinvolgere nella politica, e prende su il telefono, e batte le strade e usa internet in modi strabilianti sì che le cose possano davvero cambiare.
È un inno alla politica, alla militanza. Parliamo di partiti “liquidi”, di populismi inevitabili perché sono ormai obbligati i personalismi e il rapporto diretto tra leader e folle – e lì, negli Stati uniti d’America, si intesse l’elogio della militanza, del bussare porta a porta, dello scarpinare per conquistare un voto. «You are the best organizers on the planet / siete i migliori organizzatori del mondo», dice Obama ai membri del partito, ai delegati, ai tantissimi volontari che lo ascoltano, riuniti intorno al fuoco. The Democratic Party is in good hands. Wow. E chi può dire in un partito europeo una cosa così?
Mister Trump non è mai stato nominato in questi giorni alla Wells Fargo Arena, da nessuno dei mille oratori che hanno parlato – forse il dubbio privilegio toccherà al candidato presidente, a Hillary Clinton, nel suo discorso finale. Ci si è riferiti a lui, certo, pur senza nominarlo e con vari appellativi – e ieri Obama l’ha chiamato “homegrown demagogue”, demagogo fatto in casa. L’ha detto in un passaggio sull’immigrazione, una questione su cui, proprio opponendosi a Trump e al suo entourage e ai progetti di muri e di espulsioni di massa (Thomas Friedman, del «New York Times», li ha chiamati il “Wall People”), tutti i leader democratici non sembrano recedere di un millimetro: «Quei valori – onestà, lavorare duro, responsabilità, aiutarsi – erano esattamente ciò che spingeva qui gli immigranti, e i figli degli immigranti erano considerati proprio come gli altri, americani, che indossassero un cappello da cowboy o uno yarmulke ebraico, un cappellino da baseball o un hijab».
Mentre le demagogie neonazionaliste crescono sul razzismo, sulla guerra di religione, sull’immigrazione come sperpero di denaro, furto di lavoro e complicità per i terroristi, i grandi leader mondiali tengono ferma la barra: ieri, un discorso sobrio ma importante – anche perché nel fuoco delle polemiche anche dentro il proprio partito dopo gli attentati in Germania – l’ha tenuto Angela Merkel: «Es wird uns gelingen / Ce la faremo». Vien da dirlo: non ci fossero stati Obama e Merkel, questo mondo sarebbe peggiore.
È questa l’eredità che ricade sulle spalle di Hillary Clinton. Finora, durante tutta la campagna per le primarie, nella lotta con Sanders esprimeva ragionevolezza opposta alle grandi tematiche del senatore del Vermont: mentre Bernie parlava di abolizione dei debiti scolastici, di università e sanità gratuite, Hillary proponeva incentivi e riduzioni fiscali. Su un punto la Clinton non ha mai mollato: parità di salario per uomini e donne, e c’è da scommetterci che su questo insisterà.
Ora, che Obama si è ritagliato un ruolo di chi passa il testimone e Sanders ha spinto il suo popolo a sostenere Clinton, Hillary potrebbe mostrare un volto più combattivo, più da trascinatore.
Bill, il marito, ne ha voluto fare un profilo di persona di poche parole, una che cambia le cose senza troppi fronzoli. Ma il popolo democratico vuole sentirle, le grandi parole, vuole volare alto. Vuole essere spronato all’impatto con il bullo Trump e i suoi spacconi. E forse non solo quel popolo lì.

Nicotera, 28 luglio 2016

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