The Steel Lady: Hillary Clinton.

hillary-clinton-ceiling_glassÈ il momento magico, nella Wells Fargo Arena di Filadelfia: dopo i volti di quarantaquattro presidenti (beh, George Cleveland fece due mandati non consecutivi e viene contato due volte) – il primo è quello di George Washington, l’ultimo è quello di Barack Obama, grassi, magri, pelati, capelluti, baffuti, irsuti, calvi, wasp per lo più, massoni, qualche cattolico, comunque maschiacci – punteggiati da brevi applausi (da Lincoln a Clinton, ma più entusiasmo di tutti riscuote Franklin Delano Roosevelt) e qualche mormorio dei delegati (su tutti, quando appare il volto di George W Bush), lo schermo va in frantumi e ecco Hillary Clinton. The glass ceiling, il soffitto di vetro che da sempre impedisce alle donne di avere il potere reale è andato in frantumi: eccolo, il nuovo presidente degli Stati uniti d’America, il quarantacinquesimo sarà una donna. Oggi non sappiamo ancora se sarà proprio così, ma stasera possiamo immaginarlo e sperarlo. For every little girl who dreams big, per ogni piccola ragazza che sogna in grande – e in questo preciso momento, mentre Hillary dedica così la propria nomination per acclamazione vorremmo essere tutti little girls, piccole ragazze, e sentirci protetti da questa donna determinata e forte.
È stato Bernie Sanders a chiedere – quando chiamato a esprimere il voto del Vermont – di sospendere il roll call, la chiamata dei delegati: eleggiamo Clinton per acclamazione. Un boato. Il partito è di nuovo unito, bisogna fermare quel bullo di Trump che sta facendo proprio il gradasso. E se a fermarlo si mettono assieme un vecchio zio, ancora pieno di entusiasmo, e una little girl che ha sempre sognato in grande, beh, non possiamo che stare dalla loro parte. Sanders non ha rinunciato a una virgola delle sue proposte, ha sdoganato la parola “socialismo” – in America! dove gli ultimi socialisti erano perseguitati dal senatore Mc Carthy e dalla sua Commissione contro le attività unamerican –, ha avvicinato alla politica una generazione di giovani che si sono messi i badge con il suo nome, che hanno portato cartelli contro il TPP (il Trans-Pacific Partnership Agreement), che vogliono redistribuire la ricchezza del 99 percento arraffata dall’1 per cento e che non riescono a mandare giù il rospo della Clinton. Il Partito democratico è oggi anche il partito di Sanders, e questo lo rende straordinariamente interessante, molteplice, ricco, come non accadeva neanche con l’Arcobaleno del reverendo Jackson. Ci sono stati favoritismi verso Hillary che lo hanno penalizzato (se i seicento superdelegati che hanno dato il loro endorsement a Clinton lo avessero dato a lui, sarebbe ora lui il frontrunner, per dire che nelle primarie si è battuto come un leone), ma alla fine è stato lo zio Bernie a chiederne l’acclamazione. Qui non ci sono pugnalate alle spalle, complottini, manovrine, sorrisini di sarcasmo, twitter di #staisereno mentre si affilano i coltelli, qui la lotta è a viso aperto. Oh, America.
Nessuno sa se Clinton, eletta presidente, possa davvero essere una changemaker – una che produce cambiamenti, come ha detto di lei il marito Bill, riprendendo lo slogan Change di Obama e dandogli la sfumatura del Fare. Come ha detto di recente Obama, col tempo impari che non sempre la tua volontà riesce a modificare ciò che ti sta intorno, anche se sei il presidente degli Stati uniti d’America. Hillary è una che si tira addosso antipatie e sbuffi di sufficienza, è quel suo essere prima della classe che sta a tutti sulle scatole, anche perché ha l’aria di una che non te lo passa mai il compito e ti lascia nelle peste. Non è vero che sia una donna fredda, priva di emozioni: chi ricorda l’immagine nello Studio ovale in attesa dell’attacco al compound di Abbottabad, Pakistan, dove si sperava ci fosse Osama bin Laden, vede la tensione sui volti dei presenti, la sente. Il presidente Obama è tesissimo, come tutti, i capelli gli stanno diventando grigi in quella notte. Lei è l’unica a avere la mano sul volto, lo sguardo fermo sullo schermo che proietta le immagini che arrivano direttamente dai movimenti dei Seals all’attacco. È l’unica donna in quella sala. È questo, forse, il punto. Lei è sempre stata l’unica donna nella sala dove si decide.
Non ci sono modelli di donna al comando a cui poter fare riferimento nella storia dei presidenti degli Stati uniti. Ci sono state energiche First Lady, come Eleanor Roosevelt – di cui si diceva di tutto, che fosse comunista, che fosse lesbica – o mogli dedite e complici come Nancy Reagan, fissata con l’astrologia tanto da coinvolgere il marito e fargli le carte prima di decisioni importanti. E ci sono state mogli di presidenti che hanno fatto di tutto per restare nell’ombra – tra le più recenti, si ricorda Laura Bush, la bibliotecaria di Dawson. Hillary non ha mai smesso d’essere se stessa anche quando il marito era il presidente degli Stati uniti. Nella buona e nella cattiva sorte. Credetemi, non dev’essere facile essere Hillary Rodham Clinton.
Il giorno prima, Michelle e Elizabeth hanno giocato la carta della loro biografia – la ragazza di colore che si fa strada, la figlia del carpentiere che diventa professore d’università e senatore –, e anche Bill ha fatto un discorso intessuto di ricordi dell’incontro con Hillary e del loro lungo sodalizio. Non è solo la tecnica del “discorso perfetto”, è che le biografie pesano molto nel raccontare la storia di un politico, di una donna politica. In Europa, forse solo Angela Merkel ha una biografia altrettanto interessante – la figlia del pastore protestante che era andato volontario all’Est e cresce lì, nel regime comunista, la ragazza che mentre cade il Muro va a fare il bagno, la giovane deputata che viene individuata dal vecchio Kohl per il passaggio di consegne. E magari non è proprio un caso che sia l’unica statista in circolazione al livello dei vecchi leoni del Dopoguerra. Mi piace pensare che il prossimo anno inizi con un incontro tra Merkel e Clinton, e Europa e Stati uniti ritornino a parlarsi fitto fitto.
E ora, dirò una cosa di cui potrei pentirmi. Ho pensato che forse dovremmo essere grati a Donald Trump. E dovremmo essergli grati non solo per questa straordinaria dinamica che sta provocando nell’elettorato democratico, quanto perché sta “politicizzando” una pancia dell’America che è davvero inquietante. È vero, lui predica odio – parla di muri per non fare entrare altri immigrati, parla di espellere tutti i musulmani, dice che gli europei gli attentati se li sono andati cercando perché sono stati troppo permissivi, e a me verrebbe voglia di prenderlo e sbatterlo su un gommone nel Mediterraneo a vedersela con scafisti e programmi Frontex.
Però, penso che ci sia qualcosa più terribile di Trump, qualcosa più terribile di Truckers for Trump o Bikers for Trump – che almeno li vedo, e si mettono in fila per votare o fanno cose folkloriche come dipingere il ciuffo di The Donald sul serbatoio della benzina o sui cassoni dei tir. E questo qualcosa è quello che non vedo, che sta incappucciato. Perciò, il bullo sta portando nel cortile della scuola tutti i gradassi come lui, ma li porta allo scoperto, li vedo e posso affrontarli. È quando non li vedo, quando mi aspettano al buio nel vicolo dietro il bar che ho paura, quando vengono di nascosto a bruciarmi la casa che ho paura.
Lo scontro sarà feroce. Ci sono due politiche nette e opposte, due modi distanti e nemici, due candidati diversi come più non si potrebbe.
Oh cazzo, quanto mi piacerebbe votare per quella democrazia.

Nicotera, 27 luglio 2016

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