The little girl who dreamed big sul cielo del mondo. Non sarà un bullo a fermarla.

clinton_nomination_philadelphiaOgnuno può scegliere il momento più emozionante della Convention democratica a Philadelphia – se quando Anastasia Somoza, ragazza disabile, ha raccontato delle sue opportunità scolastiche conquistate a fatica; o quando Merryl Streep, icona di Hollywood, emozionatissima, ha detto di quanta «grit and grace», grinta e grazia, occorra alle donne per farsi avanti e di quanta ne abbia Hillary; o il momento in cui John Lewis, ora anziano deputato, ha ricordato i giorni della marcia da Selma a Montgomery; o il discorso perfetto di Michelle Obama, ormai stella di prima grandezza dell’universo politico democratico.
Per me è stato quando Khizr Khan, padre di un soldato americano musulmano morto nella guerra in Iraq, con la moglie a fianco che indossava il suo tradizionale velo, ha sfidato Donald Trump a studiare le parole della Costituzione americana – tirando fuori dalla giacca la sua copia «per prestargliela» – lì dove garantisce libertà di religione, e invitandolo a recarsi in un cimitero di guerra, e leggere i nomi dei caduti per gli Stati uniti, quelle lapidi dove non c’è differenza di genere o di fede, ma solo il senso di servizio e di patriottismo. Perché ci ricorda una cosa straordinaria: l’America è un grande paese perché è un paese di immigrati, dove ciascuno è stato portato da qualcun altro. Dove i reietti, gli emarginati, gli schiavi, quelli che fuggivano dai re e dalle vendette per rivoluzioni fallite, quelli che fuggivano per persecuzioni religiose, quelli che fuggivano dalla fame, dalle carestie e dalle guerre, quelli che sognavano un mondo di opportunità e un salario dignitoso, quelli che credevano che i dollari crescessero sugli alberi, quelli che vi arrivavano in catene e se ne sono liberati – quelli, hanno fondato e costruito una nazione potente, la più potente si sia mai vista sulla terra.
E lo ricorda a noi europei – popoli stanchi, indeboliti, ancora legati a confini fragili, a lingue morte – che di fronte alla più grande tragedia del mondo contemporaneo, la migrazione di masse disperate e sognanti, sentiamo paura e non capiamo quale enorme opportunità si stia spalancando davanti, quella di ridare vita al nostro sangue, alla nostra storia, alla nostra cultura, alla nostra demografia. Certo, arrivano anche assassini e criminali, pazzi e bugiardi, papponi e ladri e fuori di testa – non solo ingegneri e dottori, carpentieri e fabbri, infermiere e spazzini, e donne e uomini assennati; ma la sola cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura stessa.
È stato questo il cuore del discorso con cui Hillary Clinton ha accettato la nomination, ricordando le parole di Franklin Delano Roosevelt: «The only thing we have to fear is fear itself». Se è la paura, e l’odio per chi la incute, il sentimento su cui fa leva il signor Trump, sono il coraggio e la fiducia e la determinazione i sentimenti di Hillary. «Quando volevo nascondermi, perché qualche bullo a scuola faceva il prepotente, mia madre, letteralmente, mi chiudeva la porta. Torna là fuori, mi diceva». E ci tornava. Questo è il carattere di questa donna.
Nel suo discorso Clinton ci ha tenuto a ricordare il suo “servizio” per gli Stati uniti – le sue battaglie per la riforma sanitaria, quelle per un salario equo per le donne, per i disabili e, da senatore dello Stato di New York, per i sopravvissuti e per le famiglie dei caduti dell’11 settembre. È a loro che pensava – racconta – quando, nello Studio Ovale, prese parte alla decisione di attaccare il compound dove viveva Osama bin Laden.
«Una donna che ci fa migliori», è questo che ha detto di lei il marito Bill, e quanto deve saperlo lui, beccato da uno scandalo di puttane da senatore dell’Arkansas, e coperto da Hillary, beccato dallo scandalo dei pompini sotto la scrivania dello Studio Ovale con la stagista Monica Lewinsky, e coperto da Hillary. La ragazza cicciottella con gli occhiali spessi da miope e i denti un po’ storti che lo aveva stregato quarantacinque anni fa in una biblioteca di Yale non lo ha mai mollato. Hillary non ti molla. Hillary si fa carico di te. Hillary ha la testa sulle spalle.
Ha detto un’altra cosa, il vecchio Bill, ancora bravo con le parole, benché la sua voce si sia arrochita e le mani tremino un po’ – è stata generosa Hillary, nel ringraziarlo, e dicendosi contenta di vederlo ancora “sul pezzo” –, ha detto che «molti qui, hanno more yesterday than tomorrow, più ieri che domani, ma i vostri figli e nipoti ci benediranno». È questo un punto cruciale: Hillary, si dice, rappresenta il passato, è una donna dell’establishment, una donna che mastica politica da sempre, e può fare fatica a vincere, in un momento in cui monta la critica di massa a Washington, monta il desiderio di nuovismo a tutti i costi. È andata così, il ciuffoso Trump riesce a farsi passare per il campione dell’uomo comune contro i soliti truffatori politicanti.
È allo stesso uomo comune, The Main Street, l’uomo della strada, che ha parlato ieri l’altro Obama e ieri Hillary. Non agli uomini e donne di New York, di Chicago, di Los Angeles – nessun nero, nessun ispanico potrebbe votare per Trump. É agli uomini dell’Indiana, dell’Oklahoma, del Wyoming, dell’Ohio, del Michigan, a quelli delle small town, farmers e workers, uomini dell’agricoltura strozzati dalle banche e operai che hanno visto il loro impianto andarsene via. A quelli del Midwest, a quelli della Rust Belt. È a loro che parla stasera Hillary, delusi, arrabbiati: «You are frustrated, even furious. And you know what? You’re right / Sai che c’è? Hai ragione». Anche per questo, fa un omaggio a Bernie, e all’entusiasmo che le sue battaglie hanno suscitato. «Your cause is our cause».
Ma la politica non è una bacchetta magica, la politica non crea paradisi. Perché una buona idea diventi una cosa reale «you do it step-by-step, year-by-year … sometimes even door-by-door / passo dopo passo, anno dopo anno, qualche volta anche porta dietro porta». Di nuovo, come ha già fatto Barack, è della militanza, dell’impegno che si parla.
Nel ricordare la rivoluzione d’indipendenza dall’Inghilterra, Hillary non si sofferma sulla retorica dei tamburini e delle bandiere al vento ma sulle differenze, sulle diversità delle prospettive di quegli uomini, che avevano idee diverse di come liberarsi del Re. E poi si parlarono, e si ascoltarono e raggiunsero un compromesso. Ecco, è questo il punto: parlarsi, ascoltare, cooperare, raggiungere un compromesso, andare avanti. Questa nazione è stata creata perché non ci fosse mai tutto il potere concentrato in un solo uomo – fosse stato per quello, allora, si tenevano il Re.
«America is once again at a moment of reckoning». Siamo alla resa dei conti. «There’s a lot of work to do / c’è tanto lavoro da fare».
The little girl nata a Chicago, Illinois, da una famiglia che veniva da Scranton, Pennsylvania, con radici scozzesi e inglesi e aveva iniziato lavorando in miniera, è arrivata sul cielo del mondo. Non sarà certo un bullo a fermarla.

Nicotera, 29 luglio 2016
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 30 luglio 2016.

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