Quei giovani jihadisti sono poi così diversi dai killer di Columbine?

attacco_terrorista_daccaTra i sette uomini – sei uccisi, uno ferito e catturato – del commando terrorista che ha assaltato il ristorante Holey Artisan Bakery di Dacca e massacrato venti persone, tra cui i nove italiani, alcuni erano rampolli di buona famiglia, educati presso le scuole migliori del Paese, ricchi. Sul suo profilo twitter, Nibras Islam, uno degli assaltatori, in un video stringeva la mano a una starlette di Bollywood, in un altro indossava una maglietta con il simbolo della Ferrari, mentre sul suo profilo facebook raccontava di avere studiato in Malaysia e in uno degli atenei più rinomati del Bangladesh, la North South University. Mir Sabih Mubashsher e Rohan Imtiaz, altri due attentatori, erano stati entrambi studenti dell’istituto Scholastica a Dacca, l’istituto superiore più prestigioso della capitale, dove ogni allievo paga una retta pari a oltre tremila dollari all’anno, che sono un mucchio di soldi in Bangladesh. Mobbasher Hayat Mahmud, anche lui ex allievo di «Scholastica», era figlio di un maggiore dell’esercito.
Ha creato sorpresa questa “composizione di classe” del commando suicida. Come se solo dalle province più remote e povere dell’islamismo potessero arrivare i terroristi. Eppure.
C’era stata una dura selezione per scegliere i componenti del commando che guidò gli aerei contro le Twin Towers e il Pentagono – questionari, lunghi colloqui, c’era una fila di aspiranti lunga quanto tutto il pellegrinaggio alla Kaaba della Mecca – e alla fine l’elemento determinante per superare gli occhiuti esami era stato sempre il fervore religioso, la disponibilità al martirio e la paziente attesa per compiere la missione. Tra i diciannove componenti del commando che agì l’11 settembre c’era una netta distinzione di classe. I quattro destinati a pilotare gli aerei – il “nucleo dirigente”, a cominciare da Mohamed Atta, ovvero un egiziano, un saudita, un libanese, uno degli Emirati arabi – erano studenti con un alto livello d’istruzione, provenivano da famiglie della piccola e media borghesia, avevano una buona conoscenza dell’inglese, attitudine al comando e alle tecnologie; gli “uomini di mano”, invece, provenivano da periferie povere delle città saudite, erano disoccupati, e con un basso livello d’istruzione.
Questa differenza di classe si ritrova quasi sempre nei componenti dei commando terroristi che attaccano alberghi, ristoranti, discoteche, resort, in ogni parte del mondo. Si ritrova meno tra gli attentatori che colpiscono nelle nostre città e provengono piuttosto dalle loro banlieue – seconda generazione di immigrati che hanno lavorato duro per inserirsi nelle società occidentali, trovarsi un lavoro, iniziare una piccola attività imprenditoriale, mandare i figli a scuola, continuare a pregare e frequentare la propria comunità. Spesso, i giovani ribelli che hanno scelto la jihad, e praticato gli strumenti e le forme della guerra in Siria o Iraq, sono in rivolta contro questi padri, la loro tiepida fede, il loro accostumarsi alle abitudini occidentali.
La radicalizzazione di una generazione non nasce sempre dall’interno dei ceti poveri di un paese; semmai, è quasi sempre dalla rottura all’interno dei ceti dirigenti, o di quelli che dovrebbero “naturalmente” essere destinati a costituire l’ossatura della futura classe dirigente, che emergono i rappresentanti, i profeti, i combattenti di un “sol dell’avvenire”. E come potrebbe essere altrimenti? Occorrono strumenti di conoscenza, capacità organizzative, spesso disponibilità di risorse economiche per intraprendere una guerra rivoluzionaria, per organizzare il terrorismo. In genere, c’è all’inizio un sentimento di rivolta dai connotati morali, contro la corruttela, il disincanto e il cinismo dei propri padri, della generazione che li ha preceduti.
Il fanatismo d’un credo religioso, interclassista per principio per quanti poveri voglia salvare in questo o in un altro mondo, sembra la grande cornice dello scontento. È questa la giusta lettura delle cose? «Mi aspettavo di incontrare sottoproletari nutriti di Corano e fanatismo, ma ho scoperto ragazzi che hanno studiato inglese e non sfigurerebbero in un’università di Londra», ha dichiarato Jihan Gir, reporter della maggiore agenzia stampa di Dacca. Che non sia piuttosto questo smarrimento, questo spiazzamento della capacità di capire – non bastano le letture sociologiche, non bastano le letture teologiche, non bastano le analisi politiche e i grafici dei successi e dei disastri della globalizzazione economica – a darci una chiave per quello che sta accadendo?
Forse i terroristi di Dacca sono più vicini a noi di quanto ci appare – e non è vero che non si sia abbastanza allarmati o abbastanza attenti. Forse il fondamentalismo, la jihad, al Qaeda o l’Isis sono solo una cornice per un nichilismo che è assolutamente identico a quello che cresce nelle nostre viscere. Forse i ragazzi assassini di Dacca somigliano terribilmente a quelli della Columbine High School.
Stessa follia distruttiva, stessa ferocia. Forse non importa in nome di cosa uccidono. E sarà sempre più difficile prevenire, individuare. Ma se è così, sarà possibile anche venirne fuori, senza che il mondo precipiti nella guerra universale.

Roma, 4 luglio 2016
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 5 luglio 2016

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