La maledizione di Dallas.

dallas_sniperHanno sparato di nuovo a un presidente americano. Di nuovo nelle strade di Dallas, Texas. Dallas sembra proprio come Derry, la città di It, di Stephen King, dove il male non scompare mai, si nasconde, finge di ritirarsi con la coda tra le gambe ma ritorna. Diverso e sempre uguale. Come diversi e sempre uguali possono essere Lee Harvey Oswald, il cecchino bianco che amava i russi e che dalla biblioteca comunale tirò addosso a John Fitzgerald Kennedy, e lo sniper nero, o i tre o quattro che forse in nome d’una vendetta fabbricata in proprio hanno falcidiato ieri cinque poliziotti, tirando da un piano elevato del garage El Centro. Lì si infranse un sogno, qui si infrange una speranza. Su Barack Obama, il primo presidente nero della storia americana, l’uomo che con la propria biografia, e quella della moglie, raccontava della dignità della lotta per i diritti civili, della possibilità attraverso l’impegno politico e democratico di cambiare le cose per i neri, per le minoranze, per riscattare il peccato originale d’una nazione costruita sullo schiavismo, piombano i proiettili dei cecchini di Dallas. Come, come si potrà ancora gridare per le strade Hands up, Don’t shot, ora che anche “da questa parte” si è sparato? Black lives matter. Le vite dei neri contano. A decine di migliaia sono scesi in piazza, i neri nelle città degli Stati uniti. È su di loro che hanno sparato a Dallas.
No, non è una guerra razziale, prima latente e ora esplosa: i colpi di Dallas piombano su una enorme manifestazione pacifica come centinaia d’altre che in tutti gli Stati uniti si sono tenute dopo l’uccisione, per mano di due poliziotti bianchi, di due neri in Minnesota e Louisiana, ultimo episodio di un lungo elenco: Staten Island, Cleveland, Baltimore, Ferguson, North Charleston, sono luoghi ormai tristemente familiari.
L’America implode, come se l’unico paradigma possibile per leggerla, per capirla fossero la Columbine High School, San Bernardino, Orlando, Baltimora, Newton, musulmani che sparano su gay, studenti che sparano su studenti, fondamentalisti che mettono pentole a pressione piene di esplosivo dentro una maratona, killer che ammazzano bambini. La più grande nazione del mondo costruita sull’immigrazione – «Ognuno di noi è stato portato qui da qualcun altro», aveva detto l’altro giorno il presidente Obama lanciando la campagna di Hillary Clinton – sembra lacerarsi, dilaniarsi. Quanto peserà sulle elezioni presidenziali questa sparatoria? Già dopo Orlando erano in tanti a chiederselo.
I colpi dei cecchini di Dallas zittiscono il presidente Obama. Aveva appena detto, dopo le uccisioni in Louisiana e Minnesota: «This is not just a black issue, not just a Hispanic issue. This is an American issue that we all should care about / Questo non è solo un problema dei neri, non è solo un problema degli ispanici. Questo è un problema americano, di cui ognuno di noi deve preoccuparsi». E poco dopo, dopo i colpi di Dallas ha dovuto riconvocare una conferenza stampa, per controbilanciare i toni: «We are horrified over these events and we stand united with the people and the police department in Dallas / Siamo inorriditi da questi eventi e siamo vicini alla gente e al Dipartimento di polizia di Dallas». Non c’è nessuna giustificazione per questi attacchi, nessuna scusa per questa violenza contro le forze dell’ordine. Così ha detto. Così ha dovuto subito dire.
Un’indagine della Pew research dice che cresce tra gli americani l’idea che portare armi addosso sia un’opportunità di difesa piuttosto che un aumento delle possibilità di pericolo. Il fatto è che questa idea delle cose non cresce solo tra i bianchi (l’ultimo rilevamento vede adesso un salto al 62 per cento dal 54 di dicembre) ma anche tra i neri (adesso al 54 percento, mentre due anni fa erano al 29). L’America si arma fino ai denti, come se lì fuori ci fossero Dead Men Walking, zombie il cui unico scopo è saltarti alla gola e sbranarti. Americani contro americani, come non succedeva più da centocinquant’anni. Gli americani – loro che hanno partecipato a guerre ovunque overseas, lontano – si fabbricano la guerra dentro casa.
Gli agenti colpiti erano schierati per fermare i manifestanti del Black lives matter che volevano marciare verso la City Hall, il municipio di Dallas. C’erano degli uomini armati lungo i cordoni della manifestazione – in Texas si può circolare armati, purché le armi siano a vista –, in nome d’una difesa della protesta, e questo aveva subito creato disagio tra i manifestanti.
Per istinto viene un paragone con gli anni Sessanta. Il 2 maggio del 1967 a Sacramento, California, un gruppo del Black Panther Party marciò verso la sede del governo dello Stato dove era riunita l’assemblea parlamentare per discutere del Mulford Bill, che voleva ritirare il permesso ai cittadini di andare in giro armati. Sfilarono per le vie di Sacramento con i loro fucili a canna lunga, portati a spalle, le loro Colt alla cintura. Per le Pantere nere, quell’iniziativa era rivolta contro di loro, che avevano istituito pattuglie nei quartieri – dove organizzavano mense per i poveri, attività scolastiche e servizi sanitari – per intervenire ogni volta che veniva segnalato un’irruzione dei poliziotti, arrivando con i codici in mano per informare dei propri diritti chi veniva sottoposto a arresto. Le Pantere nere non riuscirono a entrare nell’Assemblea, ma si riunirono poi sul prato antistante e lessero la loro dichiarazione contro il Mulford Act. Fu il governatore della California di allora, Ronald Reagan, che firmò quell’atto.
Per istinto viene un paragone con gli anni Sessanta, le rivolte di Watts. È improprio: non c’è il dottor Martin Luther King, non c’è Malcom X. E per quello, non c’è più neppure Huey P. Newton, ragazzo cresciuto nelle strade cattive di Oakland diventato leader rivoluzionario del Black Panther. Nessun bianco parte più per il Mississippi, per aiutare i neri a registrarsi nelle liste elettorali, nessun presidente manda l’esercito per far entrare i neri nelle università. O sì? Davvero la storia non sa fare altro che ripetersi ossessivamente? Cosa succederà adesso? Sentiremo di nuovo lo slogan «The only good pig is a dead pig / l’unico poliziotto buono è un poliziotto morto»? La madre di Philando Castile, il ragazzo ucciso a St. Paul da un poliziotto, ha detto che raccomandava sempre a suo figlio di fare il bravo se per un qualunque caso lo avesse fermato la polizia. «Comply comply comply / assecondali assecondali assecondali». Non è bastato. Forse non basta più comply comply comply.

Nicotera, 8 luglio 2016
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 9 luglio 2016

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in cronache e contrassegnata con , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...