1 luglio 1916, ore 7.30, inizia la carneficina della Somme.

battaglia_somme«Once upon a time, quando i ragazzi non erano ancora stati uccisi». Comincia così Un giorno di festa, tra la favola e la storia, l’ultimo romanzo di Graham Swift, una trama che si svolge nel corso di una sola giornata, una domenica di marzo del 1924. È un Mothering Sunday, una domenica da dedicare alle mamme, in cui la servitù inglese era libera di andare a trovare i genitori. Solo che ben poche madri hanno figli maschi che possono andare a fare loro visita. A migliaia sono caduti nella Prima guerra mondiale. «È qualcosa che continua a ossessionarci, la Prima guerra mondiale, dice Swift. Dopo un secolo sarebbe ragionevole pensare che se ne sia appannata la memoria, e invece no. Lo choc di avere perso quasi un’intera generazione in quella che in un certo senso era la prima guerra straniera, ha lasciato una cicatrice profonda nella nostra memoria collettiva». E non solo in Inghilterra, direi io. Tutta l’Europa fu segnata da quella guerra, dalla sua durata, dai suoi esiti. Tutta l’Europa fu segnata dall’aver perduto quasi una generazione.
La Battaglia della Somme inizia il primo di luglio del 1916. Per i comandi alleati, l’idea era quella di allentare la pressione tedesca su Verdun, una carneficina che sembrava non dovesse mai finire. Così, s’era pensato una linea di attacco nel nord della Francia lunga circa sessanta chilometri, tagliata dal fiume Somme. I francesi avrebbero attaccato lungo quaranta chilometri circa con quaranta divisioni – in realtà, il loro fronte si ridurrà a venti, e le loro divisioni a quindici, l’impegno a Verdun rimaneva gravoso –, i britannici lungo ventidue chilometri con venticinque divisioni. Saranno i britannici a sostenere lo sforzo maggiore. L’attacco doveva cominciare prima, secondo i piani dei comandi alleati anglo-francesi, ma le condizioni meteorologiche non erano adatte. Così, si aspettò. E intanto si bombardò. Sulle postazioni tedesche piovvero circa 250.000 granate, 3.500 al minuto. Fu il più lungo bombardamento di artiglieria di tutta la storia della guerra moderna. Il bombardamento fu così intenso che se ne sentì l’eco fino a Londra. Ma lungo tutta la battaglia spararono oltre tremila cannoni e obici, uno ogni venti metri di fronte, e tirarono circa un milione 750mila granate.
«La prima linea è una specie di gabbia in cui si soffre l’attesa nervosa di ciò che sta per avvenire. Viviamo sotto la traiettoria incrociata delle granate, nella tensione dell’ignoto. Sopra di noi pende il caso. Quando un colpo arriva tutto quel che posso fare è di rannicchiarmi; dove vada a battere non posso sapere, né influirvi». Sono i pensieri di Paul Bäumer, uno dei ragazzi tedeschi di diciannove anni partiti volontari, infiammati dalle parole del loro professore per il sacro fuoco della guerra, sotto le bombe inglesi. Sono le parole di Erich Maria Remarque in Niente di nuovo sul fronte occidentale, il libro che meglio d’altri racconta le tragedie di quella guerra tra il 1914 e il 1918. Im Westen nichts Neues, che è il titolo originale, era il rapporto del comando tedesco l’ultimo giorno del conflitto. Proprio il giorno in cui muore ucciso Paul, tornato in trincea dopo un licenza, ultimo dei suoi compagni d’arme – Muller, Leer, Kantorek, Kemmerich, Tjaden, Himmerlstoss e Katzinski.
Mentre l’artiglieria bombardava le linee nemiche – i comandi alleati erano convinti che avrebbero piegato le prime linee tedesche, ma quelli scavarono buche sotto terra per ripararsi, come fecero i vietnamiti tanti anni dopo per salvarsi dal napalm americano e come faranno tutti gli umani post-apocalisse contro i robot che hanno preso il mondo – i soldati aspettarono, quelli che sarebbero andati all’assalto. Aspettarono in trincea, per quarantotto ore, nell’acqua e nel fango. Quando uscirono, erano già stremati. Avevano ciascuno uno zaino di circa trenta chili sulle spalle – dovevano portare tutto ciò che sarebbe servito per mantenere le posizioni che avrebbero conquistato. Erano le 7.30. Suonarono i fischietti dei comandanti.
Avanzavano lentamente e a passo di marcia. Non erano soldati professionisti: gli inglesi avevano fatto un enorme sforzo di arruolamento, costruendo battaglioni in cui tutti i soldati si conoscevano, perché venivano dalla stessa città (i Pals Battalions, battaglioni di amici), oppure erano affini perché facevano lo stesso mestiere. Se n’erano arruolati cinquecentomila, nelle prime sei settimane di guerra, tutti volontari. I tedeschi, che uscirono fuori dalle stollen, le buche dove si erano nascosti, li falcidiavano senza pietà. Non riuscivano proprio a capacitarsi di quell’assurdo modo di offrirsi ai proiettili delle loro mitragliatrici. Alla fine della giornata, i morti britannici erano 19.240, i feriti 35.493, 2.152 i dispersi e 585 i prigionieri, per un totale di 57.470 perdite. Saranno tre milioni i giovani britannici arruolati in tutta la guerra, e molti resteranno sui campi di battaglia. Quasi una generazione perduta.
Durò fino a novembre, la battaglia della Somme – e si può immaginare cosa potesse significare vivere nei pantani della trincea. E morirci. Quella di Verdun durò ancora di più, fino a dicembre – e era iniziata prima, il 21 febbraio. Alla fine, alla Somme si contarono più di un milione di morti, e fu probabilmente la battaglia più sanguinosa di tutta la Prima guerra mondiale. Gli alleati avanzarono di qualche chilometro, i tedeschi ressero e inflissero severe perdite, dal punto di vista militare non significò nulla, se non il coinvolgimento sempre maggiore degli inglesi nella guerra. Si dice che sia stata una battaglia di materiali – comparvero i primi carri armati, ci fu intenso uso degli aerei da ricognizione, e gli intensivi bombardamenti. Ma il prezzo, in termini di vite umane, fu tremendo, come d’altronde per tutta quella Prima grande guerra.
Ieri, François Hollande e David Cameron si sono incontrati ai piedi del memoriale di Thiepal, nel nord della Francia, per rendere omaggio ai soldati caduti, feriti o dispersi nel corso dei 141 giorni della battaglia. Le commemorazioni erano state aperte da un colpo di fucile e dal suono di una cornamusa, mentre contemporaneamente due minuti di silenzio erano stati osservati a Londra. Ha ragione Graham Swift, quella guerra continua a ossessionare, benché sia passato un secolo. Ci siamo abituati a considerare la pace in Europa come una condizione naturale, e a considerare impensabile un qualsiasi conflitto armato sul continente. Tutta la costruzione europea nasce – dopo la Seconda guerra, ma con ben chiaro l’orribile carneficina della Prima, un’unica guerra per molti storici, lunga trent’anni – da quelle esperienze.
Dovremmo continuare a considerarlo il bene più prezioso, per l’Europa, la pace.

Roma, 1 luglio 2016
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 2 luglio 2016

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