Vince il Leave, gli inglesi se ne vanno.

liz_hurley_union_jackLiz batte David, 1 a 0. Alla fine, la splendida Liz Hurley, modella e attrice e star del jet set internazionale, ha battuto David Beckham, stella del calcio globale e uomo-trendy di campagne globali di moda maschile. Lei, aveva postato sul suo profilo Instagram una foto in cui si mostrava nuda, coperta solo da un cuscino con la bandiera dell’Union Jack e invitava a votare Leave. Lui, aveva chiamato alle urne per il Remain perché solo uniti si poteva essere più forti. Ha vinto Liz. Solo che il suo appello all’understatement, alla ragionevolezza, a abbassare i toni, che accompagnava l’immagine, fantastica e provocatoria – «No gloating from the winners, no whinging from the losers / chiunque vinca non maramaldeggi, e chi perda non faccia lagne», non sembra proprio lo spirito della cosa. C’è chi gongola tronfio – «Indipendence Day», è il giorno dell’indipendenza, strombazza Nigel Farage – e chi si strappa i capelli: la sterlina precipita, le Borse hanno aperto tutte al ribasso. Cameron, che aveva innescato la miccia del referendum, due anni fa, per tenere a bada il partito, rimanere leader e primo ministro, sembra deciso a dimettersi – come aveva già lasciato intendere (ah, la personalizzazione dei referendum). Benché ben 84 membri tories, tra cui proprio Boris Johnson, l’ex sindaco di Londra dal ciuffo biondo ribelle, cotonato e svolazzante (mi sa che dovremo abituarci a queste pettinature politiche, anche Trump ne sfoggia una altrettanto volitiva), che è stata una delle facce più pubbliche del Leave, gli avessero chiesto di restare al suo posto. A quanto pare, non si fanno prigionieri.
Ha votato quasi il 72 percento degli aventi diritto, cioè trenta milioni di persone, la più alta affluenza di voto dal 1992 – a dimostrare che, nonostante forti piogge e esondazioni, il referendum era fortemente sentito. La distribuzione geografica del voto è evidente: Londra ha votato per il Remain mentre il resto dell’Inghilterra ha votato per il Leave; la Scozia e l’Irlanda del Nord hanno votato per il Remain, il Galles ha votato per il Leave. E già questo innesca problemi politici non di poco conto: la leader dello Scottish National Party, Nicola Sturgeon, ha già detto che il voto della Scozia è chiaro, tutte e trentadue le circoscrizioni hanno dato la maggioranza al Remain. Un anno fa, si è tenuto il referendum per l’indipendenza e ha vinto il No, ora quel referendum si potrebbe tenere di nuovo: è curiosa la questione della Scozia, votano decisamente per l’europeismo ma non intendono sottostare a Londra. È lo stesso meccanismo che si è innescato in Irlanda del Nord: il vicepremier, Martin McGuinness, del Sinn Fein, ha detto che entro quest’anno bisognerebbe iniziare le pratiche per un referendum di riunificazione dell’Irlanda.
E non ci vuole la palla di vetro per immaginare che possa esserci un effetto-domino: già gli olandesi antieuropeisti esultano, già i francesi antieuropeisti gongolano, e chissà cosa succederà in Germania e nell’Est d’Europa.
Proprio ieri l’altro, Tsipras diceva che lui si augurava che il Regno unito restasse. Anzi, aggiungeva: chi, quando la Grecia si trovò con l’acqua alla gola, si dava da fare per una Grexit era un folle. Forse, il suo bersaglio era il ministro delle Finanze tedesco, Schauble, che fece la faccia feroce, contemplando proprio quest’evenienza. Tsipras, insomma, vuole restare in Europa, e vuole che l’Europa cambi. Più o meno quello che anche Matteo Renzi ha sostenuto. Entrambi, molto probabilmente, ritengono che dopo la Brexit la Germania non possa che modificare il suo disastroso principio di austerità, e le proprie convenienze, e aprire a piani di investimento e di redistribuzione dei debiti pubblici, o l’Europa affonderà: credono che il loro potere politico possa aumentare. Forse le cose però non sono così lineari: anche in Germania crescerà la tendenza antieuropeista, guidata da Alternative fur Deutschland, e per la Merkel s’è fatto tutto più complicato. E poi c’è la Spagna: domani si vota, per dare un governo, ma resta sullo sfondo una questione non di poco conto, il referendum sull’indipendenza della Catalogna, che lo stesso Iglesias, leader di Podemos, considera un passaggio ineludibile.
L’Europa è morta? Io direi che il neoliberismo è morto. Dagli Stati uniti all’Europa è il Gran Ventennio del neoliberalismo che sta andando in crisi. Non, la globalizzazione, questa probabilmente è irreversibile. La parola d’ordine di Barack Obama, Change, si sta ritorcendo contro. È il cambiamento, quello che chiedono i cittadini, spauriti, terrorizzati, dal fondamentalismo, dalla crisi del welfare, dalle mancanze di sicurezza sul lavoro. E questo cambiamento segue la pancia, per ora. Che sia The Donald, con il suo America First, che vuole costruire muri contro l’immigrazione e mandare via i musulmani, che sia Nigel Farage, che dice che si risparmieranno 350 milioni di sterline a settimana se nessuno entrerà più, che sia la Le Pen che predica contro l’islam, è questo, per ora, il segno del cambiamento. Si vota contro l’establishment. Non sono New York o Parigi o Berlino o Londra a “rappresentare” le nazioni: città cosmopolite, che vivono di scambi e inclusioni, no, è il South Caroline, è l’Essex, è Lille e la Provenza, che sono la pancia dei cittadini.
Si è aperta una “guerra civile politica” nell’Occidente – ovunque, i cittadini sembrano divisi a metà. Non ci sono più grandi identità – partiti, sindacati, associazioni – che costituivano l’ossatura dell’identità “politica” dei cittadini dell’occidente, la sua civilizzazione post-bellica. Viviamo uno stato d’eccezione, dove quanto ci teneva uniti non regge più. Più che l’uno vale uno, qui è, di nuovo, politicamente l’uno contro l’uno. Il “nemico” è l’establishment, negli Stati uniti come in Gran Bretagna, come altrove. Solo che non si può vivere senza identità, e in qualche modo se ne trovano di surrogate, è così che ritornano piccole o grandi patrie, nazionalismi, è così che l’immigrazione – il “nemico” per eccellenza, la più evidente delle diversità – diventa la questione centrale.
L’Italia è un’anomalia, in questo quadro? In parte sì. Renzi ha giocato la sua leadership sulla “rottamazione” del vecchio ceto politico, dell’establishment – però ha svolto questo compito solo dal suo lato, patteggiando piuttosto, prima con Berlusconi e poi con Verdini, insomma il “vecchio”. E poi non ce l’ha fatta a erodere il consenso al Movimento 5 Stelle, che con il suo “vaffa” continua a accumulare forza e conquistare comuni.
Saranno loro, il Movimento 5 Stelle, la nuova “norma sociale” che ci tiene assieme, quella di onestà, onestà, onestà?

Nicotera, 24 giugno 2016
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 25 giugno 2016

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