La battaglia dei mass media inglesi sul referendum si fa senza esclusione di colpi.

the_guardianIl «Guardian» ha sintetizzato la cosa così: «Vuoi vivere in una Britain la cui faccia è Nigel Farage? Sì o No? Perché questa è la scelta. Se la tua risposta è No, allora vota Remain». Dopo che il «Sun» di Murdoch, ma anche il «Mail» e il «Telegraph», giornali a forte tiratura, hanno dato fuoco alle polveri nella loro campagna per il Leave – l’immigrazione è diventata la questione intorno cui è ruotata la campagna referendaria dei populisti – il «Guardian», laburista e europeista, non s’è fatto più remore a scendere apertamente in campo. E tirare calci.
Ai paladini della Brexit che inveiscono contro i poteri della finanza e delle élite di Bruxelles, ammantandosi di populismo, ricordava che Boris Johnson – l’ex sindaco di Londra che sta giocandosi tutta la sua futura carriera politica sul referendum – era uno dei più preminenti Etoniani, lì proprio dove si formano le élite. Come Zac Goldsmith, altro “brexiteer” di lusso, e James Goldsmith, padre del medesimo e ricco sfondato, che dalle compassate aule di Eton è passato a traffici e speculazioni immobiliari per finire in Messico a godersi indisturbato il suo immenso patrimonio. Certo, cantano tutti l’inno della Brexit – «They’re the rabble army, singing “let the people decide” / Eccola, la folla in tumulto, che canta “lasciate che sia il popolo a decidere”», ma ci vuole un po’ la faccia come il culo, ecco (non scrive così il «Guardian», sono pur sempre inglesi). Non c’è niente di male a avere tanti soldi e un’opinione, però varrebbe la pena chiedersi se nello sbracciarsi del visconte Matt Ridley, altro etoniano, proprietario di miniere di carbone che manifesta scetticismo per i limiti di emissione imposti dall’Europa, non ci sia qualcosa di personale, ecco. Oppure, uno che ritiene un dovere civico pagare le tasse può chiedersi come possa trovarsi dalla stessa parte di Lord Rothermere, proprietario del «Mail» non residente nel Regno unito, o dei Barclay Brothers, proprietari del «Telegraph», che hanno un domicilio nel Principato di Monaco.
A vincere, insomma, non sarebbero quelli che vorrebbero in qualche modo modificare la costruzione dell’Europa, ma un pugno di conservatori di destra e di spietati plutocrati che vogliono continuare a fare soldi in ogni maniera senza che nessuno ci metta il becco e le tasse. Ci sono mille ragioni perché i cittadini siano avvelenati, infuriati, quelli che vedono i loro salari bloccati da anni, quelli che vedono la sicurezza del posto di lavoro sempre più minacciata, quelli per cui la speranza di un giusto contratto è sempre più una chimera, ma non ce n’è una ragionevole, per cui si possa credere che un Regno unito isolato sia più forte economicamente.
I sondaggi – ma anche gli scommettitori, che danno il Remain per 2/9 e il Leave per 3/1 – dicono che negli ultimi giorni, soprattutto dopo l’orribile assassinio al grido di Britain First della deputata laburista e convinta sostenitrice dell’aggancio con l’Europa Jo Cox, il Remain vada recuperando, soprattutto tra i laburisti sinora poco convinti, ma l’area degli indecisi è ampia, e si sa come le forbici di previsione dei sondaggi si divarichino sempre più. Tanto che le prime trasmissioni televisive in programma nell’immediatezza del dopo voto hanno deciso di non prendere in considerazione gli exit-poll: troppi errori di valutazione, nelle ultime occasioni. Contiamo i voti uno per uno. Anche perché tutto lascia credere che la battaglia si deciderà così, contando i voti l’uno dietro l’altro.
C’è un’indagine, però, interessante al di là dell’esito del voto perché racconta di una “geografia del corpo elettorale” – ben oltre la contrapposizione tra Londra, ormai città universale per eccellenza, e la campagna britannica –, che dice che tra i giovani, tra i 18 e i 34 anni, prevale, per 56 a 39 percento, il Remain; mentre tra i pensionati e quelli sopra i 65 anni prevale, perfettamente speculare, per 55 a 39 percento, il Leave. È una cosa che riusciamo a percepire: la “generazione erasmus”, quella che considera la libera circolazione di persone e pensieri e abitudini e costumi come naturale, diciamo il “mondo immateriale”, non riesce a immaginare barriere e frontiere di esclusione; mentre chi è più avanti con gli anni ha più timori che subisca modificazioni il proprio standard di vita che ha peraltro visto progressivamente ridursi, e quindi è più sensibile a un messaggio – come quello del Leave – basato su paure e scenari foschi dietro l’angolo.
Altrettanto interessante è il rilevamento dello schieramento pro o contro la Brexit a seconda della propria occupazione: quanto più si sale nella scala delle professioni, maggiore è la percentuale di voto per il Remain (57 a 38 percento), mentre quanto più si scende verso occupazioni di lavoro manuale, maggiore è la percentuale per il Leave, con uno scarto anche più evidente, 67 a 29 percento. Forse anche questa divisione è di immediata percezione: manager, dirigenti, professionisti che ormai lavorano e spendono il proprio tempo libero in un mondo sempre più connesso si sentono proiettati, semmai, per maggiori aperture e inclusioni; mentre chi ha una dimensione di vita e lavoro legata a circoscrizioni territoriali ridotte e mansioni facilmente sostituibili sente come una minaccia qualsiasi apertura, qualsiasi arrivo, e vuole protezioni.
I partiti tradizionali sembrano imballati, in uno scontro interno che li attraversa, conservatori contro conservatori, laburisti contro laburisti. Forse, più degli scoppiettanti scontri degli ultimi giorni – come l’arena televisiva approntata dalla BBC – e delle ambizioni di personalità politiche emergenti, saranno queste dinamiche profonde nella società a contare e decidere l’esito del referendum.
Si calcola ci vogliano due anni perché la Brexit diventi operativa, se vince e se il parlamento la approverà – il referendum non è vincolante. Tra due anni, però, l’Europa tutta potrebbe essere morta.

Nicotera, 22 giugno 2016

Pubblicato su “il dubbio”, quotidiano di giovedì 23 giugno 2016

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