La forza tranquilla della Appendino e il popolo esuberante di de Magistris. Un’analisi del voto delle elezioni comunali.

de-magistrisChiara Appendino e Luigi de Magistris non potrebbero essere così diversi neppure se uno li inventasse a tavolino. Certo, tutto potrebbe essere ricondotto a una loro caratterialità territoriale, diciamo così: pragmatica, attuativa, misurata, l’una, come la Torino che andrà a governare; esuberante, gestuale, visionario, l’altro, come la Napoli che ha già governato e governerà di nuovo. Eppure, se liquidassimo così, con un ritrattino folklorico, la definizione di queste due vittorie elettorali così diverse, rinunceremmo a indagare che cosa stia accadendo nel corpo elettorale – se ci sono fenomeni riconducibili a un segno nazionale, o se davvero stia prevalendo una frammentazione e una imprevedibilità assoluta.
Il mainstream mediatico che ha accompagnato queste amministrative si era concentrato soprattutto su Roma, sicuramente la “piazza” più interessante e importante per il suo significato simbolico e per il peso politico, oltre che la più indecifrabile, dato il frastagliamento dei concorrenti e anche la sua storia recente. Ma se, oggi, si può dire che nelle elezioni di Roma abbia avuto un ruolo determinante la percezione sociale della corruzione politica, e quindi quello delle indagini della magistratura e delle campagne dei media, lo stesso non può dirsi per Torino e Napoli, perché la giunta Fassino non è mai stata sfiorata da scandali, e non era quindi questo il motore emotivo che attraversava il corpo elettorale, e a Napoli fu semmai un’indagine giudiziaria improvvida e sconclusionata a scatenare una “sindrome da accerchiamento” che de Magistris è stato abilissimo a sfruttare.
A Torino l’affluenza tra il primo e il secondo turno è rimasta sostanzialmente stabile, mentre a Napoli è scesa vertiginosamente di quasi venti punti. E così, a Torino il voto sembra più strutturato, frutto di una ricomposizione di pezzi di società; a Napoli, invece, il voto è più fluido: vince un “pezzo di popolo”, una enorme minoranza, la cui forza è consistita nella compattezza e nell’entusiasmo della campagna elettorale, nella retorica della trincea e dell’assalto. Insomma, a Torino vince una “forza tranquilla”; a Napoli vince un “entusiasmo costituente” che dovrà adesso stabilire priorità e alleanze.
Si può quindi considerare Napoli un risultato non assimilabile, anomalo, rispetto una corrente di “cambiamento” che è invece più evidente, e che assimila la Appendino solo perché fa parte di un movimento mentre de Magistris è un “cavaliere solitario”? Può essere, ma non ne sarei così sicuro: Milano è andata al centrosinistra, e a un candidato in perfetta linea di continuità con la giunta precedente e d’altronde non è che il candidato di centrodestra rappresentasse una soluzione netta di questa continuità; Varese è andata al centrosinistra, ma qui il “vecchio” sarebbe rappresentato dalla Lega, che invece si presenta ancora come opzione di cambiamento; Trieste è andata al centrodestra, ma non a un candidato espressione di stravolgimento; a Bologna c’è la riconferma di Merola, perfetta continuità; a Cagliari la pratica è stata sbrigata al primo turno, anche qui riconfermando la giunta di Zedda, che evidentemente è stata percepita come meritoria.
A me sembra, quindi, che si possa parlare piuttosto di risultati differenti e contraddittori dove, semmai, è Roma la vera anomalia (e lo era già da mo’ e pure di partenza, con una destra frammentata e anche una sinistra divisa – cosa che, in questi termini, non è successo da nessuna parte). Se togliamo Roma dai risultati (e fu forzoso il suo accorpamento), quel che dico risulta più evidente. Ciò non toglie che non siano accaduti cambiamenti, e a volte veri e propri rivolgimenti, nei 143 comuni in cui si è votato. Però, anche qui, stenterei a ricavarne una “morale”. Ricavare, cioè, da questi risultati il voto “contro Renzi” mi sembra eccessivo, tanto quanto era stato eccessivo, da parte di Renzi, appropriarsi del risultato delle europee – il “famoso” 40 percento al Pd – come fosse stato una cambiale in bianco e un sostegno.
La vera novità è il fatto che il Movimento 5Stelle si consolida come forza politica sul territorio, come risposta d’amministrazione comunale e non solo bacino di protesta. Sia la Appendino che la Raggi, per fare i nomi più noti, non cadono dal cielo ma dal lavoro di consiliatura comunale. In questo senso, sembra un movimento politico diverso da altre realtà europee: a esempio, il Front National di Marine Le Pen cresce in modo continuo, ma non vince sul territorio; a esempio, l’Ukip di Nigel Farage raccoglie sempre più consensi ma non sedimenta sul territorio, e così è anche per l’Alternative für Deutschland in Germania – tutto questo almeno sinora. In Italia, invece, la tripartizione dell’elettorato – centro-sinistra, centro-destra e 5Stelle, nelle elezioni politiche e nelle amministrative – sembra cosa fatta. Il quadro politico è più solido, e articolato? Forse, l’elettorato è più maturo? Di certo, un paese spaccato a metà, come presumibilmente uscirà fuori dal voto sulla Brexit, noi non lo reggeremmo più.
È interessante cosa accadrà in Spagna, al voto del 26 giugno. Perché in Spagna la situazione si mostra ancora più fluida e pure più aggregata, lì le realtà consolidate sono quattro, il Partito socialista, il Partito popolare, Podemos e Ciudadanos. Si ritorna al voto in Spagna perché nessun partito è riuscito sinora a presentare un governo di alleanze con i numeri per governare. Perché il gioco delle alleanze tra nemici per battere il terzo nemico (che sarebbe lo spauracchio del referendum di ottobre sulla riforma costituzionale, tutti al voto “contro Renzi”) non ha funzionato, lasciando il paese nello stallo. E è difficile pensare che si possa continuare così, in una emergenza e una crisi che sembra non vedere fine.
In qualche modo, perciò, si sarà costretti, in Italia, a “tornare alla politica” – che è fatta anche di alleanze, oltre che di contenuti (Podemos affronta questo giro con un’inedita alleanza). Questo spinge alla definizione di forti leadership – perché solo se governi il tuo partito puoi dare seguito e corpo alle alleanze. Solo che a questo “gioco” i più avvantaggiati sembrano proprio i 5 Stelle, la cui leadership sicura è nelle mani di Beppe Grillo, anche se finora vogliono andare avanti da soli. Il centro-destra è nel caos. E il centro-sinistra pure.
Ma è in ognuno di questi campi che deve affermarsi una leadership di riferimento, che sia in grado di manovrare. Se non sarà così, Renzi o non Renzi, ci ritroveremo in uno stallo indefinito, la cui soluzione potrà essere solo “tecnica”. E non sarà buona cosa.

Nicotera, 21 giugno 2016

pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 22 giugno 2016

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